Urban Hymns

The Verve, 1997, Hut.

Terzo album di Ashcroft e compagni, dopo A Storm in Heaven e A Northern Soul, molto apprezzati dalla critica, un po’ meno dal pubblico (vendite non altisonanti). Album che vede la luce dopo un periodo piuttosto travagliato del gruppo, reduce da un primo scioglimento a causa dello stesso Ashcroft nell’estate del ’96, nonostante la band avesse riportato un discreto successo, entrando nella Top Ten inglese proprio con “A Northern Soul”.

Formazione ufficiale e ufficiosa: Nick McCabe e Simon Tong alle chitarre, Simon Jones al basso, Peter Salisbury alla batteria e, ovviamente, alla voce, l’idolo delle masse Richard Ashcroft, o perlomeno la massa che ne resta dopo essersi stroncato come un cinghiale (c’è un perché di quelle occhiaie nere alla Novello Novelli). Comunque, il buon Richard con Urban Hymns ha sicuramente fatto centro. Smussata di molto la componente psichedelica, elemento portante del primo album, tante distorsioni e gnignigni elettronici, con Urban Hymns i  The Verve sembrano volersi rivolgere a un pubblico più eterogeneo, con una musica di ampio respiro.

Botto Clamoroso. Album osannato dalla critica e un successo planetario (va forte anche in America), grazie a pezzi come Bitter Sweet Simphony, inno generazionale (come il video omonimo), ma anche Sonnet e la ballad The Drugs Don’t Work. Ma andiamo per ordine. Bitter Sweet Symphony, canzone stupenda, la scelta di usare archi e violini si rivela vincente (come in molti altri pezzi, Lucky Man tanto per dirne uno..), temi sempre attuali e controversi  – You’re a slave to money then you die – Well I never pray/ But tonight I’m on my knees yeah/ I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah.

Dicevamo delle ballate; in Urban Hymns abbondano: Sonnet e Lucky Man possono essere prese come esempio della nuova armonia ritrovata dal gruppo, dove tutti gli strumenti si accordano, non si danno fastidio, si compenetrano piano piano, si vogliono bene, Happiness /Something in my own place/ I’m standing naked/ Smiling, I feel no disgrace / With who I am, vige l’ordine col disordine dell’assenza di barriere, non sono canzoni che finiscono (Space And Time e One Day), vanno ascoltate con calma, tranquilli, senza patemi, qui non si poga, non ci si foga. The Drugs Don’t Work, canzone “poco” autobiografica, contro le droghe: And I hope you’re thinking of me/ As you lay down on your side/ Now the drugs don’t work/ They just make you worse. Belle eh, le ballate, però le origini non si scordano mai e i The Verve non sono da meno.  Loro lo sanno che sotto sotto sono ancora un po’ indie-rock-schizzati ed ecco che tirano fuori altri conigli dal cilindro con The Rolling People, Catching the Butterfly e Neon Wilderness, brani leggermente più aggressivi e di richiamo dei primi due album, più chitarra/ meno sviolinate (era l’ora), concetto ribadito in Come On e Velvet Morning (una delle più belle della band). Nota a parte merita This Time che, pellamordiddio carina eh, però la trovo un po’ fuori posto. Boh.

Resta solo una cosa in sospeso, il mio rammarico per il loro scioglimento: peccato.

Vitellozzo.

  1. Bitter Sweet Symphony – 5:58
  2. Sonnet  – 4:21
  3. The Rolling People – 7:01
  4. The Drugs Don’t Work- 5:05
  5. Catching the Butterfly – 6:26
  6. Neon Wilderness – 2:37
  7. Space and Time  – 5:36
  8. Weeping Willow – 4:49
  9. Lucky Man  – 4:53
  10. One Day  – 5:03
  11. This Time  – 3:50
  12. Velvet Morning  – 4:57
  13. Come On  – 15:15
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