20 Sigarette

Aureliano Amadei, Ita, 2010, 94 min.

Trama: Aureliano è un ragazzo disoccupato, ma con la passione per il cinema e qualche piccola esperienza come regista. Estroverso, sempre attivo e poliedrico nelle varie iniziative organizzate dal centro sociale che frequenta, un giorno coglie al volo l’occasione della vita: un regista amico della madre lo vuole come assistente per girare un lungometraggio sulla guerra in Iraq. Il ragazzo, pieno di speranze, parte in tutta fretta insieme a un contingente italiano; è con loro anche quando, il 12 novembre 2003, si troverà vittima – unico civile sopravvissuto –  dell’attacco terroristico a Nasiriyya.

Il Film: Vinicio Marchioni sveste i panni del criminale de borgata – l’indimenticato Freddo di Romanzo Criminale – per indossare quelli, molto credibili, di un ragazzo normale che si trova ad affrontare senza paraocchi la realtà della guerra, che per quanto uno possa essere preparato tramite vari mezzi di informazione, è sempre una realtà difficile da digerire, specie se la si vive in prima persona. Nel film si passa dalla spensierata allegria delle giornate romane al centro sociale all’atmosfera ben più densa di pesante responsabilità del documentario da girare in una zona devastata dalle bombe. Questo passaggio è traumatico, senza filtri: scena uno, lui che saluta la mamma davanti all’ascensore di casa, scena due, lui che è già sull’aereo assieme ai militari, catapultato senza troppi appigli sicuri da una realtà all’altra. Le immagini delle zone di guerra sono quelle classiche “che si vedono alla tv”: deserto, strade sterrate in mezzo al niente, palazzine mezze scorticate, bambini per strada che corrono, sole, caldo, ma il fatto che le riprese siano in soggettiva rende tutto molto più vero. Ed è proprio questo il punto forte del film: l’onestà del racconto. E non poteva essere diversamente, visto che Amadei non ha fatto altro che trasportare su celluloide l’esperienza vissuta da lui stesso in Iraq. Tutto è autobiografico. Tutto è realmente accaduto. Non esistono solo scene in slow motion di esplosioni o smitragliate alla Rambo condite con esclamazioni del tipo “bastardi, figli di puttana!” e giù a sparare, per raccontare la guerra: basta anche una telecamera a spalla che segua il protagonista, mentre terrorizzato cerca di nascondersi dalle pallottole sotto la carcassa di un furgone ribaltato, o chiede aiuto spaventato in mezzo a una nube di polvere che copre ogni cosa. Il fatto cioè che la guerra non venga spettacolarizzata, ma mostrata in tutta la sua tragicità, permettendo(mi) di cavalcare un onda emotiva che una volta tanto sento vicina, proprio perché così tangibile. Una persona normale, un ragazzo – non un militare dal sangue freddo ma uno come noi – che vive una tragedia scandita dalle 20 sigarette che fuma, e che si trova poi a dover raccontare la sua esperienza al mondo, in un finale forse un po’ ingessato e prevedibile, ma inevitabile.

Voto: 6/7. Leggendo sopra vi chiederete come mai 20 Sigarette si prende un voto che, a giudicare dalle premesse, dovrebbe essere un pochino più alto. Risposta semplice: è un film italiano, e si vede, affetto cioè dai soliti problemi che troppo spesso si presentano nelle pellicole nostrane. La necessità di spiegare troppo le cose con discorsi fuoricampo, come se fossimo dei bambini idioti, o anche l’impossibilità di immaginare una famiglia che per una volta sia una normale famiglia italiana come ce ne sono milioni (e non ad esempio con la mamma figlia dei fiori open minded che fa yoga, il padre anche lui eterno peter pan, e Aureliano appunto, tutto preso da centri sociali e lotta di classe). Io non so dove abbiano vissuto questi registi, ma ci sono anche mamme casalinghe, babbi che vanno a lavorare in ufficio, e figlioli che dei centri sociali se ne sbattono i coglioni e fanno comunque arte (sia essa cinema, musica o altro). E poi scusate: ma vi sembra credibile che una Carolina Crescentini frequenti centri sociali? No perché, se fosse così non c’ho proprio capito un cazzo.

 Vitellozzo.

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Archiviato in azione, drammatico, Film

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