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Le Idi di Marzo

George Clooney, Usa, 2011

28x40sac:Layout 1Trama: battaglia politica durante la campagna elettorarale americana. Il giovane Ryan Gosling, portavoce del presidente Clooney, si trova davanti ad uno scandalo tenuto all’oscuro. A spiegargli come funziona la politica ci pensano due uomini d’esperienza, Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman.

Il Film: salviamo il salvabile, gli attori. Ryan bene come sempre, Giamatti e Hoffman fenomenali come sempre, Evan Rachel Wood tutta salute.
Diretto e intrerpretato da George, che per mesi è stato il secondo uomo più odiato d’Italia (sempre distante dall’inarrivabile Vincent merda francese).

Allora Georgy, facci capire: ti sei fatto questa enorme sega mentale sul fatto che te, futuro presidente, sposato e stimato, ti sei scopato una tua assistente, con lei che era ben consapevole di rimanere incinta non di Bombolo, ma di George Clooney. E il tuo braccio destro, che a sua volta si scopa sta ragazza, rimane sconvolto da questa cosa, perché tu hai tradito i valori fondamentali dell’America: fiducia, dio, famiglia, patria. Sei un principiante.

Te la do io una storia Georgy: immagina un vecchio presidente che organizza feste nella sua villa, dove ragazze dai 17 anni in su ballano nude davanti a vecchi ciccioni sudati, in cambio di soldi. Immagina questo presidente che si fa fotografare insieme ad una 17enne coi suoi genitori, ben contenti che la figlia passi del tempo con un vecchio che la tocca. Immagina appartamenti pagati solo per tenere tutte ste ragazze a portata di mano. Immagina sto vecchio che scopa una troia nel lettone dell’amico presidente russo, e il sudore gli fa colare il trucco e la tintura per capelli sulla schiena della ragazza, che fa finta di godere pensando ai gioielli che riceverà. Condisci tutto con corruzione, tangenti e mafia. Ci sei Georgy? Immagina, puoi.

Voto:4/5 Nammerda, what else?
Film inutile come i gusti delle cialde del caffè. Non c’è niente di peggio dei film americani sulla politica americana, che vogliono fare i finti film di protesta. Ma siete davvero convinti che il vostro unico problema politico sia Clinton che si scopa la segretaria davanti alla Costituzione e a dio?

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London Boulevard

William Monahan, 2010, UK/USA

urlTrama: Colin Farrell, uscito di prigione, vorrebbe restare lontano dai suoi vecchi amici, e dalla malavita inglese, nella quale è comunque noto e rispettato. Trova lavoro come guardia del corpo della top model Keira Knightley, e i due ovviamente si innamorano. Ma il passato ritorna prepotente.

Film: Girato bene, le strade sudice di Londra sono sempre un piacere per il cinema, la storia regge alla grande, e finalmente ritrovo un Colin Farrell in forma. L’ho sempre ritenuto un attore migliore di parecchi suoi film soprattutto recenti, ma è proprio in questo tipo di film che tira fuori il meglio di sé, quando fa l’assassino/criminale/disperato pieno di angoscia come in Sogni e Delitti di W.Allen, e In Bruges che è anche molto meglio di questo film.
Qui in più c’è Keira, sempre più secca, ma anche brava a essere complice di una bella storia d’amore, senza tante smancerie, molto essenziale.

La storia ricorda tanto Carlito’s Way, questo criminale che vuole solo un po’ di pace e tranquillità ma che non riesce a chiudere i conti con il proprio passato. Gli sono tutti amici solo per interessi, tutti pronti ad averlo al loro fianco ed allo stesso tempo a voltargli le spalle. La soluzione è la fuga d’amore?
Love story, sparatorie finali, strade piene di merda, tutto fatto bene, dai titoli di testa, alla colonna sonora, un bel film, senza pretese, ce ne fossero di polizieschi/noir così.
E alla fine, come in Carlito’s Way, è un ragazzino come Benny Blanco a rovinare tutto. Anzi a rendere il tutto molto bello, un finale come piace a noi, sofferto e vero.

Voto 7: Dai Colin, torna tra noi

Capitano Quint


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Il Giorno In Più

locandinaTrama: film con Fabio Volo, tratto da un libro di Fabio Volo. Come dice il grande Finocchiaro: “famme capi’…che ce voi convince che la merda è bona?

Il Film: Scene finali:
Lui va per la quarta volta a New York per cercare lei (Isabella Ragonese), non la trova nel suo appartamento,  le scrive una lettera dandole un appuntamento, la mette in un libro, e se ne torna a Milano, pronto a tornare a NY qualche giorno dopo, tanto costa poco. Lei però si è trasferita a Chicago e tutta la roba rimasta nel suo appartamento viene indirizzata verso la discarica. Ora, a stare bassi, penso che la discarica di New York sia grande quanto tutta Firenze, però ovviamente il libro capita nel punto meglio, con vista panoramica sulla città. Un barbone lo trova e lo va a vendere ad un mercatino, una donna lo ruba dalla bancarella, e quando lo apre getta la lettera in un cestino della spazzatura. Ricordo che siamo a New York eh, una delle città con più gente al mondo, immaginiamo quanti cestini ci possano essere. Mega colpo di vento che fa volare solo la lettera tra tutte le carte nel cestino. La lettera vola, vola, e te sei lì che pensi: “se finisce a lei mi incazzo… se finisce a lei mi incazzo”, ed invece arriva ad un venditore italoamericano di hot dog, che la legge e si preoccupa di ritrovare il luogo di lavoro della ragazza, e di fargliela mandare a Chicago. Ce lo vedete no un ciccione che vende hot dog che raccatta uno degli 8miliardi di pezzi di carta per terra e va a farlo spedire?

All’appuntamento Fabio Volo trova proprio lui, che gli spiega l’accaduto, senza dargli speranze sull’avvenuta consegna. Fabietto è rassegnato, c’ha provato, gli è andata male stavolta.
Ed invece chi c’è alle sue spalle?? La stessa sorpresa di quando all’Isola dei Famosi, Pappalardo si doveva girare, stupito, all’arrivo della moglie, ma si girò troppo presto e non c’era nessuno. Poco dopo si dovette rigirare di nuovo facendo finta di essere sorpreso ed emozionato perché proprio non se l’aspettava. Ma almeno lì ho riso.

Voto: 3 ho una foto di una scritta su un muro: “l’amore è quella cosa che mannaggiàcristo” .
C’è più verità in questa frase che in tutti questi film d’amore idioti italiani in cui tutto va bene a tutti per forza.

Capitano Quint

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Warrior

Gavin O’Connor, 2011, Usa

warriorposter2Trama: sempre la stessa storia, due fratelli che non si parlano più, il buono con famiglia in crisi economica, il cattivo (Tom Hardy) ex marines che torna in città dopo anni, e il padre (Nick Nolte) ex alcolista, ex pugile, e veterano di guerra. A unire i tre un torneo di arti marziali miste da 5 milioni di dollari.

Il Film: Due storie. Quelle dei due fratelli, che poi si incontreranno solo alla fine. Tanto era chiaro da subito che si incontrassero nella finale del torneo.
Da una parte c’è questo tranquillo insegnante, sposato, con figlie, che si ritrova a dover fare i conti con la crisi, le banche, ed un possibile sfratto. Allora, memore di un passato, fallimentare, come lottatore decide di ricominciare a combattere fino a quando gli si presenta l’occasione di partecipare a questo supertorneo con i meglio al mondo e soprattutto con milioni di dollari in palio. Questa è la classica storia da film americano, il riscatto, la vittoria contro la crisi, la moglie che piange vedendolo combattere, gli studenti che lo seguono in tv, l’allenatore buono che lo aiuta. Lui è un uomo in missione: “ o lo metti ko, o perdi la casa”.

Dall’altra parte c’è la vera storia, quella più interessante, grazie soprattutto ai due attori. Qualcuno dica a Tom Hardy che a volte può anche recitare male, o meno bene, invece di essere sempre così perfetto, lo ameremo lo stesso. Qui, dove ritrova più muscoli di Bronson, crea un personaggio incredibile per la sua durezza. L’odio per il padre, per il fratello, per tutto il mondo, felpa nera senza sponsor, nessuna musica di ingresso, niente interviste, butta giù chiunque con un paio di colpi e poi se ne va dalla gabbia senza nemmeno aspettare il verdetto dell’arbitro. IL MEGLIO. Dove il film è riuscito a parte queste americanate, è nel rapporto padre-figlio. Lui pieno di ira per il padre che beveva e picchiava, che ora è costretto a rincontrare per chiedergli di allenarlo, ritrova un Nick Nolte in forma clamorosa, nella classica interpretazione dell’ex alcolizzato che può valere un oscar, ed invece essendo troppa buona non se lo prende. Due o tre scambi di battute tra loro due valgono tutto il film che trova secondo me l’apice non nello scontro finale (banale), ma nel momento in cui Nolte riprende in mano la bottiglia.

Voto: 6/7. fosse solo per i trapezi di Tom Hardy gli darei 8. Il problema è che c’è delle cazzate americane che rovinano tutto come tutta la storia dei marines, oppure tanti piccoli dettagli, di cui il più clamoroso è senza dubbio questo: il campione del mondo di questa lotta è russo (interpretato da Kurt Angle), il solito russo cattivo, e come sempre gli americani sono rimasti indietro perché non sanno che è dal 1991 che la Russia non ha più la bandiera rossa con la falce e il martello. Ma il bravo ragazzo che sconfigge il russo cattivo e comunista non s’era già visto in un altro film?

Capitano Quint

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Un Segreto Tra Di Noi

Dennis Lee, Usa, 2008, 120 min.

Trama: Ryan Reynolds è Michael, un giovane scrittore che ritorna assieme alla sorella  alla casa natia per festeggiare il diploma della madre (Julia Roberts). La sorte vuole che il giorno di festa si trasformi in un momento tragico; la macchina su cui si trovano i genitori di Michael va a sbattere contro un albero, la donna perde la vita. I giorni seguenti saranno un viaggio nel passato per l’uomo, che trovandosi nell’ambiente familiare, ripercorrerà l’infanzia difficile, con un padre (Willem Dafoe) che non l’ha mai stimato, né amato, e una madre succube del marito e incapace di opporsi ai suoi atteggiamenti tirannici. Per di più, Michael deve decidere se pubblicare il suo secondo romanzo, col quale si prenderebbe la rivincita su anni di soprusi, ma porterebbe a scoprire una verità scomoda sul passato del ragazzo..

Il Film: già di per sé la presenza di Ryan Reynolds come attore protagonista è un’aggravante di non poco conto, mitigata solo in parte da Julia Roberts – che a dire il vero muore nei primi cinque minuti di film, nonostante la sua presenza campeggi in locandina manco fosse il centro del racconto – e da Willem Dafoe, il goblin dell’orribile Spiderman (ma che cazzo di nome è Willem?). Il soggetto della sceneggiatura è stra-abusato negli States (American Beauty) come in Italia (Muccino ne sa qualcosa con il suo Ricordati di Me, tranquillo Gabri, ce lo ricordiamo ancora tutti purtroppo), e cioè la distruzione della tipica famiglia borghese, l’acuirsi di tensioni e malumori sopiti nel tempo che si ridestano allo scoppiare di una tragedia, dando il via a una girandola di eventi, non sempre a lieto fine. Ecco, questo lavoro di Dannis Lee tende più al capolavoro mucciniano, anche se molte sono le differenze, e di storia e di epilogo. Mentre infatti, l’odio che il sottoscritto prova per Reynolds è ampiamente paragonabile a quello provato per Silvio Muccino se non superiore, posso dire a cuor leggero che Un Segreto Tra Di Noi è pure peggio come film (incredibile ma vero). La tipica famiglia felice americana come da copione non è tanto tipica, nel senso che il padre è un famoso scrittore oltre che rettore di una importante università, la madre è Julia Roberts (ditemi voi se è tipico) e te figlio sei Ryan Reynolds, scrittore che al suo primo romanzo ha fatto furore; in effetti le famiglie americane sono proprio così, tutte colte, tutte che vivono in enormi case fuori città con giardino immenso, tutte con scheletri nell’armadio e relazioni extraconiugali come noccioline, tutte con una zia di diciotto-vent’anni che è Hayden Panettiere e ti si presenta in mutande e canottiera in camera la sera,  a te dodicenne, che ti fai ancora le seghine (in questo caso Ryan Reynolds da giovane, eh si, il film è pieno zeppo di flash-back). Poi oh, le tipiche situazioni di una famiglia allo sfascio, lui che si fa la sua (ex?)moglie al piano di sopra durante la cerimonia per il funerale di sua madre al piano di sotto, immancabili anche i “classici” rumori del letto che sbatte sul muro, il solito merdoso rapporto da ricostruire piano piano – in questo caso con il padre-padrone, uso a costringere il figlio a delle punizioni corporali un po’ come il babbo di Tommy la Stella dei Giants nell’indimenticabile cartone animato (indimenticabile davvero). Le uniche due cose che potevano salvare il film dalla rovina, erano in ordine, il cast, che oltre ai quattro sopracitati, vantava anche Emily Watson e Carrie-Anne Moss, tutti attori sfruttati malissimo, proprio sprecati, e “il segreto” che a un certo punto della storia, quasi verso la fine, viene fuori circa la natura del rapporto che lega il giovane Michael alla zietta, la Hayden appunto (almeno io di segreto ho trovato questo, ditemi voi se ce n’era un altro). In realtà non si capisce proprio benissimo cosa sia successo tra i due quando erano più giovani, fino a che punto si siano spinti, però è proprio questo il segreto che potrebbe distruggere la famiglia e le vite di tutti i facenti parte. Segreto che resta lì dove è, perche il nostro Ryan decide di non pubblicare il suo prossimo romanzo, Fireflies in the garden, per salvaguardare il marito di lei e i figli, oltre che mantenere quell’unica speranza di riallacciare il rapporto col padre. Non pretendevo che il segreto venisse rivelato – anzi, la cosa sarebbe scesa ancora più nel patetico – però il tutto è liquidato con una superficialità disarmante. A questo punto mi chiedo che senso abbia mettere un titolo come “Un Segreto tra di Noi”  per poi mandare diecimila inquadrature di Reynolds con la barba lunga da intellettuale. Che senso ha?

Voto: 4. Gli ingredienti per fare un film un minimo  decente c’erano tutti, buono il cast (Reynolds va fortissimo di questi tempi), e anche la storia di fondo non era malaccio. Forse il problema è stato il fatto che questo Dennis è al suo primo lungometraggio – anche un po’ autobiografico tra l’altro – però si vede proprio che deve ancora farsi le ossa, le inquadrature e la scenografia in certe scene mi son sembrate abbastanza banali.

Vitellozzo.

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Scrivilo sui Muri

Giancarlo Scarchilli, 2007, Ita

locandinaTrama: qualcosa tra Moccia, i Cesaroni, e la volontà di essere veramente trasgressivi come una storia d’amore con la Capotondi. Con qualche scritta sui muri.

Il Film: La storia d’amore è tra l’imbarazzante e il penoso, come qualsiasi film con la Capotondi, alla quale qui si aggiunge il biondino dei Cesaroni, e un altro che dovrebbe essere il bellone della situazione. Classico triangolo, classica scena dell’amico innamorato che becca gli altri due a baciarsi, “pezzi demmerda”. Perché ovviamente per rendere il film più trasgressivo possibile, essendo loro una terribile baby gang romana, non c’è modo migliore che riempirlo di “a stronzo, a testa de cazzo, vattene affanculo, cazzo ce stanno le guardie” etc etc. Personaggi inqualificabili, uno peggio dell’altro, addirittura l’amica di lei, è interpretata niente di meno che da Dolcenera, ed insieme si esibiscono in una scena di forte impatto emotivo: scrivono su una macchinetta del caffè una delle scritte più violente di sempre, “il vostro caffè fa schifo”, e se ne vanno anche ridendo soddisfatte per aver preso coscienza della loro indole vandalica.

E qui c’è il secondo grande problema (o il primo). Se il film si chiama Scrivilo Sui Muri, si presume che questi siano dei writers, attività che ormai in tutto il mondo si alterna tra vera e propria arte riconosciuta, e scritte idiote, a volte geniali, a volte inutili. Tralasciando il fatto che in tutto il film non c’è uno che si metta una mascherina anti polveri, e che in tutte le scene c’è il murales già finito e loro fanno finta di continuare a spruzzarci sopra, cosa mai scriveranno questi ragazzi trasgressivi? Cazzo c’avranno 18 anni, chiaramente impediti a fare qualcosa di artistico, glielo vuoi far scrivere un “lazio merda”, un “w la fica” . No, questi vanno di notte nelle stazioni, braccati dalle guardie,  per fare dei cuori colorati e scrivere “no war”!! ma perché non ci scrivi anche viva l’amicizia, w lo sport, quanto è bella la vita.
Non te lo scrivo sui muri, ma te lo scrivo qui: bel film di merda.

Voto 3: per il ciclo alta tensione, loro rimangono bloccati con la macchina sulle rotaie, arriva il treno. Rallenty buttati qua e là. Schermo nero. Scena dopo: loro in ospedale con un braccio e una gamba rotti. Ci prendi per il culo? Se il treno non li avesse presi come mai sono ingessati. Se il treno li avessi presi, sarebbe stato meglio.

Capitano Quint

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Fight Club

David Fincher, 1999, Usa, 139 min.

Trama: Edward Norton è perfetto nella parte di un malato di insonnia la cui vita scorre senza tempo, scandita soltanto dai viaggi in aereo che deve compiere per la società assicurativa in cui lavora come consulente. Ha un appartamento IKEA all’ultimo grido, un buon lavoro, un guardaroba che sta diventando quasi rispettabile, ma non riesce a dormire. Un giorno durante un volo incontra lo spericolato produttore di sapone Tyler Durder, il quale – una volta che Norton torna a casa e trova il suo appartamento esploso per una fuga di gas – si offre di ospitarlo. La sua vita cambia radicalmente, si licenzia dalla compagnia, fonda insieme a Tyler un giro di lotte clandestine che con rapidità si diffonde in tutto il mondo, fino a utilizzare tutta questa forza lavoro per distruggere la società attuale e liberarla dal gioco del capitalismo…

Il Film: Fino a qualche anno fa non conoscevo Chuck Palahniuk, non avevo idea di chi fosse, cosa facesse, dove vivesse. Il nome è un po’ esotico,da uno che può fare di tutto tranne lo scrittore, lavorare nella Grande Mela come tassista o facchino magari. E invece no. Perché Chuck vive a Portland, luogo più americano di Portland non esiste. Purtroppo per me,  non lo conosco nemmeno oggi,  non è un amico, nel senso che non è taggato con me su facebook o non ha scritto nessun commento su una mia foto del tipo “che cavallo che sei!”, però lo sento vicino ugualmente, perché ha scritto (e scrive tuttora) libri proprio tosti, ma tosti davvero. In particolare uno nel ’96 che è diventato un cult, Fight Club. E lo ringrazio, perché se Chuck avesse fatto il pizzaiolo o il tassinaro, questo filmnon sarebbe nato; così, David Fincher non avrebbe diretto una sega, Brad Pitt non avrebbe interpretato quello che per me è stato il personaggio più azzeccato per lui fino ad oggi, e Edward Norton sarebbe forse esploso dopo più tempo come uno degli attori più bravi della nuova generazione.

(mega spoilerata tratta dal film)

“…Porca puttana, un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi con i colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti. Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia. Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star… ma non è così e lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene.”

 Fight Club.

Potrei anche finirla qui, con questo discorso che Tyler Durden  pronuncia ai suoi adepti nella cantina nel locale dove si picchiano a sangue tra di loro. Queste parole racchiudono l’essenza del film, il messaggio di fondo. Però mi parrebbe di non rendere il giusto merito a una pellicola  che è tra quelle che riguardo più spesso, e alla quale mi sento legato perché condivido parecchio di quello che si dice nel film (un po’ meno quello che si fa, ma non troppo meno eh). Diciamo anche – togliendoci subito il pensiero – che la regia di Fincher e la presenza di due come Norton e Pitt hanno contribuito tanto al successo di Fight Club, ma questo non lo sminuisce affatto, è solo la conferma di come si fa a fare roba di qualità con attori conosciuti e che siano anche bravi. E’ un film sugli uomini per uomini, l’unica attrice di spessore è la sempre secca e brava Helena Bonham Carter, quindi, chi pensa che sia molto macho non la fa tanto di fuori dal vaso, ma neanche questo può essere preso come un fattore negativo. E’ spietato nella sua crudezza, ma Fincher è bravo a scioglierti in bocca la medicina amara dandotela a piccole dosi, miscelando scene violente a momenti se non spassosi almeno che fanno sorridere.

Nel film si palesa tutta la superficialità disarmante della nostra società, fatta di cose da comprare, di relazioni sociali da tessere quasi fosse un obbligo, di luoghi comuni da rispettare. Nella società di Fincher siamo sballottati da un posto all’altro senza nessuna possibilità di riprendere il mano il volante della macchina, ci alziamo, mangiamo, lavoriamo e poi ricomincia tutto daccapo. Controllati dalle banche, dalle multinazionali che ci indirizzano nelle scelte di acquisto, dai mass-media che ci instillano piano piano nella testa cosa/come pensare, il nostro sentiero sembra già tracciato, con ben poca possibilità di cambiare strada. Ma c’è poi davvero questa possibilità? Secondo Fincher, l’unico modo è distruggere tutto, tornare alle origini, quando l’uomo era un animale, bisognoso solo del necessario per sopravvivere (e di 200 dollari in contanti per la sepoltura). Non c’è speranza, il finale è tragico ma inevitabile (a differenza del libro). La distruzione totale del capitalismo e della sua società industriale. Tyler Durden questo lo capisce, e dai sobborghi squallidi e abbandonati di una metropoli in decadenza, raduna attorno a sé una folla sempre più numerosa di ultime ruote del carro, li rende schiavi automi e li organizza sotto un credo di stampo filo-fascista in un esercito che devasta quello stesso mondo che ha contribuito a creare. Non è l’Alex di Kubrick , un semplice spostato senza meta, senza obiettivi se non quello di distruggere per divertirsi, per il solo gusto di farlo; la sua pazzia è lucida, ragionata e necessaria, come necessaria è la società che lo circonda. La lisciva lasciata sciogliere sulla mano – una delle scene fondamentali del film –  è solo il mezzo per vedere finalmente coi propri occhi che è tutto da rifare, che la gente non ha capito un cazzo e che non ho capito un cazzo nemmeno io perché cercare di spiegare questo film a chi non l’ha ancora visto sarebbe come cercare di insegnare a i’culo parlare.

Voto: 8+. Anche solo per le utilissime perle di saggezza disseminate in tutto il film. Son tante eh, ma la mia preferita rimane sempre questa: infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina!

Vitellozzo.

 

 

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Punto Zero

Richard C. Sarafian, 1971, Usa, 98min

Trama: Il deserto tra Colorado, Nevada, e California. Una Dodge Challenger del 70 a tutta velocità. La voce di uno speaker alla radio. Tutta la polizia contro. Tutta la gente con lui. Vai Kowalski! Corri!

Il Film: super cult anni ’70, Punto Zero si impone come uno dei migliori road movie di sempre, perché ha come veri protagonisti la strada, l’auto, e il deserto. Attraverso vari e frammentati flashback lungo tutto il film si scopre un po’ la storia del silenzioso protagonista, ex poliziotto, ex pilota di auto da corsa, che attualmente consegna automobili. Un venerdì notte gli viene affidato l’incarico di portare una dodge bianca da Denver a San Francisco entro lunedì. Scommette che sarà in California sabato pomeriggio. Inizia così la sua corsa a tavoletta, ed immediatamente la polizia lo insegue con tutti i mezzi, ovviamente tutti inutili. A commentare la vicenda, una piccola radio, guidata da uno speaker nero, Super Soul (tremendamente tradotto in italiano Super Anima), che con la sua voce e i suoi dischi rock e funk, diffonde la leggenda di Kowalsi a tutta la gente che vede nel pilota un simbolo di libertà.

Film bellissimo, amato da Spielberg, citato da Tarantino in Grindhouse, girato veramente bene, ottime scene di inseguimento, incidenti, e polveroni nel deserto. Colonna sonora azzeccata, d’altra parte con una macchina in fuga e del rock in sottofondo è difficile sbagliare.
Da vedere. E’ di quei film, come Drive di Winding Refn, come Crash di Cronenberg, che poi quando monti in macchina ti accorgi che ti hanno segnato. Pericolosamente.

Voto 7.5: E poi arriva la fine, una botta nello stomaco. Strada dritta, la polizia che sistema due ruspe come posto di blocco. Kowalski che accenna un sorriso, e pesta sul gas, puntando dritto verso la libertà, che sia l’esplosione finale, che sia la gloria di essere stato una leggenda.

Capitano Quint

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Una Storia Vera

David Lynch, 1999, Usa, 112min

Trama: un vecchio con barba bianca e sigaro sempre acceso (e già sarebbero sufficienti questi particolari per fare un buon film), decide di partire per andare a trovare il fratello che non vede da anni. Essendo un viaggio lungo, e non avendo la patente, decide di andarci a bordo del suo tagliaerba.

Il Film: nella locandina e nei titoli di testa campeggia enorme la scritta Walt Disney. Un film del regista più controverso e indipendente di sempre, prodotto dalla compagnia più commerciale e perbenista di sempre. Come hanno fatto a trovarsi non ne ho idea, fatto sta che ne è uscito un piccolo film magnifico. “No ma non lo guardare, du palle, è della Disney, non è un vero film di Lynch”, questo è quello che mi sono sentito dire, e ricordando film come Elephant Man, Velluto Blu, Dune, non sapevo veramente cosa aspettarmi. E come sempre Davidone Lynch ve lo tira in culo a tutti, e gira questo road movie con una delicatezza, una passione, una precisione in ogni inquadratura, che punta dritto a commuoverti. Riuscendoci.
L’impronta Disney si vede poco, si nota nel fatto che non c’è nemmeno un “cazzo” o un “vaffanculo”, quello che si nota molto è invece la grandezza di Lynch che impone un ritmo al film, pari al ritmo del lento e arrancante tagliaerba del vecchio Alvin. Ogni scena diventa carica di tensione e ansia, soffri insieme a questo grande uomo sul suo piccolo mezzo: un tir che lo sorpassa mandandolo fuori strada, una discesa senza freni, come fa con l’anca rotta, come fa senza benzina, insomma se è un road movie, è uno dei migliori di sempre.

In mezzo a tutto questo, tanti incontri dove Alvin regala perle di saggezza sulla vecchiaia, sulla famiglia, sulla guerra, senza mai essere banale e scontato, senza mai esagerare nel moralismo buonista, e capitano anche alcune scene divertenti. A fare da sfondo a questa storia (vera), infiniti campi coltivati, i tramonti sulla campagna americana, e le musiche del solito Angelo Badalamenti, che spesso collabora con Lynch, e raramente sbaglia la musica. Queste infatti sono stupende.

Voto 8: ce la farà Alvin a ritrovare il fratello? Gran bella scena finale.
E cosa gira Lynch dopo tutto questo zucchero? Mulholland Drive. Un pazzo.

Capitano Quint

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Re Per Una Notte

Martin Scorsese, 1983, Usa

Trama: Robert De Niro è ossessionato dalla televisione. Convinto di poter sfondare come comico, prova in tutti i modi a farsi notare dal suo idolo, Jerry Lewis, finché non decide di rapirlo.

Il Film: flop enorme al botteghino per Martin Scorsese, e come spesso accade si tratta di un flop immeritato. Questo potrebbe benissimo essere uno dei migliori film di Scorsese per la sua tremenda attualità, nonostante sia dell’83, perché parla della questione principale nella società moderna: apparire in televisione.

Per tutto il film Martin ti fa notare tutte le perversioni e le convinzioni del protagonista, un uomo che in casa parla con dei cartonati di personaggi famosi, che vive ancora con la madre, che va a caccia di autografi, che è profondamente convinto di meritarsi un posto fisso come comico, perché sa che le sue barzellette andrebbero forte. Un uomo che non riesce a capire che la sua presenza ogni mattina alla portineria della produzione non è gradita, e che il suo nastro non verrà mai ascoltato da Jerry. Da qui al gesto successivo di tagliare la testa al toro e rapire lo stesso Jerry Lewis, per De Niro il passo è breve. Bellissima la scena di come gli entra in casa, con estrema tranquillità, come ha sempre sognato, come fosse un suo amico, salvo poi legarlo ad una sedia nella più totale goffaggine, ingenuità e imbarazzo, e obbligarlo a fare per lui la telefonata che gli garantisce una serata in televisione.

De Niro è in quella fase di grazia fine anni 70 inizio anni 80, reduce da capolavori quali Il Cacciatore, e Toro Scatenato, qui in un ruolo chiaramente molto meno fisico, non fa altro che prolungare la striscia di performance perfette. E sono rimasto piacevolmente sorpreso da un Jerry Lewis che, abbandonando il ruolo di idiota impacciato, tira fuori un interpretazione matura e seria.
Insomma bel film, attuale, incisivo, a tratti ironico e triste, una bella prova per Martin Scorsese, incassi a parte.

Voto 7.5: Morale finale, meglio re per una notte o buffoni per tutta la vita?

Capitano Quint

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La Piscina

Jacques Deray, Fra, 1968, 100 min.

Trama: Alain Delon (Jean-Paul) e Romy Schneider (Marianne) trascorrono dei giorni di vacanza in una lussuosa villa sulla costa azzurra. L’equilibrio si rompe quando passa a trovarli un amico in comune, vecchia fiamma di lei, con la figliola diciottenne. Attorno alla stupenda piscina della villa, unica spettatrice delle dinamiche dei quattro, si consumerà il dramma.

Il Film: L’avevo già visto l’anno scorso, ma non ce la feci a finirlo perché era a un orario improponibile. L’ho rivisto tutto quest’anno – sempre a orario improponibile – però ho resistito e l’ho messo in saccoccia. Diciamo subito che la gran parte del successo del film e anche dell’interesse dello spettatore, verte da un lato su Alain Delon,  nella parte dello scrittore fallito e depresso che – occhiali da sole sempre indosso – gira cazzeggiando in costume sul bordo piscina, e dall’altro sul rapporto che si crea con Penelope, la bella figlia del vecchio amico Leveque.  Mascherando tutto con un aura di reciproche cordiali attenzioni e frasi di circostanza il rapporto tra i due si farà via via più profondo, fino a una piccola fuga a fare il bagno in mare aperto, che sa tanto di “ultima volta” prima della partenza di lei con il padre, verso L’Italia. Il tutto avviene sotto gli occhi neanche tanto ciechi della fidanzata di lui, Romy Schneider – la migliore sotto il piano recitativo – che, nonostante veda il sentimento che sta nascendo tra il suo ragazzo e Penelope (Jane Birkin, che da giovane era veramente splendida), si mostra sicura di sé, mascherando il suo rammarico con rassegnata ironia, anche quando Jean-Paul le dichiara apertamente la sua intenzione di non tornare insieme a Parigi, ma di partire e inseguire la ragazza. Sembra tutto già scritto, lui che lascia lei per quella più giovane, e invece no. Perché il padre, amico di facciata di Jean-Paul, considerato un fallito – oltre che odiato per avergli rubato Marianne – si mette in mezzo e anticipa la partenza. In una notte balorda i destini dei 4 cambiano per sempre, l’idillio possibile diventa ormai irrealizzabile. Tutto sembra tornare come prima, ma è un rapporto quello tra Marianne e Jean-Paul  molto più indissolubile che in passato, così profondo e radicato da diventare asfissiante per le aspirazioni e il futuro di entrambi, guardato attraverso i vetri di una finestra sbiadita come si guarda un evento che non ci appartiene più. In effetti, il loro futuro è proprio così, un evento che non li riguarda.

Voto: 6,5. Se l’aspetto narrativo fosse stato curato con più attenzione, soprattutto nella fase finale, sarebbe stato un ottimo film. Va bene uguale eh, perché “La Piscina” se la gioca comunque con tante pellicole italiane dello stesso genere uscite negli ultimi anni. Va detto che Alain Delon ha aiutato tanto, ma oh, bene per loro che ce l’avevano, noi in quegli anni ci s’aveva Bombolo. Uguale.

Vitellozzo.

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Somewhere

Sofia Coppola, Usa, 2010, 98 min.

Trama: Johnny Marco  è una star hollywoodiana che vive in un famoso hotel di Los Angeles. Le sue giornate trascorrono nei piaceri più improbabili, contornate da brevi e poco appaganti avventure di una notte con donne bellissime. L’apatia e l’indifferenza verso tutto regnano sovrane, fino a quando non arriva la figlia di lui, scaricata lì dalla mamma “per qualche giorno”.

Il Film: Non ho idea di quanti film abbia diretto Sofia Coppola, però ne ho visti alcuni (forse tutti?), Lost in Traslation, Il Giardino delle Vergini Suicide, e anche Marie Antoinette, sempre con Kirsten Dunst; nessuno dei tre mi è dispiaciuto, nel primo caso perché la Scarlett gode sempre di buona salute,  nel secondo perché il finale delle vergini suicide è un buon finale, e nel terzo perché il taglio pop dato alla Francia del Re Sole era carino. Non sono film che si elevano dagli altri, o che rivedrei spesso, il livello è un buon livello, però non arriva mai all’eccezionale, e secondo me Sofia Coppola non ci arriverà mai, a girare un film eccezionale. In casa ci son già troppi “fenomeni”, sia in positivo, come il suo babbo Francis, sia in negativo come suo cugino Nicolas, grande attore come io sono un grande giocatore di poker. Ecco, questo Somewhere è un po’ il sunto di quello che è Sofia Coppola, e di quello che può e non può fare. E anche di quello che può e non può fare una giuria: non può dare il Leone D’Oro a questo film. Scena uno: una Ferrari che gira a vuoto (su un circuito?) per qualche minuto, e poi Johnny Marco che scende. Scena due: Johnny Marco sul letto di una camera d’albergo che assiste svogliatamente  a una lap-dance di due biondone. Scena tre: Johnny Marco a un bar che fa colazione, e così via. Quando arriva la figliola, la cosa si ripete, solo che ora non ci sono più le superfighe, ma solo la figliola appunto; loro che vanno in Italia per promuovere un film, loro che fanno il bagno nella vasca di una suite, loro che fanno “cose”, fino a quando Elle Fanning non parte per il campeggio estivo, il nostro eroe piange di dispiacere, e mentre guida non si sa dove, piglia e scende di macchina andando a piedi. Esatto, è questo il finale di un film che ha vinto il Leone D’Oro. Forse la Sofi voleva trasmettere con scene prive di vitalità, con un personaggio povero di emozioni e di pensieri (c’è pochissimo parlato nel film) anche la pochezza di una vita fatta di successo e denaro, e questo traspare nel film. Il problema è che traspare troppo, Somewhere è insipido, e quando finisce ti lascia indifferente come il suo protagonista.

Voto: 5. Ho smorzato un po’ il mio giudizio solo per un motivo. C’è una scena che mi è piaciuta molto in tutto il film, ed è quando Sofia Coppola ci fa vedere un pezzo di Telegatti italiani, con gente come la Ventura, la Marini, Nino Frassica, qualche gnocca in costume che scodinzola sul palco (tra cui la Chiatti, che aimè non scodinzola sul palco ma resta comunque gnocca), musichette ridicole, insomma il meglio della nostra televisione: padre e figlia, manco a dirlo, se ne vanno al volo dall’Italia e tornano in America. Certo, neanche in America son messi troppo bene a qualità dei programmi televisivi, ma finché ci teniamo stretti la Ventura o la Marini non possiamo che starcene zitti e subire frecciatine di questo tipo, perché avranno sempre tutte le ragioni del mondo  a prenderci per il sellino. Anche se in America c’è comunque Nicolas Cage, e non è una cosa da poco…

 Vitellozzo.

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Il Cacciatore

Michael Cimino, Usa, 1978, 183 min.

Trama: 5 Premi Oscar. Uno dei film più belli della storia del cinema. De Niro e Walken in una forma strepitosa.

Il Film: di film sul Vietnam gli americani n’hanno fatti tanti, così in ordine sparso mi viene in mente Apocalypse Now, Nato il 4 Luglio, Good Morning Vietnam,  ovviamente Full Metal Jacket, Platoon, la cagata We Were Soldiers (quei 7 euro me li sogno ancora la notte), per non citare poi pellicole che rimandano al famoso conflitto solo con qualche scena, come Forrest Gump, o Rambo. Questi son solo i più conosciuti, ma bastano come esempio delle tracce profonde lasciante nella mente di tutti quelli che l’hanno vissuto, chi in prima persona, chi con le contestazioni, chi semplicemente guardando le immagini dei bombardamenti alla televisione. E a dimostrazione di quanto gli americani ci tenessero a rievocare il disgusto, il senso di sconfitta non sul campo ma a livello umano, di disperazione e tragico abbandono che la vicenda ha suscitato, si sono impegnati proprio tanto nel girare quei film, perché son tutti (o quasi) riusciti benissimo, tutti straordinari. Uno più degli altri, Il Cacciatore. Prima che I Cancelli del Cielo gli chiudessero  per sempre i cancelli di Hollywood, Cimino ha girato davvero un capolavoro. Non tanto per la storia, che comunque non è ordinaria – tre amici che vanno in guerra e ne escono tutti cambiati per sempre – ma è proprio la regia che è fuori dal comune. Nella prima parte di film regna il contrasto tra la fabbrica dove i ragazzi lavorano e la natura, i boschi nei dintorni della piccola città industriale dove si spara ai cervi (un solo colpo come sinonimo di lealtà tra uomo e animale), la nebbia, gli alberi, grandi spazi aperti in  inquadrature splendide; spazi che nella seconda parte diventano claustrofobici, piccoli piccoli nelle scene della prigionia, ma anche nelle strade affollate di Saigon, pullulanti di vita e di squallore, strade dove Nick e Michael cercheranno invano di dimenticare ciò che hanno passato. E sono proprio i giorni della prigionia, le inquadrature di loro disidratati, spossati, ingabbiati come bestie e presi uno dopo l’altro per giocare alla roulette russa le immagini più forti del film, dove la tensione sale alle stelle per poi culminare nella scena che preferisco, quando cioè De Niro fa il De Niro. Questi stronzetti vietnamiti non potevano sapere che non bisogna mettersi mai contro Bob, è una regola sacra, perché se si incazza lui son cazzi. E infatti, quando fulmina con lo sguardo il ganzo di turno che lo intima a spararsi alla testa, questo qui non si immagina di essere già segnato. Il resto è storia. Cacciatore di cervi, cacciatore di Vietcong, cacciatore di amici: Michael come l’unico collante per ricompattare il vecchio gruppo, Michael che una volta tornato in città non ha il coraggio di condividere la gioia del suo ritorno in patria con gli amici e tira dritto, Michael che a stento trattiene le lacrime quando vede un ottimo John Savage senza gambe su una sedia a rotelle, Michael che in una Saigon in caotico abbandono, ripercorre le vecchie strade alla ricerca di Nick, in un viaggio che ha dell’infernale, tra fiamme e rovine, andata agli inferi e ritorno. Michael innamorato da sempre di Linda (Meryl Streep), promessa sposa di Nick, e nonostante questo cerca in tutti i modi di riportare a casa il suo amico, ormai perso nell’oblio di se stesso, senza speranza. Il film è una perla, sia per i motivi che avete letto sopra, sia per il modo in cui è nato, per le storie dietro al film, scatole cinesi; in alcune scene in presa diretta – come il recupero con l’elicottero – gli attori hanno realmente rischiato la vita quando il velivolo troppo basso stava per impigliarsi nelle corde del ponte, o anche quando si sono lanciati da un altezza considerevole,  senza controfigure.

Su Bob ormai non ci sono più parole, è il numero uno. Una recitazione così l’ho rivista solo in Toro Scatenato, che considero la sua miglior interpretazione, oltre che il miglior film sul pugilato, ovvio. La sua capacità di immedesimarsi nel personaggio è incredibile, basti pensare che ha vissuto non so quante settimane assieme a un vero operario dell’acciaieria per entrare meglio nella parte. Quando si dice completa dedizione al lavoro. E poi, il Cacciatore non è solo un capolavoro assoluto, ma anche un addio: un addio a John Cazale – Fredo ne Il Padrino – attore troppo sottovalutato, che morirà di cancro subito dopo le riprese.  Anche questo è cinema.

Voto: 9. Per dirvi quanto apprezzi il film vi basti sapere che gli do NOVE anche se il finale non mi è piaciuto, troppo patriottico con quel “God Bless America”. Gli do NOVE anche se il taglio è assolutamente del tipo “americani buoni – Vietgong pezzi dimmerda” e Cimino sembra dimenticarsi delle boiate commesse dai suoi compatrioti. Gli do NOVE, anche se c’è Meryl Streep che mi fa cacare (penso di essere l’unico sulla Terra). Ma gli do NOVE anche per tutto il resto, immenso.

 Vitellozzo.

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Sette Anime

Gabriele Muccino, Usa, 2008, 125 min.

Trama: Will Smith è Ben Thomas, un uomo dal passato tragico, colpevole di aver commesso un errore imperdonabile. Per redimere la sua colpa, decide di aiutare sette persone bisognose – che tiene sotto controllo da diverso tempo – tra i quali spicca la bella Rosario Dawson, malata di cuore, l’unica che riesce a scalfire la corazza di silenzi e solitudine di Ben Thomas.

Il Film: è bene che Muccino resti in America, che proprio si dimentichi dell’Italia, la cancelli dalla cartina geografica e ci faccia una bella croce sopra, perché l’aria di Hollywood gli fa bene. Mentre in Italia è stato capace solo di girare delle merdate inconcepibili, tra cui l’indimenticabile – purtroppo – Ricordati di Me, o anche l’ultimo mostro Baciami Ancora, oltreoceano ha riscosso (giustamente) quel successo che ha conseguito anche qui da noi, con la differenza che La Ricerca della Felicità e Sette Anime sono dei bei film meritatamente apprezzati (anche se non da tutti, anzi), e gli altri no. La collaborazione con Smith, che ormai è diventato una stella affermata del cinema, anche se spero sempre che ritorni alle sue origini e riprenda in mano una sit-com che ha cresciuto milioni di ragazzi (inutile ricordare quale), bisogna dire che funziona alla grande, e ancora una volta riesce a portare sullo schermo una storia umana, che per quanto incredibile nel suo svolgimento, non può non commuovere. Mi sono limitato alla grande nello scrivere la trama, che è rimasta scarna e essenziale, giusto le linee narrative di fondo, perché il punto forte del racconto è proprio la suspense che lo svolgersi degli eventi comporta; fin dall’inizio non sappiamo perché Ben Thomas sia seduto in bagno e pianga, non sappiamo perché telefoni ad un non vedente e lo offenda pesantemente per telefono, non sappiamo perché si finga un revisore del fisco quando va a trovare una poveretta gravemente malata senza nessuno al mondo, e questa incertezza resta per quasi tutto il film. I pezzi del mosaico si sistemano piano piano, in un incastro eccezionale, in cui, alla fine anche la cosa più curiosa nel suo appartamento – una medusa viva in una teca di vetro – trova una spiegazione incredibile. Le sequenze finali, dove tutto ha un senso, compreso il passato di Ben Thomas, sono surreali, forse troppo, e questa è l’unico neo di un buon film; una storia come quella di Ben, per quanto corroso dal senso di colpa per quello che ha fatto, non credo sia umanamente possibile, tantomeno il finale strappalacrime. Però oh, fa sempre piacere vedere una storia irrealizzabile che si realizza in questa maniera, salvando sette vite (ops). Comunque la cosa più anormale è la differenza  tra questo lavoro di Muccino e la roba che ha prodotto qua da noi, proprio lavori diversissimi anche per come sono girati, le luci, le inquadrature, la musica, tutto. Sembrano quasi film fatti da due registi differenti. Propongo una colletta per dare l’ultima possibilità a qualche regista italiano, magari l’aria americana fa bene anche a loro…

Voto: 7,5. L’attenzione per le polemiche suscitate dal tema del film – la donazione degli organi – ha forse distolto lo sguardo dall’effettivo valore dello stesso, sia in America che in Italia, paesi da sempre un po’ bacchettoni sulle bischerate. Sette Anime è bello davvero, altro che storie. Dai eh Gabrielino, che forse non ti boccio – con sommo dispiacere del Capitano – però ti mando agli esami di riparazione, hai ancora tanto da farti perdonare.

Vitellozzo.

 

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Trainspotting

Danny Boyle, Gb, 1996, 90 min.

Trama: Un gruppo di amici della periferia di Edimburgo trova nell’eroina la via di fuga da uno stile di vita borghese che non capiscono, ne tantomeno condividono.

Il Film: visto che il blog è un passatempo – neanche tanto proficuo – vorrei ridurre al minimo i rischi di traviare giovani menti imberbi con questa recensione (voglio concedermi qualche altro anno prima di traviare giovani menti), consigliando coloro i quali non hanno ancora visto Trainspotting di andarci con le pinze, di pensarci su bene prima di comprare (o scaricare) il dvd e pigiare play, perché è un film molto controverso. Non è la classica “storia sulla droga”, solitamente a senso unico che, attraverso un percorso visivo fatto di violenza, degrado, angoscia e dolore ti indirizza verso l’assoluto rifiuto di quel mondo. No. Trainspotting non è come gli altri. Danny Boyle – che nonostante buone pellicole ha girato questo suo unico grande successo – racconta il percorso di questi ragazzi dal loro punto di vista. Quindi, la prospettiva si  sposta da “quelli che sono fuori dal mondo della droga e la raccontano” a “quelli che ci sono dentro fino al collo e la raccontano”, una differenza abbastanza marcata. Per Ewan McGregor – che interpreta Renton, il protagonista – l’eroina è la cosa più buona del mondo, prendete l’orgasmo più bello che avete provato, moltiplicatelo per mille, neanche allora ci sarete vicino, e se ne sbatte i coglioni di tutti quelli che gli dicono che è solo merda quello che si spara nelle vene, che deve smettere per la sua salute, che sta sprecando la sua vita, io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro…le ragioni? Non ci sono ragioni…chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? Questo non vuol dire che il film è l’esaltazione dell’eroina o un incentivo a drogarsi come unico rimedio a una vita fatta di lavoro, famiglia, maxitelevisore del cazzo, lavatrice, macchina, cd e apriscatole elettrico, perché il regista ci fa vedere anche l’altra faccia della medaglia, in scene veramente tristi e macabre. La parabola discendente  di Tommy, ragazzo pulito, salutista, amante della forma fisica e lontano da ogni tipo di dipendenza, che – una volta mollato dalla ragazza – si trasforma in uno zombie eroinomane, malato, che passa le sue giornate nell’ ormai squallido appartamento su un materasso merdoso, sempre a ruota, sempre in cerca della dose. L’urlo lacerante di Allison, quando scopre il cadaverino di suo figlio nella culla, ormai senza vita, morto da giorni, lei, che non se n’era nemmeno accorta, troppo intenta a farsi. La disintossicazione di Renton, che con la sua mente distorta vede gattonare a testa in giù il neonato morto sul soffitto della sua camera. Sono tutti momenti dal forte impatto emotivo, dove non c’è spazio per l’ironia, o la battuta sarcastica, qualcosa che ti aiuti a digerire una realtà che ci viene, invece, mostrata in tutta la sua drammaticità.

Boyle in effetti alterna scene certamente drammatiche a momenti di più ampio respiro, a tratti quasi esilaranti, aiutati molto dalla musica, che come colonna sonora del film è perfetta in ogni suo pezzo. Si parte infatti con Lust for Life di Iggy Pop nel famoso inseguimento che apre il film, si prosegue con roba dei New Order, Blondie e Lou Reed (fantastico Perfect Day nella scena dell’overdose), simpatica anche l’entrata nella vita londinese con Think about the way che mi sembra veramente azzeccata per raccontare quel mondo borghese che Renton fino a quel momento aveva sempre rifiutato, si finisce con il famosissimo Born Slippy degli Underworld, i quali dovranno ringraziare in eterno Boyle per aver trovato spazio nel film al loro unico successo.

Più che una storia “sulla” droga, Trainspotting mi è sembrato una storia “con” la droga, sottofondo ingombrante di un gruppo di amici che si sfalda, i cui componenti si inculano a vicenda, ognuno annaspando cercando di non affogare, per non lasciarsi trasportare dalla corrente.  Alla fine Renton ce la fa ad uscirne e lascia tutti al palo, o almeno sembrerebbe (per me il finale resta aperto), mentre gli altri rimangono a sguazzare nel fango della precarietà, ciascuno con i propri demoni con cui convivere, che restano lì, irrisolti.

Voto: 8.  Quando esce un film sulla droga la gente si aspetta sempre che questo risolva la questione, che da un giorno all’altro il problema droga finisca, e i giovani tornino a fare i giovani e non i disperati. Non è così che funziona, e non è questo lo scopo del film (e dei film in generale). Traispotting non insegna nulla, non ha la pretesa di spiegare i perché di una piaga sociale che ha delle radici talmente profonde che non basterebbero tutti i minuti del mondo per rispondere. Ci fa solo vedere, in modo magistrale, un gruppo di persone che ne fa uso, uno spaccato delle loro vite, e le loro ragioni. Non c’è un imposizione sul “da che parte stare”, e a ben vedere non c’è neanche la necessità di una scelta, ognuno tragga le sue conclusioni, la sua morale della favola. Sempre se s’è.

Vitellozzo.

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Barry Lyndon

Stanley Kubrick, Gb, 1975, 184 min.

Trama: La vita del giovane Barry, irlandese di umili origini, che cerca di farsi strada nel mondo dei ricchi signori nell’Europa del XVIII secolo. Dall’adolescenza – rifiutato dal primo amore – all’esilio forzato da casa, all’esperienza nell’esercito, ai tavoli da gioco dei principi, al matrimonio con la ricchissima duchessa Lyndon, fino al crollo e alla conseguente caduta in disgrazia. La parabola di un arrampicatore sociale che tutto vuole e tutto ottiene – rovina inclusa – vista con l’occhio di Kubrick, e scusate se è poco.

Il Film: Mi piacciono tanto i romanzi, specie quelli picareschi ambientati in epoche passate; Dumas, Cervantes, Hugo, per non parlare degli scrittori russi, ci hanno regalato delle storie fantastiche per ambientazione e trame narrative, opere che ancora oggi sono ineguagliate. Inevitabile che il cinema attingesse a piene mani da questo pozzo di idee. Dopo aver letto i libri, negli anni ho ricevuto delle mazzate colossali dai riadattamenti televisivi/cinematografici dei suddetti romanzi, lavori tratti molto liberamente e un po’ alla cazzo di cane dall’originale cartaceo, che hanno disintegrato le mie speranze di vedere almeno una volta nella vita un film fedele al romanzo, uno solo. Come dimenticare il bellissimo Conte di Montecristo interpretato da Depardieu, una vera e propria merdata colossale che non c’entra nulla col romanzo, e che non ha senso di esistere, o anche I Miserabili con Liam Neeson, dove un 90% della storia originale è stato tagliato per rispettare i tempi cinematografici. Le premesse per tentare la sorte vedendo Barry Lyndon, film ispirato al Barry Lyndon di Thackeray – lo capite da voi – non potevano essere incoraggianti. Senza contare che siamo di fronte a 3 ore di film, con il rischio altissimo di rompersi le palle e chiudere tutto. Invece, lo stupido sono solo io. Sì, perché bastava che mi ricordassi il nome del regista e mi sarei subito tranquillizzato come un bambino. Bastava affidarsi al mantra personale “Kubrick è un genio, Kubrick non sbaglia mai” e tutto sarebbe andato per il meglio. Così è stato. Perché Kubrick è un genio, e ha creato un altro filmone, per la gioia mia e di tutti quelli che credono che sia possibile portare i romanzi al cinema senza smerdarli.

Gli elementi caratteristici della regia di Kubrick ci sono tutti, a partire dall’ambientazione: curata in ogni particolare, fedelissima riproduzione dei salotti del ‘700, degli usi e costumi dei signori, come della stupenda campagna irlandese, degli eserciti, le cui vesti sembrano uscite direttamente dai musei storici. Una perfezione maniacale per i dettagli. Impressionanti – come sempre – le riprese nei grandi spazi, dalla campagna appunto ai saloni dei palazzi, che sembrano non finire mai nei loro soffitti altissimi. Il regista gioca molto anche coi colori, che si adattano perfettamente all’emotività di ciascuna scena, sfavillanti nei momenti di divertimento e di follia, più freddi ed essenziali in scene drammatiche. Per un film “storico” come questo, non poteva mancare la musica, tutti pezzi classici, assemblati da Leonard Rosenmann. E dato che non me ne sono accorto solo io che in quanto a scenografia, musica, costumi e fotografia (Kubrick ha usato l’illuminazione naturale, addirittura in alcune scene solo candele, per immergere al meglio lo spettatore nella storia) – Barry Lyndon è eccezionale,  si è beccato 4 Oscar, giustamente. Ryan O’Neal è perfetto per la parte, perché rende decisamente l’idea della natura di Barry, diviso da due diversi caratteri, l’uomo amorevole e generoso con il figlio, dai modi pacati ed eleganti, e l’arrampicatore smanioso di conseguire un titolo nobiliare per farsi accettare dai nobili, fino a dilapidare il suo patrimonio. Il film è senza dubbio drammatico, ma la genialata risiede nella narrazione, una voce fuoricampo che racconta nei momenti salienti il comportamento del protagonista, in modo ironico e quasi scanzonato, rendendolo  – pur con le sue contraddizioni – una figura simpatica, che nel finale trova anche un po’ di compassione e amarezza per la sua sorte; inevitabile non stare dalla sua parte, anche quando ha torto.

Voto: 8. Non è il migliore di Kubrick, ma si becca un 8. Non è il migliore, ma ha vinto 4 Oscar. Non è il migliore, ma è stato il primo film in cui si sono utilizzate tecnologie fotografiche mai viste prima nel cinema. Pensate come sono gli altri di Stanley..

Vitellozzo.

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Le Regole dell’Attrazione

Roger Avary, Usa/Ger, 2002, 110 min.

Trama: Classiche feste e drammi in un college americano, classici personaggi stereotipati del cinema americano, lui un po’ tenebroso, l’altro gay, lei ragazza alternativa innamorata, e la sua compagna di stanza cheerleader un po’ zoccoletta.

Il Film: dico subito chi è quello tenebroso, un vero duro del cinema, una faccia indimenticabile, per interpretare uno stronzetto pieno di sé, non si poteva non scegliere…DAWSON! Cioè proprio lui Dawson (all’anagrafe James Van Der Beek) di Dawson’s Creek, che tutti dobbiamo ricordare per la scena del “Dawson piangente”.  E non è finita qui perché il suo personaggio di cognome fa Bateman, e per gli appassionati Bateman vuol dire una cosa sola, ovvero American Psycho. E qui iniziano i problemi. La storia infatti è ripresa da un romanzo dello stesso scrittore dell’altro film, Bret Easton Ellis, ma i risultati sono abbastanza diversi.

Il regista è Roger Avary, premio Oscar per la sceneggiatura di Pulp Fiction, che qui compie alcune interessanti scelte stilistiche ma diciamo che quelle sbagliate sovrastano quelle poche buone. Le uniche due buone sono l’uso delle immagini mandate all’indietro, che però dopo due o tre volte iniziano a stancare, e il breve riassunto del viaggio in Europa di un ragazzo fatto con sequenze molto veloci, più o meno di droga e sesso, che risulta abbastanza divertente. Ecco, per il resto il film è imbarazzante, di quei film che vogliono parlare di sesso per far vedere quanto sono indipendenti e privi di tabù, ma che in realtà risultano solo scontati e banali. Come se volessero far vedere quanto si divertono gli americani alle feste come in American Pie, ma anche quanti problemi abbiano i protagonisti e quanto siano soli come in Donnie Darko. Fallisce in tutti e due i tentativi. Avevi a disposizione Jessica Biel in una forma impressionante e non la sfrutti per qualche scena bona, hai a disposizione Shannyn Sossamon, ragazza bellissima, come protagonista e le fai fare l’adolescente innamorata sempre del ragazzo sbagliato. E c’è addirittura un’altra ragazza che si suicida tagliandosi le vene perché Dawson non la guarda nemmeno. E’ veramente troppo. Ad essere drammatico non è il genere, è proprio il film che è drammaticamente brutto. A Dawson gli si vole bene, siamo cresciuti insieme, però dovrebbe fare un altro lavoro, in questo film è insostenibile, anche solo perché invece di dire “ok”, dice di continuo “rock&roll”. Non s’affronta.

Voto 4: Evitiamo di fare questi film inutili su quanti problemi hanno i ragazzi nei college americani. Ma quelli nelle scuole italiane che devono fare allora?? Senza cheerleaders, senza dormitori, senza feste, e senza i fondamentali bicchieri rossi.

 Capitano Quint

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20 Sigarette

Aureliano Amadei, Ita, 2010, 94 min.

Trama: Aureliano è un ragazzo disoccupato, ma con la passione per il cinema e qualche piccola esperienza come regista. Estroverso, sempre attivo e poliedrico nelle varie iniziative organizzate dal centro sociale che frequenta, un giorno coglie al volo l’occasione della vita: un regista amico della madre lo vuole come assistente per girare un lungometraggio sulla guerra in Iraq. Il ragazzo, pieno di speranze, parte in tutta fretta insieme a un contingente italiano; è con loro anche quando, il 12 novembre 2003, si troverà vittima – unico civile sopravvissuto –  dell’attacco terroristico a Nasiriyya.

Il Film: Vinicio Marchioni sveste i panni del criminale de borgata – l’indimenticato Freddo di Romanzo Criminale – per indossare quelli, molto credibili, di un ragazzo normale che si trova ad affrontare senza paraocchi la realtà della guerra, che per quanto uno possa essere preparato tramite vari mezzi di informazione, è sempre una realtà difficile da digerire, specie se la si vive in prima persona. Nel film si passa dalla spensierata allegria delle giornate romane al centro sociale all’atmosfera ben più densa di pesante responsabilità del documentario da girare in una zona devastata dalle bombe. Questo passaggio è traumatico, senza filtri: scena uno, lui che saluta la mamma davanti all’ascensore di casa, scena due, lui che è già sull’aereo assieme ai militari, catapultato senza troppi appigli sicuri da una realtà all’altra. Le immagini delle zone di guerra sono quelle classiche “che si vedono alla tv”: deserto, strade sterrate in mezzo al niente, palazzine mezze scorticate, bambini per strada che corrono, sole, caldo, ma il fatto che le riprese siano in soggettiva rende tutto molto più vero. Ed è proprio questo il punto forte del film: l’onestà del racconto. E non poteva essere diversamente, visto che Amadei non ha fatto altro che trasportare su celluloide l’esperienza vissuta da lui stesso in Iraq. Tutto è autobiografico. Tutto è realmente accaduto. Non esistono solo scene in slow motion di esplosioni o smitragliate alla Rambo condite con esclamazioni del tipo “bastardi, figli di puttana!” e giù a sparare, per raccontare la guerra: basta anche una telecamera a spalla che segua il protagonista, mentre terrorizzato cerca di nascondersi dalle pallottole sotto la carcassa di un furgone ribaltato, o chiede aiuto spaventato in mezzo a una nube di polvere che copre ogni cosa. Il fatto cioè che la guerra non venga spettacolarizzata, ma mostrata in tutta la sua tragicità, permettendo(mi) di cavalcare un onda emotiva che una volta tanto sento vicina, proprio perché così tangibile. Una persona normale, un ragazzo – non un militare dal sangue freddo ma uno come noi – che vive una tragedia scandita dalle 20 sigarette che fuma, e che si trova poi a dover raccontare la sua esperienza al mondo, in un finale forse un po’ ingessato e prevedibile, ma inevitabile.

Voto: 6/7. Leggendo sopra vi chiederete come mai 20 Sigarette si prende un voto che, a giudicare dalle premesse, dovrebbe essere un pochino più alto. Risposta semplice: è un film italiano, e si vede, affetto cioè dai soliti problemi che troppo spesso si presentano nelle pellicole nostrane. La necessità di spiegare troppo le cose con discorsi fuoricampo, come se fossimo dei bambini idioti, o anche l’impossibilità di immaginare una famiglia che per una volta sia una normale famiglia italiana come ce ne sono milioni (e non ad esempio con la mamma figlia dei fiori open minded che fa yoga, il padre anche lui eterno peter pan, e Aureliano appunto, tutto preso da centri sociali e lotta di classe). Io non so dove abbiano vissuto questi registi, ma ci sono anche mamme casalinghe, babbi che vanno a lavorare in ufficio, e figlioli che dei centri sociali se ne sbattono i coglioni e fanno comunque arte (sia essa cinema, musica o altro). E poi scusate: ma vi sembra credibile che una Carolina Crescentini frequenti centri sociali? No perché, se fosse così non c’ho proprio capito un cazzo.

 Vitellozzo.

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Ruggine

Daniele Gaglianone, Ita, 2011, 109 min.

Trama: Giorni nostri. La normale giornata di tre persone è scandita da tre diversi episodi che rimandano a un passato comune, un segreto inquietante e terribile. Stefano Accorsi (Sandro) – padre separato – mentre gioca con il figlioletto a “fare l’Orco” inavvertitamente lo spaventa troppo, e allora anche lui, ormai adulto, ricorda di quell’Orco incontrato da bambino, non uno delle favole, uno vero. Valeria Solarino (Cinzia) – insegnante di educazione artistica a una scuola media – durante la riunione per decidere le ammissioni agli esami, si scontra con i colleghi che vorrebbero bocciare una ragazza solo perche “strana”, verrà fuori poi che la stessa è vittima di abusi in famiglia. Allora, la donna ripercorre faticosamente la strada della sua memoria di bambina, tormentata dal ricordo dell’Orco assassino. Valerio Mastandrea (Carmine), invece , è un uomo rimasto sospeso, senza famiglia, senza lavoro, senza amici, indebitato con dei criminali, se ne sta al bar, aspettando la resa dei conti, aspettando di essere preso a botte e ripensando a quel giorno in cui il Dottor Boldrini (un ottimo Filippo Timi) entrò nella sua vita di bambino, nella sua e in quella di Sandro e Cinzia, distruggendole tutte per sempre. I tre, infatti, erano compagni di giochi nei giardini delle palazzine popolari dove vivevano verso la fine degli anni Settanta..

Il Film: Il tema è serio – la pedofilia – il film anche. Per questo, quando ho letto il cast mi sono un po’ spaventato pensando “vai, hanno fatto la merdata di metterci dentro attori tanto cari al grande pubblico per richiamare un po’ più di gente, stai a vedere lo rovinano”. Invece, nonostante la compresenza di Accorsi, la Solarino, Mastandrea e Timi, la storia tiene. Nessuno di loro è fuoriposto, nessuno di loro è ridondante, forse perché se si sommano i minuti effettivi recitati da ognuno non si arriva ai 10’, eccezion fatta per Timi, Dr. Jeckill contemporaneo trasfigurato in un inquietante quanto mai vero Mr. Hyde nella scena dell’autolavaggio, bravo. Comunque anche gli altri tre si vede che hanno fatto i compiti a casa: inspiegabilmente neanche Accorsi mi è dispiaciuto, la Valeria – che andrebbe vista più spesso – è un fascio di nervi pronto a sfilacciarsi durante la discussione in difesa della sua alunna, e il mio amico Valerio, io lo sapevo che non mi avrebbe deluso, sempre mezza spanna sopra gli altri, non a caso gli è stato affidato secondo me il ruolo migliore/più difficile da interpretare: il “vendicatore/assassino” la cui vita è andata in pezzi, uno che passa le sue giornate nell’oblio e contrae debiti di gioco, puntualmente pagati dalla sorella minore. Come ho scritto sopra, il minutaggio di questi tre è piuttosto scarso, infatti, gli attori di professione fanno quasi da comparse a quelli improvvisati, i bambini. Non so perché, ma vedendo alcune scene del film, in particolare scene di giochi, anche psicologicamente violenti, ho subito fatto un collegamento mentale con Io non ho paura; credo che ci sia  tanto di quel film in questo. Non solo perché i soggetti sono bambini, ma anche per il tema che si muove sottotraccia: la perdita dell’innocenza e l’impotenza di questi – essendo piccoli – di essere creduti/capiti dal mondo degli adulti. Forse, avrei qualche critica nel modo in cui si è dipinta la questione nel film, caricandola forse più del necessario. C’era per forza bisogno che il pedofilo fosse anche un cruento assassino? Non bastava la violenza sessuale (peraltro fatta immaginare allo spettatore, non c’è una scena nel film, cosa a mio parere di gran classe) per raccontare l’orrore e il disgusto? Mi chiedo perché ci sia sempre bisogno di esplicitare la violenza (cosa che in genere non mi dispiace nei film) anche quando non serve. Forse per far capire la crudeltà del gesto? Ma perché cazzo in Italia c’è sempre questo viziaccio maledetto di voler far capire le cose? Lasciate che sia lo spettatore a immaginare, si viene al cinema per questo, per vedere e immaginare. Lasciatecelo fare.

Voto: 7.5. Le uniche critiche che gli posso fare è che 1) forse è un po’ lento, passano diverse manciate di minuti prima che il film prenda quota e ci si possa immergere nella storia e 2) in alcune scene in presa diretta non si capisce che cazzo dicono (e non è una cosa da poco). Però la splendida scena ai titoli di coda dei tre adulti che nella metropolitana si rendono protagonisti di un gioco di sguardi in cui si capisce tutto, vale da sola il film.

Vitellozzo.

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Cruel Intentions, Prima Regola Non Innamorarsi

Roger Kumble, Usa, 1999, 95 min.

Trama: Rivisitazione cinematografica moolto rivisitata del romanzo di De Laclos “Le relazioni pericolose”, la storia è ambientata nella New York superricca superbella di ragazzi superfighi cel’hannosololoro (il ganzo di turno guida una Jaguar a 16 anni). La trama ruota attorno a una scommessa che Sebastian (Ryan Phillippe), grande trapanatore di fighettine newyorkesi-bene, fa con la sua sorellastra Kathryn (Sarah Michelle Gellar).

Un po’ insofferente e annoiato per la facilità con cui riesce a portarsi a letto ballini di fica (poerino, va compatito) , Sebastian  vorrebbe qualcosa di più. L’amorevole sorellina (Gellar), un concentrato di malvagità e doppiogiochismo nascosto da una facciata da brava e casta ragazza, gli propone una scommessa: se Sebastian riuscirà a portarsi a letto la figlia del nuovo Preside della scuola, Annette, (Reese Whiterspoon), la quale ha pubblicamente dichiarato che intende arrivare vergine al matrimonio, il nostro giovane eroe potrà avere la sorellastra, da sempre suo sogno proibito. Se invece non ce la farà, la Sarahhh si prenderà la Jaguar. Sfida accettata. L’impresa è ardua, il galletto abbassa la cresta quasi subito, si rende conto che Annette è intelligente, seria, simpatica, tanto comincia a piacergli, e alla fine se ne innamora. Riuscirà Sebastian a conquistare la giovane fanciulla e a rinunciare alla scommessa fatale mettendo da parte l’orgoglio? Guardatevi il film, io mi son rotto di scrivere la trama.

Il Film: Credo che questo sia uno dei film per ragazzi con il più alto tasso erotico possibile (esclusi i porno, ovviamente). C’è tutto: tensione sessuale alle stelle tra due fratellastri (il biondino non è da compatire, è umano che uno possa perdere i’capo se la tua sorellastra è Buffy) , bacio saffico incredibile tra la suddetta e un’altra disperata figa anche lei, relazione interraziale, preliminari a gogo, amore passionale romantico tra i due protagonisti. Che dire, poco, è un filmino per ragazzini con dialoghi studiati e attori imbalsamati. Però oh, di filettini così n’ho visti tanti nella mia giovane vita, ma tanti tanti, e questo non mi sembra tra i peggiori, anzi.  la storia è bellina, perlomeno non è noiosa. Non entro nel merito degli “attori” (chiaro eufemismo), visto comunque che il target a cui il film è destinato (adolescenti) non è che guardi film d’autore o cinema di qualità. Basta ci sia Buffy e i’biondino ossigenato.. Colonna sonora rispettabile (Verve, Placebo, Blur…) e abbastanza sprecata per un film del genere.

Nota a margine: non ce la fo a non ridere quando guardo il biondo, troppo simile a Justin Timberlake quando  “cantava” negli  NSYNC, che magari per alcuni potrebbe anche essere una qualità, in tal caso è gradita visita medica.

Voto: 6+. Carino. Tutto a posto, tutto giusto, ma più di questo  sarebbe ridicolo per un film che comunque rimane nell’alveo delle commedie per ragazzi. (di Kumble vedi anche: Just Friends)

 Vitellozzo.

 

 

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