American Psycho

Mary Harron, Usa-Canada, 2000, 101 min.

Trama: Fine anni ottanta. Patrick Bateman (Christian Bale) ha una vita perfetta. E’ ricco, bello, vive a Manhattan, dove lavora come broker in una grossa società. Frequenta i locali più esclusivi e alla moda, e assieme alla sua ristretta cerchia di amici dello stesso ambiente, conduce la sua vita nella gabbia dorata di Wall Street, dove l’apparenza è tutto, dove l’abito fa il monaco, dove il riuscire a prenotare al Dorsia – il ristorante più in della città – fa la differenza tra un perdente e un vincente. Patrick Bateman è anche un pazzo omicida, che la notte gira per la città in cerca delle sue vittime, che tortura e uccide nel buio della strada o del suo appartamento, usando coltelli, asce, motoseghe..

Il Film: Questo film è una bomba. Punto. A quelli che dicono che è un film troppo violento, dico solo – oltre a non capire un cazzo di cinema – che, rispetto al libro, il regista si è trattenuto parecchio. Apro e chiudo una parentesi: a tutti quelli (specialmente gruppi femministi) che all’uscita del film hanno portato avanti un’aspra protesta nei confronti del regista (poiché nel film la figura della donna è bistrattata in vari modi), dico solo che il regista si chiama Mary, e non è un transessuale: quindi, state buoni, e godetevi il film per quello che è, un cazzo di film. Niente di più.     Questo è uno dei rarissimi casi in cui la trasposizione cinematografica di un libro (di B. E Ellis) non  ti porta a maledire chi ha avuto il coraggio di girare una puttanata simile nonostante la base cartacea sia ottima. No, fortunatamente, non è questo il caso. Quello che i registi che si avventurano in questo genere d’imprese non capiscono, o non vogliono capire, è che basta solo una cosa per fare un bel film da un bel libro: attenersi al libro, basta, non devono fare altro.

In questo caso, Mary Harron ha fatto il suo dovere. American Psycho è dinamite, è un  viaggio psichedelico nel mondo dell’alta finanza newyorkese degli anni ‘80, l’età dell’oro della speculazione finanziaria globale,  che da sempre ha popolato le fantasie della gente comune, una vita di là da ogni limite, tra feste esclusive, belle macchine, ristoranti di lusso, donne stupende e disponibili e, ovviamente, droghe di ogni tipo. Onnipotenza e aridità affettiva regnano sovrane nella vita del protagonista, che con ghigno superbo dilania la sua vita come le sue vittime.                                                                                                                                        Patrick Bateman non è altro che il surrogato di quella società, e la sua follia è il prodotto marcio di uno stile di vita che in quegli anni, per la prima volta, s’imponeva come modello dominante dell’uomo di successo, modello non molto dissimile da quello odierno, a ben vedere. Colonna sonora doverosa in pieno stile 80’s, con brani di Bowie, Phil Collins, e Dead or Alive, anche se uno sforzo in più sarebbe stato gradito.

Voto: 8. Da quello che avete letto sopra, è chiaro che questo film è uno dei miei preferiti. Il mio commento è chiaramente di parte.  E’ un film strano: puoi amarlo, oppure ti può far schifo o non darti nulla a livello emotivo, non ci sono mezze misure. Ovviamente poi c’hanno fatto il sequel, ovviamente noi si lascia fare lì dove è, nella sua mediocrità; sarebbe come dire che la merda è più buona di un piatto di lasagne.

Vitellozzo

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