Compagni Di Scuola

Carlo Verdone, 1988, Ita, 118 min.

Trama: A quindici anni di distanza dall’esame di maturità, ex-compagni di liceo si ritrovano in una lussuosa villa per trascorrere lì la serata, fino al mattino successivo. L’incontro con i vecchi amici si rivelerà per ognuno di loro molto amaro, fatto di rancori mai sopiti, cattiverie, paure e delusioni represse.

Il Film: Il migliore di Verdone, oltre a essere uno dei miei preferiti in assoluto. Come sempre fa l’unica cosa giusta da fare quando si vuole creare un film bello: attingere dalla realtà quotidiana, dalla vita normale di un uomo normale. Non servono storie fuori di testa o sceneggiature di un certo tipo, basta solo rifarsi alla vita vera  e affidarsi al talento di un fenomeno come il buon Carlo.

Il traino del film è un tema classico, quella del ritrovo dei vecchi compagni di liceo è una situazione che alla fine tutti devono affrontare nella vita, che accomuna tutti, che riporta esperienze belle per alcuni, quanto deludenti e deprimenti per altri (molti). Che Compagni di Scuola tenda più verso questa seconda conclusione si nota subito. E’ un film amaro (elemento molto presente nelle commedie di Verdone). Dietro le battute e i momenti esilaranti di ciascuno dei personaggi, si cela un pessimismo di fondo che ripercorre tutta la pellicola, fino al finale, anch’esso nero. Figure come quelle di Fabris, deriso dai compagni per il suo decadimento fisico nel corso degli anni (“tu c’hai avuto ‘n crollo, de’ottavo grado dea scala Mercalli però!”, “questo è da denuncia, uno non se po’ presentà così a’ na festa, deve mandà ‘n certicifato”), o di Ciardulli, uno splendido De Sica, cantante fallito (collant, collant, mi fanno diventare pazzo i tuoi collant – samurai d’argento), o ancora del burino Finocchiaro, irrispettoso e cinico (fa spogliare uno di loro accusato da lui stesso di avergli rubato dei soldi), fanno da comprimari a un Verdone/Ruffolo che ci presenta come sempre un personaggio speciale. Bello perché autentico, insicuro, iperteso, schiacciato e oppresso da una vita che non è la sua, da una moglie che lo avvilisce, da un figlio con cui non ha rapporti, un uomo che cerca di scappare da questa realtà costruendosene un’altra migliore con una sua allieva.

Il finale è nerissimo. Lo scopo del ritrovo era banale, lo dice la stessa Federica (Nancy Brilli, che ha organizzato la serata): tirare le somme e le sottrazioni della propria vita, vedere com’è andata agli altri, vedere se ce l’hanno fatta, se sono cambiati/migliorati. La risposta a questa domanda è altrettanto banale: no. Finocchiaro è sempre il solito cinico materialista, Valenzani un politico corrotto e cocainomane (Massimo Ghini, l’unico vero “cattivo” del film), Lepore e Santolamazza (bravo Benvenuti nella parte del finto paralitico) sempre crudeli e irrispettosi, Postiglione sempre logorroico e noioso, Valeria e Luca, seppur divorziati, incapaci di cambiare. L’unico che alla fine “cambia” è proprio Ruffolo: perde macchina, moglie e amante in una sola sera (la ragazzina è vittima di un abuso da parte dello stesso Valenzani). La mattina, quando tutti se ne vanno dalla villa, er Patata si ritrova solo, di ritorno a una casa che non c’è più, a una vita che non c’è più. Non gli resta che fumarsi ciò che resta del mozzicone di una sigaretta, ciò che resta della sua vita, e avviarsi, a piedi, verso un futuro quanto mai incerto. Tutto rimandato tra altri quindici anni.

Voto: 7/8. Solo i personaggi di Finocchiaro e Tony Brando basterebbero per avere una buona commedia; se poi ci aggiungi un Patata eccezionale, un Postiglione esilarante, un Santolamazza irriverente e un Frabris che c’ho ni cuore, il film diventa splendido.

Vitellozzo.

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