Roma

Federico Fellini, Ita, 1972, 120 min.

Trama: Roma vista dagli occhi di Fellini. Prima, un ritratto appassionato della Città Eterna così come appare a un giovane provinciale che la vede per la prima volta, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Poi, Roma negli anni 70’, tra rovine e modernità che avanza inesorabile, con tutte le contraddizioni di una città tra i due fuochi della tradizione e della nuova generazione di giovani, degli scontri di piazza e dell’amore libero.

Il Film: più che un film è un documentario. Fellini, continuando il suo viaggio nella memoria (come in Amarcord), mostra momenti di vita di una Roma (e di un Italia, soprattutto) che non c’è più. L’arrivo alla Stazione Termini e il soggiorno in una casa dove tutti si conoscono, condividono ogni spazio, tra bambini piccoli che piangono, un vecchio attore in disgrazia, e l’imitatore ufficiale di Mussolini. Il pranzo della Domenica, dove la famiglia si inginocchia per prendere la benedizione del Papa alla radio, tutti tranne il padre, che arrabbiato prende il tegame e se lo porta via. Poi, la cena giù all’osteria, da Gigetto, una delle scene più colorite: tavoli comuni, amatriciana, lumache di mare, musica, la filastrocca di una bambina che si conclude con  “’tacci vostra ‘a tutti quanti!” tra l’ilarità generale. Come già successo in Amarcord, trova spazio nel film anche Alvaro Vitali, ballerino di tip-tap in un cabaret, che per la sua esibizione riceve dal pubblico un gatto morto, “fattece ‘na pelliccia, a Fred Astaire!”, nobile precursore del Pollo bensoniano. L’avanspettacolo è in effetti, una scena memorabile, e anche malinconica, perché mi rendo conto che queste serate non ci sono più. Quando per un comico che non fa ridere (quindi tutti) oggi mandano dalla regia risate finte ad arte, prima era il pubblico l’unico sovrano: “t’ho detto d’annattene”, “ao, te ne devi d’annaa”, “fa’ conto che se semo divertiti e smamma va’”. Tutta la serata orchestrata dal presentatore un po’ robusto, preso di mira dai caciaroni,  “a’ rotolo de coppa!” “a’ bidone de mmerda!”. Bellissima anche la scena dello scavo per la costruzione della metropolitana, quando gli archeologi trovano un’antica casa romana intatta, affrescata. La esplorano per la prima volta, corridoi, statue, mosaici; si sente tutta la tensione, e le immagini trasmettono quella meraviglia propria di qualcosa di stupefacente che ritorna alla luce dopo millenni. E saranno proprio la luce, e l’aria, che entrando di prepotenza dal varco appena creato, distruggeranno  tutti gli affreschi e le statue, sotto lo sguardo attonito e disperato degli esploratori.

Roma è anche la città dei signori e dei cardinali, caduti già dalla metà del ‘900 in disgrazia e che tentano di riportare un po’ dell’antico splendore richiudendosi nei palazzi stantii e cupi, nella scena della Principessa Domitilla. Una vecchia zitella ricchissima ha organizzato nel suo palazzo una sfilata ecclesiastica, invitando cardinali e altri nobili decaduti: un’enorme passerella sulla quale sfilano vestiti farseschi e ridicoli di porporati, suore “volanti”, preti di campagna in bicicletta, e che si conclude con vesti dorate e luci accecanti, contraltare a una desolazione morale e una pena di cui la stessa Domitilla si rende conto nel suo monologo, una festa macabra dove trova spazio anche un baldacchino di teschi, che attraversa silenzioso la passerella, rivolto esso stesso a dei “teschi” vivi, che non si sono resi conto di essere ormai passato.

L’avete capito, il film non è altro che una sequenza di scene di vita, ora degli anni ’40, ora degli anni ’70, fisicamente slegate, indipendenti e autonome l’una dall’altra, ma legate dal filo del ricordo, ora felice, ora nostalgico, ora tragico, ora sarcastico, ora velato di pessimismo, ora di denuncia, che Fellini ritrae alla sua maniera, e cioè magistralmente. Che il film è un pezzo di Fellini è chiaro, visto che anche lui partecipa – nel ruolo di se stesso – in parecchie scene, e nel finale concede un degno saluto anche ad Anna Magnani, in quella che sarà la sua ultima apparizione cinematografica, che si congeda così dal maestro: “a Federì, va a dormì va’!”

Voto: 8,5. Roma è un capolavoro, e non so perché la critica lo consideri un film “minore” del Maestro, visto che non c’è  motivo. Il gioco di luci e ombre vale da solo il film: dalle rovine illuminate dai fari della macchina, al chiaroscuro dei monumenti nel caldo della notte romana. L’unica pecca, se proprio si vuole trovare qualcosa da biasimare, è il taglio dei camei di Albertone e Mastroianni, all’osteria, che come simbolo di quella romanità caciarona e allegramente disincantata, secondo me ci stavano bene. Ah già, le musiche son di Nino Rota,  tanto pe’garbare.

Vitellozzo.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in avventura, commedia, Film

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...