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Ok Computer

Radiohead, 1997, Capitol.

Tanti gruppi nella storia della musica hanno fatto i’botto e poi si sono eclissati, non riuscendo a ripetere il successo conseguito o stagnandosi con lo stesso stile, sfornando album simili uno dopo l’altro, senza novità, vivendo magari sul successo di uno – due pezzi famosi e nulla più: non è il caso dei Radiohead. Inutile che vi dica che anche questi vengono dall’Inghilterra; non che tutti i gruppi bravi vengano da lì, però c’è da dire che la percentuale di band inglesi che sfondano e stupiscono è parecchio alta. I motivi precisi non li so nemmeno io, sarà l’aria, sarà il clima, sarà che Ok Computer è davvero un bell’album. Dopo il disco d’esordio Pablo Honey e la conferma con My Iron Lung e (soprattutto) The Bends sarebbe stato facile (e in parte scusabile) cadere nella trappola di rifare un disco in parte simile ai suoi predecessori, visto il successo. Dato che Thom Yorke non è uno stupido, ma un artista completo, in quanto tale, con quest’album decide di cambiare tutto: musica, stile, sonorità. Non sbaglia. Alla fine è la cosa migliore, gli artisti veri sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, quelli che si accontentano son bravi sì, ma si fermano lì.

Dodici pezzi carichi di tensione, al centro di tutto c’è l’uomo moderno, con le sue paure, il disagio verso una società che si sta frantumando, con la perdita di valori e con i ritmi forsennati, in un tempo economico che incalza, nel materialismo più gretto, anestetizzando le emozioni, portandoti a chiuderti a guscio nel tuo mondo, raggomitolato (Paranoid Android). A differenza di tanti album, dove spesso (quasi sempre) tra musica e parole, una delle due componenti tende sempre a prevalere sull’altra (non necessariamente prevaricandola, però), in questo caso vanno entrambe di pari passo. Che il termine “cantante” per Yorke sia riduttivo è un dato di fatto: più che di parole possiamo parlare di testi poetici, quasi sperimentali, così come la musica. Infatti, Ok Computer, oltre a discostarsi dai primi due album, si discosta anche da qualsiasi altro genere esistente fino a quel momento: i suoni sono un misto di rock e di elettronica (Airbag), l’uso delle tre chitarre ci sta benissimo in certi pezzi, addirittura la voce diventa artificiale (Fittier Happier) – il richiamo all’estraniamento dell’uomo che non si riconosce più nel mondo da lui stesso creato è evidente, almeno per me. Con Subterrean Homesick Alien mi sembra di ascoltare un brano dei Pink Floyd (ovviamente con le dovute distanze, i maestri un si toccano), però, almeno nelle atmosfere, nella sonorità lontana, un richiamo c’è di sicuro. Exit Music (For a Film) è forse il pezzo più drammatico dell’album, dove la voce di Yorke si rivela capace di una sofferenza tangibile. Su Let Down non dico nulla, solo che è la mia preferita. Nulla da dire nemmeno su Karma Police, che nonostante abbia mantenuto la sua forza emotiva intatta, è stata rovinata negli anni da continui passaggi in radio (addirittura mi pare sia stata usata per una pubblicità del cazzo, roba da denuncia).  E mentre con Electioneering, classica e immancabile canzone di denuncia a una classe politica sempre più lontana dai problemi veri della gente, ci avviciniamo alla fine dell’album, due parole su Lucky, ballad bellissima, qui davvero lo posso dire che c’è tanto Pink Floyd, ma non imitato, bensì rivisitato in chiave più moderna: era facilissimo sbagliare il colpo, osare troppo, invece il buon Yorke l’ha sfangata anche a questo giro.

Due parole due anche sul bookset (i’librettino coi testi, però bookset fa più fico):il modo in cui è stato concepito ti fa capire la cura dei dettagli anche nelle cose secondarie e dato che io alle cose secondarie e inutili ci tengo particolarmente, non posso non restare soddisfatto di questo disco.

  Vitellozzo.

1. Airbag
2. Paranoid Android
3. Subterranean Homesick Alien
4. Exit Music (For A Film)
5. Let Down
6. Karma Police
7. Fitter Happier
8. Electioneering
9. Climbing Up The Walls
10. No Surprises
11. Lucky
12. The Tourist

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Unknown Pleasures

Joy Division, 1979

I Sex Pistols riuscirono a cambiare la musica in 4 anni. L’ultimo album di inediti è del ’79. Cinque mesi dopo escono i Joy Division che cambieranno la musica in 2 anni, con 2 album. Ai Sex Pistols sono sicuramente legati, ma il loro punk è molto più curato musicalmente, introducendo melodie che daranno il via a tutto quel filone che negli anni 80 prenderà i nomi di post-punk, e new wave, anche grazie ai tre componenti Bernard Sumner, Peter Hook, e Stephen Morris che formeranno i New Order. Il quarto componente è il cantante e leader, Ian Curtis. Decide di impiccarsi a 23 anni, dopo aver sofferto di epilessia e depressione. Due album e qualche inedito sono tutto quello che ci ha lasciato, ma sono di un livello unico, probabilmente anche grazie alla sua figura così misteriosa e tormentata.

Unknown Pleasures è l’album d’esordio, e non c’è niente di meglio che esordire con una copertina rimasta nella storia della musica e della grafica. Linee bianche su sfondo nero riprese da un libro di astronomia. Nessuna scritta. 10 tracce sofferte e oscure. La prima è Disorder, ed è forse quella più leggera, in confronto alle altre così ritmicamente pesanti come New Dawn Fades e I Remeber Nothing. Fondamentali sono soprattutto il basso e la batteria che disegnano un ambiente cupo che a volte esplode con rabbia in brani come Shadowplay (per me la migliore), dove si può sentire una grande parte di chitarra. Tutto però è segnato dalla straziante voce di Curtis, sofferente, malinconica, perfetta. Sentirlo cantare “Ed ero in cerca di un mio amico/E non avevo tempo da perdere/ Già, in cerca di alcuni miei amici” (Interzone) e pensare che si impiccato a 23 anni è veramente angosciante. In queste canzoni e nel successivo album Closer, si avverte tutta la grandezza della sua personalità, così fragile, ma incisiva. Dal lato oscuro dei Joy Division nasceranno direttamente i New Order e le loro sonorità new wave, ma la loro influenza è evidente in tutto il decennio e non solo, in gruppi come i The Cure, i Bauhaus e gli Psychedelic Furs, (e ad onorare il post-punk in Italia i Diaframma).

A tutti i finti gruppetti punk-dark-merda-emo, con occhi truccati e vestiti alla moda, e a tutti quelli che li ascoltano, ritrovando in essi i loro dolori adolescenziali, dedico l’ascolto di questo album, con la consapevolezza, e la personale gioia, che non vi piacerà.

Capitano Quint

  1. Disorder
  2. Day of the Lords
  3. Candidate
  4. Insight
  5. New Dawn Fades
  6. She’s Lost Control
  7. Shadowplay
  8. Wilderness
  9. Interzone
  10. I Remember Nothing

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Paranoid

Black Sabbath, 1970, Vertigo.

Credo sia abbastanza inutile parlarvi dell’album. E’ chiaro che quelli di voi che leggeranno queste righe già li conoscono i Black Sabbath –  altrimenti non ci sareste venuti sulla pagina – così come conoscono Paranoid. Del resto è impossibile non avere ascoltato almeno un pezzo di questo disco, credo di non farla fuori dal vaso se dico che siamo di fronte a una delle pietre miliari dell’hard rock. Si potrebbe anche parlare di heavy-metal, ma qui siamo ancora agli inizi, vero è che l’heavy metal comincia – e per me finisce – con Paranoid. Tutta la musica rock, ogni sua derivazione anche di nicchia, da quella più commerciale a quella più grezza a quella più dura, è stata influenzata dai Sabbath, che a ragione sono considerati insieme ai Deep Purple, gli Zep e gli Stones i padrini del rock. Quindi, dato che tutti sappiamo di cosa stiamo parlando, farò conto di raccontare due stronzate a me stesso, tanto le stranezze sono ammesse: giusto, si parla di Paranoid.

Secondo album del gruppo, dopo l’omonimo sempre del ‘70, che insieme a Master of Reality (1971, questi in un anno hanno cambiato il rock, un anno, quando si dice i’fenomeni) forma un uno-due-tre che stenderebbe tutti. Alla voce c’è Ozzy, che prima di bruciarsi i’capo e perdersi nella carriera solista e nei reality show del cazzo, c’ha regalato delle Signore Tracce e una Signora Voce, carismatica, piena, limpida (no da gatto arrotato come va di moda ora). Se poi uno ci aggiunge gli assoli di Iommi – che è (e sarà sempre) l’anima della band – Paranoid  non può non piacere.

Otto pezzi senza vincoli di lunghezza, alcuni duran tre minuti scarsi, altri otto, tempi che se oggi li presenti a una casa discografica ti ridono dietro per due settimane. Come War Pigs, brano d’apertura, contro la guerra, critica pesante alla classe politica di quegli anni, degli War Pigs appunto (ricordiamoci che siamo negli anni ’70 con la guerra del Vietnam). Con Paranoid credo ci sia poco da dire, 2:52 copiati e copiati e imitati in tutto  il mondo, un motivo ci sarà. Su Planet Caravan da segnalare la chitarra di Iommi, che sembra muoversi da sola in un’altra dimensione, in un altro tempo, insieme alla voce distorta e lontana di Ozzy. Grande pezzo. Voce ovattata che raggiunge l’apice della stranezza con Iron Man, questo mostro di metallo che sembra davvero venuto da un altro pianeta (riff di chitarra da sega).

Se i Sabbath, dopo queste tracce avessero detto “oh vai, ci siamo, è venuto fòri un bè lavorino gente, finiamola qui”, nessuno si sarebbe stupito, bastano questi quattro pezzi per creare un ottimo album. Invece, non si son fermati, e hanno fatto bene a proseguire. In Electric Funeral c’è un leggerissimo richiamo all’immagine del diavolo vendicatore, molto suggestiva, era scontato che qualcosa ci fosse, ma la chiudo qui la questione, non mi va di aprire un dibattito sulle polemiche di chi dice che certi gruppi rock siano satanisti o roba simile, ascolto la musica e mi limito a quello. Ovviamente ho una mia idea, ma me la tengo per me. Da segnalare, infine, anche Fairies Wear Boots, una delle mie preferite, pochi discorsi e molta chitarra. Ecco, appunto, pochi discorsi e mettete su  i Sabbath.

Vitellozzo.

1. War Pigs
2. Paranoid
3. Planet Caravan
4. Iron Man
5. Electric Funeral
6. Hand Of Doom
7. Rat Salad
8. Fairies Wear Boots

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Fragile

Yes, 1971

Progressive rock, rock psichedelico, sinfonico, le definizioni possono essere tante ma fondamentalmente tutte inutili. Sono gli Yes, musica vera.
A due anni dall’esordio, arrivano nel ‘71 già al loro quarto album (perché una volta si produceva tanto, non a scopi commerciali, ma perché i gruppi creavano tanto), e si presentano con un decisivo cambio di formazione: alle tastiere c’è Rick Wakeman, che farà fare il salto di qualità alla band.Il resto del gruppo è formato da Jon Anderson, cantante e autore, Steve Howe alla chitarra, Bill Bruford, batterista, e Chris Squire, tra i migliori bassisti di sempre. Wakeman aggiungerà al gruppo quelle melodie che trasportano l’ascoltatore attraverso tutto il brano, offrendo cambi di ritmo continui e grandi scambi tra tastiera e chitarra. Secondo me lui si gioca il primo posto alle tastiere con Keith Emerson degli ELP, e Jon Lord dei Deep Purple.

La grandezza dell’album si capisce dalla prima traccia, Roundabout, 8minuti e 30 di perfezione. Capita che spesso il basso sia coperto dagli altri strumenti, ma qui Chris Squire lo fa suonare veramente forte, aiutando il ritmo coinvolgente. Un grandissimo pezzo. Secondo brano, Cans And Brahms, assolo di organo di Wakeman che riprende una sinfonia di Brahms. Eh ma proprio il ragazzo non sa suonare.Quando un album è composto bene lo vedi dalle piccole cose: al pezzo We Have Heaven, di cui è facile intuire l’atmosfera, segue South Side Of The Sky che, per sottolineare un cambio di umore, inizia con i suoni di una tempesta, vento, tuoni, e batteria, e prosegue restando su un rock più aggressivo. Altri tre pezzi degni di nota sono The Fish (Shindleria Praematurus) per gli effetti sonori di un altro pianeta, Mood For A Day, arpeggio alla chitarra di Steve Howe elegantissimo, e infine la traccia che chiude l’album: Heart Of The Sunrise, la canzone più complessa, che sfrutta circa undici minuti con una grande carica che solo grandi musicisti possono gestire.

Vorrei sottolineare come l’album sia composto da brani che durano 8, 9, 10 minuti, e altri di 2, 1, o 30 secondi, tempi che oggi sono impensabili per il mercato, della serie cazzo ce ne frega della radio…o forse una volta anche in radio davano la Musica. Con questo album inizia inoltre la collaborazione con il pittore Roger Dean, che per quanto io odi il genere fantasy cosmico, trovo perfetto per le copertine e le atmosfere degli Yes.

Capitano Quint

1.Roundabout 8:30

2.Cans and Brahms 1:38

3.We Have Heaven 1:40

4.South Side of the Sky 8:02

5.Five Per Cent for Nothing 0:35

6.Long Distance Runaround 3:30

7.The Fish (Schindleria Praematurus) 2:39

8.Mood for a Day 3:00

9.Heart of the Sunrise 11:27

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Urban Hymns

The Verve, 1997, Hut.

Terzo album di Ashcroft e compagni, dopo A Storm in Heaven e A Northern Soul, molto apprezzati dalla critica, un po’ meno dal pubblico (vendite non altisonanti). Album che vede la luce dopo un periodo piuttosto travagliato del gruppo, reduce da un primo scioglimento a causa dello stesso Ashcroft nell’estate del ’96, nonostante la band avesse riportato un discreto successo, entrando nella Top Ten inglese proprio con “A Northern Soul”.

Formazione ufficiale e ufficiosa: Nick McCabe e Simon Tong alle chitarre, Simon Jones al basso, Peter Salisbury alla batteria e, ovviamente, alla voce, l’idolo delle masse Richard Ashcroft, o perlomeno la massa che ne resta dopo essersi stroncato come un cinghiale (c’è un perché di quelle occhiaie nere alla Novello Novelli). Comunque, il buon Richard con Urban Hymns ha sicuramente fatto centro. Smussata di molto la componente psichedelica, elemento portante del primo album, tante distorsioni e gnignigni elettronici, con Urban Hymns i  The Verve sembrano volersi rivolgere a un pubblico più eterogeneo, con una musica di ampio respiro.

Botto Clamoroso. Album osannato dalla critica e un successo planetario (va forte anche in America), grazie a pezzi come Bitter Sweet Simphony, inno generazionale (come il video omonimo), ma anche Sonnet e la ballad The Drugs Don’t Work. Ma andiamo per ordine. Bitter Sweet Symphony, canzone stupenda, la scelta di usare archi e violini si rivela vincente (come in molti altri pezzi, Lucky Man tanto per dirne uno..), temi sempre attuali e controversi  – You’re a slave to money then you die – Well I never pray/ But tonight I’m on my knees yeah/ I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah.

Dicevamo delle ballate; in Urban Hymns abbondano: Sonnet e Lucky Man possono essere prese come esempio della nuova armonia ritrovata dal gruppo, dove tutti gli strumenti si accordano, non si danno fastidio, si compenetrano piano piano, si vogliono bene, Happiness /Something in my own place/ I’m standing naked/ Smiling, I feel no disgrace / With who I am, vige l’ordine col disordine dell’assenza di barriere, non sono canzoni che finiscono (Space And Time e One Day), vanno ascoltate con calma, tranquilli, senza patemi, qui non si poga, non ci si foga. The Drugs Don’t Work, canzone “poco” autobiografica, contro le droghe: And I hope you’re thinking of me/ As you lay down on your side/ Now the drugs don’t work/ They just make you worse. Belle eh, le ballate, però le origini non si scordano mai e i The Verve non sono da meno.  Loro lo sanno che sotto sotto sono ancora un po’ indie-rock-schizzati ed ecco che tirano fuori altri conigli dal cilindro con The Rolling People, Catching the Butterfly e Neon Wilderness, brani leggermente più aggressivi e di richiamo dei primi due album, più chitarra/ meno sviolinate (era l’ora), concetto ribadito in Come On e Velvet Morning (una delle più belle della band). Nota a parte merita This Time che, pellamordiddio carina eh, però la trovo un po’ fuori posto. Boh.

Resta solo una cosa in sospeso, il mio rammarico per il loro scioglimento: peccato.

Vitellozzo.

  1. Bitter Sweet Symphony – 5:58
  2. Sonnet  – 4:21
  3. The Rolling People – 7:01
  4. The Drugs Don’t Work- 5:05
  5. Catching the Butterfly – 6:26
  6. Neon Wilderness – 2:37
  7. Space and Time  – 5:36
  8. Weeping Willow – 4:49
  9. Lucky Man  – 4:53
  10. One Day  – 5:03
  11. This Time  – 3:50
  12. Velvet Morning  – 4:57
  13. Come On  – 15:15

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Nord Sud Ovest Est

883, 1993

E’ inutile che fai il ganzo con il rock indipendente, con la musica elettronica, con il rap della strada, o con qualsiasi altro genere che ti consente di non svelare con chi hai iniziato. Se hai vissuto gli anni 90, anche solo la fine, ti tocca ammettere di essere passato dagli 883. E quando il tuo lettore musicale te li ripropone e resisti all’impulso di cambiare subito canzone, ti accorgi di sapere i testi a memoria. Nel 1992 erano usciti con Hanno Ucciso l’Uomo Ragno: quando si dice fare il botto (la canzone Con un Deca resta secondo me una delle migliori del gruppo).
L’anno successivo esce Nord Sud Ovest Est, il successo è, se possibile, superiore grazie alla stessa formula: testi semplici, composti da parole comuni, argomenti quotidiani trattati con un po’ di malessere e amarezza verso un mondo che si sta perdendo. Le musiche superanni 90 tra pop, dance, e un po’ di hip hop.
Prima traccia: Il Pappagallo, critica alle persone opportuniste, che fingono di sapere tutto alla ricerca di popolarità. Poi arriva Sei Un Mito, primo singolo estratto, un pezzo clamoroso, una colonna sonora degli anni 90. Non Ci Spezziamo è un rap per tutti i ragazzi stanchi della scuola e dei falsi amici, Weekend affronta la monotonia delle giornate, in Cumuli si parla della droga (attualissima), Ma Perché parlando dei pregiudizi e del giudicare senza sapere, dà un grande consiglio: tu cerchi difetti a noi ma sarebbe meglio/se ti fermassi un po’ a guardare i tuoi/Ma perché non ti fai mai i cazzi tuoi. Ci sono poi gli altri singoli famosissimi: Nella Notte è forse la più semplice, orecchiabile, senza pretese, Come Mai “inutile parlarne sai” non c’è bisogno di scrivere nulla. E poi ci sono le due tracce che secondo me rappresentano al meglio la musica degli 883, Rotta x Casa Di Dio e Nord Sud Ovest Est. In questi brani si parla del viaggio senza meta o di una meta che non verrà raggiunta, ma non ce ne frega nulla, lei non c’è più, vabbè siamo tra amici, “senza fidanzate troie né mogli quattro deficienti a fare cazzate”, e tra una cazzata e l’altra Cisco farà sempre tardi e dirà “No!Stiamo andando a fanculo!”.
Mauro Repetto lascerà il gruppo dopo questo album, lasciando a Max Pezzali tanti altri successi firmati sempre 883, che consacreranno il gruppo come uno dei migliori in Italia (pensa te come siamo messi). Il pop italiano di ora fa pena, sei bella come il sole sei mia sono tuo è il massimo della profondità dei testi, non so se bisogna rimpiangere gli 883, ma quando parte la base di Sei Un Mito sono sempre gioie.

Capitano Quint

1. Il pappagallo
2. Sei un mito
3. Non ci spezziamo
4. Come mai
5. Rotta x casa di Dio
6. Nord sud ovest est
7. Ma perché
8. Weekend
9. Cumuli
10. Nella notte

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Who’s Next

Who, 1971

Quinto album che insieme al precedente Tommy (1969) ed il successivo Quadrophenia (1973) rappresenta il miglior momento della band inglese.
Tutti pezzi scritti da Townshend, tranne My Wife di Entwistle,  che li riprende da una sua idea di realizzare un’opera rock, e infatti si avverte una teatralità trionfale unita al solito rock degli Who.
Baba O’Riley è la prima traccia, introduzione con il sintetizzatore, poi la tastiera, dopo arriva la batteria di Keith Moon, in un minuto sei già convinto della grandezza del disco.
Bargain e The Song Is Over sono costruite molto bene, partendo piano quasi acustiche ed esplodendo con tanta tanta energia.
Ma sono le ultime due tracce ad essere secondo me le vere perle di questo album. Behind Blue Eyes è meravigliosa nel testo e nella chitarra di Townshend, così dolce e malinconica inizialmente come la voce di Daltrey e poi capace di cambiare completamente il ritmo.
In Won’t Get Fooled Again i quattro si scatenano, si rivede la voglia di rivalsa nei confronti di una società incapace di cambiare (“meet the new boss, same as the old boss”); tanta musica suonata bene da cui emerge lo straripante talento di Entwistle, forse il miglior bassista rock di sempre, e di Keith Moon. Non mi avventuro ancora nel dibattito su chi sia il miglior batterista tra lui, Neil Peart, e John Bonham, ma Moon resta un personaggio incredibile, carismatico, raffigurazione perfetta di genio e sregolatezza.
Copertina modernissima: loro quattro in mezzo al deserto che si riabbottonano dopo una pisciata su un pilastro di cemento (un po’ monolite di Kubrick). Li voglio ricordare così, invece che con la distruzione degli strumenti sul palco che sì li ha resi famosi, ma che ormai è stata abusata e copiata perdendo di significato.

Capitano Quint

  1. Baba O’Riley – 4:59
  2. Bargain – 5:34
  3. Love Ain’t For Keeping – 2:11
  4. My Wife – 3:41
  5. The Song Is Over – 6:16
  6. Getting In Tune – 3:54
  7. Going Mobile – 3:43
  8. Behind Blue Eyes – 3:39
  9. Won’t Get Fooled Again – 8:38

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(What’s The Story) Morning Glory

Oasis, 1995, Epic.

Giù il cappello ragazzi. Siamo di fronte a uno degli album migliori degli ultimi vent’anni. Respiro profondo, prendetevi cinque minuti per attutire il colpo (lo so non è facile) e poi, se vi va, continuate a leggere. C’è chi li ha definiti rock, chi alternative, chi brit pop. C’è chi non li sopporta, c’è chi li ama, c’è chi non li conosce, c’è che gli Oasis hanno cantato una generazione. Assioma incontestabile e assoluto.

Se la gente pensava che gli Oasis si sarebbero accontentati per il successo del loro album d’esordio Definitely Maybe (1995) – disco subito al primo posto e maggior numero di copie vendute in un giorno – dovevano ancora imparare a conoscere i fratelli terribili Liam (voce) e Noel (chitarra) Gallagher,  vera anima del gruppo (gli altri membri fanno solo da corollario – Paul Arthurs, chitarra, Paul McGuigan, basso, Alan White, batteria). Arroganti fino alla nausea, presuntuosi, rissosi, scontrosi, distruttivi con gli altri e con se stessi, il duo di Manchester punta in alto, Rock’N’Roll Star baby, profetico. 1995. La consacrazione. In mezzo a mille polemiche (il periodo della “Guerra delle Band” con i Blur), esce (What’s the story) Morning glory. Chi aveva dei dubbi sul talento del gruppo? L’uscita è da quella parte prego.

Con quest’album gli Oasis raggiungono l’apice creativo della loro musica, tutti i progetti che verranno dopo saranno solo rimasugli sudici, fetticci, arti tranciati dello stesso Morning glory. Grosso merito del successo dell’album, così come del primo, va dato a Noel (Liam, ti voglio bene lo sai, ma questa è un’altra storia), paroliere della band senza il quale gli Oasis si chiamerebbero ancora Rain, e suonerebbero in localini miseri e merdosi di Manchester.

Passiamo all’album. Si comincia con Hello, molto rock,  eccoci, siamo gli Oasis, suoniamo come ci pare, accordi semplici, testi ancora di più, parole strascicate, strofe ripetitive, narcotizzanti e ipnotiche. Calma ragazzi, questo non è un album serio, prendiamocela comoda, cosi come nella vita You gotta roll with it /You gotta take your time/ You gotta say what you say /Don’t let anybody get in your way (Roll with it). Eh si, però c’è l’amore, quello magari un pensierino più serio ci si può anche fare sopra no? Via su, va bene, vorrà dire che nell’album ci si mette Wonderwall  tanto per gradire (4:18 di grande musica, da molti considerata la canzone migliore della band). Io, però, preferisco quella che vien dopo, tale Don’t look back in anger , tanto Beatles in questa canzone, più che nelle altre secondo me, dove comunque sono sempre presenti, anche troppo. Don’t look back in anger allora, un po’ meno Beatles e l’album era perfect. Vabbè.

Hey Now! e Some might say, rime incatenate, (mani) incrociate dietro la schiena mentre le si cantano, e andare. Belle cariche queste.  Ecco, appunto, fermiamoci un secondo e riprendiamo fiato. Atmosfere tranquille e sognanti con Cast No Shadow (dedicata a Richard Ashcroft), roba seria, pensieri profondi Here’s a thought for every man who tries to understand what is in his hands . He walks along the open road of Love & Life, surviving if he can (pezzo discreto, ma troppo troppo ripetitivo, in questo caso stanca) . Il disco (She) is Electric, ma lo diventa davvero con la “drogata” Morning Glory (il testo più corto insieme a Cast No Shadow), casino incredibile, si fa fatica a distinguere gli strumenti, un suono uniforme che lascia poco spazio per sentire, che non si fa sentire, che devo risentire.

Siamo alla fine. Festeggiamo quest’album con uno sciampagnino magari, giusto il tempo di Champagne Supernova, ballata molto bella, un po’ troppo urlata verso la fine, ma anche questo è un marchio di fabbrica Gallagher.

Sogni di Rock & Roll con (What’s the story) Morning Glory, chi non vorrebbe ritrovarsi intrappolato sotto una frana in una supernova di champagne nello spazio? Io si cazzo.

Due parole due sullo scioglimento: normale e doveroso. Quando un gruppo ha dato tutto quello che poteva dare, come in questo caso, è inutile continuare con robetta da serie B (Liam a quanto pare non l’ha capito con i Beady Eye). Meglio cambiare aria e provare a fare qualcosa di nuovo, almeno fino a quando gli Oasis non si renderanno conto che non è possibile fare l’impossibile.

Vitellozzo

  1. Hello – 3:22
  2. Roll With It – 4:00
  3. Wonderwall – 4:18
  4. Don’t Look Back in Anger – 4:48
  5. Hey Now! – 5:42
  6. Untitled Track – 0:44
  7. Some Might Say – 5:29
  8. Cast No Shadow – 4:52
  9. She’s Electric – 3:40
  10. Morning Glory – 5:03
  11. Untitled Track – 0:39
  12. Champagne Supernova – 7:27

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