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I Mercenari 2

Simon West, Usa, 2012, 102 min.

Trama: Una pioggia di cadaveri sotto l’artiglieria pesante di Stallone, Arnold, Van Damme, Lundgren, Norris e altri superduri del classico cinema d’azione.

Il Film: è stata un‘attesa lancinante verso il momento clou del film, almeno per me: l’arrivo di Norris, nuovo acquisto insieme a Van Damme di questo Mercenaries. A mente lucida, nel day after, l’unica cosa che posso dire è che dovevano dargli più spazio, a Norris. Ovviamente l’entrata del suo personaggio rimarca in pieno l’alone di superomismo che da sempre circonda il famoso Walker della tv, la scena merita di essere raccontata. Ci sono loro, i buoni, Stallone & Co. circondati da troppi cattivi, troppi persino per loro, sembra tutto finito per i mascelloni con la coppola in testa,  quando questi disperati dell’Est cominciano a morire come mosche, si sentono solo gli spari, poi arriva un carro armato, e ti aspetti che esca fuori Norris con la sua barbetta rossa (tinta), e invece no, muore anche il carro armato. Norris esce dal fumo come una visione sotto allucinogeni, perché lui lavora da solo, è un lupo solitario, e si presenta con un semplice ehi ragazzi, passavo di qua o simile, e quando Sly si rivolge a lui dicendogli “mi hanno detto che sei stato attaccato da un cobra reale!” lui risponde “si è vero, ma dopo cinque giorni di atroci sofferenze…il serpente è morto!”. E allora capisci in quel momento che della trama del film te ne puoi sbattere i coglioni, che la recitazione è quella che è, tantomeno la sceneggiatura, talmente ridicola nel suo svolgimento che non vale nemmeno la pena raccontare, e che l’unica cosa che conta è l’esaltazione di queste figure mitiche del cinema d’altri tempi, che con ironia si prendono anche un po’ in giro. Ogni battuta che si svolge tra gli attori nasconde un legame più profondo della semplice scena da girare, rivelando un rapporto non solo di lavoro, ma anche di amicizia e reciproca stima anche fuori dal set. Come quando Arnold, mentre sta sparando (e cosa altro potrebbe fare?) insieme a Norris dice  manca solo Rambo! e noi lo sappiamo che Sly è lì a due metri a sparare anche lui verso dei nemici (“riposa in pezzi!”) che come da tradizione sono l’emblema dell’incapacità più assoluta. O anche quando Lundgren si lancia in formule chimiche sulla relatività, quando sappiamo che nella vita reale è veramente un chimico (difficile da credere ma è la verità).

Da segnalare anche Statham – tra i “giovani” è quello messo meglio – che si lancia in una scena delle più riuscite, nella quale travestito da prete incappucciato, uccide i soliti sfortunati con pugnale e aspersorio (io vi dichiaro marito e pugnale!). L’unica cosa da rivedere sono i cattivi; il solo cerone di Van Damme, seppur dotato di calci rotanti a iosa, non basta per farci credere che uno scontro alla pari tra le due “squadre” sia possibile. Per il terzo Mercenari (sono più che sicuro che ci sarà un terzo capitolo), Stallone dovrà rivedere le formazioni, sacrificando magari pezzi molto sacrificabili, come il grosso francese, o la milf asiatica che non serve a nulla, se non ad alzare le quote rosa in un film che la vede come unica presenza femminile, il nero lo salvo solo per lo stile “canotta e cappello di lana” e magari dare più spazio ad Arnold – camicia hawaiana e mitra – che si concede solo una scena con Willis nella quale per entrare nella smart porta via lo sportello con una sola mano.

Voto: 7. Chiaramente di parte per uno che è cresciuto con loro. Non ci sono spiegazioni a questo voto – lo capisco anche da me che è nosense –  solo tanta riconoscenza verso i “padri spirituali” che per primi mi hanno fatto vedere un po’ di sana violenza senza motivo e senza sopravvissuti. Mai fuori moda, mai fuori tempo. Mai.

Vitellozzo.

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In Time

Andrew Niccol, Usa, 2011, 109 min.

Trama: In un futuro non troppo lontano, a causa del sovrappopolamento, alle persone è concesso di vivere fino a 25 anni, più un anno extra. Allo scadere di tale data, il tempo in più che gli uomini vogliono vivere devono guadagnarselo, lavorando o in qualsiasi altro modo possibile, senza mai invecchiare. La società si trova così divisa in due classi: quelli che non hanno tempo, i poveri, condannati come schiavi a morire, e gli immortali, i quali hanno a disposizione migliaia di anni sul loro timer. Quando un’immortale dona il tempo che gli resta (circa un secolo) a Will Salas (Justin Timberlake), un operaio dei quartieri più poveri della città, questi, in seguito alla morte della madre Olivia Wilde per decorso del tempo, decide di andare nel quartiere dei nobili e fargliela pagare. Attirerà a sé i Custodi del Tempo  che gli danno la caccia, oltre alle attenzioni della sempre in forma Amanda Seyfried,  figlia di uno degli uomini più ricchi del mondo.

Il Film: Foreeever Young, I wanna be,  foreeever young…C’è solo una cosa da salvare in questo film, e ve la dico subito: l’idea di fondo, il fatto cioè che il tempo (anche fisico) possa diventare un giorno vera o propria merce di scambio al posto della moneta (in una società dove nessuno ha tempo per nessuno mi sembra un tema abbastanza attuale), e che quanto ti resta da vivere sia sempre visibile su un timer – anche se con la possibilità di ritardare indefinitamente la propria morte. In effetti, è l’unica cosa che mi è piaciuta del film, perché se si guarda il resto c’è poco da salvare. L’ambientazione della storia, che dovrebbe essere un’enorme area metropolitana suddivisa in 2 grandi zone (quella degli immortali e quella dei disperati), è quanto di più approssimato ci possa essere: ora, sperare di avere davanti un mondo alla Blade Runner sarebbe stato troppo, e nemmeno l’ho chiesto,  però qui siamo nel limbo, non si sa dove siamo. Niente nomi di nessun tipo, mi bastava anche MerdaCity o anche meno, niente “introduzione storica” (non lo so, situazione politica mondiale, tutta quella serie di informazioni abbastanza inutili in sé per sé che però sono fondamentali per “inserirti” nel contesto). Quindi, ricapitolando, ambientazione fatta/pensata coi piedi. Parecchio, ma parecchio abbozzati anche i personaggi della storia, con un Olivia Wilde – una madre sempre25enne molto credibile – che la sprecano, facendola morire quasi subito, e un Timberlake che si scopre bello/dannato e “contro il sistema” quando ne abbiamo visti duemila di personaggi così. A ben vedere però, si capisce subito dove è che Niccol focalizza tutta la sua attenzione, e cioè sulla cosa più banale e ridicola, mai vista nella storia del cinema eh: la storia d’amore tra Justin Timberlake che fa il ragazzaccio e la solita superfica ricchissima, il cui padre la tiene nella solita merdosa gabbia d’orata. Oh, non c’aveva mai pensato nessuno. Cazzo me ne frega a me se Justin alla fine sta con la bimba? Come se nella vita reale non se ne facesse a secchi di ragazze come lei. Non è credibile, perché non è un attore e perché mi sta anche un po’ sul cazzo. Terza cosa: il finale. Non finisce. La cosa peggiore per un film che quel poco che racconta lo racconta male è che il finale rimanga aperto. Per come erano messi i protagonisti alla fine della storia – ricercati dalla polizia di tutto il mondo, in una società dove è quasi impossibile passare inosservati e non essere rintracciati (telecamere ovunque tipo Grande Fratello) – i finali possibili, o meglio meno ridicoli, erano tre: o schiantava Justin (con somma soddisfazione personale), o schiantava la ragazza, oppure tutti e due. Basta, non c’erano altre possibilità. E, invece, ci fanno vedere loro due che contro tutto il mondo diventano i nuovi paladini della crociata verso l’economia mondiale (pardon, il tempo) che vanno nelle banche e rubano tutto a man bassa senza troppi problemi e senza troppe guardie che gli corrono dietro, ricordandoci con il loro gesto quanto sia importante vivere veramente il tempo che abbiamo a disposizione e blablabla. Tutto easy.

Voto: 5. Anche il voto. L’originalità del soggetto – che per il regista di e S1mone, nonché sceneggiatore di The Truman Show era il minimo sindacale – non basta per salvare la baracca. Siamo troppo lontani da Gattaca – La Porta dell’Universo per non farlo notare..

Vitellozzo

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20 Sigarette

Aureliano Amadei, Ita, 2010, 94 min.

Trama: Aureliano è un ragazzo disoccupato, ma con la passione per il cinema e qualche piccola esperienza come regista. Estroverso, sempre attivo e poliedrico nelle varie iniziative organizzate dal centro sociale che frequenta, un giorno coglie al volo l’occasione della vita: un regista amico della madre lo vuole come assistente per girare un lungometraggio sulla guerra in Iraq. Il ragazzo, pieno di speranze, parte in tutta fretta insieme a un contingente italiano; è con loro anche quando, il 12 novembre 2003, si troverà vittima – unico civile sopravvissuto –  dell’attacco terroristico a Nasiriyya.

Il Film: Vinicio Marchioni sveste i panni del criminale de borgata – l’indimenticato Freddo di Romanzo Criminale – per indossare quelli, molto credibili, di un ragazzo normale che si trova ad affrontare senza paraocchi la realtà della guerra, che per quanto uno possa essere preparato tramite vari mezzi di informazione, è sempre una realtà difficile da digerire, specie se la si vive in prima persona. Nel film si passa dalla spensierata allegria delle giornate romane al centro sociale all’atmosfera ben più densa di pesante responsabilità del documentario da girare in una zona devastata dalle bombe. Questo passaggio è traumatico, senza filtri: scena uno, lui che saluta la mamma davanti all’ascensore di casa, scena due, lui che è già sull’aereo assieme ai militari, catapultato senza troppi appigli sicuri da una realtà all’altra. Le immagini delle zone di guerra sono quelle classiche “che si vedono alla tv”: deserto, strade sterrate in mezzo al niente, palazzine mezze scorticate, bambini per strada che corrono, sole, caldo, ma il fatto che le riprese siano in soggettiva rende tutto molto più vero. Ed è proprio questo il punto forte del film: l’onestà del racconto. E non poteva essere diversamente, visto che Amadei non ha fatto altro che trasportare su celluloide l’esperienza vissuta da lui stesso in Iraq. Tutto è autobiografico. Tutto è realmente accaduto. Non esistono solo scene in slow motion di esplosioni o smitragliate alla Rambo condite con esclamazioni del tipo “bastardi, figli di puttana!” e giù a sparare, per raccontare la guerra: basta anche una telecamera a spalla che segua il protagonista, mentre terrorizzato cerca di nascondersi dalle pallottole sotto la carcassa di un furgone ribaltato, o chiede aiuto spaventato in mezzo a una nube di polvere che copre ogni cosa. Il fatto cioè che la guerra non venga spettacolarizzata, ma mostrata in tutta la sua tragicità, permettendo(mi) di cavalcare un onda emotiva che una volta tanto sento vicina, proprio perché così tangibile. Una persona normale, un ragazzo – non un militare dal sangue freddo ma uno come noi – che vive una tragedia scandita dalle 20 sigarette che fuma, e che si trova poi a dover raccontare la sua esperienza al mondo, in un finale forse un po’ ingessato e prevedibile, ma inevitabile.

Voto: 6/7. Leggendo sopra vi chiederete come mai 20 Sigarette si prende un voto che, a giudicare dalle premesse, dovrebbe essere un pochino più alto. Risposta semplice: è un film italiano, e si vede, affetto cioè dai soliti problemi che troppo spesso si presentano nelle pellicole nostrane. La necessità di spiegare troppo le cose con discorsi fuoricampo, come se fossimo dei bambini idioti, o anche l’impossibilità di immaginare una famiglia che per una volta sia una normale famiglia italiana come ce ne sono milioni (e non ad esempio con la mamma figlia dei fiori open minded che fa yoga, il padre anche lui eterno peter pan, e Aureliano appunto, tutto preso da centri sociali e lotta di classe). Io non so dove abbiano vissuto questi registi, ma ci sono anche mamme casalinghe, babbi che vanno a lavorare in ufficio, e figlioli che dei centri sociali se ne sbattono i coglioni e fanno comunque arte (sia essa cinema, musica o altro). E poi scusate: ma vi sembra credibile che una Carolina Crescentini frequenti centri sociali? No perché, se fosse così non c’ho proprio capito un cazzo.

 Vitellozzo.

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Drive

Nicolas Winding Refn, Usa, 2011, 95 min.

Trama: Ryan Gosling è un ragazzo solitario e taciturno che lavora in un officina meccanica. Data la sua grande abilità alla guida, fa anche lo stuntman per il cinema negli inseguimenti di auto (un “passatempo”, come lo definisce lui). Nessuno sa, però, che la sua attività più nascosta è quella di autista al servizio di rapinatori: in pratica, i criminali di turno chiamano il buon Ryan, il quale, una volta commessa la rapina da questi ultimi, ha l’incarico di portarli al sicuro lontano dalla polizia, e dalla prigione.

Quando per il Pilota (non ha un nome nel film) sembra aprirsi la possibilità di correre nelle NASCAR – grazie all’aiuto del suo capo Shannon e ai soldi di un noto boss – oltre alla conoscenza piacevole della sua vicina di casa Irene (con la quale sembra che possa nascere una storia), la situazione precipita. Il marito di lei, uscito di prigione, si ritrova invischiato a dover restituire dei soldi che non ha a dei noti criminali che minacciano di fare del male a Irene (Carey Mulligan)  e a suo figlio Benicio. Quando il nostro pilota lo viene a sapere decide di aiutare Standard Gabriel facendo da autista nella rapina condotta dal marito della ragazza a un Banco di Pegni. Va tutto storto, il marito di Irene muore schiantato e Gosling si ritrova coinvolto un una girandola di eventi più grandi di lui, con dei soldi da restituire, braccato dalla mafia, e con una ragazza da salvare.

Il Film: Ormai è chiaro che Refn trasformi in oro tutto quello che tocca. Dopo il notevolissimo Bronson (2008) e l’ottimo Valhalla Rising (2009), neanche con Drive sbaglia il colpo e, ancora una volta, ci regala un film incredibile. La cosa più incredibile però è che questo regista ha solo quarant’ anni e ha già fatto roba che gente come Virzì o Veronesi o qualsiasi altro “giovane” nostrano neanche se vivesse quattrocento anni riuscirebbe a fare. Quando manca il talento..

Per quanto mi riguarda, Drive entra di prepotenza nel novero dei miei film preferiti per profondità della storia e caratterizzazione dei personaggi. Su Gosling girano pareri contrastanti, tanti lo sopravvalutano; io mi baso su quello che ho visto, e mi è piaciuto parecchio. Perfettamente nella parte, a  suo agio con il personaggio e inserito nella storia, penso che più di questo non si possa chiedere. Comunque, basterebbe andare due secondi –  ma proprio due –  a scorrere la sua filmografia per renderci conto che i ruoli interpretati da Gosling sono tutto tranne che piatti e già visti (dall’ebreo nazista di The Believer, all’adolescente tormentato de Il Delitto Fitzgerald, all’assistente dell’uomo di potere ne Le Idi di Marzo per citarne uno più recente), rivelando una certa padronanza della materia. Se però, ancora non siete convinti della bravura di questo ragazzo vi lancio la perla che ve lo farà amare come lo amo io, e cioè: ha interpretato Young Hercules nella famosissima serie televisiva statunitense durata ben una stagione. Gioie vere; e poi scusate ma è canadese, quando mai si è visto un canadese che sfonda a Hollywood?

Bene, il film dicevamo. Al di là del fatto che i registi che ti inseriscono nella storia come Refn si contano sulle dita di una mano – dopo 30 secondi ti rendi subito conto che siamo di fronte a un gran film, non ti puoi permettere di perdere neanche un minuto tanto la storia è coinvolgente – quello che più mi piace di Drive è che la violenza, esplicitata in parecchie scene in maniera cruenta, non è mai gratuita, mai fine a se stessa, e questo è tutto merito del regista. Quando uno ti riempie una pellicola di sangue, ma riesci comunque a vedere attraverso questo sangue il vero fulcro della trama – e cioè la storia d’amore tra il Pilota e Irene – arrivando quasi a giustificare l’efferata violenza del protagonista per proteggere la donna, allora ti rendi conto che Refn sa davvero  fare il suo mestiere. Quando punta i fari sul Pilota – un personaggio misterioso, di poche parole, ma dal carisma e dalla personalità tangibili, una natura controversa, la doppia faccia di un uomo tranquillo che porta Irene e Benicio a trascorrere una piacevole giornata da un lato, e un killer spietato che schiaccia (letteralmente) la testa del suo nemico dall’altro (in quella che forse è la scena più bella del film, girata in slow motion) – e li punta talmente che sembra voglia oscurare tutti gli altri, ti rendi conto che la preponderanza dell’uomo sullo schermo mette in risalto a sua volta in maniera ancora più marcata la figura di Irene e del possibile/ma irrealizzabile idillio familiare tra i due.  Se poi uno ci mette anche lo stecchino in bocca e i Ray-Ban alla Cobra (anche se Sly aveva uno stile tutto suo, inimitabile e irraggiungibile), e un giubbottino veramente tamarro con lo scorpione  cucito dietro, si raggiunge l’apice della bellezza. A parte gli scherzi, Drive è tanta roba, non solo per le inquadrature (sono un fan del grandangolo) e la fotografia, ma anche per quello che tanti considerano secondario: la colonna sonora elettro-pop,  firmata quasi tutta da Cliff Martinez, veramente ma veramente bella.

Voto: 8. Il film si apre con una chiamata nel cuore della notte, poi silenzio assoluto per 10 minuti buoni,  solo spiazio alle immagini di una macchina che gira per la città. Poi parte “Nightcall” di Kavinsky con i titoli in rosa acceso che fanno tanto ma tanto 80s: anche se la storia è ambientata ai giorni nostri, fa sempre piacere. Quando un film è bello lo vedi subito nei primi minuti, soprattutto da queste piccolezze.

In Italia si sono accorti di Refn solo con questo film, quando in realtà è già da un po’ di tempo che i’ragazzo fa il fenomeno dietro la macchina da presa. Meglio tardi che mai.

 Vitellozzo.

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La Promessa dell’Assassino

David Cronenberg, Usa/UK/Can, 2007, 100 min.

Trama: Londra. Naomi Watts  è Anna, un ostetrica di origine russa che un giorno si ritrova a far partorire una ragazzina di quattordici anni, russa anche lei, la quale, dopo aver dato alla luce una bambina, muore per  le emorragie sopravvenute durante il parto. Tra gli effetti personali della ragazza, la donna trova anche un diario, scritto dall’adolescente, e un biglietto di un ristorante chiamato Trans-Siberian, nel quale spera di poter trovare informazioni su un eventuale parente per il neonato, ormai senza più una madre. Anna si reca così al suddetto ristorante, dove conosce Seymon, il proprietario, che subito si offre di aiutarla nella traduzione del diario e nella ricerca di eventuali parenti della ragazza. Ma le apparenze ingannano. Dietro la cordiale ospitalità dell’uomo si nasconde il capo di una delle fratellanze criminali più grandi di Londra, padre di un figlio, Kirill (uno stranamente buono Vincent Cassel), completamente sottomesso alla figura paterna. Quest’ultimo ha un rapporto ambiguo con la sua guardia del corpo/autista/assassino Nikolai (Viggo Mortensen).

Ben presto si scoprirà dalle pagine del diario che la ragazza era stata portata dalla Russia a Londra con l’inganno di un futuro migliore ad opera dello stesso Seymon e in seguito costretta a prostituirsi. Seymon, per mostrare al figlio omosessuale come si sottomette una donna, ha violentato la ragazza reiterate volte, mettendola incinta (è lui, dunque, il padre del neonato). In tutto questo, Viggo Mortensen, autista silenzioso e assassino spietato, si troverà da un lato a doversi occupare degli “affari” di famiglia, mirando a raggiungere un grado di importanza sempre maggiore (ambisce al controllo dell’organizzazione), dall’altro prenderà a cuore la vicenda di Anna e cercherà di aiutarla. L’identità di Nikolai si scopre solo nel finale: in realtà è  un agente dell’FSB infiltrato (si spiegano così molte azioni “buone” da lui fatte), ma la sua figura resta avvolta da un alone di ambiguità e mistero. Infatti, se da un lato la sua identità è svelata, facendoci pensare che Nikolai sia un “buono” e che alcune azioni da lui commesse siano state dettate dalla necessità del caso, dall’altro vediamo un uomo che, assieme a Kirill, prende il posto di Seymon alla guida dell’organizzazione criminale, entrando a far parte della famiglia in modo definitivo, facendosi tatuare le stelle sul petto e sulle ginocchia (come da tradizione).

 Il Film: Basterebbe leggere il nome del regista per avere la garanzia di trovarci di fronte a un ottimo film, quel David Croneneberg autore di roba come La Mosca, Videodrome o, per dirne uno più recente, A History of Violence (meglio glissare su A Dangerous Method). Qui non si scherza eh. Ammettendo però, che non abbiate visto nessuno di questi tre sopracitati, una garanzia lo sono anche gli attori principali, Naomi Watts (sempre brava) e il buon Viggo, che anche quando sta zitto o dice due battute due in tutto i’film, fa sempre la sua figura, come in questo caso. Basta poco per renderci conto che siamo di fronte a un attore che interpreta un personaggio che per la sua fisicità (Nikolai è pieno di tatuaggi, nel mondo della criminalità russa sono fondamentali)  resta nella memoria.  Ma Cronenberg non si ferma solo all’estetica, sennò farebbe come fanno la maggior parte dei registi che vogliono girare la solita storia sui personaggi tosti, ma senza spessore. Ci regala un uomo profondamente segnato dalle esperienze, nato buono (agente) e corroso dalla malavita non solo sulla pelle (e i tatuaggi lo testimoniano), ma anche nell’animo, al punto tale che i ruoli si capovolgono; alla fine non si capisce più se Nikolai sia buono o cattivo, se la sua sia ancora una copertura, o una nuova vita. Se poi uno ci aggiunge anche una scena – quella della sauna – come se ne son viste poche negli ultimi anni, viene fuori pefforza un ottimo lavoro. Cronenberg è riuscito anche nell’impresa (che io ritenevo impossibile) di non farmi dispiacere Cassel, che di solito fa ridere la merda.

L’unico aspetto che poteva essere migliorato per rendere questo buon film veramente ottimo, era il ritmo della storia: in alcuni punti è troppo troppo lento, ci voleva un po’ più di tensione narrativa. Ci son dei punti morti, a cui però posso anche passare sopra considerando il colpo di scena sull’identità di Nikolai e il finale che resta avvolto nel mistero.

 Voto: 7+. Vi faccio una promessa: La Promessa Dell’Assassino non deluderà le vostre aspettative. Per chi ama le scene di violenza un po’ macabre tantomeno. Da vedere.

Vitellozzo.

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SpiderMan

Sam Raimi, 2002, Usa, 121min

Trama: Peter Parker, studente, morso ragno radioattivo, etc etc…

Il Film: covavo fin da bambino l’entusiasmo di un film sull’uomo ragno. Decine e decine di fumetti, lo stupendo cartone animato, e una devozione per l’universo Marvel, avevano fatto crescere in me per anni e anni l’idea che un giorno sarebbe stato possibile ammirare l’incredibile storia di Peter sul grande schermo. Ma, purtroppo per me, il progetto viene affidato a Sam Raimi. Già il fatto che venga considerato un maestro dell’horror per il film La Casa (1981), mi sembra eccessivo, perché ho trovato il film abbastanza ingenuo. E nel 2009 è tornato all’horror con Drag Me To Hell che fa ancora più pena, perché è peggio de La Casa, e non ha quel trash anni 80 che fa comunque sempre simpatia. Nel mezzo qualche film imbarazzante, come quello sul baseball con Kevin Costner, e un solo merito: aver prodotto le serie tv Hercules e Xena, che comunque hanno regalato gioie.

Tornando a Spider-Man, non ho proprio capito quale sia stata la scelta fatta dal regista, cosa voleva raccontare, perché se voleva attenersi al fumetto ha fallito miseramente, e se voleva creare qualcosa di nuovo ha pisciato di fori dal vaso. Lasciando stare il fastidio che mi davano già da prima Tobey Maguire e Kirsten Dunst, per me assolutamente inadatti a interpretare Peter Parker e Mary Jane Watson, ci sono tanti piccoli particolari che fanno cascare le braccia ad un appassionato del fumetto: ad esempio, cosa fondamentale, le ragnatele non si creano nel corpo di Peter uscendo dalle vene, ma sono frutto dei suoi studi di chimica, create quindi artificialmente, e sparate da apposite cartucciere. Era difficile? Era difficile non fare il costume di Goblin come fosse un cazzo di robot del futuro, ma rispettare il fumetto, e vestirlo con degli stracci e una maschera di gomma? Ma soprattutto, dove cazzo è Gwen Stacy?? Il primo e vero amore di Peter, la bionda tutta sesso che Goblin getta giù dal ponte di New York, e tutti i lettori sanno quanto sia fondamentale il trauma per Peter e quanto sia atroce il sospetto che in realtà sia morta a causa sua, perché, afferrata al volo con la ragnatela, l’improvviso colpo abbia rotto il collo della ragazza. In più tutta la successiva storia d’amore con Mary Jane sarà comunque sempre segnata dal ricordo di Gwen, con tanti momenti in cui la rossa MJ accetta e compatisce il dolore del compagno. Ecco tutti questi “piccoli” dettagli nel film non ci sono, sostituiti da frasi fatte ed esplosioni. E’ qui che Raimi ha fallito, Spider-Man doveva essere un film drammatico, così come Batman dovrebbe essere un noir un po’ horror (cosa che è quasi riuscita a Nolan con Il Cavaliere Oscuro), e così come i Fantastici 4 dovrebbe essere un film di fantascienza. Invece ci ritroviamo tutto un filone di film che ormai appartengono al genere “supereroi”, tutti uguali, identici nella loro banalità, con protagonisti che risolvono sempre tutto, con cattivi che nonostante abbiano le migliori tecnologie perdono sempre e sono sempre più imbranati.

Voto 3: Capisco che Stan Lee e gli altri stiano facendo miliardi vendendo i diritti dei fumetti alle produzioni cinematografiche, però fermateli, non se ne può più, basta.

Capitano Quint

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The Losers

Sylvain White , Usa, 2010, 97 min.

Trama: Un gruppo di soldati speciali della CIA, guidato da Javier Bardem (Clay per gli amici), è incaricato di sgominare un centro di produzione di droga in una qualche regione della Bolivia. Tutti sono pronti all’azione, quando Clay vede che dei bambini sono usati come corrieri. Per paura di coinvolgerli nello scontro a fuoco, il colonnello cerca via radio di annullare la missione, ma un certo Max (Jason Patric) all’altro capo del mondo gli ordina di portare a termine l’incarico. Bardem si incazza un pochino, però chiama la squadra a raccolta, fa un po’ i’ganzo, nsomma alla fine ce la fanno a fa’tutto: uccidono i cattivi e salvano i bambini.

Tutto sembra andato bene, i bambini vengono fatti salire sull’elicottero mandato per recuperare la squadra, quando all’improvviso due caccia arrivano e distruggono il velivolo con tutti i pargoli sopra, lasciando i nostri eroi a terra ad assistere al massacro, increduli e sgomenti. Dovevano esserci loro sull’elicottero, loro erano il bersaglio da eliminare (e per chi li voleva morti sono effettivamente creduti tali, dato che dello scambio coi bambini nessuno sa nulla e dal momento che tutta la squadra decide di farsi credere morta per capire cosa succede). Da qui in avanti saranno soli a combattere contro la CIA  e contro chi ha cercato di farli fuori…

Il Film: Ultimamente vanno tanto di moda i film tratti dai fumetti. Ci sono riadattamenti che fanno ridere (Lanterna Verde tanto per dirne uno) e altri che riescono bene (tipo Kick Ass). The Losers appartiene a quest’ultimo gruppo. Bòni però. E’ bellino, alcune scene d’azione alla John Woo sono anche piacevoli, ma si ferma lì. E’ un film d’azione carino. Basta. Questo per vari motivi.

Per prima cosa – il parere è assolutamente personale – io Bardem a fare il soldato un ce lo vedo, le commedie sono il suo, no questi film qua: lo vedo bene a gigioneggiare e a fare lo splendido con la figa di turno (che c’è anche qui, Zoe Saldana), ma tra le sparatorie perde molto del suo aplomb. Altra cosa che m’è garbata poco è il cattivo: cazzo, in pratica si capisce dopo cinque minuti chi è e perché vuole levarsi di torno Clay e la sua squadra, senza suspense, senza emozione. Due cose che mi son piaciute, invece, sono i soldati speciali – con personaggi ben caratterizzati e anche divertenti – e poi la storia di fondo, che se ci si dimentica per un secondo che rimanda tanto ma tanto tanto all’A-Team, è abbastanza interessante (anche se andava sviluppata meglio). Non mi metto a fare il confronto da nerd tra la pellicola e il fumetto cartaceo da cui è ripresa, con eventuali incongruenze/inesattezze, anche perché prima del film io neanche sapevo chi fossero i Losers. So solo due cose: uno, che Zoe Saldana è in forma come sempre e due, che a giro c’è anche di peggio. Personalmente non mi ha detto gran ché, forse perché questo genere è fin troppo scontato, una specie di percorso obbligato dove i protagonisti dicono e fanno determinate cose, si buttano in azioni al limite dell’impossibile, uscendone miracolosamente illesi, superano momenti critici e rischiano la vita settecento volte senza farsi troppo male.

Altra cosa brutta è il finale. Proprio quando il film si stava risollevando un po’ – c’è un traditore nella squadra speciale – arriva questo finale assolutamente inconcludente e che, detto tra noi, non sa d’un cazzo. Clay scopre finalmente l’identità di Max,  trovandosi faccia a faccia col nemico, e per una serie di motivi, non succede nulla. Tutto rimandato a un prossimo incontro/scontro (leggasi sequel). Tutto rimandato?? No cazzo, rimandato un paio di palle, io quando vado al cinema voglio vedere un finale che almeno finisca, non la voglio la saga di merda tipo Twilight.

Voto: 6.5. Non fa schifo, ma non è neanche il top. E’ di buon livello, ma non eccelso. Nei film d’azione di oggi sparatorie e qualche scena dinamica/frenetica sono il livello minimo da raggiungere. Se uno cerca qualcosa in più, qui non c’è. Se uno, invece, cerca un’ora e mezza di svago, senza pretese, senza impegno, allora The Losers può andare bene. Se uno cerca qualche immagine di Zoe Saldana, va ancora meglio.

Vitellozzo.

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Valhalla Rising

Nicolas Winding Refn, 2009, Dan/UK, 93 min

Trama: Un clan di vichinghi tiene prigioniero un guerriero muto e privo di un occhio, costringendolo a combattimenti mortali contro altri prigionieri. Soprannominato One-Eye, l’imbattibile protagonista riuscirà a liberarsi e, insieme ad un ragazzino, si unisce ad un gruppo di cristiani intenti a raggiungere la terra santa per eliminare gli infedeli. La nave però prenderà tutta un’altra rotta, portandoli in una terra sconosciuta.

Il Film: Il regista danese di Bronson e Pusher sembra non sbagliare un colpo, mostrando ogni volta un clima ed un’atmosfera diversi. Questo oscuro film si basa fondamentalmente su due fattori realizzati stupendamente: la fotografia, e il silenzio. La prima è mozzafiato, scenari della Scozia immensi, con queste vallate avvolte tra la nebbia dei monti, e il cielo sempre così carico. Una scelta delle inquadrature che ti fa rimanere senza parole. Come senza parole è la maggior parte del film (e non a caso anche come One-Eye), i dialoghi sono ridotti al minimo, ed è il silenzio a dialogare perfettamente con l’atmosfera, la colonna sonora, e gli improvvisi episodi di esplicita violenza, con tanto sangue, ma anche qui con tanto gusto nel descriverli.

Valhalla Rising affronta anche diverse tematiche: la violenza dell’uomo nello sfruttare altri uomini, lo scontro tra pagani e cristiani, le tante parole del cristianesimo che infine sfociano sempre nella meschinità dell’uomo. Non è un film semplice, è lento ma non noioso: la parte in cui attraversano il mare in mezzo ad un infinito banco di nebbia è angosciante, con le superstizioni dei cristiani, i mistici sogni di One-Eye, e il povero bambino che si ritrova sperduto in questa situazione. A marcare il ritmo pesantemente, oltre alla musica, è anche la suddivisione del racconto in capitoli, che hanno dei titoli profetici: Inferno, Il Sacrificio, Ira. Fino ad arrivare allo sbarco in una terra sconosciuta (il nuovo continente?) e all’incontro con i suoi indigeni. Confesso che il finale mi ha un po’ lasciato insoddisfatto, ma forse solo perché dopo un’ora e mezzo di ottimo livello vederlo finire così, un po’ arrendevolmente, mi ha deluso un po’. Comunque resta un grande film di Winding Refn, dominato dalla figura di One-Eye (Mads Mikkelsen) che è al centro della riflessione sul considerarlo uno demone che guida i cristiani verso l’inferno, oppure un semplice uomo che, incurante della parola di Cristo, cerca soltanto una via di redenzione per la sua vita.

Voto 7.5: Bronson ha sicuramente un altro tiro, ma come immagini questo è affascinante. Un bel film.

Capitano Quint

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The Tourist

Florian Henckel von Donnersmarck, 2010, Usa, 103 min

Trama : Angelina Jolie sta scappando dai servizi segreti inglesi, interessati a lei in quanto donna di un ladro multimilionario dal volto sconosciuto. Sul treno Parigi-Venezia cerca di depistare gli inseguitori conoscendo un ingenuo e malcapitato professore di matematica, Johnny Depp, e coinvolgendolo in sparatorie, inseguimenti, e chiaramente anche un po’ di russi cattivi, proprio una manciata per non farci mancare niente.

Il Film: allora, senza stare a svelare la vera identità del ladro, punto chiave del film, ma semplicemente ragionando sulla capacità del film di creare suspense: c’è un misterioso uomo di cui non sappiamo l’identità, c’è Angelina Jolie su un treno che deve decidere accanto a chi sedersi, e c’è Johnny Depp, che casualmente è il prescelto su quel treno…ci sarebbero anche altri 50 minuti di film da mandare avanti facendo finta che lui è solo un turista imbranato e timido, che non ha niente a che fare con il ladro, ma comunque diciamo che va bene così, facciamo finta di nulla. Peccato che arrivati a Venezia le cose peggiorino sempre di più. Cattivoni russi incapaci di sparare, corse e salti sui tetti come se niente fosse, cartoline di Venezia per il pubblico americano, e, soprattutto, uso inspiegabile di una serie di attori italiani in ruoli di pochi secondi, tra i quali Marcorè, De Sica, Frassica, che stranamente fa il carabiniere siciliano in una divertentissima e simpaticissima gag in cui finisce in acqua. Ho avuto un colpo al cuore quando dal nulla arriva Raul Bova che prende la Jolie e le dice eccomi ti stavo aspettando come se fosse il ladro. Ma non sono arrivati a tanto, anche se forse era l’unico modo per sorprenderci sul rebus dell’identità.

Quindi in sostanza il film è composto da inquadrature di Angelina (sempre un bel vedere) che cammina sensuale tra uomini che si voltano a guardarla, originali vedute di Venezia, Depp che per un’ora e mezzo si scorda di recitare, e poliziotti dementi che abboccano a qualsiasi inganno. Il tutto per arrivare all’ultima scena in cui si scopre chi è Alexander Pearce, il ladro gentiluomo. E quando il film dovrebbe stupirti, non lo fa.

Voto 3: Remake di un film francese del 2005 (l’utilità di fare un remake dopo 5 anni?), ennesimo fallimento del cinema d’azione americano, che riesce a sprecare una storia potenzialmente interessante.

Capitano Quint

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Point Break – Punto di Rottura

Kathryn Bigelow, Usa, 1991, 110 min.

Trama: Johnny Utah (Keanu Reeves)è un novellino dell’ FBI a cui è affidato l’incarico di scovare gli “Ex-Presidenti”, una banda criminale che compie rapine in banca e che usa come maschere quelle di Carter, Reagan, Nixon e Johnson, ex presidenti degli Stati Uniti, appunto. Con l’aiuto del suo collega Angelo Pappas  – nome incredibile –  che per primo intravede la possibilità che questi criminali possano essere dei surfisti  (i quali usano i soldi delle rapine per girare il mondo in cerca di onde) ,Utah riesce a infiltrarsi nel mondo del surf. Impara a surfare grazie all’aiuto di Tyler (Lori Petty), e conosce Bodhy (Patrick Swayze), una specie di “santone della tavola”, con cui si instaura subito un forte legame.

Il Film: Bella la storia. Belle le scene. Bravi gli attori, sì, anche Keanu Reeves. Due parole su Reeves. Poerino, non è che sia mai stato un gran che come interprete, e, a dire la verità anche in questa pellicola si vede che non è un attore, però nel film ci sta bene, non si nota poi tanto che è un pischello; basta la presenza fisica,  e questo è sufficiente. Anche la scelta di Busey (Angelo Pappas) come comprimario è stata azzeccata, visto il suo ruolo da protagonista in Un Mercoledì da Leoni. Un film d’azione onesto, asciutto, senza scene alla “io sono il ganzo piglio un tagliaunghie e ammazzo tutti”. Oddio, forse una scena di questo tipo c’è, ma una sola (non vi dico quale); una la possiamo tollerare, è comunque un film d’azione, non uno con Woody Allen.

Ovviamente c’è la storia d’amore, ovviamente c’è l’inseguimento finale, ovviamente il finale è bellissimo. Bellissimo è anche il rapporto di amicizia/odio che si instaura tra Utah e Bodhy. Da una parte la legge, dall’altra la ribellione contro le regole precostituite e gli obblighi. Nonostante le differenze esteriori, Utah si lascia trasportare da Bodhy in un mondo totalmente diverso dal suo, rimanendone stregato.  Non possiamo che restare affascinati dalla figura di Bodhy, questa figura controversa (verso la quale la critica non fu tenerissima) un mistico, un illuminato, pronto a dare tutto se stesso per il brivido dell’onda da cavalcare fino all’ultimo centimetro d’acqua, l’uomo che insegue i suoi sogni fregandosene delle regole (“se vuoi il massimo, devi essere pronto a pagare il massimo”).  Va con dios amigo.

Voto: 7. Mi ricordo che quando uscì il primo Fast & Furious, ci fu una specie di isterismo collettivo: uuuh! che fico Vin Diesel, uuuh! le macchine truccate, uuuh! che storia avvincente! Ragazzi, guardatevi Point Break (1991!) e ditemi se non ci trovate alcune piccole somiglianze.  Ma i film belli hanno questo di particolare, che quando poi te lo copiano ti viene solo da sorridere..

Vitellozzo.

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Archiviato in azione, Film, thriller/poliziesco

Kick Ass

Matthew Vaughn, Usa/GB, 2010, 117 min.

Trama: Dave (Aaron Johnson) è il solito liceale sfigato, senza uno straccio di ragazza e con pochi amici. Grande appassionato di fumetti, si è sempre chiesto perché a nessuno sia mai venuto in mente di travestirsi da supereroe per cercare di rendere la vita reale come quella cartacea dei comics, aiutando gli indifesi e battendosi contro i cattivi (ma che problemi si pone? Bah). Un giorno decide lui stesso di diventare un supereroe, così, dopo aver comprato un costume su Ebay, comincia ad andare in giro per la città di New York armato di due manganelli (cazzo eh, proprio da cacassi addosso dalla paura). La prima uscita si rivela però molto amara: è accoltellato durante uno scontro con due criminali e in seguito (come se non fosse abbastanza) investito da una macchina in corsa. Portato d’urgenza all’ospedale, i medici lo ricoprono di placche d’acciaio alle ossa, che lo rafforzano e lo rendono più resistente agli urti (questo è il “superpotere” che passa il convento, accontentiamoci).  Una volta ristabilitosi, il nostro eroe non si arrende e ricomincia la sua missione, questa volta con successo: riesce a mettere in fuga della gentaccia e per di più le sue gesta sono riprese da un ragazzino e messe in rete. “Kick-Ass” (questo è il suo nome di battaglia) diventa un fenomeno mediatico, tutti ne parlano, tutti lo cercano. Quando anche la ragazza più carina della scuola, Katie (Lyndsy Fonseca), alla quale Dave si è avvicinato fingendosi gay, chiede l’aiuto di Kick Ass, il nostro beniamino è all’apice della felicità: fama, figa, e figa.

Questo momento però, dura poco: Kick Ass cattura subito le inimicizie del supermegacriminaleioboia Frank D’Amico, il quale non fa troppi discorsi e cerca di ucciderlo. Dave, per fortuna sua, è soccorso da altri “due” supereroi, Big Daddy (Nicolas Cage) e sua figlia Mindy, i quali hanno un conto in sospeso con il cattivone di turno. Insieme cercheranno di risolvere la situazione.

 Il Film: Anche questa pellicola, come tante altre ultimamente, è ripresa da un fumetto, “Kick Ass” appunto, nato di recente (nel 2008) e di cui subito è stata fatta una trasposizione cinematografica. L’utilità di girare subito un film al momento mi sfugge, ma oggi l’industria del cinema ragiona a cazzo, sicché pace. Rispetto a tutti i film coi paladini buoni superforti (Spiderman, Batman, Capitan America, Stocazzo…), in questo caso si cerca di dare un immagine molto più umana, poco eroica e molto antieroica, i difetti del paladino vengono messi in mostra, ci si prende quasi gioco del “supereroe tipo”, con un personaggio, Kick-Ass appunto, che non ha nulla di straordinario: è un ragazzo normale, inserito in un contesto normale, che non deve salvare il pianeta, che non è corroso dal peso delle responsabilità (anzi, alla fine si toglie i panni del supereroe, anche se i panni l’avrei tolti alla Lyndsy). Piccolo inciso di carattere sociologico che non centra una sega coi’film: da quando “il nerd” è “in”? Di solito è sempre emarginato, solo, impacciato, ora invece sembra che sia di moda, socialmente accettato e “valorizzato”, in generale (sono usciti tanti film ultimamente su questo tema). A ben vedere anche in questo caso alla fine dei giochi Dave si trombicchia la Katie (male male non gli va). Sarebbe un tema da approfondire questo della “nuova luce sociale” del nerd, ma anche no.

Più “eroici”, invece, i comprimari, con questa Mindy che, nonostante c’abbia due anni e mezzo, sembra Van Damme, fa fuori tredicimila poveracci al secondo (l’esagerazione del tutto però non è stucchevole, anzi, è quasi piacevole da vedere) e Big Daddy. Ora, due parole su Big Daddy, a parte il costume ridicolo: perché? perché c’è Nicolas Cage? Perché da tre – quattro anni a questa parte in ogni cazzo di film d’azione/fantastico (vedi L’apprendista Stregone, Segnali dal Futuro, Ghost Rider, L’ultimo dei Templari e ce né altri dumila) devo sempre vedere la faccia di Nicolas Cage? Sembra ci sia solo lui a Hollywood a fare l’attore. Basta. Non ne posso più di vederlo in tutti i film. Menomale Big Daddy muore bruciato, almeno c’è un po’ di giustizia. Bellino anche il cattivo, con il figlioletto che si maschera anche lui per prendere in trappola Kick Ass, per farselo amico e poi colpirlo alle spalle. Carino il film in generale.

 Voto: 6.5. Non so cosa altro dire, penso di aver detto tutto. . Kick-Ass è  divertente e senza pretese, si discosta in maniera netta da altre pellicole dello stesso genere (vedi Lanterna Verde), prendendo tutto molto più alla leggera e sottogamba, in modo ironico e irriverente.

Vitellozzo.

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A/R Andata + Ritorno

Marco Ponti, Ita, 2004, 96 min.

Trama: Torino. Le vite di Dante (Libero De Rienzo), fattorino dalla vita miserabile, e Nina (Vanessa Incontrada), hostess di linea, s’incontrano per uno scherzo del destino. S’innescherà una serie di dinamiche che porteranno…mmh, che porteranno a una cagata colossale di film.

Il Film: Non so neanche da dove cominciare. E’ una merda. Uso una battuta della sceneggiatura per rendere meglio l’idea: “Come ti senti?” – “Come se mi fosse sceso il cervello nel culo”. Più o meno mi sento così dopo averlo visto.  L’intento è di demolirlo senza pietà, il che sarebbe piuttosto divertente, ma in pratica si demolisce da solo. Sulla carta (igienica) è una commedia, solo su quella però, perché c’è la storia d’amore, assolutamente surreale, e poi un furto “collettivo” da compiere per restituire dei soldi a dei cattivi, sullo stile di Ocean’s Eleven, tanto per non farci mancare nulla, della serie buttiamo dentro un po’ di tutto così si guarda di accontentare più gente possibile. Se poi alla fine diventano tutti superricchi tanto meglio. Roba da pazzi. E poi si parla di rinascita della commedia in Italia, ma smettetela di ragionare d’aria fritta e ricominciate a scrivere storie credibili, che così si va poco lontano.

Leviamoci il dente subito, vi dico gli unici due elementi positivi del film: il primo è De Rienzo – in questo caso sono assolutamente di parte – che nel ruolo di quello sfavato coi problemi, che prende tutto sottogamba con sarcasmo e cinismo, mi garba sempre tanto. Il secondo, strano a dirsi, l’Incontrada, ma non perché recita bene (in realtà non recita), solo perché ci sta bene, è bellina da vedere. Basta. Questi erano gli elementi positivi. Troppo pochi. Ah sì, per i fan più sfegatati, c’è anche Kabir Bedi. Alé.

Andiamo con ordine. Lei è una hostess, che rimane bloccata a Torino per un mega-sciopero generale, non potendo così ripartire per la Spagna. Ora, possibile che non ci sia nemmeno un posto libero in nessun albergo/bed&breakfast/ostello/eventuali amici, insomma nulla, e che l’unica possibilità sia di andare a stare in un appartamento di uno che non hai mai visto (De Rienzo, che è partito), in un quartiere malavitoso e sudicio, portata lì da un fattorino dell’albergo conosciuto dieci minuti prima? Ancora però siamo lontani dall’apoteosi, sennò sarebbe solo un film brutto, invece va oltre. Questa disperata si sistema li. Uno penserà “vabbè è una sistemazione di fortuna, poi andrà via”.  Sì, poerino. Questa, non sapendo cosa fare, piglia e sistema la casa, la ridipinge tutta, la riordina, si mette a leggere i diari di De Rienzo (ma quanto dura questo sciopero?), e, udite udite, s’innamora di lui, così, di botto, s’innamora sulla parola, senza averlo mai conosciuto. Ma non è finita. Quando lui torna a casa, non si accorge di nulla – cambiamenti inclusi – si mette a letto, e bum, lei si gira lo vede e trombano come ricci. E’ normale, no? Io torno a casa, la sera, mezzo sbronzo, mi infilo il pigiamino, entro a letto e mi fo la Vanessa, senza chiedermi che cazzo ci faccia, nulla, così. De Rienzo però è scappato per un motivo, deve rendere dei soldi che non ha a dei criminali di quartiere, che son tutti torinesi, sembrano un gruppo di scout in gita, fanno i duri tanto per fare, i criminali folcloristici che non sparano mai, che non picchiano mai, che alla fine lo prendono anche in tasca perdendo tutti i loro soldi, con la coda tra le gambe. Come fa il nostro eroe a recuperare i dindi (25.000 euro) per pagare questi qui? Semplice, si fa aiutare dagli amici, tutti bravi ragazzi, ricettatori e mezzi criminali. Ovviamente lo aiuta anche lei, hostess nei giorni feriali, che si riscopre ladra durante gli scioperi. Conosci uno da due dico due giorni e per fargli piacere lo aiuti in un furto. Ditemi voi se è normale. Ditemelo. Ovviamente c’è una cassaforte da scassinare (soldi dello stesso strozzino criminale che rivuole i 25.000); a chi chiedere consiglio se non al caro babbino rinchiuso in carcere per furto, uno sprecato Remo Girone che la prende easy, come se fosse una cosa normale che il figlio sia criminale?

Insomma, alla fine, tutto si mette a posto, il furto riesce, il ganzo paga i criminali (con i loro stessi soldi, a loro insaputa), il colpo “frutta” più di quello che ci si aspettava (200.000 euro a cranio). I criminali, gabbati dalla banda improvvisata, penseranno di essere stati derubati da dei terroristi islamici (comunissimi a Torino). Ora, direte, manca solo la scena di loro due che se la godono, magari in un posto esotico, sempre trombando come ricci. Invece no! Incredibile fino alla fine. Lei prende, e appena finisce lo sciopero, se ne va. 

Io sto ancora smascellando. Non mi sono ripreso dallo shock. Film Assurdo. Mai vista una roba così.

 Voto: 3. Con Santa Maradona  Ponti non mi era dispiaciuto, anzi. Ma qui siamo alla frutta, film orribile. Come se non bastasse la merda del film, il regista ha pensato bene di metterci due/tre battute sul Governo di quel periodo (Berlusconi) e sulla situazione politica (guerra in Iraq, armi di distruzione di massa), che fa sempre radical chic (shit); non ho ancora capito il senso. Non ho ancora capito se Ponti sia un regista.

Vitellozzo.

 

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Cella 211

Daniel Monzòn, Fra/Spa, 2009, 110 min.

Trama: Per Juan (Alberto Ammann) domani sarà il primo giorno di lavoro come  secondino. Per avere un’idea di quello che dovrà fare e conoscere i colleghi di lavoro, decide però di andare alla prigione il giorno prima. Durante il giro del carcere, un grosso pezzo di intonaco si stacca da una parete e lo colpisce alla testa. I colleghi che sono con lui lo distendono sull’unico letto libero, nella cella 211, per poi andare a chiamare soccorsi. Non faranno in tempo a recuperare Juan, perché proprio quel giorno il “capo” dei carcerati, Malamadre (Luis Tosar), ha deciso di prendere il controllo della struttura. Juan perde così conoscenza in seguito alla ferita riportata; quando si risveglierà, si troverà solo insieme ai carcerati. L’unico modo per lui di tornare a casa da sua moglie Elena, incinta di sei mesi (Marta Etura), è quello di fingersi lui stesso detenuto e provare ad uscire dal carcere.

Il Film: Di film ambientati nelle carceri n’hanno fatti dumila, in America poi si trovano dappertutto e non necessariamente le pellicole in questione seguono la stessa linea narrativa; basti pensare a Fuga da Alcatraz o a Il Miglio Verde, o a Sorvegliato Speciale, tutti e tre uguali nell’ambientazione, ma diversissimi nella storia (ho detto questi tre, ma potevo dirne altri venti). Nonostante ciò, tutti i “filoni” tendono inevitabilmente a deteriorarsi col tempo, portando nelle sale film già visti con cliché logori e abusati: tranquilli, non è questo il caso. Assolutamente,  non è questo il caso.

Cella 211 è un ottimo film, talmente buono che ci fa capire quanto ancora in Italia siamo indietro su questo genere,  rispetto ai nostri vicini. Non è un film banale. Sì certo, c’è la storia principale di un uomo normale che cerca di uscire da una situazione critica (non necessariamente a lieto fine, anzi), ma c’è anche dell’altro. Comunque, andiamo per ordine. Lui ve l’ho detto, è uno qualsiasi, silenzioso e mite,  con una vita tranquilla e una moglie, tranquilla anche quella (e discreta, che non guasta mai). Vuole solo un lavoro che gli permetta di mantenere la famigliola, a orari precisi, senza intoppi. Vivere sereno. Però è proprio quando succede il fattaccio che si svela la vera natura di Juan: leader carismatico e astuto, determinato, trascinatore (tanto da diventare pupillo, quasi amico, di Malamadre). Si confonde talmente coi detenuti da non riuscire più a capire la differenza tra prima e dopo, tra il Juan introverso e l’altro Juan. Quando poi sua moglie viene uccisa da una carica della polizia (era venuta al carcere assieme a tante altre persone perché aveva avuto notizia della rivolta alla televisione) la metamorfosi diventa totale, fino all’atto estremo, l’omicidio. Cella 211 è crudo, è nero: e fa riflettere. Sulla situazione delle carceri e dei detenuti (in Spagna come nel resto del mondo, anche da noi), sulla politica e sullo scontro col governo basco (nella storia del film, tre ex-terroristi ETA vengono usati come pedina di scambio dai detenuti per avanzare certe richieste). Il finale non ve lo dico, però merita tanto. Nota di merito anche  per il personaggio di Malamadre, veramente tosto e cattivo al punto giusto.

Voto: 7/8. Bella l’ambientazione. Bella la storia. Bello il finale. Serve dell’altro?

Vitellozzo.

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Snatch – Lo Strappo

Guy Ritchie, 2000, UK, 104minuti

Trama:  Le storie di tanti personaggi si intrecciano tra di loro, ruotando intorno ad un furto di un diamante, incontri clandestini di boxe, debiti, sparatorie, e un cane. Il tutto si svolge nelle strade di Londra tra i quartieri malfamati, i ricchi imprenditori della malavita, i disperati, e un clan di zingari.

Il Film: una commedia divertente e grottesca, il montaggio perfetto è quello dei  ritmi velocissimi che caratterizzano i migliori film di Guy Ritchie (Lock & Stock e RocknRolla sono praticamente identici come idea e sviluppo). Quei ritmi che il cinema italiano non riesce nemmeno a immaginare, perché noi bisogna sempre metterci i dialoghi carichi di pathos, la musica drammatica, la storia d’amore obbligatoria, si fa di tutto per rendere il film pesante. Qui la storia è geniale per come si incastrano le varie vicende dei protagonisti, e sebbene sia surreale, resta molto legata ad una realtà quotidiana in cui imperversa sempre la sorte, spesso contraria.

Il cast è ottimamente composto da Jason Statham, che si sveste dei panni di superduro per indossare quelli di un delinquentello, che cerca soldi tra slot machine e scommesse sul suo pugile Meraviglia, aiutato da Stephen Graham. Alan Ford è il boss della malavita, Testarossa. Benicio Del Toro è colui che per primo ruba il diamante, dando il via ad una serie di omicidi per il possesso della pietra. Dennis Farina è un gioielliere americano interessato all’affare che si farà aiutare da un immenso Vinnie Jones nel ruolo di Pallottola al dente Tony. Tanti altri attori giusti, ma tra tutti spicca sicuramente Brad Pitt, favoloso nella parte dello zingaro che non ne vuole sapere di perdere gli incontri truccati. Si dice che pur di prendere parte al progetto Pitt si sia notevolmente ridotto il consueto ingaggio milionario, regalando così un’interpretazione che ricorda l’arroganza e la follia di Tyler Durden in Fight Club.

Il film corre forte, senza pause, senza cali di tensione, anche grazie al rock inglese di sottofondo, alle battute divertenti, ad un’adrenalina ben dosata nella stravaganza della trama.

Voto 7.5: “Sapete com’è Londra…tè, nebbia, Big Ben, cibo di merda, tempo peggio, Mary scassapalle Poppins…Londra!”. Guy Ritchie originale e cinico per davvero, non come in Sherlock Holmes, che chiaramente però riscuote un successo mondiale.

 Capitano Quint

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Never Back Down – Mai Arrendersi

Jeff Wadlow, 2008, Usa, 115min

Trama: Se vi impegnaste a mettere insieme i più scontati luoghi comuni del cinema americano adolescenziale, non vi avvicinereste nemmeno alla trama di questo film. Prendiamo un ragazzo appena trasferito in una nuova città, chiaramente bellissimo e atletico, orfano del padre. Prendiamo un supercollege americano fatto di supersportivi e superagazze: con chi mai può fare amicizia Jake? Chiaramente con un ragazzo un po’ goffo sfigato e con la più bella bionda, che guarda caso è fidanzata con il “cattivo”, bellissimo e ricchissimo. Megafesta nella megavilla, e -come se fosse una cosa normale- per divertirsi si organizzano incontri di lotta clandestini; tanto divertimento, Jake si rifiuta, non sono qui per combattere, poi le prende dopo essere stato provocato sulla morte del padre. Ma la trama può essere ancora più banale. Jake trova il supermaestro saggissimo e espertissimo nelle arti marziali (Djimon Hounsou, l’unico attore). Difficoltà iniziali, ci si fa non ci si fa, il maestro è troppo severo, non si fanno risse per strada, viene cacciato, i due condividono alcune problematiche familiari, viene ripreso. Originale sequenza musicale in cui Jake in un mese di allenamento diventa imbattibile. Dal nulla viene fuori il solito torneo, di cui ovviamente campione indiscusso è il cattivo, il quale per convincere quell’altro disperato a partecipare fa la cosa più ovvia: manda all’ospedale l’amico innocente e indifeso. Serie infinita di banalità sulla vendetta, sul “non mi interessa vincere ma devo fermare la sua prepotenza”, scontro finale che addirittura si sposta per la strada facendo un po’ la brutta copia del già brutto quinto Rocky. Vittoria scontata, tutti contenti, il maestro torna dalla famiglia, il ragazzo si becca lei, è il meglio il numero uno mitico yeah. Fine.

Il Film: Il paragone viene automatico con Karate Kid…anzi non viene perché non c’è.

Voto:3 Il motto del film è qualcosa tipo “per essere il migliore, devi battere i migliori”, un po’ come non ci sono più le mezze stagioni, oppure chi la fa l’aspetti. Maestro Miyagi perdonali se puoi.

Capitano Quint

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