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A Field In England

Ben Wheatley, 2013, UK/Irl

urlTrama: 1687, un campo in Inghilterra, ci sono d…senti io non ho capito di preciso di cosa parla, però è bello. Parecchio.

Il Film: Inizia con la scritta “Attenzione il film contiene immagini lampo stroboscopiche che possono creare danni a persone…” Bene no?
Tutto in bianco e nero, riprese lente tra l’erba e i cespugli della campagna inglese. Costumi perfetti, pistole e moschetti stupendi, e soprattutto un grandissimo realismo.

Se siamo durante la guerra nel 1600, la gente deve essere sudicia, coi denti neri.
Se uno viene colpito alla gamba, si deve vedere il pezzo di gamba che parte.
Se c’è da scavare una buca, si scava con una pala del ‘600.
Se uno ha un’infezione al cazzo, si deve vedere il cazzo con l’infezione.
Ecco in questo il film è perfetto, quasi maniacale nella cura dei particolari, e dell’inquadratura.

Non posso però negare un po’ di difficoltà nel seguire la narrazione degli eventi. Vuoi per i dialoghi filosofici, vuoi perché tocca vederlo coi sottotitoli (perché non vorrete mica che un film del genere lo facciano uscire in Italia vero? Magari tra qualche anno), vuoi per la storia che a mio avviso si perde un po’ nel finale. Insomma non facilissimo da comprendere.
Resta affascinante ed interessante da un punto di vista di stile. E poi a circa metà di film arriva la sequenza di immagini stroboscobische, tagli geometrici, lampi di luci e ombre, assolutamente magnifica, magica, surreale.

Voto: 7,5. da vedere per forza. Dà speranza a tutto il cinema.

Capitano Quint

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Ex Drummer

Koen Mortier, 2007, Bel

39779Trama: il marcio. Una band punk, poco band e molto più che punk, ha bisogno di un batterista, e si rivolge ad un famoso scrittore, il quale vede la possibilità di una storia interessante. Caratteristica principale della band è che tutti devono avere un handicap: che sia un braccio bloccato, una perversione violenta verso le donne, l’omosessualità, o più che altro il non saper suonare.

Il Film: c a p o l a v o r o.  No via capolavoro no, però…però per me è un gioiello. Purtroppo mi fanno impazzire i film marci, sudici, con geniali trovate, e con una colonna sonora ancora più sudicia e geniale, e attori brutti come la fame.

C’è chi lo ha definito la versione estrema di Trainspotting, altri solo una brutta copia, oh magari se smettete di cercargli etichette e ve lo godete vi accorgerete della sua grandezza.
Ancora più della storia (perversa) a far rimanere a bocca aperta sono le scelte del regista, la sequenza iniziale con loro in bicicletta mandata al contrario, lo skinhead che in casa sua cammina sul soffitto, l’interno della vagina della donna di Big Dick (“…soprannome un cazzo, donna fagli vedere! …vedi questo, l’ho fatto io, ora usciamo, sta per pisciare”).

E’ un film che mette a disagio. Non sai se ridere, provare ribrezzo o pena. Una periferia devastata, case che sembrano porcili, un padre che si caca addosso perché legato a letto, uno che fotte la madre dell’amico (Bozzone docet nda), e questo fascistone di scrittore che invece di togliere dalla merda sti tre disperati, li fa affogare definitivamente.
Un solo concerto, una sola canzone (la significativa Mongoloid), e la distruzione totale di tutto. Ridi per le parolacce e gli sketch? Beccati sta strage finale, non c’è proprio un cazzo da ridere. Rimango in silenzio, a disagio, sto male. Ma che cazzo di film immenso.

Voto 7/8. Come spesso accade, sti registi sconosciuti, con due lire in tasca, tirano fuori vere perle, ammirate questi titoli di testa:

Capitano Quint

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C.O.G

Kyle Patrick Alvarez, 2013, Usa, 88 min.

Trama: David è uno stronzetto arrogante appena laureato a Yale, che, assieme alla sua amica Jennifer (un po’ zoccola) – decide di provare la dura vita del lavoro dei campi, e se ne va in un posto dimenticato da Dio nel Sud degli Stati Uniti, a raccogliere mele. L’impatto con il nuovo ambiente si fa subito sentire, soprattutto perché David (pardon, Samuel, il ragazzo crea una falsa identità) si rende conto di essere un ateo convinto in un feudo cattolico. Di più. Si rende conto di essere un gay, ateo convinto in un feudo cattolico.

Il Film: Avendo letto qualche entusiastica recensione, l’impressione che ho avuto alla fine del film è stata, però, meno entusiastica del previsto. C.O.G (Child of God, ndr) aveva tutto il potenziale per essere un ottimo film,  per dare un valido contributo a tutto quel filone cinematografico che si confronta con la religione, che contrappone due visioni della vita diametralmente opposte, quella di un ateo, per di più istruito in un dei migliori college del paese, e quello di una piccola comunità chiusa che vede nell’andare alla messa la domenica una necessità per affrontare la vita nel modo giusto. C.O.G vivacchia per novanta minuti su questo ragazzo, che arriva lì con le risposte sulla vita e su Dio in tasca, ma che poi viene abbandonato da tutti: genitori, la sua amica, perfino dai suoi compagni di lavoro messicani che non gli permettono più di mangiare con loro, e che lui accusa di avergli rubato i suoi guadagni. Le cose si complicano quando conosce Curly, il quale, da buon amico, pensa bene di provare a violentarlo,  e per uscire da una situazione poco felice di una tentata violenza sessuale, si avvicina miracolosamente alla religione, fino (così sembrerebbe) a convertirsi, grazie anche all’amico Jon, credente militante che alterna momenti di misticismo e convinzione cattolica ad altri meno felici, di una violenza verbale non proprio da buon cristiano. Finale amaro, e secondo me tirato un po’ via, della serie oh ragazzi son finiti i soldi ci restano due scene e ciccia.

Voto: 6,5. Senza infamia e senza lode, C.O.G va ad aumentare le fila di tutto quell’esercito di film che potevano essere e che non sono stati. In questo caso la colpa non è neanche degli attori, che mi sono sembrati tutti bravini. Neanche la storia, che come ho detto era ricca di spunti interessanti da approfondire; però alla fine è uscito tutto troppo insipido, e anche scialbo.

Vitellozzo.

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Il Rosso e il Blu

Giuseppe Piccioni, 2012, Ita

locandinaTrama: la scuola italiana come non è. Perché non solo il proiettore per vedere i film non ha mai funzionato, ma se per sbaglio una volta ha funzionato, nessuna classe si è mai messa a vedere un film tutti abbracciati, a ridere con il professor Scamarcio.

Il Film: merda, banalità, squallore, cattivo gusto, tutto in questo film. 4 storie di professori e studenti, una peggio dell’altra.
Purtroppo nel mezzo ci finisce anche Margherita Buy nella storia più inutile, lei preside o professoressa che accompagna un ragazzo senza madre in ospedale, e resta a prendersi cura di lui. Ah, perché chiaramente lei non ha figli, e quindi vabbè, capito la situazione? da fiction di Rai1. Imbarazzante.

Poi c’è un vecchio professore prossimo alla pensione, che non ha più voglia di insegnare, e perde un po’ la testa. Tira i libri dalla finestra, fuma in classe (ke skandalo!1!!), ma ritrova una ex alunna, che fa l’infermiera e che scopre che il vecchio c’ha tipo na malattia, non si capisce bene, però gli sorride, e lui ritrova la voglia. Si svolge davvero così eh, prima pazzo, poi incontro, malattia, sorriso, w la vita. Mah.

Veniamo al nostro grande amico Riccardino Scamarcio, giovane professore di lettere, di quelli che adesso la cambio io la scuola italiana. Che cosa mancava in questo film fino ad ora? Una bella storia prof – ragazza problematica. Oooh ne sentivo il bisogno. Squallore allo stato puro. E la mamma morta, e i fidanzato la picchia, e la colletta per aiutarla, e il bacio, no no non si può. Non è possibile rappresentare la scuola, mettendoci sopra merda melodrammatica. Perché quello che viene fuori è questo, ovvero una visione dei “giovani” nella quale i giovani non si riconoscono.

Si tocca il fondo quindi con la storia del ragazzo romeno. Immancabile. Ragazzo che c’ha sta mezza situazione co una, fanno i filmini col cellulare, ma no i filmini filmini, filmini mentre parlano di quanto fa SKIFO KUESTO MONDO, KE MERDA I GENITORI!!1!! e li fanno col cellulare perché almeno il regista ci dimostra che non sa girare nemmeno la telecamera a mano. Conclusione, giuro va proprio così: il romeno vuole rubare la pistola al padre, parte un colpo, padre ferito allo stomaco, lo portano in ospedale a due all’ora parlando del rapporto padre figlio, scena dopo figliolo che ride il classe. Fine.

Prossima recensione: La Scuola,1995. Film perfetto. No sta merda.

Voto 3: segnato in blu se ti piace di più.
Unica perla del film, 10 secondi affidati a ER PATATA al colloquio coi genitori, migliori di tutto il resto del film.

Capitano Quint

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Battle Royale

Kinji Fukasaku, 2000, Jap.

504BATTLE_ROYALETrama: Per educare i giovani, e tentare di raddrizzare la società, viene indetta annualmente la Battle Royale. Una classe di una scuola superiore sorteggiata a caso viene portata su un isola, dove i ragazzi dovranno uccidersi con il solo scopo di non essere uccisi. E’ ammesso un solo vincitore.

Il Film: Tratto da un romanzo, e da un manga (per il quale non ho il minimo interesse) il film è fortemente consigliato.
In un periodo in cui mi sto lentamente avvicinando al cinema giapponese/orientale (si accettano consigli), questa pellicola arriva prepotente tra le più interessanti che abbia visto.

Immaginatevi questa trama in un film italiano, dove dei ragazzi del liceo si devono uccidere nei modi più violenti per sopravvivere.  La gara sarebbe a chi riesce ad uccidere per primo il Muccino, o il Vaporidis di turno, ma la realtà è che semplicemente un film del genere sarebbe inconcepibile per l’associazione genitori, l’associazione genitori cattolici, l’associazione genitori cinepanettoni, etc.

Comunque, chi se ne frega, il film esiste, ed è bellissimo così, perché mostra esattamente le dinamiche di gruppo, la lotta per la sopravvivenza, le paure, e le perversioni dei giovani ragazzi.
Questi sono costretti dal classico collare pronto ad esplodere, e a disposizione hanno solo un sacco contenente viveri, una mappa, ed un’arma/oggetto a caso. Può essere una balestra, una pistola, ma anche una torcia, o un binocolo.
A non essere casuale è invece la capacità dei ragazzi di adattarsi quasi immediatamente alla situazione. Si formano i primi gruppi, si distinguono i più violenti, i più deboli, le fiche stronze, il pazzo solitario, gli innamorati, i repressi. Tutti contro tutti.

Il cinema giapponese si mostra ancora una volta in tutta la sua perversione carnale, nelle torture, nel sesso, nell’umiliazione. E’ tutto portato ai limiti estremi per dei ragazzi delle superiori. Una splendida visione di un regime fatto di violenza ed educazione. Film che fanno riflettere, come L’Onda, e The Experiment, con in più una sadicità che è costata al film svariate censure.
Trovo veramente un solo difetto, che noto in tanti film giapponesi, la recitazione degli attori. Capisco che in questo caso sono ragazzi, ma nsomma diciamo che quelle espressioni esasperate tipo lacrimoni, o grasse risate, proprio riprese dai manga, mi fanno un po’ caare. Per tutto il resto film incredibile.

Voto 7+: Per gli appassionati di Hunger Games, ecco da dove il vostro film del cazzo ha copiato. Inchinatevi e chiedete scusa.

Capitano Quint

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L’Enigma di Kaspar Hauser

Werner Herzog, 1974, Ger

Kaspar_Hauser-COVERTrama: Tratto da una storia vera. Germania, 1828. Un giovane cresciuto in cattività, viene abbandonato in una piazza di una città. Non si sa chi sia, non parla, e si muove a mala pena. E’ un film di Herzog. La trama è l’ultima cosa che conta probabilmente.

Il Film: WERNER HERZOG. Solo amore. Non succede niente per tutto il film, ma succede tutto. Lentamente, implacabilmente. Non è la società così detta civile a scoprire ed educare un disgraziato, ma è lui che senza difese scopre la falsità e la crudeltà di essa.
Cosa sono le parole, cosa sono le distanze, cos’è la religione, cos’è la società, chi è Kaspar Hauser, e qual è la sua storia. Tutte domande che alla fine della visione ti turbano per giorni.
Come ti turbano alcune scene agghiaccianti, una su tutte quella del circo, che deve aver sicuramente ispirato l’Elephant Man di Lynch. Un’angoscia che stringe lo stomaco.
Bisogna solo lasciarsi raccontare questa storia che non ha inizio, ed ha una tragica fine. Herzog la racconta nel modo migliore, attraverso delle immagini incredibile, attraverso una fotografia spaventosa, riducendo i dialoghi all’essenziale e facendo di essi dei momenti critici nella crescita di Kaspar.
Basti pensare all’indovinello sulla verità e la bugia, al dialogo con i pastori che lo vogliono convertire, alla mancata concezione di spazio di Kaspar, tutte cose spiegate dallo stesso uomo con una logica primitiva ed istintiva, priva di ragionamento, a volte imbarazzante per quanto sbagliata a volte così diretta da essere troppo semplice ed anche troppo giusta.

Ovviamente per un film del genere Werner non poteva scegliere un attore qualsiasi, e richiama, dopo averlo fatto esordire anni prima, Bruno S, per il quale affido la biografia a wikipedia: “Figlio illegittimo di una prostituta, maltrattato da bambino, ha trascorso gran parte della sua infanzia tra orfanotrofi, istituti di correzione e carceri. Ottimo pittore e musicista autodidatta”. Sembra nato per questo ruolo. Una bravura e un realismo impressionanti.

La bellezza del film sta in questa descrizione della realtà quotidiana di un uomo che scopre il mondo, nella splendida ricostruzione dei luoghi e dei costumi dell’ottocento, nella capacità di Herzog di angosciarti, e poi farti sognare insieme al protagonista. I sogni di Kaspar sono momenti mistici, un paesaggio sfocato, uomini che in massa salgono collina avvolta nella nebbia, sembrano anche vestiti con abiti del secolo successivo.
Il sogno della carovana nel deserto è pura poesia, pura abilità di visione di uno regista fuori dal comune, che dopo averti fatto sognare, ti riporta con i piedi per terra, pesantemente, brutalmente, con l’autopsia del corpo di Kaspar.

Voto: 8. Ma anche solo per l’apertura del film. Un campo di grano frustato in ogni direzione dal vento, una musica incalzante, l’inquadratura ferma, ed una scritta in tedesco in basso:
“Non sentite dunque questo urlo terribile, che chiamano silenzio?”
Herzog, solo amore.

Capitano Quint

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Alpha Dog

Nick Cassavetes, Usa, 2006, 113 min.

Trama: Un gruppo di stronzetti gestisce un traffichino di marihuana in California. Quando il loro capo si trova a discutere con uno scagnozzo molto cazzuto per dei soldi non restituiti, scattano rissa e rispettive minacce di morte “io t’ammazzo, ti spacco la faccia, sei morto ecc..”. Il capo non ci sta e dopo l’ennesimo affronto subito pensa bene di rapire il fratello minore di chi lo ha offeso e farsi restituire i soldi. Alla fine si rivela  un po’ un’idea del cazzo.

Il Film: Storia vera (dice). Ecco, se fosse vera vera – ma anche solo un 30% basterebbe – per l’ennesima volta l’America si conferma un paese troppo avanti, dove anche i criminali se la spassano come Dio comanda. Qui da noi passano metà della vita in bunker sotterranei profondi come le miniere di Moria,  a mangiare scatolette davanti a una televisione, una metà di loro muore prima di vivere l’altra metà che resta, l’altra metà di loro passano la metà che resta in carcere duro. In America no. Sì lo so, c’è il problemino della pena di morte, però fino a che non si presenta se la spassano: ville immense con piscina, festini con alcol e ragazze simpatiche semisvestite (sempre troppo poco), come Olivia Wilde o Amanda Seyfried (vedi anche In Time) o Amber Heard (vedi anche Never Back Down) e c’è pure Sharon Stone, che fa sempre la sua figura di m….ilf, il che ricompensa la rottura di dover uccidere qualcuno ogni tanto e rischiare di finire dentro. Accanto a queste note positive ce né anche qualcuna negativa, poche a dire la verità, come la presenza di Justin Timberlake nella parte di Justin Timberlake, tutto piacione con la villettina, pieno così di figa (il che non si discosta poi molto dalla sua vita reale, maledetto te), o anche di Bruce Willis, o meglio del suo parrucchino (mi fa sempre senso vedergli improbabili parrucchini in testa, cosa ci voleva a lasciarlo calvo?). Il protagonista della storia è Emile Hirsch, già visto in diverse pellicole , tra cui La ragazza della porta accanto, ma anche film più profondi come Into the Wild. Non credo ci sia altro da dire sul film, è un normalissimo film senza infamia e senza gloria, né su questo ragazzo, che migliora sempre, ma ha una delle barbe più brutte del cinema.

Voto: 6/7. Cosa succede al ragazzo rapito? Quello che succede in ogni rapimento: un treesome spaziale in piscina di notte. Poi muore. Però è irrilevante, dopo un treesome così è quasi normale.

Vitellozzo.

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Diciottanni – Il Mondo ai miei piedi

Elisabetta Rocchetti, Ita, 2011, 84 min.

Trama: C’è questo pischello che, con la scusa di essere orfano e avere come zio tutore G-Max dei Flaminio Mafia, fa il tenebroso e si scopa tutte le comparse femminili del film, senza restrizioni d’età, dai sedici ai sessanta, come i giochi da tavolo.

Il Film: è il più trash che ho visto quest’anno, e sinceramente non credo si possa fare di meglio. E’ anche bellissimo.  I motivi:

1)       Per la visione innovativa di come può essere un percorso di crescita di un ragazzo dall’adolescenza all’età adulta, che nel film si traduce una serie di scenette squallide da film erotico anni 80, le classiche scene di sesso con bacini e avvinghiamenti, dopo le quali il ragazzo non si sa come, ma ne esce maturato.  Come percorso di crescita non è male.

2)       Per la disperata situazione familiare di questo Ludovico, disgraziato colpito dalla scarogna più nera, non solo orfano, ma anche nipote del suddetto G-Max, il quale a sua volta è un mezzo delinquente, cocainomane (come anche la zia), e perciò ritenuto degno di fiducia nell’amministrare il patrimonio del nipote, lasciatogli dai genitori: c’ho piacere ti finisca tutto, te lo meriti, ‘cazzo ti vai a fidare di un parente così, coglione..

3)       Per lo splendido rapporto d’amicizia tra Ludovico e il suo migliore amico Luca, e qui non so chi dei due sia più allucinante, se Ludovico che, non pago di trombargli la mamma a questo povero ragazzo, fa doppietta e si porta a casa anche la fidanzata, per poi pentirsi una volta sgamato e chiedere perdono invocando il “sono una merda ma da domani sarò un uomo nuovo!”, o Luca, che non solo è consapevole del rapporto tra l’amico e la mamma, ma anzi sembra quasi incoraggiarlo via oh, gnamo, o trombami la mamma, fammelo questo piacere, per poi raggiungere l’apice nel momento del perdono, sancito con un abbraccio con finta lacrima tra i due. Qui l’unica cosa da fare era una: cioè, so che ti scopi la mi mamma, ti becco poi con la mia ragazza (post amplesso) e pretendi che ti perdoni? Ma io ti cao n’gola e ti finisco di legnate, mòri merda mòri.

4)       Per la professoressa di lettere, anche lei vittima del fascino irresistibile dello sbarbatello, che è presa direttamente da un film porno, tette in vista occhiali neri e rossetto, la classica prof che tutti abbiamo avuto, e alla classe, intesa proprio come luogo fisico, l’unica in Italia con le piastrelle bianche da bagno alle pareti.

5)       Per la regia da cani, inquadrature indegne, sembra di vedere una telenovela argentina, con quelle musichine imbarazzanti senza senso; regista che poi si sdoppia e decide anche di recitare la parte da coprotagonista di una ultratrentenne zoccola amante dello zio del ragazzo, il quale – all’oscuro di tutto (ma non del fatto che questa la regala) – se ne “innamora”.

6)       Per il finale, uno dei più belli della storia del cinema de borgata. In breve, Ludovico scopre che lo zio è un farabutto, che gli ha rubato i soldi e la zoccoletta, allora prende e lo caccia di casa, salvando però la zia, anche lei cornuta, anche lei personcina tranquilla e a modo (s’ammazza di strisce tutti i giorni). Passano i mesi, il ragazzo studia per l’esame di maturità – sullo schermo passa un montaggio stile “allenamento di Rocky III” e in cinque minuti Ludovico da incapace è diventato bravissimo fortissimo in tutte le materie. Ma G –Max non dimentica l’amore per il nipote e un giorno che lo trova da solo, gli si presenta con una pistola puntata alla nuca. Il pischelletto se spaventa, lo zio lo guida in casa per sequestrarlo e menarlo, forse ucciderlo non si sa, ma ecco l’apoteosi: gli amici di Ludovico gli hanno fatto una festa a sorpresa in salotto per l’ammissione all’esame, G-Max si spaventa, e ancora con la pistola in mano come un coglione, scappa, e se ne va. Il ragazzo si dimentica magicamente che fino a cinque minuti prima stava per morire,  E RIDE DELLA BELLA SOPRESA CON GLI AMICI.

Voto: 2. Esempio degradante che chiunque oggi in Italia può fare cinema, anche una capra, questo film regala comunque momenti esilaranti per la loro illogicità, che forse neanche le migliori commedie di Woody Allen riuscirebbero a fare. Quando uno pensa che non si possa fare peggio, la scena successiva smentisce tutto, fino al finale, che, purtroppo, a arrivato troppo presto.

Vitellozzo.

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Spring Breakers

Harmony Korine, 2012, Usa

lCEA5QAVrUotUz82ifkSNdrgrpOTrama: culi, pistole, e coca. E culi.
Altrimenti anche film che mostra il vuoto dell’adolescenza, esasperato dalla vacanza di 4 ragazze che.. etc etc. Culi.

Il Film: 4 ragazzine bravissime, ma brave, brave, brave, brave eh! La moglie del regista, poi Ashley Benson (BENE!), e due sconosciute che leggo essere uscite da Disney Channel, e ora fanno i miliardi come “cantanti”: Vanessa Hudgens, e Selena Gomez, che, messe in queste vesti (le poche vesti delle zoccole americane), fanno la loro bella figura.
Nel cast anche James Franco, forse nel miglior ruolo della sua vita, il finto gangsta spaccio, spacco, sparo, trombo solo io, e muoio.

Il film di Korine è molto di più. Cioè, i culi e le tette hanno un ruolo fondamentale, e si fa fatica a notare altro, ma il regista di Gummo, e sceneggiatore di Ken Park, mette al centro anche qui una riflessione su l’adolescenza americana e la sua idiozia. Riflessione che non mi convince mai fino in fondo, o meglio, è molto esplicita (le lacrime e le risate si alternano molto velocemente per le bimbe), ma è un po’ fine a se stessa. Si sa già.
Prima il “fanculo la scuola” e poi alla fine il “sarò una ragazza migliore”. Vabè dai, sei na zoccoletta. Pensa come stiamo messi noi in Italia, che lo Spring Break ce lo sogniamo e ci illudiamo che un tavolo in un locale di Gallipoli sia il top del top con la lista top e la bottiglia top. Là tutti nudi, e qua solo camicia bianca e mocassini. Se c’è da fare una riflessione sugli adolescenti, inizierei da chi sta peggio (vedi I Ragazzi Della Notte)

Comunque il film riserva molti momenti veramente ben fatti: la rapina inquadrata dalla macchina che aspetta fuori, le luci e i costumini fluo, le musiche sempre azzeccate (anche Cliff Martinez, lo stesso di Drive), le ragazze che cantano Britney Spears con i fucili e i passamontagna. Scene costruite sempre bene.
Finale troppo esagerato, con una sparatoria non necessaria, ma quel pontile rosa, con loro che camminano inquadrate da dietro, è notevole.
Ah, orrenda la traduzione del titolo in italiano: Una Vacanza Da Sballo. Come sempre, buttiamola sul ridicolo se è un film drammatico.

Voto 6/7: Ok, posso smettere di fare il serio? C’E’ STE 4 CAGNE IN COSTUME PER TUTTO IL FILM CHE FANNO LE CAGNE. VA BENE?

Hi, I’m Vanessa Hudgens, and you’re watching Disney Channel!

 

Capitano Quint

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Un Tranquillo Weekend Di Paura

John Boorman, 1972, Usa

Un tranquillo weekend di pauraDeliverance-by-Bill-Gold

Trama: Una gita in canoa, un posto sperduto in mezzo alla natura, e la violenza dei bifolchi del sud degli stati uniti. Uno stupro, un cadavere da nascondere, le rapide del fiume, sono troppo per i 4 uomini venuti dalla città in un territorio che non gli appartiene.

Il Film: Cult. Uno dei tipici filmoni anni ’70. Burt Reynolds e Jon Voight protagonisti. Anche se la vera protagonista forse è la natura, quel fiume, quella gola rocciosa, un posto incredibile, 

bellissimo da attraversare, ma dove non vorresti essere costretto a fermarti.

All’inizio viene spiegato come quella zona stia per essere sommersa da un lago artificiale, l’inizio della costruzione della diga è ormai vicino, l’uomo ancora una volta sta per distruggere la natura. I 4 hanno quindi l’occasione di visitare un posto che non sarà mai più visibile. 
Ma non sono soli in zona. Ci sono i nativi, i red neck, quegli americani del sud, visti in tanti film, che mettono paura per quanto sono “brutti, sporchi, e cattivi”. Stupendo e inquietante è infatti il ragazzino con il banjo nella baracca della stazione di rifornimento. Evidentemente autistico, lascia intuire, come in quelle comunità l’incesto sia pratica comune.
Dal suo banjo, incrociato con la chitarra di uno dei quattro, esce la famosissima melodia che accompagna tutto il film, incredibilmente senza rompere i coglioni 


La svolta del film arriva quando meno te lo aspetti, il clima è rilassato, gli amici si divertono, Burt fa un po’ il bullo come sempre, due di loro si allontanano, e rimangono vittime dell’aggressione di due cacciatori locali. Lo stupro del ciccione è, senza mai inquadrarlo direttamente, violento per come sembra essere solo un gioco per i due bifolchi. Da lontano, l’arco di Burt, salva Jon Voight, uccidendone uno e mettendo in fuga l’altro.
(perché come può rompere i coglioni il banjo non ce n’è), una colonna sonora “campagnola” che mette i brividi.

Da qui il film sale di colpi, di tensione, la questione morale su cosa fare del corpo, la fuga, il sentirsi sempre braccati, le rapide del fiume che aumentano, quella cazzo di melodia di sottofondo. Insomma ne viene fuori un gran film. Il tranquillo uomo di città Jon Voight dovrà mettere da parte tutta l’etica ed il buonsenso per fronteggiare ad una situazione drammatica. Ancora una volta, l’uomo è solo davanti alla natura.

Voto 7/8: Note di merito ad alcune scene di grande realismo, come il corpo di uno di loro frantumato dalle rapide, e per le locandine del film, quella americana e quella italiana, che sono splendide. Sul titolo italiano ancora non mi sono deciso, è diventato un cult a sé, ma forse dà un po’ troppo l’idea di un film horror, e non è così.
Deliverance, quello originale. Salvataggio, soccorso, ma anche liberazione spirituale. Da un segreto con il quale i sopravvissuti dovranno convivere, finché la verità non verrà a galla. Gran film.

Capitano Quint

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Cane Di Paglia (originale vs remake)

Sam Peckinpah, 1971
Rod Lurie, 2011

imagesTrama: Dustin Hoffman è un tranquillo professore americano che si trasferisce in un paesino della campagna inglese, con la moglie, originaria di quel posto. Dovrà affrontare le ostilità e la violenza di un gruppo di ragazzi, uno dei quali ex della ragazza. E’ una lotta per il territorio e per la sopravvivenza.
Nel remake la vicenda si svolge invece in quei posti del sud degli Stati Uniti, dove le uniche cose da fare sono andare a messa, e andare a caccia.

Il Film: Il film di Sam Peckinpah è una bomba. Letteralmente. Una bomba che viene preparata per tutta la prima parte del film: un luogo tetro e isolato con una comunità chiusa (un po’ come The Wickerman), il gruppo di rozzi idioti che prende in giro il nuovo arrivato, che spoglia con gli occhi la sua donna, lei che fa un po’ la zoccoletta …e poi viene accesa la miccia della bomba, con la scena del gatto impiccato nell’armadio. Da lì cambia il film. Si aspetta solo l’esplosione di violenza.
La bellezza del film sta proprio nel creare due mondi diversi: da una parte l’intellettuale e pacifico professore americano, che non farebbe male a nessuno. Dall’altra uomini ignoranti, disadattati sociali, a cui interessa solo marcare il territorio, come bestie.

Le scene: Dal marcare il territorio entrando in casa e uccidendo il gatto, a marcare il territorio stuprando la donna per loro il passo è breve.
Ma quella scena è tutt’altro che breve, è un capolavoro. Secondo me è proprio nella scena dello stupro che si vede la differenza tra il film originale e il remake. Nel film del 71 c’è un’ambiguità di lei terrificante. Lei sembra starci, sta tradendo il marito con il nemico, le piace quasi che il suo ex si imponga con la forza. E poi arriva l’altro uomo e la situazione da tesa diventa atroce.
Regia incredibile, i flash di Dustin da solo in campagna, mentre lei viene stuprata in casa, e poi i flash dello stupro che tormentano lei nelle scene seguenti danno al film un’inquietudine unica.

Il finale è tutto da godere. L’assedio alla casa, Dustin che deve trovare il suo istinto primordiale, deve diventare come loro, difendere il suo territorio. Penso sia qui il senso del film, nel far vedere la natura violenta dell’uomo al di là dell’estrazione sociale. 5 uomini vogliono violare ciò che è mio? Morirò io, o ucciderò i 5 uomini. Non c’è altra soluzione.

Gli Attori: Dustin Hoffman vs James Marsden (chii??). Vabbè dai. Dustin in uno dei suoi migliori ruoli. La camminata un po’ alla Rain Man, l’imbarazzo de Il Laureato, impacciato, fragile, per poi tirare fuori le palle con innata violenza nell’assedio finale. Grandissimo personaggio.
L’altro si porta dietro i kg inutili di Superman Returns, e di X-Men, e sinceramente uno dei punti deboli del remake è proprio lui, James Marsden (chii??).
Si può discutere invece sulle attrici! Biondina anni 70 o biondina del nuovo millennio? Di istinto preferisco sempre il vintage, ma l’altra è Kate Bosworth (quella di “21”). Bene entrambe, ma bene, bene, bene.

Voto: 8 l’originale è come una tagliola tra capo e collo. Spoiler.
6,5 al remake per l’impegno ed il coraggio, ma non c’è storia. Voglio però sottolineare la scelta felice di spostare il tutto nella campagna americana, per mostrare una realtà che mi inquieta sempre, quella di quei luoghi dove prima di tutto c’è dio e il senso di comunità, chiusa. Dove far rispettare le proprie regole conta più che uccidere o stuprare.

Capitano Quint

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La Memoria Del Cuore

Michael Sucsy, Usa, 2012

imagesTrama: lui e lei si conoscono, si fidanzano, si sposano, e si schiantano con la macchina contro un palo. Lei, dopo il coma, si risveglia, senza ricordare chi sia questo ragazzo che dice di essere suo marito. Lui dovrà farla ri-innamorare. Due dita in gola tra 3, 2, 1…

Il Film: Ah, sottointeso, lui è il bellissimo Channing Tatum, lei la bellissima Rachel McAdams (per la quale confesso un debole, che va al di là dell’odio per questi film). Il primo incontro, cose che succedono a tutti nella vita reale, è più o meno così:
-Scusa, ciao, ti è caduto un bigliettino. Ti va un caffè?
– Ok, poi te la do.

Rachel, dimmi dove perdi i tuoi bigliettini, e io ti offrirò tutti i caffè del mondo. Ho solo un problema, sto in un condominio a Firenze, e non in un loft mega galattico, finto arredato “giovane”, nel centro di Chicago, e non ho uno studio di registrazione indipendente, e non posso mandarti le foto di me scalzo che suono la chitarra. Insomma, non sono Channing Tatum, ma come dice Rocco, tengo duro lo stesso.
Ma veniamo ai problemi del film: lei non si ricorda chi sia Channing, ma si ricorda chi è il suo ex fidanzato, e decide di passare del tempo con lui, e con i suoi genitori (con i quali aveva litigato). FERMI. Chi è il padre? No, no, dai no. Sam Neill, non tu, non il professor Grant di Jurassik Park, nonché protagonista del Seme Della Follia di Carpenter, Che cazzo ci fai lì. Fa la parte del padre cattivo, che vuole obbligare la figlia a diventare avvocato, soffocando i suoi sogni artistici di scultrice. Perché lei è una un po’ pazzerella, indipendente, e solo Channing può tirare fuori il suo spirito.

Lui si fa un culo così per volerle bene e farsi volere bene, lei litiga nuovamente con i genitori, molla di nuovo l’ex fidanzato, in pratica vive una seconda volta situazioni di anni prima. Non c’è nessuna memoria, idiota di un regista, è solo lei che litiga con persone con cui aveva già litigato, e prende decisioni che aveva già preso. Sarà mica merito di lui, invece che della memoria del cuore, lui che la soddisfa in tutti i modi possibili, materiali, carnali, e sentimentali? Eh no, perché è tratto da una storia vera, e se me lo dice la televisione deve essere tutto vero.
Portarsi a letto Rachel McAdams, farla schiantare in auto, e riportarsela a letto. Ancora una volta, viva il cinema verità.

Voto 4: “no cioè xké kapito, il ♥ ha una memoria, e lei si innamora di lui, anke se nn si ricorda un kaxxo!1! ke bello!1!”
Secondo me, l’unica cosa che si ricordava era proprio il cazzo. La memoria dell’utero.

Capitano Quint

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La Donna Che Visse Due Volte

Alfred Hitchcock, 1958

la-donna-che-visse-due-volteTrama: avete presente quei penosi versi di Jovanotti “la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare, mi fido di te”, ecco, per Hitchcock la vertigine è proprio paura di cadere, e a volare è la donna che ami, che vola giù da un campanile. Perché a fidarsi c’è solo da rimetterci.

Il Film: Inizio ad essere contro l’abuso della parola capolavoro. Ma se devo scegliere un’occasione in cui usarla è questa. Un’opera d’arte assoluta, in ogni piccolo particolare.
Cominciando dal titolo che contiene in sé una piccolo miracolo: per una volta la traduzione italiana non è del tutto sbagliata. Non c’è l’eleganza del titolo originale “Vertigo”, ma “La Donna Che Visse Due Volte” è esattamente quello che succede. La donna in questione è Kim Novak, classico pezzo di figa bionda anni 50/60, che fa impazzire letteralmente James Stewart.

James per me contende il titolo di più elegante di sempre a Cary Grant, non a caso entrambi scelti più volte da Alfred. Protagonista sempre ingelatinato, ingiacchettato e mai scomposto, e quindi perfetto per la doppia faccia di uomo sicuro di sé, ma terrorizzato dalle grandi altezze.

Il film è incentrato su diversi temi, la paura, il doppio, il sogno, il ricordo, il senso di colpa, tutti portati all’apice dalla regia unica del maestro.
Le scene esemplari sono molteplici, dalla corsa sulle scale del campanile (scale disegnate da Hitch), con il supereffetto della vertigine (inventato da Hitch), al momento in cui la “nuova” Novak appare truccata come lui la desidera (con quel neon verde fuori dalla finestra che illumina tutta la stanza che mi fa impazzire).

Ma una in particolare è veramente fuori dal comune: la scena dell’incubo. Cambi di colori continui, viola, arancione, le spirali riprese probabilmente dai filmati di Duchamp, geometrie e forme a cartone animato, provocano un’inquietudine, un’angoscia, che culminano in una figura nera di un uomo che precipita in uno sfondo bianco, e l’improvviso risveglio di James Stewart. Un corto di un minuto e mezzo. Un piccolo capolavoro nel capolavoro.
Quando tutte queste cose riescono a superare la trama, che è anche complessa, perché come in tutti i film di Alfred sono i piccoli oggetti come chiavi e collane a fare la differenza, non si può non innamorarsi di questo genio.
Sullo sfondo di tutto ciò, una storia d’amore, come in quasi tutti i suoi film. I baci nei film del Maestro sono sempre stupendi. Amore vero, sofferto, morboso, malato, feticista, sincero, e che finisce male. Ma si può saper girare scene d’amore, in un film giallo, con lampi horror, senza mai sbagliare nulla??

(Citazioni che fanno bene al cuore: Stewart e la Novak davanti ad una sequoia commemorativa. Scena ripresa da Chris Marker in La Jetee, e da Terry Gilliam ne L’Esercito delle 12 Scimmie. Tre film della mia top10. Sarà un caso.)

Voto 9,5: basterebbe il finale. Lui che finalmente sconfigge la vertigine, riesce a far confessare la verità a lei, lei che ribadisce il suo amore, MA…un’ombra la spaventa, facendola precipitare di sotto. Dall’oscurità esce UNA SUORA.
MALEDETTA INFAME SUORA.
MALEDETTO GENIO HITCHCOCK

Capitano Quint

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Soldati, 365 All’Alba

Marco Risi, 1987

Soldati -365 allalbaTrama: Claudione Amendola deve affrontare l’anno leva militare facendo i conti con il nonnismo, e l’ira del suo tenente, il grande MASSIMO DAPPORTO, furioso perché il romano gli ha fatto perdere la promozione.

Il Film: 1987. Bisognerebbe trovare il mese di uscita, perché nel 1987 un film sull’addestramento militare mi sa che è uscito. Qualcosa su un tenente che prende di mira un soldato, sulla vita in caserma. Un film c’era…Full MmFull Met…No non mi viene.

Questo film, del grande Marco Risi (che ricordiamo per Vado a vivere da solo, e Il Ragazzo di campagna), ha la pretesa di essere serio, e di allontanarsi, malgrado il titolo, dai vari trash italiani su infermieri, pompieri, e carabinieri. E a brevi tratti ci riesce. Brevi eh.
Le pecche sono ovviamente la trama banale, scontata, patetica, e la recitazione dei vari attori. Amendola fa se stesso. Dapporto poco credibile per mettere paura. E soprattutto male male male le altre comparse. Personaggi stereotipati al massimo.
Chi è quello rumoroso amico di tutti? Un napoletano. Chi è quello scontroso, un po’ pazzo? Un sardo. Chi è ovviamente quello che fa gli scherzi di merda? Un toscano, Alessandro Benvenuti, in uno dei ruoli più antipatici e mal riusciti di sempre.

Comunque è apprezzabile il tentativo di raccontare la leva militare, di cui noi abbiamo gioiosamente fatto a meno. Perché purtroppo quelle cazzate del nonnismo, quegli atteggiamenti parafascisti, i riti di iniziazione, e puttanate varie di tenenti repressi che si devono vendicare, sono esistiti e penso esistano ancora. Quindi pur essendo un film di merda, lo salvo per avermi ricordato la merda che non sono stato costretto a mangiare.

Per l’angolo del trash: un finale penoso proprio nel senso di pene. E la canzone del film affidata ad Umberto Smaila.

Voto 5: con il lavoro di S.K. condivide solo l’anno di uscita eh, perché siamo ben lontani da:
a vederti sembra di guardare un vecchio che cerca di scopare, te ne rendi conto Palla? Allora che cazzo stai aspettando soldato Palla di Lardo? Passa dall’altra parte!
Allora mi vuoi proprio deludere? Hai deciso così? Allora rinuncia e vattene via, brutto tricheco grasso di merda! Vattene via dal mio ostacolo del cazzo! Scendi giù! Altrimenti ti strappo via le palle, così ti impedisco di inquinare il resto del mondo!!
Io giuro che riuscirò a motivarti Palla di Lardo, a costo di andare ad accorciare il cazzo a tutti i cannibali del Congo!!

Capitano Quint

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Gioco di Donna

John Duigan, Usa/Gb/Spa/Can, 2004,120 min.

Trama: Sullo sfondo della guerra civile spagnola e della Seconda Guerra Mondiale poi, le vite di Gilda, Guy e Mia si intrecciano. Incontratosi fortuitamente, saranno amici, poi amanti, poi divisi, poi compagni,  poi ancora cambiati dalle circostanze che li hanno tenuti lontani, per rivedersi solo più tardi, maturi e trasformati dagli eventi; il finale non può che essere tragico.

Il Film: L’avete letto da voi, la trama è inesistente, parliamo del film, allora. Prima di rendersi conto che è più che impossibile che in una notte di un giorno qualsiasi, in una camera di un qualsiasi college in una qualsiasi città di un qualsiasi Stato in qualsiasi epoca, vi piombi Charlize Teron in fuga, che cerca riparo dal fidanzato, per di più bagnata fradicia. Prima di rendersi conto che le probabilità che la suddetta Teron, donna molto sicura di sé, anticonformista, oltre che gran passera, in circostante normali non ve la darebbe mai, tanto meno a uno sbarbatello diciannovenne laureando senza un soldo e senza classe. Prima di rendersi conto che, invece, questa dea non solo la dispensa con generosità, ma, possiamo dirlo, è un po’ porchetta. Ecco, prima di rendersi conto di tutto questo, sarete già quasi a metà film, e della vacuità della storia, dell’inconsistenza della trama, ve ne sbatterete certo le pelotas, come ho fatto io. Il fatto poi, che alla coppia si aggiunga una terza persona, una donna latina, e nasca un menage a trois, come nelle fantasie sessuali più illusorie, e che questa terza donna si chiami Penelope Cruz, è solo la mazzata che vi butta definitivamente nella disperazione più totale per la vostra attuale sorte, e nell’invidia omicida per questo disperato moretto che ha tra le mani due tra le donne più belle di sempre. Chi cazzo se ne frega della sceneggiatura, degli eventi che si susseguono nella forma del melodramma più pacchiano e mieloso mai visto, nell’epilogo strappalacrime a comando, quando uno può godere per 120 minuti di scene di pelle al vento con queste qua? Cosa me ne importa che poi due di loro partono per la guerra civile spagnola, che uno di loro muoia, e che l’altra, abbandonata, diventa amica dei nazisti che invadono Parigi, cosa me ne importa della riconciliazione della donna con il suo vecchio  amore e del finale tragico?

Voto: 7. Fanculo il film. Cioè, Charlize e Penelope. Serve altro?

Vitellozzo.

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Elephant

Gus Van Sant, Usa, 2003, 81 min.

Trama: La giornata scolastica in una scuola di provincia procede nella tranquillità più assoluta: c’è chi mangia a mensa, chi si dedica alle attività extrascolastiche come la fotografia, chi fa attività fisica, chi cazzeggia, chi ha lezione, chi gira per i corridoi, chi parla coi compagni subito fuori dall’istituto. A un certo punto, due studenti scendono da un auto,  hanno ciascuno dei borsoni, vestono militare. “Ehi ragazzi? Che cosa fate?” – “Resta fuori, succederà un casino”. Comincia il massacro.

Il Film: Palma d’oro e premio per la miglior regia a Cannes. Storia vera della strage nella scuola di Columbine. Se spesso i riconoscimenti nelle manifestazioni cinematografiche sono una farsa, e film che meriterebbero più onori vengono messi in un angolo, in questo caso sono contento di ricredermi. Elephant è un bel film, diretto da un ottimo regista, Gus Van Sant che ha raccontato il mondo dei ragazzi da tante angolature diverse;  alcuni film sono riusciti – vedi Will Hunting, il migliore di tutti, o anche Paranoid Park,  altri un po’ meno, tipo il remake di Psycho o Scoprendo Forrester, che sanno un po’ di già visto. E’ chiaro che questo qui rientra nel primo gruppo. Molto di buon gusto la scelta di seguire un ragazzo in presa diretta, il quale poi, girovagando per la scuola, ci fa conoscere tutti gli altri, che sono un po’ degli stereotipi come se ne vedono tanti nelle scuole americane. L’artista, l’emarginato, le fiche secche, lo sportivo, la secchiona..ognuno colto in un momento della giornata, vuoi a sviluppare dei negativi, vuoi a far finta di mangiare a mensa per poi andare a vomitare nel bagno, vuoi schernita dalle compagne nello spogliatoio femminile per via dell’aspetto fisico; ed è su queste scene che il regista si sofferma per quasi tutto il film (l’arrivo dei due carnefici si manifesta nel finale) proprio perché è nell’indifferenza collettiva, nell’assenza di rapporti sinceri, nella solitudine, che si trova la sorgente dalla quale sgorgherà poi il fiume di violenza dei due ragazzi. L’elefante nella stanza non è altro che questo, il problema che tutti conoscono, ma che nessuno vuole/può affrontare, l’abbandono dei ragazzi a se stessi e la difficoltà di mostrarsi per quello che si è, senza maschere. E poi non è una mattonata di millemila minuti, si può vedere senza invecchiare, ottanta minuti godibilissimi.

Voto: 7,5.  Gli avrei dato anche qualcosa in più, se non fosse per un’inezia, un neo piccolo piccolo che però non posso evitare di sottolineare. Come tutti, anche Gus (Goooooose!!! Noooo!!) è caduto (anche se è solo un mezzo passo falso, probabilmente ispirato dalla storia vera) nella banalità dettata dal luogo comune della pericolosità dei videogiochi, e di quanto possano influire sulla psicologia di un ragazzo. C’è una scena nel film dove uno dei ragazzi ammazza un po’ di gente al pc (tra l’altro un giochino abbastanza scadente), e poi scena successiva nella scuola identica a quella virtuale. Ora, non metto in dubbio l’influenza che i giochini possano avere su una mente già disturbata, però ecco, se davvero fosse così facile farsi influenzare, oggi sarebbe pieno di bimbiminkia vestiti da assassins creed, o da soldati alla Call of Duty che vanno in giro a fraggare (me compreso). E non mi pare sia così, vero? O no?

Vitellozzo.

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The Experiment

Oliver Hirschbiegel, 2001, Ger

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Trama: Rispondendo ad un annuncio sul giornale, alcuni uomini vengono selezionati per un esperimento ben retribuito. Divisi tra guardie e detenuti dovranno passare due settimane in una specie di finto ambiente carcerario, mantenendo i loro ruoli con disciplina e senza violenza. Al terzo giorno degenera tutto.

Il Film: esiste anche il remake americano, con Adrien Brody e Forest Whitaker, che non è male, però questo originale tedesco è nettamente superiore. Perché è tutto più vero, tutto più sudicio, tutto più realistico.
Il film si basa sull’indole violenta dei comportamenti umani. Metti alcuni uomini in una condizione inferiore di carcerati, e mettine altri in una condizione superiore di guardie: i primi si ribelleranno, i secondi abuseranno dei loro poteri.
E’ la natura dell’uomo. Anche se sanno che così facendo non prenderanno i soldi finali, anche se all’inizio tutto sembra poter funzionare con serenità. Basta poco per far sfociare tutto in episodi di violenza e umiliazioni fisiche.

La cosa interessante è che film come questo, come L’Onda, film sulla pericolosità dell’autorità sovrana, sulle divisioni sociali, vengano fatti in Germania, dove evidentemente c’è la volontà da parte del cinema, di sensibilizzare su questi temi storici.
Ma quanto potrà mai costare un film del genere?? 20 attori sconosciuti, un corridoio con delle finte celle, e una stanza con i monitor di sorveglianza. Basta, stop. Costa di più mandare Boldi e De Sica in giro per il mondo a natale, o fare un film così? La realtà è che con uno ci guadagni e con l’altro no.
Io sono sicuro che anche in Germania hanno i cinepanettoni di merda, il problema è che da noi mancano questi film. E non è che a fatti storici siamo messi meglio.

Voto 7,5: Comunque, grande film, consigliato. Violento senza mai essere sopra le righe, rapporti umani e dialoghi finalmente veri. Sconvolgente realismo. 

Capitano Quint

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Novecento

Bernardo Bertolucci, Ita/Fra/Ger, 1976, 302 min.

Trama: Olmo e Alfredo sono nati nello stesso giorno, il 27 gennaio 1901, stessa fattoria nell’emiliano. Una sola differenza tra i due bambini: il primo è figlio dei braccianti, il secondo del padrone. Giocano assieme, crescono assieme, e insieme a loro cresce anche la Storia. I due attraversano le prime lotte contadine, la Grande Guerra, l’avvento del fascismo e la Liberazione, su fronti opposti: l’uno da oppresso, l’altro da oppressore. Ma, nonostante tutto, nel profondo, i due restano sempre legati dal filo dell’amicizia.

Il Film: Oggi, cinque ore di film sono quasi un investimento; uno si brucia la serata, forse non gli basta nemmeno per vederlo tutto. Non siamo alle diciotto bobine de La Corazzata Potemkin ma poco ci manca; però, vi dico anche che è un grandissimo film. Recensirlo poi, ci posso solo provare, sapendo già di tralasciare aspetti importanti della storia e scene decisive. Bertolucci ripercorre i primi 50 anni del Novecento italiano, e lo fa seguendo la storia di due ragazzi, Alfredo e Olmo, appunto,  nati lo stesso giorno di Giuseppe Verdi, cresciuti negli stessi luoghi del maestro (più italiani di così..), con l’unica grande differenza: la classe sociale. La madre di Olmo è contadina, il padre non si sa chi sia, la donna del resto non l’ha mai voluto dire. Di umilissime origini, cresce come il figlio di tutti e di nessuno allo stesso tempo, in quei grandi casolari comuni vicino alla casa padronale, dove i braccianti della fattoria convivevano condividendo i vari momenti della giornata. A questo proposito, le scene di quella vita contadina, dei pasti su queste grandi tavolate, del rumore, dei canti, del vino, quelle facce brutte, affaticate dal lavoro, bruciate dal sole nei campi, sono molto belle da vedere (l’aver utilizzato veri contadini, anche se la recitazione ne ha risentito, è stata la scelta giusta).  Alfredo, invece, è il figlio dei padroni di quella stessa fattoria, destinato a comandare. Nonostante ciò, il nonno – un Burt Lancaster molto energico che ha in antipatia il figlio e vede, invece, nel nipotino il vero erede delle sue fortune – lo lascia giocare con gli altri bambini. Così, i due crescono insieme, vanno a pescare rane giù al fiume, corrono per i campi, si sfidano in tutto, cresce la competizione, e con gli anni crescono anche le divergenze politiche e sociali. I primi sindacati dei lavoratori, le prime rivolte contadine, poi la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza e la Liberazione, il tutto è visto sempre attraverso gli occhi di questi ragazzi, poi uomini, i quali, pur essendo amici, diventano uno sindacalista, poi partigiano e l’altro proprietario terriero e colluso col potere fascista. Un pezzo di storia del nostro paese. Un pezzo di storia che in questo caso ha il volto di Bob De Niro e Gerard Depardieu.  Un pezzo di storia che da quanto è ritratto bene ti sembra di essere lì anche a te, di essere uno di loro, di vedere coi tuoi occhi Attila – un magnifico Donald Sutherland – fucilare contadini in nome del fascismo prima, e soccombere poi, ammazzato dai partigiani, nel cimitero dove sono sepolte le sue vittime. O di startene anche a te lì sotto al bandierone rosso vermiglio, quando nel finale del film, a guerra conclusa, i contadini tirano fuori questa bandiera  enorme, tenuta nascosta negli anni, per sventolarcisi dentro sull’aia della fattoria.

Bello, bello. Bravi tutti. Mi scende quasi una lacrima, vedendo Bob che recita in un film così. Cioè, questo signore nel 1975 aveva girato Il Padrino-Parte II, c’aveva giusto da ritirare un Oscar come miglior attore e invece non poteva perché era in Italia a fare un film con Bertolucci. Detta oggi sembra fantascienza, uno come De Niro che viene, e accetta di girare un film in Italia. Mettiamo pure da parte i vari screzi che tra attore e regista sono fisiologici, però se diamo uno sguardo ai grandi attori internazionali che hanno partecipato a film italiani d’Italia negli ultimi anni c’è da piangere, vuoi per i film, vuoi per gli attori. Qui, invece, non si risparmia proprio n’cazzo, e allora facciamo salire la spesa infilandoci anche qualche musichina di Ennio Morricone, non possiamo rovinarci proprio alla fine, no?

Voto: 8,5. Un momento del film che mi piace più degli altri, sarò banale, ma è il processo al padrone. I contadini vogliono uccidere anche Alfredo, tenuto in ostaggio da un ragazzino con un fucile; ce la stanno quasi per fare, quando arriva  Olmo, che inscena un finto processo per salvare l’amico. Ce la farà?

Vitellozzo.

 

 

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Hitchcock

Sacha Gervasi, 2013, Usa

hitchcock-poster-244Trama: Anthony Hopkins interpreta il Maestro nella vicenda della realizzazione di uno dei suoi capolavori, Psycho, lottando contro la produzione, la censura, gli incubi, e con sempre al suo fianco la moglie Helen Mirren, e le sue attrici, Scarlett Johansson, e Jessica Biel.

Il Film: Fa-vo-lo-so.
Divertente, rispettoso, mai retorico, come tutti i film biografia che di solito odio. Un film che semplicemente omaggia il più grande regista di sempre. Ti fa proprio incazzare per non averlo conosciuto perché deve essere stato una persona immensa.

Il film racconta le difficoltà a cui andò incontro per portare a termire il suo Psycho, film che la produzione decise di non pagare ma solo di distribuire per non rimetterci troppo, visto che sarebbe stato un flop garantito. Bravi, meglio così, perché i veri geni danno il meglio di sé quando sono senza budget e devono dare sfogo a tutta la loro creatività (budget finale 800mila dollari, incasso totale 50 milioni di dollari, benino no?)

Al regista di questo film vanno dati tanti meriti, tra i primi sicuramente quello di aver parzialmente realizzato un sogno di molti: Scarlett e Jessica insieme, anche se purtroppo sono vestite e non si baciano.

Eccezionali anche le due idee di base su cui va avanti il film. Gli incubi/visioni di Hitch sul vero assassino da cui trae la trama, danno quel tocco horror che ci sta benissimo. E poi soprattutto il film si basa sui dialoghi tra lui e la moglie, tra sospetti, litigi, lei che sopporta la mania di lui per le attrici bionde, e lui che prova a beccarla con l’amante, ma sa che lei è una parte troppo importante della sua vita e del suo lavoro.
Un bel film, si ride, si ama Hitchcock, si ama Hopkins.

Voto: 7.5
– I will never find a Hitchcock blonde as beautiful as you.
– I’ve waited 30 years to hear you say that.
-That’s why they call me the Master of Suspense.

Capitano Quint

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