Barry Lyndon

Stanley Kubrick, Gb, 1975, 184 min.

Trama: La vita del giovane Barry, irlandese di umili origini, che cerca di farsi strada nel mondo dei ricchi signori nell’Europa del XVIII secolo. Dall’adolescenza – rifiutato dal primo amore – all’esilio forzato da casa, all’esperienza nell’esercito, ai tavoli da gioco dei principi, al matrimonio con la ricchissima duchessa Lyndon, fino al crollo e alla conseguente caduta in disgrazia. La parabola di un arrampicatore sociale che tutto vuole e tutto ottiene – rovina inclusa – vista con l’occhio di Kubrick, e scusate se è poco.

Il Film: Mi piacciono tanto i romanzi, specie quelli picareschi ambientati in epoche passate; Dumas, Cervantes, Hugo, per non parlare degli scrittori russi, ci hanno regalato delle storie fantastiche per ambientazione e trame narrative, opere che ancora oggi sono ineguagliate. Inevitabile che il cinema attingesse a piene mani da questo pozzo di idee. Dopo aver letto i libri, negli anni ho ricevuto delle mazzate colossali dai riadattamenti televisivi/cinematografici dei suddetti romanzi, lavori tratti molto liberamente e un po’ alla cazzo di cane dall’originale cartaceo, che hanno disintegrato le mie speranze di vedere almeno una volta nella vita un film fedele al romanzo, uno solo. Come dimenticare il bellissimo Conte di Montecristo interpretato da Depardieu, una vera e propria merdata colossale che non c’entra nulla col romanzo, e che non ha senso di esistere, o anche I Miserabili con Liam Neeson, dove un 90% della storia originale è stato tagliato per rispettare i tempi cinematografici. Le premesse per tentare la sorte vedendo Barry Lyndon, film ispirato al Barry Lyndon di Thackeray – lo capite da voi – non potevano essere incoraggianti. Senza contare che siamo di fronte a 3 ore di film, con il rischio altissimo di rompersi le palle e chiudere tutto. Invece, lo stupido sono solo io. Sì, perché bastava che mi ricordassi il nome del regista e mi sarei subito tranquillizzato come un bambino. Bastava affidarsi al mantra personale “Kubrick è un genio, Kubrick non sbaglia mai” e tutto sarebbe andato per il meglio. Così è stato. Perché Kubrick è un genio, e ha creato un altro filmone, per la gioia mia e di tutti quelli che credono che sia possibile portare i romanzi al cinema senza smerdarli.

Gli elementi caratteristici della regia di Kubrick ci sono tutti, a partire dall’ambientazione: curata in ogni particolare, fedelissima riproduzione dei salotti del ‘700, degli usi e costumi dei signori, come della stupenda campagna irlandese, degli eserciti, le cui vesti sembrano uscite direttamente dai musei storici. Una perfezione maniacale per i dettagli. Impressionanti – come sempre – le riprese nei grandi spazi, dalla campagna appunto ai saloni dei palazzi, che sembrano non finire mai nei loro soffitti altissimi. Il regista gioca molto anche coi colori, che si adattano perfettamente all’emotività di ciascuna scena, sfavillanti nei momenti di divertimento e di follia, più freddi ed essenziali in scene drammatiche. Per un film “storico” come questo, non poteva mancare la musica, tutti pezzi classici, assemblati da Leonard Rosenmann. E dato che non me ne sono accorto solo io che in quanto a scenografia, musica, costumi e fotografia (Kubrick ha usato l’illuminazione naturale, addirittura in alcune scene solo candele, per immergere al meglio lo spettatore nella storia) – Barry Lyndon è eccezionale,  si è beccato 4 Oscar, giustamente. Ryan O’Neal è perfetto per la parte, perché rende decisamente l’idea della natura di Barry, diviso da due diversi caratteri, l’uomo amorevole e generoso con il figlio, dai modi pacati ed eleganti, e l’arrampicatore smanioso di conseguire un titolo nobiliare per farsi accettare dai nobili, fino a dilapidare il suo patrimonio. Il film è senza dubbio drammatico, ma la genialata risiede nella narrazione, una voce fuoricampo che racconta nei momenti salienti il comportamento del protagonista, in modo ironico e quasi scanzonato, rendendolo  – pur con le sue contraddizioni – una figura simpatica, che nel finale trova anche un po’ di compassione e amarezza per la sua sorte; inevitabile non stare dalla sua parte, anche quando ha torto.

Voto: 8. Non è il migliore di Kubrick, ma si becca un 8. Non è il migliore, ma ha vinto 4 Oscar. Non è il migliore, ma è stato il primo film in cui si sono utilizzate tecnologie fotografiche mai viste prima nel cinema. Pensate come sono gli altri di Stanley..

Vitellozzo.

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