Songs For The Deaf

Queens of the Stone Age, 2003, Interscope

Se vi piace l’hard rock – quello autentico – ma vi siete rotti le palle di ascoltare sempre i soliti classici solo perché oggi non c’è più nessuno che faccia la musica del Diavolo come Dio comanda, non disperate: Songs for the Deaf è la risposta. Che si tratta di roba tosta per gente tosta ce lo dice la copertina – un forcone su sfondo rosso, e basta – oltre alla presenza di Dave Grohl e Josh Homme (già prolifici collaboratori con i Them Crooked Vultures), garanzia di un rock puro. La terza fatica dei Queens of the Stone Age è il meglio del meglio del meglio del rock anni zero, con il risultato che è già diventato un album fondamentale del suo genere (nonostante la giovane età, dieci anni); mi dispiace per voi, ma siete comunque costretti ad ascoltare classici, senza uscita, in un circolo vizioso infinito nel quale alla fine verrete buttati a terra dal riff di questo disco. Di solito ho sempre qualche riserva sulla riuscita dei concept albums, dubbi che in questo caso restano là dove sono, visto che Songs for the Deaf è strutturato benissimo, ogni canzone è legata alla successiva (e viceversa), ogni pezzo ha un senso in quel punto e non in un altro, non ci sono canzoni tanto per fare numero. Già l’idea di base su cui sviluppare la trama del disco mi piace assai: un uomo che sale in macchina, accende la radio e guida nel deserto non si sa dove non si sa come, ascoltando proprio alla radio le canzoni dell’album stesso.

La prima traccia, You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire, a mio parere è  uno degli intro migliori di sempre, oltre ad essere pericolosa per menti poco sane: per certi pezzi ci vuole il porto d’armi, impossibile non pensare a qualcosa di distruttivo mentre la si ascolta. Non si respira mai in quest’ album, ma si prosegue con No one Knows, subito, senza pause, dove si comincia a sentire Dave che torna alle origini gloriose della batteria, rullate a gogo (molto bellllllino anche il video). First it Giveth completa poi questo trittico dopante di ritmo insostenibile, con riff ripetitivo ma velocissimo, quel poco di cervello rimasto si spappola in terra alla fine di questi tre minuti. Se qualcuno, a questo punto, mostrasse delle perplessità sulla sanità mentale del gruppo, non avrebbe tutti i torti; se così non fosse, ci pensano loro stessi a fugare ogni incertezza con A Song for the dead, dove Homme ripete una sola merdosa nota con la chitarra come se fosse catatonico, e Grohl va un po’ a zigzag, smongolando poi in un vogolo di bacchette fino a finirsi i polsi. Non si sa come cazzo faccia, ma lo fa e lo senti, ed è fantastico.

Mentre riprendiamo un po’ di fiato con The Sky Is Fallin’, giusto quello sufficiente per proseguire con Olivieri che sclera in Six Shooter e per renderci conto che i toni dell’album cominciano a farsi più cupi (Hangin’ Tree e Go With The Flow – una delle migliori del disco secondo me), arriviamo a Gonna Leave You e Do It Again sulla falsariga di un tema amoroso come al solito tormentato – All the way, all the way, all the way, there’s no where left we can meet/
I’m into what you do/ but I leave you no where –
tema ripreso poi in Another Love Song; quello che mi stupisce di questo album, non è tanto il fatto che le canzoni siano tutte ottime (anche se sarebbe già di per sé notevole come traguardo), ma che siano pezzi così diversi uno dall’altro – e per musicalità, e per toni, e per ritmo, e per costruzione del testo – così diversi che sembrano presi da album diversi di periodi diversi. E invece no, perché il filo conduttore di tutto si muove sotto ogni traccia, per ricongiungersi con God Is In The Radio (forse la mia preferita), pezzo dai toni un po’ blues, con un riff che si rifà ai classici del rock – compreso l’assolo “di mestiere” con la chitarra: The say the devil is paranoid/Always signin the cover/But god is leakin through the stereo/Between the station to station….I know that god is in the radio/Just repeating a slogan: You come back another day, and do no wrong.

Con l’inquietante e diabolica A Song For The Deaf si chiude l’album migliore fatto fino a ora dai QOTSA, e probabilmente quello che resterà la punta più alta della band. Non glie la voglio tirare, però è difficilissimo che riescano a fare un disco migliore di questo che sia hard-rock, ma che mantenga al tempo stesso una sua propria identità musicale. Ci sarebbero anche Mosquito Song e The Real Song For The Deaf (traccia nascosta), ma se non siete già andati a comprarlo dopo A Song Ford Dead, siete delle fave, e degli stronzi. E io non scrivo più.

Vitellozzo.

 

1. You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire
2. No One Knows
3. First It Giveth
4. Song For The Dead
5. The Sky Is Fallin’
6. Six Shooter
7. Hangin’ Tree
8. Go With The Flow
9. Gonna Leave You
10. Do It Again
11. God Is In The Radio
12. Another Love Song
13. Song For The Deaf
14. Mosquito Song

 

 

 

 

 

 

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