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Funeral Party

Frank Oz, Gb/Ger/Usa, 2007, 90 min.

Trama: Oggi è il funerale del padre di Daniel, uomo sposato che ancora vive con la madre nella villa di campagna, dove peraltro si terrà la cerimonia funebre. Nonostante l’impegno profuso per regalare al padre una cerimonia di addio degna dell’affetto che Daniel provava per lui, tutto va storto fin dall’inizio. L’arrivo della salma sbagliata è solo il primo passo falso verso lo scatafascio di un funerale che vedrà l’arrivo del fratello acclamato come grande scrittore che ci prova con una amica, uno zio bacchettone e sacrilego chiuso in bagno, un avvocato in trip da acidi salire nudo sul tetto, e un nano sospetto aggirarsi per la villa.

Il Film: Una delle commedie migliori che abbia visto negli ultimi tempi. Onesta, divertente, vivace. La prova vivente che le commedie non vengono bene solo ambientate a New York, con protagonisti 30enni dai lavori improbabili e pittoreschi, magari interpretati dai soliti noti, cari alle folle. Qui siamo di fronte a una pellicola low cost, con attori molti dei quali poco conosciuti oltre-manica, in una non meglio precisata campagna inglese. Penso che sia stata proprio la libertà di poter fare/girare che cazzo gli pareva, lontano dalle grandi produzioni asfissianti nelle loro richieste, che ha permesso a Oz di osare un po’ di più. Alcune scene sono esilaranti, ma quello che mi ha colpito è la costanza della risata; non ci si contorce in due/tre scene in tutto il film come cattedrali nel deserto, e poi calma piatta per i restanti minuti. Al contrario la storia ti tiene sempre lì lì col sorriso, fino alla fine. Non so quante altre commedie con sfondo una bara siano state girate nella storia del cinema, però bisogna dire che questa è riuscita proprio bene. Lo stesso registro linguistico, abbastanza colorito ma mai volgare, è solo la punta di una sceneggiatura ben fatta e pungente nei tempi giusti. Certo, si potrebbero dire due cosine sul finale, un po’ troppo caramellato, come sulla tacita accettazione da parte di tutti – moglie compresa – del passato del marito, un po’ troppo tacita in verità, però non li considero grossi nei, perché la storia funziona. Il regista è americano, ma la linfa è tutta british. Sul fatto che il film può non piacere perché si prende gioco di un momento sacro come una celebrazione religiosa non sto neanche a parlarne, l’accusa mi sembra veramente una stronzata. Per chi volesse girare un film divertente, leggero, e spassoso, prendere appunti prego.

Voto: 7. Di scene che hanno come protagonista una merda, spiaccicata, in faccia, addosso, ce ne sono centinaia nel cinema, però quando il povero disgraziato si lava la mano dagli escrementi dello zio Alfie, e girandosi, scopriamo che ce l’ha anche sul viso – a schizzettino, no a pezzi grossi, e sono gli schizzettini che mi buttano via – mi sono accartocciato sul divano.  

Vitellozzo.

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Zombie Strippers

Jay Lee, 2008, Usa, 94min

Trama: In un laboratorio chimico militare si disperde un virus. Un infetto riesce a scappare e a raggiungere un locale di spogliarelliste, dove….no via, c’è Jenna Jameson, la trama non ha senso.

Il Film: facciamo contenti tutti i grandi critici esperti di cinema sul web dicendo che il film è una merda. Per tutti gli altri, il film è ovviamente consigliatissimo, per due semplici ragioni: è un b-movie splatter, e c’è Jenna Jameson. Il b-movie splatter regala sempre gioie perché dà garanzie, sai già cosa aspettarti e quindi non rimani deluso: una recitazione imbarazzante da parte di tutti gli attori, personaggi stupidi, una trama inesistente al servizio di sangue e tette. E che tette, visto che ci troviamo all’interno di uno strip-club, in cui le ragazze, diventando via via degli zombie, hanno l’istinto di scatenarsi ancora di più, e poi mangiare i loro clienti. Il rapido decomporsi dei corpi, induce lo spettatore ad una naturale deviazione verso la necrofilia, e quando le ragazze sono ormai inguardabili mostri, gli sceneggiatori decidono di far arrivare una squadra speciale dell’esercito capeggiata da due tettone, così, tanto per ristabilire le cose.

Non può essere considerato un film decente, ma comunque sono apprezzabili gli effetti visivi ed il trucco degli zombie, tutto fatto bene, artigianalmente e grezzamente come è giusto che sia. Per i palati più fini, bisogna dire che Jenna è già nella fase anoressia + lifting, fase che ha rovinato decisamente la sua estetica divina e indiscutibilmente perfetta degli anni ’90, ma: 1­­- possiamo notare che anoressia e mutazione in zombie colpiscono la carne, ma non il silicone; e 2- c’è lei che balla nuda, ti morde, e te diventi zombie, quindi immortale. Problemi a riguardo?

Voto: 4 ai dialoghi, 4 alla sceneggiatura, 8 all’idea, 8+ a JJ.
Media 6, bono dai

Capitano Quint

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Roma

Federico Fellini, Ita, 1972, 120 min.

Trama: Roma vista dagli occhi di Fellini. Prima, un ritratto appassionato della Città Eterna così come appare a un giovane provinciale che la vede per la prima volta, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Poi, Roma negli anni 70’, tra rovine e modernità che avanza inesorabile, con tutte le contraddizioni di una città tra i due fuochi della tradizione e della nuova generazione di giovani, degli scontri di piazza e dell’amore libero.

Il Film: più che un film è un documentario. Fellini, continuando il suo viaggio nella memoria (come in Amarcord), mostra momenti di vita di una Roma (e di un Italia, soprattutto) che non c’è più. L’arrivo alla Stazione Termini e il soggiorno in una casa dove tutti si conoscono, condividono ogni spazio, tra bambini piccoli che piangono, un vecchio attore in disgrazia, e l’imitatore ufficiale di Mussolini. Il pranzo della Domenica, dove la famiglia si inginocchia per prendere la benedizione del Papa alla radio, tutti tranne il padre, che arrabbiato prende il tegame e se lo porta via. Poi, la cena giù all’osteria, da Gigetto, una delle scene più colorite: tavoli comuni, amatriciana, lumache di mare, musica, la filastrocca di una bambina che si conclude con  “’tacci vostra ‘a tutti quanti!” tra l’ilarità generale. Come già successo in Amarcord, trova spazio nel film anche Alvaro Vitali, ballerino di tip-tap in un cabaret, che per la sua esibizione riceve dal pubblico un gatto morto, “fattece ‘na pelliccia, a Fred Astaire!”, nobile precursore del Pollo bensoniano. L’avanspettacolo è in effetti, una scena memorabile, e anche malinconica, perché mi rendo conto che queste serate non ci sono più. Quando per un comico che non fa ridere (quindi tutti) oggi mandano dalla regia risate finte ad arte, prima era il pubblico l’unico sovrano: “t’ho detto d’annattene”, “ao, te ne devi d’annaa”, “fa’ conto che se semo divertiti e smamma va’”. Tutta la serata orchestrata dal presentatore un po’ robusto, preso di mira dai caciaroni,  “a’ rotolo de coppa!” “a’ bidone de mmerda!”. Bellissima anche la scena dello scavo per la costruzione della metropolitana, quando gli archeologi trovano un’antica casa romana intatta, affrescata. La esplorano per la prima volta, corridoi, statue, mosaici; si sente tutta la tensione, e le immagini trasmettono quella meraviglia propria di qualcosa di stupefacente che ritorna alla luce dopo millenni. E saranno proprio la luce, e l’aria, che entrando di prepotenza dal varco appena creato, distruggeranno  tutti gli affreschi e le statue, sotto lo sguardo attonito e disperato degli esploratori.

Roma è anche la città dei signori e dei cardinali, caduti già dalla metà del ‘900 in disgrazia e che tentano di riportare un po’ dell’antico splendore richiudendosi nei palazzi stantii e cupi, nella scena della Principessa Domitilla. Una vecchia zitella ricchissima ha organizzato nel suo palazzo una sfilata ecclesiastica, invitando cardinali e altri nobili decaduti: un’enorme passerella sulla quale sfilano vestiti farseschi e ridicoli di porporati, suore “volanti”, preti di campagna in bicicletta, e che si conclude con vesti dorate e luci accecanti, contraltare a una desolazione morale e una pena di cui la stessa Domitilla si rende conto nel suo monologo, una festa macabra dove trova spazio anche un baldacchino di teschi, che attraversa silenzioso la passerella, rivolto esso stesso a dei “teschi” vivi, che non si sono resi conto di essere ormai passato.

L’avete capito, il film non è altro che una sequenza di scene di vita, ora degli anni ’40, ora degli anni ’70, fisicamente slegate, indipendenti e autonome l’una dall’altra, ma legate dal filo del ricordo, ora felice, ora nostalgico, ora tragico, ora sarcastico, ora velato di pessimismo, ora di denuncia, che Fellini ritrae alla sua maniera, e cioè magistralmente. Che il film è un pezzo di Fellini è chiaro, visto che anche lui partecipa – nel ruolo di se stesso – in parecchie scene, e nel finale concede un degno saluto anche ad Anna Magnani, in quella che sarà la sua ultima apparizione cinematografica, che si congeda così dal maestro: “a Federì, va a dormì va’!”

Voto: 8,5. Roma è un capolavoro, e non so perché la critica lo consideri un film “minore” del Maestro, visto che non c’è  motivo. Il gioco di luci e ombre vale da solo il film: dalle rovine illuminate dai fari della macchina, al chiaroscuro dei monumenti nel caldo della notte romana. L’unica pecca, se proprio si vuole trovare qualcosa da biasimare, è il taglio dei camei di Albertone e Mastroianni, all’osteria, che come simbolo di quella romanità caciarona e allegramente disincantata, secondo me ci stavano bene. Ah già, le musiche son di Nino Rota,  tanto pe’garbare.

Vitellozzo.

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Al Lupo Al Lupo

Carlo Verdone, Ita, 1992, 115 min.

Trama: Carlo, Sergio Rubini, e Francesca Neri sono tre fratelli, figli di un famoso scultore. Il padre è sempre stato abbastanza assente nella loro vita, ma quando i tre ne perdono completamente le traccie decidono di partire insieme per cercarlo.

Il Film: boia Ca’, m’hai stupito. Così triste e malinconico, molto serio, con parti di commedia limitate a pochi sketch, e nonostante tutto devo dire che la storia, e la direzione sono sempre notevoli. Verdone per me è uno dei migliori in Italia a descrivere i rapporti e situazioni tra persone, con tutti i loro difetti (e questi tre fratelli di difetti ne hanno tanti), tanto appunto da costruire una storia che ha il pretesto della ricerca del padre, ma che in realtà è soltanto la scoperta di un rapporto perso tra fratelli. Tutti caratterizzati ed interpretati molto bene: Sergio Rubini è Vanni, un noto pianista, preso solo dal suo lavoro, egoista al punto da non aver nessuna relazione sociale, Francesca Neri è Livia, la più giovane con una situazione sentimentale caotica tra una figlia e un marito che non ama, ed un amante che la pressa. E poi c’è Carlo nello stesso ruolo di altri film: qui è Gregorio, un musicista fallito pieno di scuse, che ora fa il dj molto estroso in qualche serata disperata, con un disco quasi pronto che non esce mai (già entrata nella mia top ten Toccami, la sua hit: tocca tocca toccamelo, tocca tocca toccatela…la rabbia sociale, il ticket fiscale, m’han portato ad essere un grande maiale, tocca tocca toccamelo). Sì è un film serio, ma con Carlo si ride sempre per forza.

I tre quindi si ritrovano, e si scontrano per superare le invidie, gli asti, e i litigi, le falsità che contraddistinguono il loro rapporto, il tutto come spesso accade nei film di Verdone è sviluppato in un viaggio che non riguarda solo i kilometri fatti per ritrovare il padre (molto belle le scene nella casa al mare), ma più che altro è il viaggio di maturazione di ogni personaggio.

Voto 7: lieto fine un po’ caramellato, ma comunque giusto. Alla fine di tutto la morale sulla vita, sull’amore, sui rapporti, resta sempre la stessa, come espresso da Carlo: “fa un po’ come cazzo te pare”.

Capitano Quint

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Un Qualsiasi Film Di Fausto Brizzi


Trama
: prendi un secchio di merda, rovescialo su una storia d’amore: hai un film di Fausto Brizzi

I Film: ma chi è che ha scoperto il talento di Faustobrizzi (mi dà noia anche solo il nome), chi è il suo maestro? Da wikipedia: “Ha scritto inoltre una dozzina di film di grande successo (tra gli altri: Bodyguards, Merry Christmas, Natale sul Nilo, Natale in India, Christmas in love, Natale a Miami, Natale a New York, Natale in crociera, tutti per la regia di Neri Parenti)”. Potrei anche fermarmi qui. E invece Faustobrizzi dopo aver scritto tutte queste commedie che hanno permesso al cinema italiano di essere quello che è oggi, decide di fare il grande salto, basta, i film me li scrivo e me li dirigo da me, ecco, bravo Faustobrizzi, ottima idea. Opera prima: Notte Prima Degli Esami, va bene dai una cacatina per ragazzini spensierata ci sta, basta così. Invece insiste, è convinto del progetto e l’anno dopo, nel 2006, fa uscire Notte Prima Degli Esami Oggi. Seguono senza tregua Ex (2009), Maschi contro Femmine (2010), Femmine contro Maschi (2011), notare anche la ricerca del titolo. Tutti questi ovviamente sono successi incredibili al botteghino, che quindi portano Faustobrizzi a sfornare un capolavoro dopo l’altro. In tutti ovviamente c’è il magico triangolo lui-lei-l’altra/o, e in tutti come sempre sono molto curati gli ambienti, le tipiche case italiane per un ritratto della gente comune: enormi cucine, divani bianchi ovunque, giochi di vetri e specchi, immense tele alle pareti, chi non si rispecchia in un film di Faustobrizzi?

Siamo nel 2011 e Faustobrizzi decide di pisciare fuori dal vaso. Continua a scrivere per quel fenomeno di Neri Parenti, e gli viene proposto di scrivere la sceneggiatura di un film in particolare: Amici Miei – Come Tutto Ebbe Inizio. La profanazione è stata ampiamente criticata e boicottata, il progetto è andato avanti contro il volere del Maestro Monicelli e godo soprattutto per una cosa: questa merda è costata 15 milioni, e il caro Aurelio De Laurentis ne ha ripresi solo 3. Bene, c’ho piacere almeno tu la smetti, ci hai perso 12 milioni, ci godo. Al carissimo Faustobrizzi invece vorrei dire che non basta chiudere il film con un funerale e questi 4 disperati che continuano a fare la supercazzola. Il funerale del Perozzi è una cosa seria, quegli scherzi, le zingarate, quelle battute diventate un cult sono l’emblema di una comicità mai volgare, una comicità che te Faustobrizzi non sei nemmen riuscito a copiare, figuriamoci a scrivere.

7 commenti

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Manuale d’Amore

Giovanni Veronesi, 2005-2007-2011, Ita

Trama: episodi ed intrecci non riusciti

I Film: si alternano in questa trilogia attori come Muccino, Littizzetto, Bisio, Scamarcio, Rubini, Volo, Bellucci, Albanese, Placido, Chiatti, Buy, purtroppo per noi anche Verdone, e vari altri. Dico subito che mi rifiuto di parlare della presenza di Robert De Niro nel terzo capitolo: non è mai successo nulla, non c’è nessun episodio con lui protagonista, va tutto bene, grande Robert, resta in America. Allora, Giovanni Veronesi, regista di opere magnifiche quali le indimenticabili Che ne sarà di noi, o anche Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso, nonché sceneggiatore dei film di Pieraccioni (arriverà anche il tuo turno qui eh Leo), quindi insomma una mente eccelsa del cinema italiano, ci regala quelle che dovrebbero essere tre commedie su possibili situazioni amorose in Italia: l’abbandono, la crisi, la solitudine, etc etc… E guardando questi film ti senti proprio così, in crisi, solo, abbandonato. Quasi tutti gli episodi hanno un unico sviluppo, ovvero la trama portante del cinema italiano recente: c’è lui, c’è lei, c’è l’altra/o, lui va con l’altra, ma poi torna con lei. Se te vai da De Laurentis con un bozzetto così, un film è assicurato.

Momenti più bassi: vince il premio di più brutto l’episodio con Fabio Volo chiaramente, per un odio personale nei suoi confronti. Vince il premio fantascienza Monica Bellucci (bravissima lo stesso) nel ruolo della fisioterapista troia, “L’infermiera nella corsia dei militari” con Banfi era più credibile. Momenti più alti: merita un premio la spagnola al fianco di Verdone nel 2, Elsa Pataky, google immagini per credere. Ma poi nel 3 arriva finalmente l’apice, dopo ore di sofferenze vieni ripagato con forse 2 minuti di Carlo Monni, che con tutta la poesia e l’eleganza dice una frase del tipo “e ricordatevi che i Michelucci piscia ancora a cazzo ritto verso i cielo!”, grazie Monni, grazie come sempre.

Voto 4: Discorso a parte merita Verdone, io l’ho sempre amato alla follia e continuo a farlo, anche in questi film riesce comunque a farmi sorridere, però ultimamente c’è qualcosa che non va, non può continuare a fare queste merdate di film (e faccio notare che la parabola discendente è iniziata proprio da quando è De Laurentis a produrgli i film). Se una ragazza spagnola non ci è stata 30anni fa in Un Sacco Bello perché ci deve stare ora?

Capitano Quint

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Lei è Troppo per Me

Jim Field Smith, Usa, 2010, 104 min.

Trama: Kirk (Jay Baruchel) lavora come addetto alla sicurezza in aeroporto. E’ il classico nerd, bruttino e impacciato con le donne, dalla vita regolare e tranquilla. Un giorno conosce Molly, (Alice Eve), una donna bellissima e in carriera, proprio al check in dell’aeroporto. Colpita dalla gentilezza di Kirk (le riporta il cellulare che la ragazza aveva lasciato per sbaglio al controllo), Molly lo invita a uscire. Dopo una cena romantica, i due si mettono insieme, nonostante le perplessità suscitate da amici e familiari della coppia. Le differenze tra i due però sono troppo evidenti: riusciranno a far funzionare la loro storia?

Il Film: La storia è banale, o meglio, surreale: ragazzi, non fatevi illusioni, non esiste nella vita che una come Alice Eve s’innamori di uno come Kirk (strana e inquietante somiglianza con Bip Bip Ballerina, questa segnatevela). La storia della fica, delusa dai precedenti partner (super belli anche loro), decide di dare una chance a un povero disperato a caso (le bastano dieci minuti di conoscenza per decidere di invitarlo a cena) non è pensabile, se non appunto in una pellicola. Solo in un film, infatti, si può credere che una roba così funzioni e si realizzi; ma, a conti fatti, a questo servono i film, a farti sperare che i sogni esistano, anche solo per centoquattro minuti. Per quanto riguarda gli attori, nulla da segnalare, nel senso che non ne ho visti, di attori.

Il finale è scontato: essendo una commedia romantica nulla di strano, è scusabile e normale che ci sia un lieto fine (anche se qualche disavventura in più per il giovane Kirk sarebbe stata gradita e avrebbe sicuramente migliorato il film). Nonostante le premesse non siano troppo incoraggianti, devo dirvelo, il film non mi è dispiaciuto, anzi. Possiamo dire quello che ci pare, ma, alla fine della fiera, è sempre una soddisfazione vedere, anche solo in un film, che un povero cazzone riesce, nonostante le difficoltà, a rimorchiare una bionda incredibile. Del resto, come ho detto sopra, nella vita reale questo è un caso che si presenta una volta su dieci milioni (a essere generosi). Al di là di queste considerazioni, il film è divertente, o meglio, si ride in diverse scene, il che non guasta per una commedia. Scusate se è poco. Nota di merito per la scena col cane e con i genitori di lei.

 Voto: 6+. Al suo primo film il regista non l’ha fatta certo fuori dai’vaso. Partendo da un cliché fin troppo abusato nel cinema – nerd che conquista la fica con la semplicità e la simpatia – è riuscito a creare un film godibile, leggero, divertente.

Vitellozzo.

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Across The Universe

Julie Taymor, 2007, Usa, 131min

Trama: Siamo negli anni 60, Jude è un ragazzo di Liverpool che decide di partire per l’America. Qui troverà l’amore, Lucy, ma tra la guerra in Vietnam, i movimenti pacifisti, e i vari tumulti adolescenziali, la loro relazione avrà tanti ostacoli. Il tutto messo sopra ad una trentina di canzoni dei Beatles. Perché sì, purtroppo è un musical.

Il Film: Purtroppo è un musical appunto, mi rendo conto che è un mio limite, ma non ce la faccio: appena vedo i protagonisti di un film che iniziano a cantare e a ballare per strada mi si stringe lo stomaco.Ci sono chiaramente le eccezioni ma più che musical, sono veri e propri capolavori musicali, e sono Blues Brothers di Landis (1980), e The Wall di Alan Parker (1982). Diciamo che dalle risate con i fratelli Blues, dai toni cupi dei Pink Floyd, arrivare a questo Across the Universe, è un passaggio troppo brusco e violento. Quello che più mi ha sconvolto è come sia possibile ottenere i diritti di tutti i grandi successi dei Beatles, e decidere di farli cantare ad attori che ballano coreografati, invece di lasciare la versione originale come colonna sonora. E qui si crea il divario con i due capolavori prima citati che si avvalgono delle musiche originali dei maggiori artisti blues (e di Belushi) da una parte, e delle perle di Gilmour e compagni dall’altra.

Infastidisce solo il fatto che lui si chiami Jude (in modo che parta la canzone Hey Jude), e lei si chiami Lucy (incredibilmente accompagnata da Lucy In The Sky With Diamond), e che l’amica si chiami Prudence, che guarda caso a un certo punto si becca il momento musicale con Dear Prudence. Per non farsi mancare niente, c’è anche un amico nero che suona la chitarra benissimo (tra l’altro interpretato dal chitarrista Martin Luther McCoy, che è bravo sul serio) e una ragazza che canta ribelle l’amore libero, provando così ad evocare la coppia Hendrix-Joplin. Ecco, solo provando. In più c’è una trama veramente banale e squallida, che si riduce a lui ama lei, lei ama lui ma non può, si perdono, si ritrovano. E il cinema americano insiste ancora ad utilizzare la guerra del Vietnam e gli scontri dei pacifisti degli anni ‘60, come finta critica moralista alla guerra odierna in Medio-Oriente. Cioè cosa vuoi dire? Che le guerre ci sono sempre, chi ci rimettono sono i ragazzi reclutati, ma che alla fine l’amore vince su tutto??  Oh muoiono migliaia di ragazzi ma l’importante è che Jude torni sano e salvo, ritrovi Lucy, e che nel più banale dei finali si canti All You Need Is Love. Ogni tanto si inciampa in qualche personaggio famoso che non si sa bene cosa stia facendo come nel caso di Bono e The Edge, o che invece si sa benissimo cosa stia facendo, come Joe Cocker, che regala la miglior interpretazione del film nel ruolo di un barbone, che canta come solo lui sa fare Come Together.

Voto 4/5: è girato comunque bene, e ho apprezzato tanto la regista Julie Taymor per il suo lavoro Titus (1999, con Sir Hopkins), ma qui mi ha deluso, penso che avere a disposizione 33 canzoni dei ragazzi di Liverpool e fare un film del genere sia un’occasione sprecata.

Capitano Quint

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Giovani, Pazzi e Svitati

Harry Elfont – Deborah Kaplan, Usa, 1998, 93 min.

Trama: Megafesta per la fine dell’ultimo anno di liceo. Tutti gli studenti prossimi al college sono invitati, tra questi c’è anche Preston (Ethan Embry) che avrà l’ultima possibilità di dichiarare il suo amore ad Amanda (Jennifer Lowe Hewitt), la ragazza più bella della scuola, da sempre nei suoi desideri, ora che questa si è lasciata con il suo ragazzo belloccio. Attorno alla storia pilota ruotano poi altri personaggi che durante la serata avranno modo di riscattarsi dagli infausti anni di liceo.

Il Film: Devo dire che mi vergogno un po’ a mettere su questa recensione; una parte di me mi dice di non pubblicarla per mantenere ancora un poco di credibilità (se non l’ho già persa), l’altra purtroppo è quella parte che di film adolescenziali n’ha visti duemilasettecento, parte che alla fine ha prevalso, visto che state leggendo. Ok, già prima di vederlo sapevo che il film avrebbe fatto “ridere la merda”- come si dice a casa mia – però credo che ogni tanto ci voglia anche qualche vaccata tra un film serioso e l’altro, perlomeno per ricordarsi che in America le feste liceali esistono davvero, e che come compagna di banco puoi ritrovarti Jennifer Lowe Hewitt. Dovrebbe essere classificato come “merdina anni ‘90”, magari farò una nuova categoria dove i film idioti come questo troveranno spazio per esprimere tutta la loro pochezza, ma già questo gli darebbe l’importanza che non si meritano, quindi bon. Lo schema è quello: ragazzo timido, introverso, un po’ sfigato, ma comunque bellino, simpatico e con un cervello (ed è qui che la cosa non mi torna, il fatto che uno così non trombi, a dispetto del solito imberbe giocatore di football, che comunque è un buffone nel film), sogna da sempre di stare con la bimba (che è  sempre bellissima, ma anche intelligente e profonda, binomio irragionevole nell’universo). Insomma, possibile che in quattro anni di liceo uno non ce l’abbia fatta nemmeno a scambiacci du parole con una che comunque non è una stronza snob del cazzo? A dire il vero dal film sembra quasi che lei stessa disprezzi le sue amiche di sempre per la loro superficialità. Misteri della vita. Finale lacrimoso come da copione, colonna sonora ridicola come da copione, così come gli interpreti. Ottima performanssssss, invece, per le due ciotole della Jennifer, sempre in procinto di scoppiare per tutto il film, oscurando gli altri “attori”. Se non altro tengono  alto  il morale.

Voto: 4. Nonostante io sia un estimatore della Hewitt (la roba bbòna non si scorda mai) e nonostante le commedie americane adolescenziali non mi dispiacciano – non sono tutte da buttare, e comunque sempre meglio della roba che si fa qui da noi sui ragazzi – non posso non smerdare questo film. Troppi luoghi comuni, troppo banale, ma soprattutto troppo poco spazio alle bocce della Hewitt.

Vitellozzo.

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Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Carlo Verdone, 1992, Ita, 112min

Trama: Un critico musicale, esperto di rock, deve completare la biografia di Hendrix, ma è depresso, perché è stato lasciato dalla fidanzata. Entrato in analisi conosce Camilla (Margherita Buy), condividendo con lei l’ipocondria e la passione per i medicinali. I due si perdono a causa di un litigio, per poi ritrovarsi in Inghilterra, alla ricerca di Jimi, e di un amore impossibile.

Il Film: anche considerando altri film, in cui Verdone si esibisce in vari personaggi, questo resta uno dei suoi migliori lavori. E’ sempre lui, un po’ Mimmo, insicuro, ossessionato dai nomi dei farmaci, ma qui, grazie ad una storia molto carina, ci regala una piacevole e divertente avventura. Sono di parte, a me Carletto fa ridere sempre, perché soprattutto in questo tipo di film, come Sono pazzo di Iris Blond, Acqua e Sapone, e Compagni di Scuola, dove interpreta un uomo normale, con le sue paure e le sue uscite in romanesco, i suoi dolori d’amore e le incazzature, lo trovo riuscitissimo come attore, regista, e sceneggiatore. Al suo fianco in questa commedia, una splendida Margherita Buy, completamente schizzata, con una situazione sentimentale e mentale a pezzi. E’ perfetta, non so se anche lei, come Verdone, è realmente così, ma quando tirano fuori la sacchettata di medicinali, sembrano comicamente a loro agio. Veramente brava in queste vesti, in cui purtroppo non la vediamo spesso, perché anche lei si è un po’ persa nei film italiani più melodrammatici. Se a tante risate, ci aggiungiamo un viaggio in Inghilterra e la chitarra di Hendrix di sottofondo, viene fuori una gran film. E poco importa alla fine se la storia d’amore è romanticamente banale, tra allontanamenti e riavvicinamenti, questo film riesce con leggerezza a non impostare lo svolgimento sul sentimento, ma più che altro sulla tragicomica condizione comune di Camilla e Bernardo.

Le scene divertenti sono svariate, ma si può notare anche una riflessione di fondo sulla psicoanalisi, tema ripreso anche in Ma che colpa abbiamo noi. Di fatto le sedute risultano inutili per entrambi i protagonisti, e a aiutarli è in realtà la relazione di “amicizia” che nasce tra i due, una relazione fatta di sfoghi, di cazzate, di svago, e anche di litigi. Ma soprattutto a Verdone va il merito di aver affidato l’apertura del film a un grande uomo, un artista infernale, un profeta per noi mortali: Richard Benson, che ci disseta con pochi secondi di assolo demoniaco alla chitarra. Grande Carlo, grande Richard.

Voto: 7/8 “Hendrix??lo psichiatra tedesco?”

Capitano Quint

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Amici, amanti e…

Ivan Reitman, Usa, 2011, 108 min.

Trama: Emma (Natalie Portman) e Adam (Ashton Kutcher) si conoscono fin dall’infanzia, quando lei, quattordicenne, al campeggio respinge Adam, impacciato e goffo. Da adulti, anni dopo, s’incontrano per caso e finiscono a letto insieme. Decidono di avere una semplice relazione “tra le lenzuola”, senza coinvolgimenti emotivi, tra i ritagli di tempo che le loro carriere comportano. Scopriranno che i loro propositi non sono così facili da realizzare..

Il Film: Se qualcuno di voi si sta chiedendo come mai il cinema americano è entrato in crisi, questo film è la risposta: mancano storie, storie nuove. Sceneggiature scritte con i piedi per film da Blockbuster (ora più nemmeno quello, visto che sta chiudendo ovunque, bah).

In “Amici, Amanti e…” è tutto già visto, la solita storiella romantica un po’ melensa tra due superbellocci del cinema che non aggiunge nulla a film dello stesso genere. Possono due amici fare sesso senza compromettersi dal punto di vista sentimentale? No cazzo, no. Non c’è bisogno di farci un film sopra, lo sappiamo già come va a finire (non ve lo dico giusto per rispetto di chi non l’ha ancora visto, anche se spero vivamente che troviate qualcosa di meglio da fare). Battute scontate, non si ride mai, mai nemmeno per errore. Brutto, brutto. Un capitolo a parte meritano poi gli attori. Mentre per quanto riguarda la mascella di Kutcher, si può dire che il ragazzo più di così non può dare, non ce la fa, molto di più mi sarei aspettato da Natalie Portman. Mi sorge un dubbio: non è che gli Oscar li regalano? No perché, se al suo posto ci avessero messo un’attrice di Centovetrine, non avrei notato la differenza.

Voto: 4,5. C’è di meglio in giro dello stesso genere, e per fortuna non bisogna fare una gran fatica per trovarlo.

Vitellozzo. 

 

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Just Friends – Solo Amici

Roger Kumble, Ger/Usa/Can, 2005, 96 min.

Trama: Chris (Ryan Reynolds) è un adolescente obeso, bruttino e un po’ sfigato, innamorato follemente della sua migliore amica, Jamie (Amy Smart, simpatica la ragazza), la più carina della scuola. Consapevole però delle scarse possibilità di successo, si è sempre accontentato di fare l’amico del cuore pur di starle vicino, fin quando una sera, alla festa di compleanno della ragazza, non decide di rivelarle i suoi sentimenti con una dedica sull’annuario, che viene intercettata puntualmente dai suoi compagni di scuola. Così, Chris viene umiliato dai ragazzi e scappa in lacrime dalla festa, decidendo subito di andarsene dalla città.

Dieci anni dopo lo ritroviamo un bel ragazzo, di successo nel lavoro e con le donne. Per uno scherzo del destino dovrà tornare nella sua città natale e fare i conti con i fantasmi del passato, Jamie compresa.

 Il Film: Ve lo dico subito: Ryan Reynolds non mi piace. Non mi piace come persona perché ha la possibilità di trombarsi le superfiche dello spettacolo: Dio gli ha dato troppo, e troppo poco a tutti gli altri. Non mi piace neanche come attore, perché non è un attore. Se l’interpretazione del Chris adolescente può essere appena passabile, ciò non vale per il Chris “fighetto”, dove è palese che il comportamento grottesco del personaggio – che non riesce nonostante la sua esperienza con le donne a non essere impacciato con Jamie, fin quasi al ridicolo – non è proprio credibile.

Detto questo, il film è carino: chi non si è ritrovato nei panni di Brander almeno una volta nella vita, tentando in tutti i modi di attirare l’attenzione della figa di turno che non ti caca nemmeno di striscio? L’elemento del riscatto, della vendetta maturata negli anni, che si palesa nel nuovo Chris, bello e sicuro di sé, è ben riuscito, ed anche se il lieto fine è palesato fin dall’inizio, il film è godibile, con alcune scene che, se non ti fanno sbellicare, sono comunque piacevoli.

 Voto: 5.5. Non guardate il voto: l’insufficienza c’è solo per la presenza di Reynolds. Commedia che ha un senso (e già questo è una gran cosa), attori non eccelsi, ma non troppo ridicoli, buona la prova di Anna Faris. Un film senza troppe pretese. Siamo lontani da Cruel Intentions (pellicola girata dallo stesso Kumble) ma, tutto sommato, 96 minuti del nostro tempo gli si possono anche dedicare..a patto che non si odi Reynolds (come il sottoscritto).

Vitellozzo. 

 

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A/R Andata + Ritorno

Marco Ponti, Ita, 2004, 96 min.

Trama: Torino. Le vite di Dante (Libero De Rienzo), fattorino dalla vita miserabile, e Nina (Vanessa Incontrada), hostess di linea, s’incontrano per uno scherzo del destino. S’innescherà una serie di dinamiche che porteranno…mmh, che porteranno a una cagata colossale di film.

Il Film: Non so neanche da dove cominciare. E’ una merda. Uso una battuta della sceneggiatura per rendere meglio l’idea: “Come ti senti?” – “Come se mi fosse sceso il cervello nel culo”. Più o meno mi sento così dopo averlo visto.  L’intento è di demolirlo senza pietà, il che sarebbe piuttosto divertente, ma in pratica si demolisce da solo. Sulla carta (igienica) è una commedia, solo su quella però, perché c’è la storia d’amore, assolutamente surreale, e poi un furto “collettivo” da compiere per restituire dei soldi a dei cattivi, sullo stile di Ocean’s Eleven, tanto per non farci mancare nulla, della serie buttiamo dentro un po’ di tutto così si guarda di accontentare più gente possibile. Se poi alla fine diventano tutti superricchi tanto meglio. Roba da pazzi. E poi si parla di rinascita della commedia in Italia, ma smettetela di ragionare d’aria fritta e ricominciate a scrivere storie credibili, che così si va poco lontano.

Leviamoci il dente subito, vi dico gli unici due elementi positivi del film: il primo è De Rienzo – in questo caso sono assolutamente di parte – che nel ruolo di quello sfavato coi problemi, che prende tutto sottogamba con sarcasmo e cinismo, mi garba sempre tanto. Il secondo, strano a dirsi, l’Incontrada, ma non perché recita bene (in realtà non recita), solo perché ci sta bene, è bellina da vedere. Basta. Questi erano gli elementi positivi. Troppo pochi. Ah sì, per i fan più sfegatati, c’è anche Kabir Bedi. Alé.

Andiamo con ordine. Lei è una hostess, che rimane bloccata a Torino per un mega-sciopero generale, non potendo così ripartire per la Spagna. Ora, possibile che non ci sia nemmeno un posto libero in nessun albergo/bed&breakfast/ostello/eventuali amici, insomma nulla, e che l’unica possibilità sia di andare a stare in un appartamento di uno che non hai mai visto (De Rienzo, che è partito), in un quartiere malavitoso e sudicio, portata lì da un fattorino dell’albergo conosciuto dieci minuti prima? Ancora però siamo lontani dall’apoteosi, sennò sarebbe solo un film brutto, invece va oltre. Questa disperata si sistema li. Uno penserà “vabbè è una sistemazione di fortuna, poi andrà via”.  Sì, poerino. Questa, non sapendo cosa fare, piglia e sistema la casa, la ridipinge tutta, la riordina, si mette a leggere i diari di De Rienzo (ma quanto dura questo sciopero?), e, udite udite, s’innamora di lui, così, di botto, s’innamora sulla parola, senza averlo mai conosciuto. Ma non è finita. Quando lui torna a casa, non si accorge di nulla – cambiamenti inclusi – si mette a letto, e bum, lei si gira lo vede e trombano come ricci. E’ normale, no? Io torno a casa, la sera, mezzo sbronzo, mi infilo il pigiamino, entro a letto e mi fo la Vanessa, senza chiedermi che cazzo ci faccia, nulla, così. De Rienzo però è scappato per un motivo, deve rendere dei soldi che non ha a dei criminali di quartiere, che son tutti torinesi, sembrano un gruppo di scout in gita, fanno i duri tanto per fare, i criminali folcloristici che non sparano mai, che non picchiano mai, che alla fine lo prendono anche in tasca perdendo tutti i loro soldi, con la coda tra le gambe. Come fa il nostro eroe a recuperare i dindi (25.000 euro) per pagare questi qui? Semplice, si fa aiutare dagli amici, tutti bravi ragazzi, ricettatori e mezzi criminali. Ovviamente lo aiuta anche lei, hostess nei giorni feriali, che si riscopre ladra durante gli scioperi. Conosci uno da due dico due giorni e per fargli piacere lo aiuti in un furto. Ditemi voi se è normale. Ditemelo. Ovviamente c’è una cassaforte da scassinare (soldi dello stesso strozzino criminale che rivuole i 25.000); a chi chiedere consiglio se non al caro babbino rinchiuso in carcere per furto, uno sprecato Remo Girone che la prende easy, come se fosse una cosa normale che il figlio sia criminale?

Insomma, alla fine, tutto si mette a posto, il furto riesce, il ganzo paga i criminali (con i loro stessi soldi, a loro insaputa), il colpo “frutta” più di quello che ci si aspettava (200.000 euro a cranio). I criminali, gabbati dalla banda improvvisata, penseranno di essere stati derubati da dei terroristi islamici (comunissimi a Torino). Ora, direte, manca solo la scena di loro due che se la godono, magari in un posto esotico, sempre trombando come ricci. Invece no! Incredibile fino alla fine. Lei prende, e appena finisce lo sciopero, se ne va. 

Io sto ancora smascellando. Non mi sono ripreso dallo shock. Film Assurdo. Mai vista una roba così.

 Voto: 3. Con Santa Maradona  Ponti non mi era dispiaciuto, anzi. Ma qui siamo alla frutta, film orribile. Come se non bastasse la merda del film, il regista ha pensato bene di metterci due/tre battute sul Governo di quel periodo (Berlusconi) e sulla situazione politica (guerra in Iraq, armi di distruzione di massa), che fa sempre radical chic (shit); non ho ancora capito il senso. Non ho ancora capito se Ponti sia un regista.

Vitellozzo.

 

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Compagni Di Scuola

Carlo Verdone, 1988, Ita, 118 min.

Trama: A quindici anni di distanza dall’esame di maturità, ex-compagni di liceo si ritrovano in una lussuosa villa per trascorrere lì la serata, fino al mattino successivo. L’incontro con i vecchi amici si rivelerà per ognuno di loro molto amaro, fatto di rancori mai sopiti, cattiverie, paure e delusioni represse.

Il Film: Il migliore di Verdone, oltre a essere uno dei miei preferiti in assoluto. Come sempre fa l’unica cosa giusta da fare quando si vuole creare un film bello: attingere dalla realtà quotidiana, dalla vita normale di un uomo normale. Non servono storie fuori di testa o sceneggiature di un certo tipo, basta solo rifarsi alla vita vera  e affidarsi al talento di un fenomeno come il buon Carlo.

Il traino del film è un tema classico, quella del ritrovo dei vecchi compagni di liceo è una situazione che alla fine tutti devono affrontare nella vita, che accomuna tutti, che riporta esperienze belle per alcuni, quanto deludenti e deprimenti per altri (molti). Che Compagni di Scuola tenda più verso questa seconda conclusione si nota subito. E’ un film amaro (elemento molto presente nelle commedie di Verdone). Dietro le battute e i momenti esilaranti di ciascuno dei personaggi, si cela un pessimismo di fondo che ripercorre tutta la pellicola, fino al finale, anch’esso nero. Figure come quelle di Fabris, deriso dai compagni per il suo decadimento fisico nel corso degli anni (“tu c’hai avuto ‘n crollo, de’ottavo grado dea scala Mercalli però!”, “questo è da denuncia, uno non se po’ presentà così a’ na festa, deve mandà ‘n certicifato”), o di Ciardulli, uno splendido De Sica, cantante fallito (collant, collant, mi fanno diventare pazzo i tuoi collant – samurai d’argento), o ancora del burino Finocchiaro, irrispettoso e cinico (fa spogliare uno di loro accusato da lui stesso di avergli rubato dei soldi), fanno da comprimari a un Verdone/Ruffolo che ci presenta come sempre un personaggio speciale. Bello perché autentico, insicuro, iperteso, schiacciato e oppresso da una vita che non è la sua, da una moglie che lo avvilisce, da un figlio con cui non ha rapporti, un uomo che cerca di scappare da questa realtà costruendosene un’altra migliore con una sua allieva.

Il finale è nerissimo. Lo scopo del ritrovo era banale, lo dice la stessa Federica (Nancy Brilli, che ha organizzato la serata): tirare le somme e le sottrazioni della propria vita, vedere com’è andata agli altri, vedere se ce l’hanno fatta, se sono cambiati/migliorati. La risposta a questa domanda è altrettanto banale: no. Finocchiaro è sempre il solito cinico materialista, Valenzani un politico corrotto e cocainomane (Massimo Ghini, l’unico vero “cattivo” del film), Lepore e Santolamazza (bravo Benvenuti nella parte del finto paralitico) sempre crudeli e irrispettosi, Postiglione sempre logorroico e noioso, Valeria e Luca, seppur divorziati, incapaci di cambiare. L’unico che alla fine “cambia” è proprio Ruffolo: perde macchina, moglie e amante in una sola sera (la ragazzina è vittima di un abuso da parte dello stesso Valenzani). La mattina, quando tutti se ne vanno dalla villa, er Patata si ritrova solo, di ritorno a una casa che non c’è più, a una vita che non c’è più. Non gli resta che fumarsi ciò che resta del mozzicone di una sigaretta, ciò che resta della sua vita, e avviarsi, a piedi, verso un futuro quanto mai incerto. Tutto rimandato tra altri quindici anni.

Voto: 7/8. Solo i personaggi di Finocchiaro e Tony Brando basterebbero per avere una buona commedia; se poi ci aggiungi un Patata eccezionale, un Postiglione esilarante, un Santolamazza irriverente e un Frabris che c’ho ni cuore, il film diventa splendido.

Vitellozzo.

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Santa Maradona

Marco Ponti, Ita, 2001, 95 min.

Trama: Torino. Il neolaureato in lettere Andrea (Stefano Accorsi) divide un appartamento con Bart (Libero De Rienzo). Entrambi passano le giornate così come vengono, l’uno cercando un lavoro che non arriva mai, sempre scartato ai colloqui, l’altro cazzeggiando. Andrea vive nella noia e nella routine quotidiana, quando arriva Dolores (Anita Caprioli). I due s’innamorano, poi arrivano le solite incertezze, che mettono in crisi la coppia e lo stesso Andrea, che si interroga sulla sua vita…

Il Film: Primo. Non è un film su Maradona o con Maradona come attore (anche se sarebbe stato bello, ovviamente), il Pibe è soltanto nei titoli iniziali del film (il senso mi sfugge). Secondo. Accorsi. Io non so voi, ma non ne posso veramente più di vedere sempre lo stesso personaggio che gli appiccicano addosso, quello irrequieto coi problemi, sempre con quella faccina di uno che gli scappa da cacare ma non gli scende. Potevano metterci  l’Accorsi di Radiofreccia e avrebbero avuto lo stesso risultato. Tralasciamo il fatto che, secondo me, è anche molto sopravvalutato, ma sono sicuro che qualcosa in più avrebbe potuto fare. Terzo, i dialoghi. Una delle poche cose buone del film. La sceneggiatura mi piace, su diverse battute si ride anche (grazie soprattutto a De Rienzo che qui è nel suo centro), rimane però troppo parlato, si fanno troppe seghe mentali. Quarto. Il finale. Non mi è piaciuto. Cazzo,  novantacinque minuti per capire che non si può stare tutto i’giorno a giocare a squash contro il muro del salotto  mi sembrano tanti…ne bastavano venti. Nota di merito per le musiche, azzeccate e ben inserite nella storia.

Voto: 6. Non me la sento di bocciare il film, soprattutto mi dispiace non potergli dare di più, perché il potenziale per essere una buona pellicola c’era tutto. Però è incompleto, la storia è sfruttata male e alla lunga diventa noioso. Peccato.

Vitellozzo.

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La Ragazza Della Porta Accanto

Luke Greenfield, Usa, 2004, 100 min.

Trama: Storia di Matthew (Emile Hirsch), studente modello all’ultimo anno di liceo, la cui vita è messa sottosopra dall’arrivo di Danielle (Elisha Cuthbert), sua vicina di casa.  Il ragazzo (poerino) se ne innamora perdutamente, e anche la bimba pare non disdegnare le attenzioni e i modi, seppur goffi, che Matthew le riserva. Tutto sembra andare per il meglio, ma Danielle nasconde un segreto: è un astro nascente del porno.

Il Film: L’America è il paese dei teen-movie. Da quelli ambientati nei college (vedi Amercian Pie e simili) ai film liceali, ai telefilm per teenagers, ai telefilm nei licei, ai telefilm nei licei sui teenagers che guardano film sui teenagers. Ce ne sono decine di film che parlano della vita dei ragazzi nelle scuole, alcuni fanno cacare, altri se la cavano (ma fanno ugualmente cacare) , altri, invece, escono dal gruppo per qualcosa di diverso, fermo restando che il classico “ballo della scuola” è un elemento imprescindibile, non può mai mancare, un po’ come il “fottuto bastardo” o “brutto sacco di merda!” nei film d’azione made in US. Comunque, “La ragazza della porta accanto” appartiene a quest’ultimo gruppo.  Intendiamoci,  non siamo di fronte a una rivoluzione epocale nel genere, però almeno la storia è un po’ diversa dal solito, e questo basta, quando si ha a che fare con commedie semplici e senza pretese. In tutto questo, le critiche nate all’uscita del film sul fatto che il tema della pornografia fosse trattato in maniera non adeguata per un pubblico giovane, sono veramente ridicole e il perché ve lo dico subito: i ragazzi non hanno bisogno di guardare questo film per entrare “in contatto” con il mondo del porno. C’è già un modo. Lo sapete tutti qual è.

Come avete letto sopra, la trama è quella che è  e gli attori sono quello che sono: Emile Hirsch l’ho visto meglio in altre pellicole (cioè meno ridicolmente scarso al limite dell’arresto) e la Elisha bella, bella e…mmmh..boh…lo ammetto, non sono stato granché attento a come ha recitato (ha tante altre qualità neanche troppo nascoste). Tenetevi forte. Per qualche motivo, sconosciuto tuttora anche a me, mi è piaciuto. Saranno state quelle due-tre scene da bollino rovente..

Nota a margine: è un sacrilegio, un delitto capitale, infilare nel finale del film, come colonna sonora, una splendida canzone degli Who, che ora sarà associata per sempre al film.

 Voto: 6. A prima vista può sembrare un filmetto semplice, ma sono sicuro che se lo si guarda per bene, oltre alla solita retorica buonista americana sul credere in se stessi e nelle proprie possibilità, no vabbè,  rimarrà comunque un filmetto semplice.

Vitellozzo

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Old School

Todd Phillips, Usa, 2003, 91 min.

Trama:  Mitch, Frank e Beanie sono tre uomini ormai adulti dalla vita ordinaria e tranquilla, che si svolge tra il lavoro, la famiglia e le rispettive ragazze/mogli. Quando però Mitch (Luke Wilson) lascia la sua ragazza, ed è costretto a traslocare, trova un alloggio a buon prezzo in un campus universitario. Beanie (Vince Vaughn)  vede tutto questo come un’opportunità per divertirsi e tornare ai “fasti del passato universitario” (perché in America all’università ci si diverte come Dio comanda)  e comincia a fare feste nell’appartamento di Mitch. Il rettore del campus –  vecchio nemico dei tre mattacchioni –  non ci sta e minaccia di cacciare quest’ultimo. Tutto sembra perduto, quando a Beanie  viene in mente un’idea incredibile: fondare una confraternita..

Il Film: Non fatevi ingannare dalla trama semplice e demenziale. Ok, il film è effettivamente semplice e demenziale, come tutti i film di Phillips del resto (vedi Road Trip, Una notte da leoni, Parto col folle ecc…) , ma è divertente e questa è l’unica cosa che conta nei college movies. Il fatto che la prospettiva questa volta non sia dalla parte degli studenti, ma da quella di uomini adulti prossimi ai quaranta, rende tutto più interessante. Scelta non facile, se si considera che questo genere di film il più delle volte è rivolto ad un pubblico piuttosto giovane. Alcune scene sono esilaranti, grazie anche al personaggio di Frank (ottimo Will Ferrel, che di solito non ha mai ruoli che lo facciano rendere al meglio).

 Un discorso a parte merita la “confraternita”: fantastica, si va dai ventenni agli ottantenni, bellissimo il reclutamento (Master of Puppets come colonna sonora ci sta da Dio) e bellissimi i personaggi del buon vecchio Blue (ascoltare Dust in the wind non sarà più lo stesso da oggi) e Winzi (perché il ciccione nero pacioccone in questi film è d’obbligo), senza i quali Old School sarebbe stato probabilmente un fiasco. Anche il “cattivo” è ben caratterizzato, il rettore Pritchard, quel vecchio bastardo (Jeremy Piven), forgiato dalla rabbia per le angherie subite da studente.

Come in tutte le commedie c’è spazio anche per una “storiellina” d’amore, anche se appena accennata; la figa in questo caso è Ellen Pompeo, la dottoressa di Grey’s Anatomy: meglio che si rimetta il camice.  Anche la colonna sonora è di un certo livello (Metallica, Whitesnake…), tanto meglio.

 Voto: 7. Nonostante il filone dei college movies, sia stato, ormai, quasi completamente sfruttato, è bello ogni tanto vedere che si riesce ancora a tirare fuori commedie divertenti. Sia chiaro, il film è tanto tanto lontano da mostri sacri del genere, vedi Animal House, ma è anche tanto tanto lontano dalla banalità di filmetti come American Pie. Per fortuna.

Vitellozzo

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La Versione Di Barney

Richard J.Lewis, Can-Ita, 2010, 132 min.

Trama: Tratto dall’omonimo romanzo di Mordecai Ritchler, il film ripercorre la vita dissoluta e fuori di testa di Barney Panofsky (Paul Giamatti), produttore cinematografico ebreo che vive a Montreal, reduce da tre matrimoni falliti, sbronze colossali, avventure strampalate, e  l’accusa di omicidio del suo migliore amico Boogie. Dopo anni di silenzi, all’uscita del libro del detective O’Hearne (Mark Addy), che lo accusa della morte di Boogie (Scott Speedman), Barney decide di dare la sua versione dei fatti, di come andò veramente quel giorno sul pontile, considerazioni che lo portano a rivivere il passato, tornando indietro coi ricordi agli anni della sua esistenza sopra le righe..

Il Film: Poteva essere un ottimo film. Il potenziale c’era tutto. Voglio dire, il romanzo di Ritchler è coi contro cazzi, è divertente, si legge tutto d’un fiato; il personaggio cartaceo di Barney è sarcastico, ironico, assolutamente politically-scorrect, pronto a ridere della vita come della morte, cinico fino al midollo, sempre col bicchiere in mano come se fosse un prolungamento del suo corpo e della sua mente.

Tutto questo, mi dispiace per Giamatti, (forse la colpa è degli sceneggiatori, o meglio del regista), non si vede. Manca totalmente di quella personalità, di quell’umorismo yiddish, che ha fatto la fortuna del romanzo. Menomale che c’è Dustin Hoffman (il padre di Barney) che addolcisce la pillola del mio giudizio sul film: perfetto nel ruolo del padre poliziotto in pensione, che racconta oscenità ai genitori della sposa (di Barney) e prende la vita sempre sottogamba – tanto rispetto per la sua morte (cinematografica). Se Giamatti fosse stato come Hoffman e Hoffman fosse stato come Hoffman, allora avremmo visto un altro film, sicuramente migliore. Buona, invece la prova di Rosamund Pike (Miriam), che comunque è un gran bel pezzo… di attrice.

Quello che è mancato al regista, secondo me, è anche il tempo del racconto, il ritmo della storia: non c’è suspense. La verità sulla morte di Boogie, che nel romanzo si scopre proprio alla fine, anche in questo caso si percepisce nel finale, ma solo come un dato di fatto, come se fosse la cosa più ovvia.

Voto: 6 +. “La versione di Barney” manca di personalità. Voglio una versione migliore di questa “versione”.

Vitellozzo

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