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Harry Potter. Tutti. TUTTI

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mmmamma mia gomme sdo!

Trama: Harry e sta magia di qua, Harry e sto segreto di là.

Il Film: Visti tutti e sette, uno alla settimana. Non mi si può negare di averci provato. Ce ne fosse stato uno meglio di un altro li saprei almeno distinguere ora. Invece no, tutti uguali, sempre lo stesso svolgimento, sempre nomi finto latini a caso simili tra loro, Severus, Silente, Sirius, un trionfo inutile di effetti digitali.

Non impressiona quando dovrebbe, non fa sorridere nelle gag, cattivi che non fanno paura, mai mezza coscia secca di Emma Watson, magie che si ripetono per mancanza di originalità, e soprattutto una volta c’era una sola regola insegnata da GhostBusters: MAI INCROCIARE I FLUSSI. E invece ore e ore a spararsi contro raggi laser con le bacchette. Ma vaia vaia.
SETTE FILM per arrivare a: “Harry deve morire perché il cattivo è dentro di sé. Deve morire, oddio no deve morire! E invece non more. Tutti felici e contenti. Mi sono perso qualcosa io? Rifletto.

Ma io lo so di chi è la colpa. Di quella videocassetta che ho consumato da piccolo: Hook-Capitano Uncino. La sola ed unica magia che sia mai riuscita ad emozionarmi è quella del banchetto con il cibo immaginato che termina in un’esplosione di colori. Ce l’hai fatta Peter. Non ce l’hai fatta Harry.
Quindi leggete tutti i libri del maghetto che volete, ma se si tratta di film, bimbi, guardate altro: mai sentito parlare del tesoro di Willy l’Orbo?

Voto: 4,5. Come dice il finale di American History X, sempre bene chiudere con una citazione, c’è sempre qualcuno che ha detto qualcosa meglio di te.
E nessuno potrà mai commentare il film meglio di LUI, in questo video:

Capitano Quint

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Sucker Punch

Zack Snyder,  2011, Usa/Can, 105 min.

Trama: Baby Doll è ingiustamente accusata della morte della sorella, in realtà uccisa dal patrigno, grasso e crudele. Essendo l’unica erede del patrimonio della madre, viene rinchiusa da quest’ultimo in un manicomio. La ragazza immagina di scappare, aiutata da altre detenute. Il manicomio si trasforma così in un bordello, dove le ragazze ballano davanti ai clienti per farsi scegliere, e Baby Doll vede la sua libertà attraverso il superamento di nemici e mostri di varia natura, con l’utilizzo di armi supertecnologiche, katane, e gonnelline da manga giapponesi, il tutto in un tripudio di pixel e esagerazioni grafiche. Cinema targato Zack Snyder.

Il Film: Zack Snyder si conferma sempre il re indiscusso dei film esagerati, in tutti i sensi. Se da un lato è d’obbligo fare un plauso al regista per la storia – bisogna essere dei malati di mente e geniali allo stesso tempo per immaginare nazisti mutanti che combattono con armi aliene, draghi contro B-52, mostri giganti e pagode  giapponesi che crollano – dall’altro bisogna anche dire che si compiace troppo, finendo per caricare eccessivamente ogni scena di colori, musiche, effetti speciali che rendono tutto quasi stucchevole. In un ora e mezzo scarsa di film riesce a condensare tutto quello che i manga hanno di meglio da offrire, e cioè le lolita fighe in gonnella (che nel film scoppiano tutte di salute, tra cui anche Vanessa Hudgens, fresca di Spring Breakers), le katane, e cattivi in quantità da sterminare, con aggiunta di vagonate di  effettoni in slow-motion ad ogni scontro (come in 300) e scenografie barocche (come in Watchmen), per una visione di insieme che vuole essere epica, ma che alla fine risulta solo eccessiva.

Se volessi essere più cattivo, mi spingerei oltre e direi anche che film come questo sono la morte del cinema, proprio perché non c’è più cinema: tutto fatto a computer, anche gli ambienti, ti basta una stanza di posa, ti piazzi lì e fanno tutto i programmatori dall’altra parte del monitor. Nessun costume, nessuna scenografia reale, un copione striminzito, per una recitazione che chiaramente – viste le premesse – è messa in secondo piano per lasciare spazio agli occhi. Ora, non voglio passare per quello avverso alla tecnologia nel cinema (sono contrario fino alla morte solo al 3d e a Hugh Jackman), a volte ci sta anche bene, e non guasta rifarsi gli occhi con qualche visione fantastica da PC. Però in Sucker Punch siamo all’estremo, perfino l’impronta decisamente onirica della storia alla fine finisce per risentirne, sopraffatta anch’essa dalla pesantezza delle immagini.

Voto: 6+. La sufficienza se la prende comunque, gioco forza l’originalità della storia e le bimbe in gonnella. Però devo anche dirvi che a tratti, nonostante il dinamismo tra nemici, musiche e colori, il film è anche un po’ noioso. Gli effetti speciali non sempre fanno miracoli.

Vitellozzo.

 

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1997 Fuga Da New York

John Carpenter, 1981, Usa

urlTrama: l’aereo del Presidente degli USA viene dirottato sull’isola di Manhattan, ora sorvegliata e circondata da un muro, e adibita a raccogliere i peggiori criminali. Un solo uomo può salvarlo, ma non gliene frega un cazzo. Chiamatelo Iena.

Il Film: chiamatelo Iena, anche se si chiama Snake ed ha una serpe tatuata sulla pancia. Però i traduttori italiani hanno deciso così, vabè…
Tutto Snake nel dialogo tra lui (c’è bisogno di dire che è Kurt Russell?) e il comandante che lo vuole convincere, il grande Lee Van Cleef:

-Sono pronto a toglierti dal mondo a calci in culo[…]Ho un affare per te, ti sarà perdonata ogni azione criminale che hai commesso negli Stati Uniti. C’è stato un incidente, un piccolo jet è precipitato al centro di NY. C’era a bordo il Presidente…
-…presidente di che..
-questa non è spiritosa. Tu entri là, trovi il presidenti, lo tiri fuori in 24h, e sei un uomo libero.[…]La risposta?
– fate un nuovo presidente.
-Siamo ancora in guerra, ci occorre vivo
– Non mi importa un cazzo della vostra guerra, o del presidente.

Chiaramente poi è costretto ad accettare. Ma lui è l’antieroe per eccellenza cazzo. Un personaggio esagerato, la benda sull’occhio, il giubbotto di pelle tutto sporco, tutti lo conoscono, e tutti lo credevano già morto.
Carpenter usa Kurt Russell sempre in modo fenomenale, se si pensa anche allo stesso antieroe di Grosso Guaio a Chinatown, un perfetto imbecille.
Il film è un capolavoro. Prendete tutta la merda delle strade de I Guerrieri della Notte, una città sempre buia, una scenografia pazzesca, irreale, seconda solo a quella di BladeRunner (in quanto a città del futuro) e buttateci dentro la gang di criminali e quest’uomo solo contro tutti.
Musiche come sempre dello stesso Carpenter perfette, un regista immenso, tutta questa critica al potere politico americano vestita da western fantascientifico, un genio.
Basta non c’è da dire altro. Un cazzo di film. E l’anno dopo fa un capolavoro ancora più grande, La Cosa. Carpenter + Kurt Russell. Come lampredotto e salsa verde.

Voto 8.5: il finale? Glielo aveva detto che non gliene fregava nulla, né a lui né a Carpenter, e nemmeno a me del vostro patriottismo del cazzo

Capitano Quint

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Cielo d’Ottobre

Joe Johnston, Usa, 1999, 108 min.

Trama: Anni ’50, paesino sperduto negli Stati Centrali. La storia vera di Homer Hickam (Jake Gyllenhaal), adolescente appassionato nel costruire razzi (no canne eh, razzi veri) che vede nella vittoria in un concorso scientifico nazionale l’unica via di fuga da un futuro speso a lavorare in una miniera di carbone assieme al padre. All’inizio ha tutti contro –  tranne la discreta professoressa di matematica – lui e i suoi amici sparano in aria decine di razzi, alcuni esplodono, altri non partono nemmeno. Però alla fine ce la fanno. Tutti zitti.

Il Film: questi film di solito non li guardo nemmeno, mi fanno cacare perché son proprio la classica americanata, tutti fatti a stampino sul tema del “se ci credi davvero puoi raggiungere qualsiasi traguardo”, mai vero nella vita reale, o almeno non a queste latitudini. Capita sì, che qualcuno ce la faccia, come in questo caso (il film è una storia vera, Homer Hickam poi è diventato ingegnere alla NASA, tanto di cappello), però succede di rado. E’ chiaro anche senza vedere il finale che il concorso lo vincono, che nonostante il disappunto del padre che lo vorrebbe in miniera invece che a fantasticare su un futuro impossibile, alla fine il babbo aiuta il figliolo (la scena della riconciliazione è d’obbligo). Come era prevedibile che qualcuno morisse (anche qui scena lacrimosa di lei che guarda il razzo nel cielo dal letto d’ospedale, con musica lacrimosa e atmosfera lacrimosa anche quella). Ambientato peraltro in una comunità utopica che sostiene i quattro amici nella costruzione dei razzi, dove la gente si fa anche una ventina di kilometri la settimana per andare a vedere la partenza (qui da noi ci si ignora tra vicini di casa, figuriamoci se si andrebbe a vedere un razzettino di acciaio che vola, c’importa na’sega a noi). Tutto questo per dire che Cielo d’Ottobre non è niente di speciale, n’avrò visti mille così, cioè di film che incarnano lo spirito americano dell’emergere, dell’impegno, dei sogni di gloria. Devo dire che me l’aspettavo un po’ meno ordinario, considerando che il regista è lo stesso di Jumanji, che secondo me è unico nel suo genere, grande film, però il risultato è questo: non mi è dispiaciuto. Forse perché Gyllenhaal mi garba tanto come attore (lo ringrazierò in eterno per Donnie Darko), forse perché alla fine ci mostrano cosa hanno fatto poi i protagonisti della storia, con le scritte sotto che fanno sempre tanta tenerezza, o forse solo perché ogni tanto non fa male sognare che le cose per qualcuno possano andare meglio e vincere su ogni pronostico.

Voto: 6,5. Come canta Gianni, uno su mille ce la fa. Daje.

 Vitellozzo.

 

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I Primi Della Lista

Roan Johnson, 2011, Ita

48742Trama: Una storia vera. Pisa, 1970. Gli studenti di sinistra, le manifestazioni, le bombe, l’esercito, i fascisti. Un giovane chitarrista si lascia convincere dal cantautore Pino Masi, ad andare con lui, ed un altro amico, verso il confine, per sfuggire ad un vicinissimo colpo di stato fascista che presto avrebbe ribaltato l’Italia. Finiscono in una galera austriaca.

Il Film: commedia divertentissima, sarà perché questi 3 sono pisani, sarà perché è così assurda, sarà perché è tutto vero. Parto dal finale che è davvero molto bello, con i tre protagonisti del film messi accanto ai tre veri personaggi, ormai anziani, ma si vede dalle facce che sono sempre molto svegli. Pino Masi è un cantautore che non conoscevo, che ora chiede l’elemosina per strada, ma che una volta sembra abbia collaborato con Pasolini, Dario Fo, Stratos, e anche Fabrizio De Andrè, quindi magari non è proprio un bischero. Nel film è interpretato da Claudio Santamaria, ed è il classico musicista impegnato dell’epoca, sempre fissato con la lotta di classe, sempre contro lo stato e l’esercito fascista. Gli altri due ragazzi lo seguono solo perché affascinati dal suo carisma, e si ritrovano così a credere che svariate truppe militari stiano per marciare su Roma per fare un golpe, e a pagarne le conseguenze, come i primi della lista, sarebbero stati proprio loro, gli intellettuali di sinistra. I tre decidono quindi di dirigersi verso la Jugoslavia, per poi raccontare nei loro concerti la situazione politica italiana.

Ecco queste erano le intenzioni.
In realtà in una divertente scena, forzano il posto di blocco al confine con l’Austria, pensando di poter essere accolti come rifugiati politici, finendo nella vicina prigione, e scatenando un caso diplomatico. Sul giornale si riporta la notizia: “Tre pisani sfondano in Austria, armati, feriscono un carabiniere”. Dopo vari giorni in cella, e dopo gli accertamenti del caso, le istituzioni austriache provano a spiegargli che in Italia non è mai successo nulla, e che le truppe dirette verso Roma, si recavano in realtà alla parata del 2giugno. La telefonata del Masi ad un amico conferma tutto: “oh Pino grande, ma dove sei? Come qual è la situazione qui a Pisa? Tutto bene! Ieri s’è beccato due danesi, c’è i sole, ci si diverte, ahah ma te ndo sei?”
Il dramma, la preoccupazione, “chissà come ci piglieranno per i’ culo a Pisa”, “ir mi babbo mi smusa”. Però loro sono musicisti, e con una chitarra in mano, usciti di galera, non si può che suonare De André.

Voto 7, 5: bellino, ironico, ben fatto, e che ci si creda o no, una volta tre pisani senza documenti, e senza motivo, hanno davvero chiesto asilo politico all’Austria.

Capitano Quint

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Paura e Delirio a Las Vegas

Terry Gilliam, Usa, 1998, 115 min.

La locandina di Paura e delirio a Las VegasTrama: Johnny Depp fa il giornalista sballato di acidi e in compagnia del suo fido avvocato Benicio del Toro va a Las Vegas non si capisce bene a fare cosa. Si capisce solo che i due si stroncano di droghe sintetiche, e che Depp smongola a destra e a sinistra in pose ridicole e tristi da vedere.

Il Film: L’ho comprato quattro-cinque anni fa, quando avevo a disposizione due lire per concedermi una puttanata ogni tanto. Devo dire che questa le batte tutte. In quattro anni l’avrò iniziato io dico sei volte, non sono mai riuscito a finirlo dall’inizio. Mai. Mentre ignoro del tutto quale sia stata la molla che mi ha spinto a comprarlo (lo potevo noleggiare, me lo potevano prestare, al limite anche scaricare), ho ben presente quale sia quella che ogni volta mi porta (sono sicuro che succederà ancora in futuro) a mettere il dvd nel mio lettore dvd e pigiare play, e cioè la speranza – buona solo per mentire a me stesso – che questi soldi non siano proprio andati ai’ maiale, come si dice a casa mia, ma abbiano assolto bene il loro compito, e cioè quello di farmi divertire per un’oretta almeno. Puntualmente ogni volta devo tornare tutto mogio sui miei passi e constatare che no, non mi sto divertendo, e sì, ho fatto una cazzata, buttando via dieci euri. A dire la verità li ho sprecati per cose ben peggiori di questa (soprattutto al cinema), però la differenza è che non vedo tutti i giorni sulla mensola un dvd nuovo e lindo che me lo ricorda. Da questa storia ho  capito solo che non bisogna mai fidarsi di chi ha visto due film in croce e te ne consiglia uno, perché quasi sicuramente sarà una merda. In questo caso il “quasi” se ne va via dopo cinque minuti, quando con lo sketch dei pipistrelli uno dovrebbe forse sorridere (non credo che esista uno che riesca a ridere su questa roba, se non appunto sotto l’effetto di acidi). Ma mettiamo di essere bravi davvero e riuscire a superare questi primissimi minuti, a un certo punto mi son trovato davanti Tobey Maguire, e allora cazzo con questa ciliegina ho pensato davvero di spengere tutto, cosa che poi ho puntualmente fatto poco dopo. Proprio uno preferirebbe guardare tre ore di fila la Carlucci a Ballando con le Stelle o addirittura la Durso su Pomeriggio Cinque (ok, l’ho detto). Non sa di nulla, è un film del cazzo, nelle scene in cui loro sono sotto l’effetto di acidi, e vedono tutto in maniera distorta e farsesca, non sapevo se dovevo ridere dalla demenza e banalità del tutto, o piangere dal rammarico, sempre per i dieci euro. E il bello è che Paura e Delirio a Las Vegas è anche diventato un film di culto, ne parlano tutti bene, è geniale qui geniale là, ma che cazzo vede la gente’, alla fine mi chiedo se non sia io quello sotto l’effetto di acidi che vede merda dove invece c’è un bel film.

Voto: 3. Il fatto di non poter ormai piangere sul latte versato, non mi impedisce di evitare che altri ignari poveri stronzi cadano in questa trappola. Nella pagina del blog abbiamo scritto che non vi diremo mai non guardate questo film, oh ragazzi, mi dispiace rompere la promessa, però mi tocca dirvi non guardatelo, perdete solo tempo, senza capo ne coda. Io non lo so quanto possa prendere una pellicola che non ce la fai a finirla da quanto è noiosa (il 3 è random, potrebbe essere benissimo uno 0 o un 2 o un -3), però questa è la prima volta che mi capita, e dire che di roba scadente n’ho vista tanta e l’ho sempre portata in fondo con dignità e coraggio…vi sfido a dirmi qualcosa di positivo sulla pellicola in modo da trovare una ragione una per arrivare al finale. Film allucinante. Come dice il maestro R.B: AIUDADEMIIII!!!!!!!

Vitellozzo.

 

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Punto Zero

Richard C. Sarafian, 1971, Usa, 98min

Trama: Il deserto tra Colorado, Nevada, e California. Una Dodge Challenger del 70 a tutta velocità. La voce di uno speaker alla radio. Tutta la polizia contro. Tutta la gente con lui. Vai Kowalski! Corri!

Il Film: super cult anni ’70, Punto Zero si impone come uno dei migliori road movie di sempre, perché ha come veri protagonisti la strada, l’auto, e il deserto. Attraverso vari e frammentati flashback lungo tutto il film si scopre un po’ la storia del silenzioso protagonista, ex poliziotto, ex pilota di auto da corsa, che attualmente consegna automobili. Un venerdì notte gli viene affidato l’incarico di portare una dodge bianca da Denver a San Francisco entro lunedì. Scommette che sarà in California sabato pomeriggio. Inizia così la sua corsa a tavoletta, ed immediatamente la polizia lo insegue con tutti i mezzi, ovviamente tutti inutili. A commentare la vicenda, una piccola radio, guidata da uno speaker nero, Super Soul (tremendamente tradotto in italiano Super Anima), che con la sua voce e i suoi dischi rock e funk, diffonde la leggenda di Kowalsi a tutta la gente che vede nel pilota un simbolo di libertà.

Film bellissimo, amato da Spielberg, citato da Tarantino in Grindhouse, girato veramente bene, ottime scene di inseguimento, incidenti, e polveroni nel deserto. Colonna sonora azzeccata, d’altra parte con una macchina in fuga e del rock in sottofondo è difficile sbagliare.
Da vedere. E’ di quei film, come Drive di Winding Refn, come Crash di Cronenberg, che poi quando monti in macchina ti accorgi che ti hanno segnato. Pericolosamente.

Voto 7.5: E poi arriva la fine, una botta nello stomaco. Strada dritta, la polizia che sistema due ruspe come posto di blocco. Kowalski che accenna un sorriso, e pesta sul gas, puntando dritto verso la libertà, che sia l’esplosione finale, che sia la gloria di essere stato una leggenda.

Capitano Quint

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Una Storia Vera

David Lynch, 1999, Usa, 112min

Trama: un vecchio con barba bianca e sigaro sempre acceso (e già sarebbero sufficienti questi particolari per fare un buon film), decide di partire per andare a trovare il fratello che non vede da anni. Essendo un viaggio lungo, e non avendo la patente, decide di andarci a bordo del suo tagliaerba.

Il Film: nella locandina e nei titoli di testa campeggia enorme la scritta Walt Disney. Un film del regista più controverso e indipendente di sempre, prodotto dalla compagnia più commerciale e perbenista di sempre. Come hanno fatto a trovarsi non ne ho idea, fatto sta che ne è uscito un piccolo film magnifico. “No ma non lo guardare, du palle, è della Disney, non è un vero film di Lynch”, questo è quello che mi sono sentito dire, e ricordando film come Elephant Man, Velluto Blu, Dune, non sapevo veramente cosa aspettarmi. E come sempre Davidone Lynch ve lo tira in culo a tutti, e gira questo road movie con una delicatezza, una passione, una precisione in ogni inquadratura, che punta dritto a commuoverti. Riuscendoci.
L’impronta Disney si vede poco, si nota nel fatto che non c’è nemmeno un “cazzo” o un “vaffanculo”, quello che si nota molto è invece la grandezza di Lynch che impone un ritmo al film, pari al ritmo del lento e arrancante tagliaerba del vecchio Alvin. Ogni scena diventa carica di tensione e ansia, soffri insieme a questo grande uomo sul suo piccolo mezzo: un tir che lo sorpassa mandandolo fuori strada, una discesa senza freni, come fa con l’anca rotta, come fa senza benzina, insomma se è un road movie, è uno dei migliori di sempre.

In mezzo a tutto questo, tanti incontri dove Alvin regala perle di saggezza sulla vecchiaia, sulla famiglia, sulla guerra, senza mai essere banale e scontato, senza mai esagerare nel moralismo buonista, e capitano anche alcune scene divertenti. A fare da sfondo a questa storia (vera), infiniti campi coltivati, i tramonti sulla campagna americana, e le musiche del solito Angelo Badalamenti, che spesso collabora con Lynch, e raramente sbaglia la musica. Queste infatti sono stupende.

Voto 8: ce la farà Alvin a ritrovare il fratello? Gran bella scena finale.
E cosa gira Lynch dopo tutto questo zucchero? Mulholland Drive. Un pazzo.

Capitano Quint

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Roma

Federico Fellini, Ita, 1972, 120 min.

Trama: Roma vista dagli occhi di Fellini. Prima, un ritratto appassionato della Città Eterna così come appare a un giovane provinciale che la vede per la prima volta, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Poi, Roma negli anni 70’, tra rovine e modernità che avanza inesorabile, con tutte le contraddizioni di una città tra i due fuochi della tradizione e della nuova generazione di giovani, degli scontri di piazza e dell’amore libero.

Il Film: più che un film è un documentario. Fellini, continuando il suo viaggio nella memoria (come in Amarcord), mostra momenti di vita di una Roma (e di un Italia, soprattutto) che non c’è più. L’arrivo alla Stazione Termini e il soggiorno in una casa dove tutti si conoscono, condividono ogni spazio, tra bambini piccoli che piangono, un vecchio attore in disgrazia, e l’imitatore ufficiale di Mussolini. Il pranzo della Domenica, dove la famiglia si inginocchia per prendere la benedizione del Papa alla radio, tutti tranne il padre, che arrabbiato prende il tegame e se lo porta via. Poi, la cena giù all’osteria, da Gigetto, una delle scene più colorite: tavoli comuni, amatriciana, lumache di mare, musica, la filastrocca di una bambina che si conclude con  “’tacci vostra ‘a tutti quanti!” tra l’ilarità generale. Come già successo in Amarcord, trova spazio nel film anche Alvaro Vitali, ballerino di tip-tap in un cabaret, che per la sua esibizione riceve dal pubblico un gatto morto, “fattece ‘na pelliccia, a Fred Astaire!”, nobile precursore del Pollo bensoniano. L’avanspettacolo è in effetti, una scena memorabile, e anche malinconica, perché mi rendo conto che queste serate non ci sono più. Quando per un comico che non fa ridere (quindi tutti) oggi mandano dalla regia risate finte ad arte, prima era il pubblico l’unico sovrano: “t’ho detto d’annattene”, “ao, te ne devi d’annaa”, “fa’ conto che se semo divertiti e smamma va’”. Tutta la serata orchestrata dal presentatore un po’ robusto, preso di mira dai caciaroni,  “a’ rotolo de coppa!” “a’ bidone de mmerda!”. Bellissima anche la scena dello scavo per la costruzione della metropolitana, quando gli archeologi trovano un’antica casa romana intatta, affrescata. La esplorano per la prima volta, corridoi, statue, mosaici; si sente tutta la tensione, e le immagini trasmettono quella meraviglia propria di qualcosa di stupefacente che ritorna alla luce dopo millenni. E saranno proprio la luce, e l’aria, che entrando di prepotenza dal varco appena creato, distruggeranno  tutti gli affreschi e le statue, sotto lo sguardo attonito e disperato degli esploratori.

Roma è anche la città dei signori e dei cardinali, caduti già dalla metà del ‘900 in disgrazia e che tentano di riportare un po’ dell’antico splendore richiudendosi nei palazzi stantii e cupi, nella scena della Principessa Domitilla. Una vecchia zitella ricchissima ha organizzato nel suo palazzo una sfilata ecclesiastica, invitando cardinali e altri nobili decaduti: un’enorme passerella sulla quale sfilano vestiti farseschi e ridicoli di porporati, suore “volanti”, preti di campagna in bicicletta, e che si conclude con vesti dorate e luci accecanti, contraltare a una desolazione morale e una pena di cui la stessa Domitilla si rende conto nel suo monologo, una festa macabra dove trova spazio anche un baldacchino di teschi, che attraversa silenzioso la passerella, rivolto esso stesso a dei “teschi” vivi, che non si sono resi conto di essere ormai passato.

L’avete capito, il film non è altro che una sequenza di scene di vita, ora degli anni ’40, ora degli anni ’70, fisicamente slegate, indipendenti e autonome l’una dall’altra, ma legate dal filo del ricordo, ora felice, ora nostalgico, ora tragico, ora sarcastico, ora velato di pessimismo, ora di denuncia, che Fellini ritrae alla sua maniera, e cioè magistralmente. Che il film è un pezzo di Fellini è chiaro, visto che anche lui partecipa – nel ruolo di se stesso – in parecchie scene, e nel finale concede un degno saluto anche ad Anna Magnani, in quella che sarà la sua ultima apparizione cinematografica, che si congeda così dal maestro: “a Federì, va a dormì va’!”

Voto: 8,5. Roma è un capolavoro, e non so perché la critica lo consideri un film “minore” del Maestro, visto che non c’è  motivo. Il gioco di luci e ombre vale da solo il film: dalle rovine illuminate dai fari della macchina, al chiaroscuro dei monumenti nel caldo della notte romana. L’unica pecca, se proprio si vuole trovare qualcosa da biasimare, è il taglio dei camei di Albertone e Mastroianni, all’osteria, che come simbolo di quella romanità caciarona e allegramente disincantata, secondo me ci stavano bene. Ah già, le musiche son di Nino Rota,  tanto pe’garbare.

Vitellozzo.

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Lanterna Verde

Martin Campbell, Usa, 2011, 114 min.

Trama: Hal Jordan (Ryan Reynolds), scapestrato pilota di caccia, viene scelto dall’anello verde come nuovo guerriero intergalattico appartenente al corpo delle Lanterne Verdi, un ordine creato dai Guardiani dell’Universo, che da millenni protegge le varie galassie interstellari. Pellappunto il nostro Ryan riceve l’anello da una Lanterna Verde morente, che molti anni prima aveva imprigionato un supercattivo, il quale adesso si è liberato e cerca  vendetta. L’eroe dovrà riuscire a salvare la Terra e la propria vita, distruggendo definitivamente la minaccia imminente, che potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza di tutto l’Universo.

 Il Film: Ci giro poco intorno, è una merda colossale. Sfortunatamente, una merda non riconosciuta come tale nel resto del mondo, visto che ha incassato le solite vagonate di dollari. Cosa positiva: il potere del supereroe. A differenza di quasi tutti gli altri paladini della giustizia, che usano magari la forza (vedi Hulk o Superman) o qualche altra caratteristica fisica (Spiderman con la ragnatela, i Fantastici 4 con le loro particolarità) , Lanterna Verde lavora solo di immaginazione; infatti, con quell’anellino di merda riesce a creare tutti gli strumenti utili per abbattere il nemico – usando solo la forza della volontà. Può volare, è ovvio, la capacità di volare te la danno in omaggio appena diventi un paladino. Comunque, aspetto interessante questo della volontà, l’unico purtroppo. Nota a margine: anche io ho dovuto lavorare molto di immaginazione per arrivare alla fine del film.

Andiamo per ordine. La scelta del prescelto: ora, con tutti quelli che ci son sulla Terra, l’anello (che non è uno stupido) chi si va a scegliere? Ovviamente Ryan Reynolds, il solito ganzo strabello che fa il pilota di caccia ribelle alla Maverick (gli è morto anche i’babbo in volo come Mav), che è i’più forte fortissimo, che se ne tromba dieci a settimana e dietro al quale c’è la solita bimba illegale che sbava per lui (Blake Lively, – che secondo me è finta – una fica disumana). Una volta tanto mi piacerebbe vedere uno normale che diventa supereroe, non sempre i soliti stronzi. Secondo aspetto: come da copione, abbiamo l’ormai logoro e abusato problema di identità dell’eroe – un eroe senza fantasmi personali secondo gli sceneggiatori sembra non possa esistere nell’universo – problema che riuscirà a superare riacquistando la fiducia in se stesso e non scappando più dai propri demoni (originale davvero). Tre: basta con questi cazzo di discorsi che fanno tutti i paladini prima dello scontro finale, della serie dobbiamo credere in noi stessi, non scappare dalla paura, insieme ce la faremo…, mi son rotto le palle di sentire sempre la solita messa domenicale, se sei un supeerore vai lì e sfondi il cattivo senza tanti discorsi (almeno io farei così). Sulla morte di quest’ultimo credo si possa tranquillamente parlare di una delle morti più brutte della storia del cinema: quello del cattivo stupido fino al grottesco è un deficit che hanno tutti i film del genere, però in questo caso si rasenta la demenza (se sai che il Sole è l’unica cosa che ti può uccidere che cazzo ci vai a fare vicino?). Per farvi capire quanto male abbia digerito Ryan Reynolds, vi basti sapere che ho provato simpatia e quasi tenerezza per il povero Hector, sfruttato dal mostro per i propri scopi, un uomo che non ha ricevuto nulla di positivo dalla vita, a differenza di Reynolds: è brutto, sfigato, solitario, sottomesso dalla figura paterna (un’inutile Tim Robbins), innamorato da sempre della fighettina (Blake) che non lo caca nemmeno. Alla fine la sua rabbia mi sembra quasi giustificata, sarebbe stato giusto se avesse seccato Lanterna Verde, atto legittimo e doveroso. Riscrivete il copione.

 Voto: 4. Non sa d’un cazzo, insipido, un pappone lento, pesante, senza supense, con delle scene di lotta in cui nessuno lotta, azione quasi allo zero, non c’è nemmeno la possibilità di farsi due risate perché le battute che dovrebbero far almeno sorridere fanno solo piangere. Ah sì, l’ultima cosa sulla maschera di Lanterna Verde: che senso c’ha? Ma è una maschera questa? La maschera più ridicola della storia delle maschere ridicole.

Vitellozzo.

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Alice In Wonderland

Tim Burton, 2010, Usa, 108min

Trama: Rivisitazione moderna dei due romanzi di Lewis Carroll: Alice Nel Paese Delle Meraviglie (1865), e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871). Trama nota.

Il Film: sul diario di una ragazzina 14enne un po’ sognatrice, un po’ alternativa, un po’ emo sono obbligatorie due citazioni: “Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime” (Jim Morrison), e poi “temo di sì, sei assolutamente svitato. Ma ti rivelerò un segreto: tutti i migliori sono matti” ripresa da questo film di Tim Burton. E già chiamarlo film è un complimento che non dovevo fargli. Tim Burton, uno dei registi più sopravvalutati di sempre, giustificato sempre e comunque con la scusa di essere visionario, ha girato nella sua carriera, secondo me, due capolavori (Edward Mani di Forbice, e Il Mistero di Sleepy Hollow), alcuni film buoni e godibili (Beetlejuice, e il primo fumettistico Batman), per il resto ha fatto una serie di merdate epocali, tra cui come dimenticare La Fabbrica di CioccolatoIl Pianete delle Scimmie e vari altri. Ecco questo Alice è il più brutto di tutti. Il trionfo degli effetti digitali usati male, un Johnny Depp travestito da pagliaccio costretto a danzare, personaggi abbozzati approssimatamene che interagiscono con dialoghi incomprensibili, scenari che vogliono essere tra il fantasy e il gotico, ma che in realtà sono solo orrendi. Ma si doveva capire tutto dall’anticipazione del singolo della colonna sonora, affidato ad Avril Lavigne.

E visto che si può fare sempre peggio, e visto che anche io sono uno stupido spettatore, invece di spendere 8euro, decisi di spenderne 10 (e così si spiega il sesto posto per incassi mondiali), e godermi tutta la magia del 3D, ovvero la più inutile e dannosa tecnologia mai accostata al cinema. Il film quindi in due parole è na merda, in una parola nammerda.

Voto 2. Nel 1951 (61anni fa, 61 eh) lo zio Walter Disney produsse un capolavoro, per delicatezza e fantasia, rispettando la creatività di Carroll, e riprendendo graficamente le illustrazioni di John Tenniel, dalla prima edizione dell’opera. E 61 anni dopo nessun altra trasposizione cinematografica regge il confronto con il cartone animato.

Capitano Quint

quando un attore tocca il fondo per tutto il film, nel finale può andare ancora più in basso:

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Stand By Me – Ricordo Di Un’Estate

Rob Reiner, Usa, 1987, 87 min.

Trama: Dal racconto “The body” di Steven King, il film tratta della storia di quattro ragazzini di una tranquilla cittadina americana, che, nell’estate del ’59, decidono di intraprendere un viaggio di quaranta kilometri lungo il percorso della ferrovia, per ritrovare il cadavere di un ragazzo scomparso da alcuni giorni. Durante l’escursione, affronteranno peripezie e ostacoli di vario tipo, confrontandosi ognuno con i propri problemi e dispiaceri…

Il Film: Ragazzi, secondo me, con questo film Rob Reiner ha raggiunto l’apice della sua carriera come regista. C’è poco da fare. E’ un capolavoro. E’ vero, ha diretto altri film meritevoli di lode (vedi La storia fantastica, Harry ti presento Sally, Misery non deve morire…), ma Stand By Me è il mio preferito in assoluto. Sarà perche mi piacciono i film in cui c’è una voce narrante che non ti lascia mai solo (voce narrante di un certo tipo, non come in quella merdata di Happy Family), o forse perché alla fine ti fanno vedere cosa succede ai protagonisti da grandi, o semplicemente perché non può non piacere. Una pellicola che accontenta tutti: i bambini (perché alla fine è un’avventura verso l’ignoto, e le avventure piacciono sempre), quelli che non sono più bambini ma neanche grandi (perché solleva temi non da poco) e anche i grandi, che vedendo Stand By Me non possono non ricordarsi con nostalgia delle giornate d’estate di quando erano bambini, appunto.

Cominciamo con ordine. La storia. Se leggete solo la trama sopra (accennata veramente a grandi linee) e pensate che sia un filmetto, vi sbagliate. In questa storia non manca nulla, è una specie di romanzo di formazione visivo.  Rispetto ai Goonies, altro capolavoro, penso che Stand By Me abbia fatto un passo in più, forse due. E’ vero, si cresce anche vedendo il film di Spielberg, ci si diverte anche, ma questa è un’altra cosa…

Quattro ragazzini, quattro storie che potrebbero benissimo costituire un film a sé stante.  Gordie (Wil Wheaton), che dopo la morte del fratello maggiore (interpretato da John Cusack) è completamente abbandonato dalla famiglia, la madre ancora sconvolta per la morte del figlio, il padre incazzato perché è morto il figlio sbagliato. Chris (River Phoenix, mi piange i’cuore), vittima del padre ubriacone e cresciuto troppo presto troppo in fretta. Teddy (Corey Fieldman, lui è un po’ il re dei teen movies anni ’80), il cui padre è rinchiuso in un manicomio. Infine Vern (Jerry O’Connel), un po’ lento di cervello, sempre bistrattato dal fratello maggiore. Queste quattro storie arrivano a compenetrarsi a vicenda, quattro vite sbagliate, quattro deboli che insieme si rafforzano, e alla fine mandano a fanculo il cattivo di turno (Kiefer Sutherland). Il cadavere è solo il mezzo per l’affermazione dei quattro amici. Quando ritornano a casa, sono già diversi, più adulti (“Eravamo stati via solo due giorni, eppure la città sembrava diversa. Più piccola”).E poi, ciliegina sulla torta, il finale. Il perdersi di vista col tempo, ma comunque accomunati da quell’estate e da quella storia pazzesca che li lega. Gli anni passano, ma quell’avventura resta indelebile: “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”

Voto: 8,5. Penso di aver scritto abbastanza. Storia eccezionale, cast perfetto. Una parola su Phoenix: il grande bellissimo bravissimo Di Caprio dovrebbe accendere tutte le sere un cerino alla Madonna per ringraziarla di avergli levato di ‘ulo questo qui, perché sennò non avrebbe recitato nemmeno mezzo film in croce. Fine.

 Vitellozzo.

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I Goonies

Richard Donner, Usa,1985, 114min

Trama: Un gruppo di amici trova la mappa del tesoro del pirata Willy l’Orbo, un tesoro che potrebbe aiutarli a scongiurare un imminente sfratto dal loro quartiere. Si imbattono però nei Fratelli, una banda di evasi (perché i cattivi italoamericani un po’ mafiosi ci vogliono sempre) che senza saperlo hanno nel loro ristorante il passaggio segreto verso il tesoro.

Il Film: Prima dell’85 Donner aveva girato Omen, Superman, nello stesso anno Ladyhawk, e un altro paio di film. Poi gli viene affidata questa storia scritta da Spielberg, e uno sceneggiatore Chris Columbus che poi girerà capolavori per ragazzi come Mamma ho perso l’aereo, e Mrs Doubtfire. Ma guai a definire I Goonies un film per ragazzi, questo è un pilastro del cinema d’avventura, una storia che tutti sogniamo di vivere.
Leggendaria la confessione di Chunk, leggendario SuperSlot con il costume di Superman, leggendarie le prove da superare e le ambientazioni dove si vede tanto Indiana Jones di Spielberg, leggendarie le battute di Mouth e le invenzioni tecnologiche di Data, e c’è spazio anche per un bacio rubato per il protagonista Mickey alla ragazza del fratello.
C’è tutto, tutto fatto bene, tutto così anni 80, anche la colonna sonora, trascinata dal singolo di Cindy Lauper. Un film con cui crescere.

Voto 8.5: Impareggiabile nel genere. Corrono molte voci su un sequel che temo prima o poi purtroppo arriverà, va di moda fare una merdata riprendendo il titolo di un capolavoro. Freghiamocene e riguardiamo l’originale.

Capitano Quint

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