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Marta sui Tubi – Sushi e Coca

sushicocaChe spaccano sul serio ormai dovrebbe essere cosa nota a tutti. Che sono una delle migliori band italiane del momento, anche. Quindi mi levo subito l’argomento Sanremo, al quale il gruppo parteciperà quest’anno: il problema di Sanremo non è Sanremo, sono le canzoni che i cantanti portano a Sanremo. Finché ci sarà solo “sei bella come il sole, amore amore amore” cantata da Giggi, o da qualche profugo di Amici, sarà sempre un Sanremo di merda. Se poi i Marta Sui Tubi si uniformeranno a questo copione, allora saranno coglioni, però almeno diamogli fiducia, perché lavori come questo album, sono un piacere.

Compassione per tutti quelli che ascoltano i Negramaro, però oh dovete ascoltare questa roba, non c’è proprio paragone, come testi, come musica, come tutto. Innanzitutto complimenti per il nome, non siamo ai livelli de I Pezzi Di Merda, però il nosense va sempre premiato. Ma poi ascoltando La Spesa, come si fa a non accorgersi della bellezza del testo: “Un’altra sera a casa a masticare noia e surgelati, la tv vomitava acqua e colori, la luce dei pensieri spenta. Programmerò il mio amore artificialmente, scriverò un saggio su come perdere tempo senza sprecare nemmeno un minuto

So’ avanti. Punto. Canzoni come L’Unica Cosa, Cinestetica, sono da ascoltare di continuo. Alcune sono più serie, altre più profonde, secondo me si distinguono altre due o tre: Dio come sta? (“evidentemente assente”), Sushi e Coca (“Milano sushi e coca, Milano paga e scopa”), a anche Dominique Canzone di Gelosia (“e ti vedo ballare sporca puttana, o almeno così ora ti vedo”) con il cantato finale stile hardcore metal, che mi fa sempre ridere. Al di fuori di questo album volevo citare anche la canzone Cromatica, in collaborazione con Lucio Dalla, che è davvero ma davvero bella, testo incredibile.

  1. Arco e Sandali
  2. Cinestetica
  3. La Spesa
  4. Non lo Sanno
  5. Dio Come Sta?
  6. Lauto Ritratto
  7. L’Unica Cosa
  8. Dominique (canzone di gelosia)
  9. L’Aria Intorno
  10. Licantropo
  11. Sushi & Coca
  12. Pensieri a Sonagli

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Exile On Main Street

Rolling Stones, 1972.

La genesi dell’album è eccezionale, e ha contribuito parecchio a far entrare Exile on Main Street nella cerchia dei lavori migliori degli Stones; inevitabile accennarla un po’. Nel 1971 gli Stones sono ormai delle celebrità, con diversi album sulle spalle, tutti ottimi: Beggars Banquet del ’68 e Let It Bleed solo di un anno più vecchio, sono la punta di una carriera artistica che in meno di dieci anni ha visto questi quattro salire sul tetto del mondo per restarci. Dato che la celebrità e il successo portano sempre dei problemi, il fisco inglese sembra accorgersi di loro, e comincia a tartassare i Rolling Stones, rei di non aver pagato le tasse dovute (dovevano venire in Italia, qui non ci sono problemi con le tasse, l’offerta  è libera). Siccome non sono tipi da scendere a compromessi con il governo, tra il tutto e il niente scelgono il niente (per il fisco), caricano gli strumenti su un camion e  scappano dal Paese. Addio Inghilterra, poco male; ormai sono pieni di soldi e hanno case in tutto il mondo. Scelgono di soggiornare in Francia, a due passi.

Ora basta cercare uno studio di registrazione per il prossimo disco. La ricerca però è difficile e non porta a nulla. Allora a Richards, che forse si era rotto i coglioni di cercare, viene in mente un’ideona: registriamo l’album nella mia casina sulla costa azzurra, un piedaterre per le vacanze: villa immensa, decine di stanze, piscina e ogni stravizio, il paese dei balocchi. Presto la voglia di lasciarsi andare, di vivere alla cazzo, sull’onda bohemien della vita da artista maledetto, prende il sopravvento sull’impegno di registrare i pezzi. I quattro si ritrovano così la casa invasa o da gente improbabile che gira indisturbata per le stanze, o da amici famosi che vengono lì per divertirsi anche loro, attirati dal fiume di eroina di cui Keith diventa un avido consumatore. Anche Jagger e Wyman si scazzano della decadenza dell’ambiente e spesso e volentieri non sono presenti alle sessioni di registrazione che avvengono nella cantina della villa. Ognuno fa un po’ quel cazzo che gli pare; anche i vagabondi che affollano la villa, visto che un giorno qualcuno entra e ruba 7/8 chitarre e altri strumenti. E’ tutto molto confuso, disordinato, in un disfacimento dove non c’è un timoniere, ma solo membri del gruppo che alternativamente scrivono e registrano materiale su materiale, senza un disegno preciso, presi dalla follia di quei giorni fuori dal tempo.

E’ così che nasce Exile on Main Street, uno degli album (doppi) più belli della band, per il sottoscritto l’ultimo album degli Stones, che da quel momento in poi non hanno più prodotto roba all’altezza del loro nome. Potevano smettere dopo quest’album e nessuno avrebbe avuto da ridire, anzi, sarebbe stata la conclusione perfetta di una carriera trascorsa sempre sulle stelle. Invece ne dovevano fare altri 7000 senza senso, scelta che ha inevitabilmente finito coll’irritarmi, quando si persiste nel voler continuare a fare qualcosa di cui si è già raggiunto l’apice, che senso ha?

Per me è l’album migliore inteso proprio come insieme, perché se si vanno a prendere i singoli brani e magari si mettono a confronto con tracce di Sticky Fingers fanno fatica. La forza del disco è proprio l’eclettismo dei suoi elementi; si va da pezzi country (Sweet Virginia o Turd On The Run) ai più tradizionali Rocks Off o Tumbling Dice, dove comunque è sempre presente l’onda della musica del Sud, un po’ di blues, un po’ di soul. Dai ritmi veloci e caldi di Shake Your Lips, alla sguaiatezza di Happy, all’atmosfera più personale e intimistica della ballad Shine A Light, è un album senza direzioni, o meglio con 18 direzioni diverse. Un album che sa di terra bruciata dal sole e di viaggio verso il blues e la musica nera, tutto visto alla maniera degli Stones.

 

Vitellozzo.

  1. Rocks Off
  2. Rip This Joint
  3. Shake Your Hips
  4. Casino Boogie
  5. Tumbling Dice
  6. Sweet Virginia
  7. Torn And Frayed
  8. Sweet Black Angel
  9. Loving Cup
  10. Happy
  11. Turd On The Run
  12. Ventilator Blues
  13. I Just Want To See His Face
  14. Let It Loose
  15. All Down The Line
  16. Stop Breaking Down
  17. Shine a Light
  18. Soul Survivor

 

 

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Led Zeppelin – Dazed And Confused

LedZeppelinLedZeppelinalbumcoverEsistono tre versioni di questa canzone: l’originale, la copia, e la migliore.
Un po’ come dice De Niro in Casinò: “ci sono tre modi di fare le cose, il modo giusto, il modo sbagliato, e il modo in cui le faccio io”, e qui “io” sta per Jimmy Page.

Allora il brano è stato scritto e inciso per la prima volta nel 1967 da Jake Holmes, un brano folk, teso, chitarra e basso, frasi spezzate, ritmo che cala, e risale in un finale strumentale. Fortuna o sfortuna vuole che questo sconosciuto Jake Holmes, accompagni e apra l’anno successivo i concerti degli Yardbirds, che dopo aver perso Eric Clapton e Jeff Beck, avevano scelto come chitarra solista il giovane Jimmy Page. E insomma leggenda vuole che durante uno di questi concerti il gruppo sente la canzone di Holmes, e decide di farne una cover. In questa versione ci sono diverse novità: l’intro realizzato basso e batteria con qualche suono di chitarra, un clima più tendende all’hard rock, e la tecnica di Jimmy pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Grandissimo assolo, ma si può fare ancora meglio. Sciolti gli Yardbirds, nel ’68 c’è una band nuova che sta preparando il suo disco d’esordio. Jimmy è il chitarrista, Robert Plant il cantante, John Paul Jones il bassista, e Bonzo il batterista. Non ho idea di come fu gestita la questione diritti d’autore, ma quello che importa è che i 4 decidono di farne un’altra versione, la versione definitiva, inarrivabile, immensa.

Quando parte quella introduzione di JPJ sono sempre lacrime, poi la voce toccante di Plant e subito una prima esplosione di chitarra. Sei minuti e mezzo di piacere fisico. Tutto per arrivare a quando Jimmy, e Bonzo decidono di spaccare tutto, senza regole, senza limiti, solo picchiare duro. In una famosa versione live Page suona la chitarra con l’archetto di un violino, ti rapisce, poi parte Bonzo, e finisce il mondo. Quanto picchia nel finale non è spiegabile a parole. Ti dà na carica diocristo.

Capitano Quint

 

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Kill ‘Em All

Metallica, 1983.

Premessa doverosa: in realtà non dovrei essere io a scrivere di Kill ‘Em All, nonostante stimi veramente tanto i Metallica e gli abbia tributato – insieme ai Maiden –  3/4 anni della mia vita coi capelli lunghi a pogare. Non dovrei essere io, perché se c’è qualcuno che avrebbe il sacrosanto diritto di trattare il metallo, questo sei solo tu, Lele. Se stai leggendo, devi sapere che da parte nostra l’offerta è ancora valida. Non c’è nessuno meglio di te per consolidare l’inutilità di questo blog con una pagina sul metal.

Detto questo, l’album. E’ il primo dei Metallica, se si escludono dei demo precedenti alla sua uscita ufficiale. E’ il primo di una lunga serie di lavori che dall’83 fino a oggi ha venduto milioni di copie nel mondo, meritatamente o meno. Perché se alcuni album sono delle pietre miliari, di altri non se ne sentiva la mancanza, soprattutto gli ultimi in ordine di tempo. Devo ancora smaltire il colpo ricevuto dalla collaborazione con Lou Reed che ha dato vita a una merdata colossale, il bellissimo fantastico album Lulu, peggio di una martellata sulle palle. Per fortuna, Kill ‘Em All appartiene al primo gruppo. Diciamo subito una cosa: per ascoltare i Metallica non bisogna essere vestiti di nero con borchie anche sul culo, pantaloni di pelle aderenti come carta velina, anfibi d’estate e capello lungo, queste son tutte cazzate. Il metallaro classico sta scomparendo; sì, ogni tanto a giro c’è ancora qualche esemplare, ma sono sempre più rari, e abbastanza ridicoli nel voler proseguire uno stile di vita di un epoca che non c’è più (chi altri c’è rimasto a fare metal che possano prendere il posto dei Metallica, ammesso che sia possibile’). Per ascoltare i Metallica l’immagine è superflua, inutile, tanto è vero che anche loro col tempo hanno virato verso un aspetto leggermente più sobrio. Una cosa però ci vuole sempre: la rabbia. Kill ‘Em All è la rabbia di James Hetfield che non canta, urla, è la batteria di Lars Ulrich che si finisce le mani in sessioni disumane di furore,  percussioni velocissime e martellanti, è il basso sepolcrale di Cliff Burton , è la chitarra di Hammet, lancinante, e grezza. La stessa copertina non è un invito a prendere il tè coi pasticcini, al limite la tazzina te la spaccano in testa.

Dire due parole su ogni brano sarebbe abbastanza ridicolo, e anche senza senso, visto che la divisione in queste 10 tracce è puramente dettata dalla necessità; avrebbero potuto scrivere “Metallo” e fare un unicum di 60 minuti, io non mi sarei certo lamentato. Tanto quando ascolto Hit the Light dopo 30 secondi non so più nemmeno dove sono, i minutaggi e le pause non contano più un cazzo, per me c’è solo Hetfield nella sua canotta nera e coi baffetti rossicci tutti sudati che urla “well’kick your ass tonight!” e Hamme(R) che ti lancia assoli come cannonate. Un album che se la prende con tutto il mondo, fatto da 4 che il mondo lo vogliono distruggere come i cavalieri dell’apocalisse (The Four Horsemen). Dei testi che – seppur grezzi e ancora acerbi – sembrano scritti da Pascoli per quanto sono tranquilli: Look up your wife and children now / it’s time to wield the blade. Bisogna dire che senza gli attacchi Ulrich alla batteria Kill ‘Em All sarebbe stato tutto un altro disco – solo Anesthesia Pulling Teeth attacca con le chitarre – quindi ringrazio la famiglia di Lars che lo portò in America. E ringrazio anche i Motorhead che hanno ispirato i Metallica che gli hanno dedicato Motorbreath, vero e proprio omaggio a un’altra grande band con un idolo assoluto come frontman (il pezzo è vicinissimo in effetti alle sonorità dei Motorhead).

Piacerebbe anche a me che l’heavy-metal tornasse a ricoprire il posto che gli spetta nella scala della musica, che le radio ricominciassero a passarlo, che i canali musicali – invece di mandare i soliti due video due dei Metallica, i più conosciuti Enter Sandman e Nothing Else Matters – mandassero anche altra roba che questi ragazzotti hanno girato. Mi piacerebbe, ma so che non succederà. Tanto peggio per i bimbiminkia che oggi si fanno le seghine su gruppetti del cazzo, io son tranquillo, ho la coscienza apposto, metto su No Remorse, e se non mi basta vado avanti con Metal Militia, pregustando già il momento in cui Hetfield urlerà “Metaaal Milisciaaaa!”.

Vitellozzo.

  1. Hit The Lights
  2. The Four Horsemen
  3. Motorbreath
  4. Jump In The Fire
  5. (Anesthesia) – Pulling Teeth
  6. Whiplash
  7. Phantom Lord
  8. No Remorse
  9. Seek And Destroy
  10. Metal Militia

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Coda – Led Zeppelin

Led Zeppelin, 1982

Con “coda” in musica si intende la parte finale, la fine di un brano. Con questo album finisce molto di più di un brano. Quello che significa questo album lo possono capire solo quelli che anche a distanza di 30 anni continuano a passare pomeriggi interi ad ascoltare i Led Zeppelin. Esce nel 1982, a due anni di distanza dallo scioglimento del gruppo a causa della perdita di John Bonham, e contiene tracce rimaste inedite nel corso degli anni ’70. Il valore che assume quindi, se si pensa che sono gli ultimi colpi alla batteria di Bonzo che sentiremo, va al di là di un semplice ultimo disco. Questo è un omaggio, un tributo, con tanto tanto blues e rock di livelli superiori, che Plant, Page, e Jones, dedicano all’amico, e non c’è niente di più toccante.

La frase più famosa l’ha detta probabilmente Billy Joel: “Il Rock and Roll è morto il giorno in cui è morto John Bonham”, e forse è vero, o forse no, perché ogni volta che l’ascolti ti dà sempre la stessa carica diocristo e quindi magari non morirà mai, né il Rock, e nemmeno Bonzo. Quello che ha dato Bonham (morto, come Hendrix, soffocato nel proprio vomito) al rock non sto nemmeno a dirlo, mi interessa quello che ha dato a me, insieme ovviamente ai tre compagni: mi ha fatto divertire, mi ha fatto agitare, mi ha fatto godere di musica. Il successivo scioglimento è secondo me una delle cose più belle (e dolorose) mai successe nella musica, per quanto viene detto nel comunicato ufficiale: “non possiamo più continuare come eravamo”. In questa frase c’è tutto. Massimo rispetto per tutte le rock-star che continuano a suonare anche a 70 anni, massimo rispetto per le carriere soliste di Jimmy Page, e Robert Plant (meglio la seconda della prima), e un grande augurio a JPJ per l’avventura con i Them Crooked Voltures, ma la decisione di cessare il progetto Zeppelin è il più grande omaggio che potessero fare a Bonzo, l’anima del gruppo.

Riporto direttamente da Wikipedia un aneddoto: Nel 1976 si recò ubriaco nel backstage durante un concerto dei Deep Purple. Quando notò un microfono libero salì sul palco; il gruppo smise di suonare mentre Bonham urlava al microfono: “Sono John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che abbiamo un nuovo album in uscita: si chiama Presence e, cazzo, è fantastico!”. Prima di andarsene si voltò verso il chitarrista dei Deep Purple e lo insultò dicendo: “E per quanto riguarda Tommy Bolin, non sa suonare una merda!”. Ecco se mi devo immaginare Bonzo me lo immagino così: in cima al mondo, con tutte le altre rock band ai suoi piedi.

E per chi avesse ancora dei dubbi sulla sua immensità in questo album è presente Bonzo’s Montreux, assolo assoluto, assolutamente solo lui. Oh poi ci sono anche gli altri tre eh.

Capitano Quint

  1. We’re Gonna Groove – 2:38
  2. Poor Tom – 3:02
  3. I Can’t Quit You Baby (live) – 4:16
  4. Walter’s Walk – 4:31
  5. Ozone Baby – 3:35
  6. Darlene – 5:07
  7. Bonzo’s Montreux – 4:18
  8. Wearing and Tearing – 5:29

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For Emma, Forever Ago

Bon Iver, 2007.

I ringraziamenti per l’articolo vanno all’amico Andrea, che tra qualche cacata indie e ridicoli gruppi finti punk-rock,  ogni tanto mi passa anche roba di qualità, come questo disco. E’ un album speciale, senza una band.  Quando dico che non c’è una band intendo proprio che c’è solo una persona che ha scritto, suonato, cantato e prodotto le canzoni: Justin Vernon.

Già di per sé, la storia di come il ragazzo Justin Vernon è arrivato a chiamarsi Bon Iver e a pubblicare “For Emma, forever ago” è fantastica, e merita di essere raccontata. Fino al 2006 era sconosciuto, provava con tutte le sue forze a sfondare, ma non ce la faceva: vari progetti musicali non avevano fatto altro che far scorrere la lancetta del tempo, che ormai puntava sui 25 anni. Il tempo limite per fare il grande salto stava per finire. A questo si aggiunge la mazzata, si lascia con la sua ragazza. Allora, Justin fa quello che avrei fatto anche io, e cioè manda tutto a fanculo e se ne torna a casa nel Wisconsin. L’inverno dal babbo gli fa bene (Bon Iver è la storpiatura americana del francese bon hiver,  buon inverno) perché lo scazzo piano piano finisce e ricomincia a fare musica, da solo. Ha con sé solo l’essenziale, una batteria e qualche chitarra, ma gli bastano. L’atmosfera tranquilla e raccolta di casa contribuisce in maniera determinante nel tracciare l’aspetto di fondo dell’album, molto intimistico, silenzioso, e semplice. La pochezza degli strumenti musicali, oltre che le sbavature sonore in qualche punto dell’album, rendono tutto molto più vero, autentico cantautorato fatto in casa. Ogni brano entra il punta di piedi, l’attacco è una chitarra che si sente appena, melodia sullo stesso livello per tutto il pezzo, a volte accompagnata da  percussioni in cui le bacchette non sfiorano mai i piatti (Flume).

La voce è l’altro aspetto caratteristico dell’album: Vernon sembra giocarci in ogni traccia, a volte cantando in falsetto, senza mai esagerare, centellinando le note alte (Lump Sum), altre sembra invece far uscire le parole con più naturalezza, in brani intensi, anche nella voce, come in Skinny Love, rivelando tutta la natura folk del disco. Team è invece, un momento solo strumentale, in cui la batteria la fa da padrone – e dove, per la prima volta nell’album – sentiamo un po’ di piatti. Assolutamente da citare anche The Wolves (Act I And II), pezzo quasi gospel, dove nel finale gli strumenti crescono di intensità, sorretti da un falsetto a voci sovrapposte che completa forse il miglior pezzo dell’album, insieme a Lump Sum.

Quest’album è per tutti quelli che ancora non sanno cosa fare della propria vita, che si sentono un po’ smarriti e confusi. Per quelli come noi c’è ancora una speranza, basta fare come Justin Vernon: andare nel Wisconsin e comprarsi una capanna. Chiudersi dentro e fare musica; o anche solo ascoltare For Emma, forever ago.

 Vitellozzo.

  1. Flume
  2. Lump Sum
  3. Skinny Love
  4. The Wolves (Act I And II)
  5. Blindsided
  6. Creature Fear
  7. Team
  8. For Emma
  9. Re: Stacks

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Appetite for Destruction

Guns N’ Roses, 1987, Geffen Records.

Quando mi sento un po’ giù ascolto i Guns. Quando mi sento su, invece, ascolto i Guns. Quando mi annoio, pensate un po’, ascolto i Guns. Quando in televisione mandano un video dei Guns, lo guardo sempre tutto, anche se è un video del cazzo (come November Rain o Don’t Cry tanto per non fare nomi). Tutto questo non perché i Guns siano il mio gruppo preferito, ma perché vederli e ascoltarli mi fa pensare a quella vita da rockstar forse più di qualsiasi altro gruppo (si salvano gli Zep, superiori in tutto, anche nel buttarsi via), quella vita che gente normale come me o come chi legge non vivrà mai, al di sopra delle regole, dove non c’è più giusto o sbagliato, ma solo intere generazioni di ragazzi che hanno passato anni ad ascoltare la tua musica, e di te li davanti a centomila stronzi a sonare, con la certezza che il concerto non finirà sul palco, ma continuerà nel backstage in mezzo ad alcol e signorine succinte e disinibite. Io li ascolto, e già il fatto di poter immaginare tutto questo, mi basta. Sì, mi accontento di poco.

Che poi la band di Los Angeles abbia saputo vendersi benone, ai giornalisti (pensate alla faida contro i Motley Crue), ai fan, ai media, è fuori questione. Però non si può dire che si siano tenuti, hanno dato tutto quello che potevano dare alla musica, si sono consumati nella mente e nel corpo (Steve Adler e Duff McKagan in particolare), non perdendo però l’aspetto del business, che in America conta molto più del talento. In effetti nella scena glam ’80 le street band come i Guns erano parecchie, ma allora perché gli altri non hanno sfondato? Ci vuole fortuna, fare una certa musica nel posto giusto al momento giusto, ci vogliono idee, ci vogliono le palle, certo anche due come Axl e Slash fanno sempre comodo per sfondare, e poi ci vuole un album d’esordio come Appetite For Destruction – che rimane la punta più alta raggiunta dalla band. Ripeto, la punta più alta, ineguagliato. Questo per togliere ogni dubbio circa i successivi Use Your Illusions: non c’è storia, era tutto già sentito, tutto già visto, bello il tour eh (immenso, di 2 anni), ottime le vendite (dovute più all’onda del precedente successo che all’effettivo valore degli album), ma il paragone con il loro primo lavoro non va nemmeno pensato. Altro mondo.

Quest’anno poi è il 25ennale dalla pubblicazione, sono obbligato a scrivere due righe, anche se fa caldo e mi sudano le palle. Su Welcome to the Jungle – pezzo che apre il disco – non dico niente, perché è già stato detto tutto: immenso, e nato quasi per caso, sull’impressione suscitata da un barbone incontrato per strada che urlò ad Axl e soci “you’re in the jungle baby! You’re gonna die!” (probabile leggenda metropolitana però ci voglio credere, d’altronde l’America è il paese delle possibilità). Siamo di fronte a un pezzo cardine dell’hard-rock. Possiamo dire comunque, che tutto l’album si muove lungo una trama decisamente rock, con pezzi di strada come Nightrain o Out Ta Get Me, dove le chitarre hanno il sopravvento in tutta la loro irruenza sonora, a Paradise City, dove – oltre al ritornello immortale – si sperimenta l’attacco corale, che verrà poi ripreso anche in lavori successivi (ad esempio Don’t Cry), a pezzi totalmente diversi sia per le tematica che per il cantato, molto veloce, quasi rap (Mr. Brownstone). Sarò banale, ma i miei pezzi preferiti sono anche quelli preferiti dalla maggioranza e anche da chi un album intero dei Guns N’ Roses non l’ha mai ascoltato: You’re Crazy, perché le schitarrate incazzate sono sempre ben accette, e ovviamente Sweet Child O’Mine, con Axl che torna nella sua dimensione di canto miagolato, e Slash che fa quello che sa fare meglio, cioè uno degli assoli migliori di sempre. Esagerato.

Vitellozzo.

1. Welcome To The Jungle
2. It’s So Easy
3. Nightrain
4. Out Ta Get Me
5. Mr. Brownstone
6. Paradise City
7. My Michelle
8. Think About You
9. Sweet Child O’ Mine
10. You’re Crazy
11. Anything Goes
12. Rocket Queen

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Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)

Offlaga Disco Pax, 2005.

Scoperti casualmente l’anno scorso. Me ne sono innamorato, escono questo anno con il loro terzo album, dove ripropongono la stessa formula di questo primo lavoro, Socialismo Tascabile: musica elettronica, e testi recitati. Oh non aspettavo altro, che qualcuno cioè mi dimostrasse che l’elettronica può convivere benissimo con un testo parlato, e che elettronica. Si sentono perfettamente i Kraftwerk, le basi sono stupende, creano un atmosfera che contorna perfettamente le piccole storie narrate.

L’argomento principale sembra essere il lontano ricordo di una situazione sociale e politica che purtroppo non vivrò mai. Sono storie nostalgiche di un tempo che appunto non c’è più, di un “quartiere dove il PC prendeva il 74% e la DC il 6%”, dove regnava “una scritta degli ultras della Reggiana: Grazie Regan, bombardaci Parma”, storie fatte di piccoli ricordi, dell’odio verso un professore (Kappler), di un viaggio a Praga dove in discoteca con grande sorpresa e tristezza parte Felicità di Albano e Romina. Tutte raccontate con una semplicità e raffinatezza che ti fanno sentire veramente partecipe e afflitto per non aver vissuto quel periodo, gli anni 70/80.  E allora ecco che il professore decide di farti fare il compito di recupero, a te che hai saltato tutti i precedenti, e dopo aver preso 8, reclami la stessa media perché hai la faccia come il culo, ecco che c’è da risolvere il mistero della sparizione della gomma al gusto Cinnamon, che si esalta la comodità della ciabatta Defonseca, ecco che si arriva ad Enver, canzone di un amore finito, bellissima anche solo per l’immagine del ritornello: “Hai lasciato piazze piene, urne vuote, tremori gentili, tracce sottili, tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli”. Un po’ di Federico Fiumani, un po’ di Massimo Volume, un po’ di CCCP in questi testi, scritti molto bene, si vede che le parole sono scelte con attenzione in modo che si adattino con perfezione alla base. E poi c’è la descrizione di questi paesini dell’Emilia, con la loro toponomastica, e i loro miracoli (“Ricordate la madonna che piangeva sangue a Civitavecchia?… Ebbene, in un impeto di ribellione per tanta imbecillità, in quei giorni, anche il busto di Lenin cominciò a lacrimare). Altra chicca è Tono Metallico Standard, di cui basta citare questa strofa che si svolge in un negozio di dischi: Sento una bella canzone e gli chiedo chi è che canta. Con la solita faccia mi risponde col suo tono metallico standard e dice rassegnato “E’ Mark Lanegan” Poi un lampo di vita, si ridesta dai suoi pensieri troppo alti e scollegati e mi comunica deciso: “Non credo che tu lo conosca, era il cantante degli Screaming Trees”. Ora capisco. Il mio aspetto ordinario gli trasmette ascolti deplorevoli. Ma io lo so chi è Mark Lanegan, arrogante bottegaio  indegno della roba che vendi qui dentro, alternativo dei miei coglioni che quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno ti facevi le pippe. Me ne vado. Me ne vado e lo odio.

Capitano Quint 

  1. Kappler
  2. Enver
  3. Khmer rossa
  4. Cinnamon
  5. Tono metallico standard
  6. Tatranky
  7. Robespierre
  8. Piccola Pietroburgo
  9. De Fonseca

 

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Songs For The Deaf

Queens of the Stone Age, 2003, Interscope

Se vi piace l’hard rock – quello autentico – ma vi siete rotti le palle di ascoltare sempre i soliti classici solo perché oggi non c’è più nessuno che faccia la musica del Diavolo come Dio comanda, non disperate: Songs for the Deaf è la risposta. Che si tratta di roba tosta per gente tosta ce lo dice la copertina – un forcone su sfondo rosso, e basta – oltre alla presenza di Dave Grohl e Josh Homme (già prolifici collaboratori con i Them Crooked Vultures), garanzia di un rock puro. La terza fatica dei Queens of the Stone Age è il meglio del meglio del meglio del rock anni zero, con il risultato che è già diventato un album fondamentale del suo genere (nonostante la giovane età, dieci anni); mi dispiace per voi, ma siete comunque costretti ad ascoltare classici, senza uscita, in un circolo vizioso infinito nel quale alla fine verrete buttati a terra dal riff di questo disco. Di solito ho sempre qualche riserva sulla riuscita dei concept albums, dubbi che in questo caso restano là dove sono, visto che Songs for the Deaf è strutturato benissimo, ogni canzone è legata alla successiva (e viceversa), ogni pezzo ha un senso in quel punto e non in un altro, non ci sono canzoni tanto per fare numero. Già l’idea di base su cui sviluppare la trama del disco mi piace assai: un uomo che sale in macchina, accende la radio e guida nel deserto non si sa dove non si sa come, ascoltando proprio alla radio le canzoni dell’album stesso.

La prima traccia, You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire, a mio parere è  uno degli intro migliori di sempre, oltre ad essere pericolosa per menti poco sane: per certi pezzi ci vuole il porto d’armi, impossibile non pensare a qualcosa di distruttivo mentre la si ascolta. Non si respira mai in quest’ album, ma si prosegue con No one Knows, subito, senza pause, dove si comincia a sentire Dave che torna alle origini gloriose della batteria, rullate a gogo (molto bellllllino anche il video). First it Giveth completa poi questo trittico dopante di ritmo insostenibile, con riff ripetitivo ma velocissimo, quel poco di cervello rimasto si spappola in terra alla fine di questi tre minuti. Se qualcuno, a questo punto, mostrasse delle perplessità sulla sanità mentale del gruppo, non avrebbe tutti i torti; se così non fosse, ci pensano loro stessi a fugare ogni incertezza con A Song for the dead, dove Homme ripete una sola merdosa nota con la chitarra come se fosse catatonico, e Grohl va un po’ a zigzag, smongolando poi in un vogolo di bacchette fino a finirsi i polsi. Non si sa come cazzo faccia, ma lo fa e lo senti, ed è fantastico.

Mentre riprendiamo un po’ di fiato con The Sky Is Fallin’, giusto quello sufficiente per proseguire con Olivieri che sclera in Six Shooter e per renderci conto che i toni dell’album cominciano a farsi più cupi (Hangin’ Tree e Go With The Flow – una delle migliori del disco secondo me), arriviamo a Gonna Leave You e Do It Again sulla falsariga di un tema amoroso come al solito tormentato – All the way, all the way, all the way, there’s no where left we can meet/
I’m into what you do/ but I leave you no where –
tema ripreso poi in Another Love Song; quello che mi stupisce di questo album, non è tanto il fatto che le canzoni siano tutte ottime (anche se sarebbe già di per sé notevole come traguardo), ma che siano pezzi così diversi uno dall’altro – e per musicalità, e per toni, e per ritmo, e per costruzione del testo – così diversi che sembrano presi da album diversi di periodi diversi. E invece no, perché il filo conduttore di tutto si muove sotto ogni traccia, per ricongiungersi con God Is In The Radio (forse la mia preferita), pezzo dai toni un po’ blues, con un riff che si rifà ai classici del rock – compreso l’assolo “di mestiere” con la chitarra: The say the devil is paranoid/Always signin the cover/But god is leakin through the stereo/Between the station to station….I know that god is in the radio/Just repeating a slogan: You come back another day, and do no wrong.

Con l’inquietante e diabolica A Song For The Deaf si chiude l’album migliore fatto fino a ora dai QOTSA, e probabilmente quello che resterà la punta più alta della band. Non glie la voglio tirare, però è difficilissimo che riescano a fare un disco migliore di questo che sia hard-rock, ma che mantenga al tempo stesso una sua propria identità musicale. Ci sarebbero anche Mosquito Song e The Real Song For The Deaf (traccia nascosta), ma se non siete già andati a comprarlo dopo A Song Ford Dead, siete delle fave, e degli stronzi. E io non scrivo più.

Vitellozzo.

 

1. You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire
2. No One Knows
3. First It Giveth
4. Song For The Dead
5. The Sky Is Fallin’
6. Six Shooter
7. Hangin’ Tree
8. Go With The Flow
9. Gonna Leave You
10. Do It Again
11. God Is In The Radio
12. Another Love Song
13. Song For The Deaf
14. Mosquito Song

 

 

 

 

 

 

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Skid Row

Skid Row, 1989, Atlantic Records.

Oggi è sempre più difficile trovare in televisione un video di qualche hair-rock band anni ’80. Mi sembra quasi che la storia musicale recente voglia dimenticarsi di quella che secondo me è stata una parentesi felice, oltre che fenomeno culturale e di costume, periodo musicale che ha caratterizzato un epoca in maniera talmente marcata, che quasi ci si vergogna nel dire: il glam-metal spaccava. E alla grande. Ma visto che tendiamo a rivalutare qualsiasi evento sempre con il senno di poi, la gente con il senno di poi dice “eh si, ma la musica anni 80 per un buon 90% era spazzatura” e sempre con il senno di poi, “con quei capelli cotonati, tutti truccati come dei viados, fanno tenerezza” o anche “ma questo non è rock”. Sempre con il famoso senno, voglio rendere un po’ di giustizia a uno di questi gruppi, che – nonostante la breve durata – ha sfornato diversi grandi, grandissimi, pezzi: di merda, quelli che pensano che gli Skid Row non spaccassero i’culo.

Il significato del nome dell’album dice tutto: Skid Row, strada urbana malandata, decadente e in rovina, popolata da poveracci, alcolizzati e drogati. Questa band è uno degli ultimi squilli di tromba della stagione gloriosa e decisamente folle delle suddette hair band anni ’80 (ci metto anche i Motley Crue e i Poison, seppur di qualche gradino sopra, anche a livello di successo commerciale). Piccolo inciso: rispetto al nulla cosmico della scena musicale odierna – assenza totale di “personaggi rock incredibili” e “acconciature irragionevoli” – riesco solo a provare tanta amarezza, quella di non aver visto nemmeno un concerto dal vivo del genere, quei concerti con musiche corali da stadio, e tanta tanta fffffffoga. Skid Row è l’album d’esordio della band, che completa la sua formazione dopo un travaglio durato diversi mesi (non si trovava il frontman): Dave Sabo alla chitarra (“The Snake” per gli amici, soprannome immenso) e Rachel Bolan al basso, Rob Affuso alla batteria, Scotti Hill seconda chitarra e Sebastian Bach alla voce. Tracce grezze e aggressive, belle potenti, arricchite da Bach, che c’ha una voce da seghe, e che vedono la collaborazione e il sostegno di Bon Jovi – amico da sempre di Sabo – il quale ha dato un apporto decisivo per il successo del disco (quando si dice le amicizie ragguardevoli).

Si parte subito forte con Big Guns, dove Bach ci ricorda che i piaceri della rockstar non si fermano alla sola musica. Tema ripreso anche in Can’t Stand The Heartache e Sweet Little Sister, che possono essere prese ad esempio come “canzoni pilota” dello stile Skid Row: testi semplici e “leggeri”, musica negli schemi, schitarrate sudice a nastro, ritornelli orecchiabili, quasi pop, elementi che insieme creano una musica “corale” di massa, una musica che te la fa prendere bene (se siete cultori delle hair band te la fa prendere benissimo). Atmosfera festaiola e attaccabrighe con Piece Of Me – Sleazin’ in the city /Lookin’ for a fight / Got my heels and lookin’ pretty / On a Saturday night, night, night; aria che diventa più tranquilla, più profonda, ma ugualmente carica di tensione e rabbia con 18 And Life (uno dei pezzi migliori del gruppo): he married trouble and had a courtship with a gun/Bang Bang Shoot’em up, The party never ends. You can’t think of dying when the bottle’s your best friend . Tra le altre tracce dell’album, menzione speciale per Here I Am (close you eyes and i’ll be Superman!) e Remenber Me: l’unica ballad del disco in cui Bach canta evidentemente a palle strette. Midnight/Tornado mi foga sempre tanto, penso basti questo. Inutile dire che Skid Row è l’album migliore di Sabo e compagni, che agli inizi dei 90s, inizieranno un lento ma inesorabile declino, si salva solo il secondo album Slave To The Grind (1991), che comunque non raggiungerà mai il suo predecessore. Onore a voi, Youth Gone Wild fino alla fine.

Vitellozzo.

  1. Big Guns 3:36
  2. Sweet Little Sister 3:10
  3. Can’t Stand the Heartache 3:24
  4. Piece of Me 2:48
  5. 18 And Life 3:50
  6. Rattlesnake Shake 3:07
  7. Youth Gone Wild  3:18
  8. Here I Am 3:10
  9. Makin’ a Mess 3:38
  10. I Remember You 5:10
  11. Midnight/Tornado 4:17


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La Grande Famiglia

Modena City Ramblers, 1996, BlackOut Polygram.

Siccome mi tocca, per spirito di appartenenza, parlare anche di qualche album italiano, tanto vale parlare dei Modena, uno dei pochi gruppi nostrani che si salvano dal nulla degli ultimi trent’anni. La copertina dell’album dice tutto: foto in bianco e nero di duemilasettecento persone tutte in posa stile famiglia dell’Ottocento. E’ chiaro che non è un gruppo rock, per due motivi: 1) il rock in Italia – quello vero –  non esiste. 2) qui si suona con banjo, armonica, tromba, sassofono, violino, organo, fisarmonica, scottish pipe (cazzo sarà la scottish pipe..) e via discorrendo. Folk music fatta senza impegno, solo con la voglia di divertirsi e far divertire, senza obblighi discografici, senza stress, solo musica sul campo, raccolta, piccoli locali, piccoli concerti, piccoli grandi pezzi. La Grande Famiglia è la seconda fatica dei Modena dopo Riportando Tutto a Casa (1994), già di per sé ottimo album d’esordio (In un giorno di pioggia una delle mie preferite). Sedici tracce cariche di energia, cariche d’Irlanda. L’ispirazione alla musica irlandese è evidente (d’altronde loro sono Amanti d’Irlanda). Non starò qui a elencare ogni singola traccia, se vi piace l’album compratevelo e ascoltatevele da soli (anche perché son sedici, mica due..).

Giusto tre o quattro tanto per gradire, sennò qualcuno potrebbe pensare che mi faccia fatica scrivere. La prima traccia, Clan Banlieue (collaborazione con Paolo Rossi), parla della voglia di evadere da una realtà che ci opprime, per scoprire posti nuovi, viaggiare, cazzeggiare con un furgone arrugginito levandosi di culo dai sobborghi soffocati dalla noia.  Bella anche Canzone della fine del mondo, quella che preferisco, la dimensione del sogno, della possibilità di qualcosa di meglio, della disillusione con la realtà dei fatti, e i giorni passavano e il tempo nel sogno volava (…) ma il vento dell’ovest chiamava ed il cielo d’Irlanda spariva, mi svegliai in una stanza deserta, ubriaco, mentre il sogno finiva. Non manca ovviamente una denuncia al sistema dell’Italia-Paese, fatto di ruffiani, arraffini, evasori (tema “vagamente” attuale) con Giro di Vite, come anche richiami alla terra emiliana (La Mondina) e al dialetto modenese (Al Dievel). Trova spazio anche una cover ben riuscita della Locomotiva gucciniana (cover veramente ben riuscita). Bellissima, infine, anche La Strada (dedicata ad Alberto Morselli, voce del primo album), perché gli addii agli amici veri son sempre da strappa mutande.  A mio modestissimo parere questo resta il miglior album del gruppo; mi sembra – infatti – che i Modena si siano persi lentamente nei successivi lavori, con canzoni troppo pervase di luoghi comuni e una retorica  pesante, che sembra quasi schiacciare il dinamismo e la carica dei primi pezzi.

 Vitellozzo

  1. Clan Banlieue – 3:55
  2. Grande famiglia – 3:01
  3. Canzone dalla fine del mondo – 3:50
  4. Santa Maria del Pallone – 3:21
  5. L’aquilone dei Balcani – 1:41
  6. Le lucertole del folk – 2:14
  7. Giro di vite – 2:01
  8. La mondina/The lonesome boatman – 2:01
  9. Al Dievel/La marcia del Diavolo – 3:27
  10. Il fabbricante dei sogni – 3:19
  11. La banda del sogno interrotto – 2:58
  12. La locomotiva – 7:12
  13. L’unica superstite – 3:52
  14. La fola dal Magalas – 3:37
  15. La strada – 4:14
  16. La mia gente – 2:54

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Them Crooked Vultures

Them Crooked Vultures, 2009

Non sono mai stato convinto dalle superband, quei gruppi formati da vari artisti famosi, che si staccano per un momento dai loro gruppi originari per dar vita a un progetto, che spesso lascia il tempo che trova, ovvero una grande pubblicità, un buon singolo, e un album che si perde nel tempo. Spesso, secondo me, il problema è il numero dei componenti, come la Rockestra messa insieme da Paul McCartney (o meglio, dal suo sosia) che riuniva Bonham, Townshend, Gilmour, Gary Brooker, e tanti altri, tutti di primissimo livello, che messi insieme in 3 minuti di singolo, mi sembrano un po’ schiacciati l’uno dalla grandezza dell’altro. Capita invece a volte che l’assortimento del gruppo sia riuscito, grazie alla volontà di due musicisti di suonare con un gigante del rock, e soprattutto dalla voglia di quest’ultimo di divertirsi ancora.

Them Crooked Vultures (quegli storti avvoltoi?) sono Josh Homme, voce e chitarra dei Queens of the Stone Age, Dave Grohl, dei Foo Fighters, che torna alla batteria dove aveva iniziato con i Nirvana, e Mr. JPJ John Paul Jones, ragazzo del ’46 che ha fatto la storia del rock suonando il basso nei Led fuckin Zeppelin. L’album omonimo si annuncia come una chicca fin dalla grafica, e se ci si aspetta una sola cosa, la soddisfazione è immensa: abbiamo l’hard rock anche nel 2009. E il bello è che non c’è da chiedersi quale dei tre componenti influenzi di più lo stile della band, perché tutti hanno solo voglia di suonare qualcosa di nuovo. Sarebbe stato troppo scontato ricercare le sonorità degli Zep, e di quel rock anni ’70, più difficile invece è fare qualcosa di diverso, di funzionale, e mantenere lo stesso livello per 13 tracce. Si nota infatti come non ci siano canzoni che si distinguono maggiormente dalle altre, non ci sono singoli da radio, canzoni per fare numero, o gemme nascoste: tutti i brani hanno la stessa carica e la stessa capacità di appagare l’ascoltatore.

Forse sì, lo stile più riconoscibile è quello dei Queens of the Stone Age, anche perché Homme è l’autore dei testi, e le parti di chitarra sono più o meno quelle, ma Dave Grohl picchia forte sulla batteria marcando pesantemente i toni, Jones esegue delle linee di basso da maestro, e quando va tutto bene in questo modo c’è anche poco da dire. Le mie preferite sono Elephants, Reptiles, e Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up, ma proprio per citarne tre forzatamente. Si spera in un secondo album, che dovrebbe essere confermato, e intanto da fan affido ai Foo Fighters il compito di salvare il genere.

Capitano Quint

  1. No One Loves Me & Neither Do I
  2. Mind Eraser, No Chaser
  3. New Fang
  4. Dead End Friends
  5. Elephants
  6. Scumbag Blues
  7. Bandoliers
  8. Reptiles
  9. Interlude with Ludes
  10. Warsaw or the First Breath You Take After You Give Up
  11. Caligulove
  12. Gunman
  13. Spinning in Daffodils

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Ok Computer

Radiohead, 1997, Capitol.

Tanti gruppi nella storia della musica hanno fatto i’botto e poi si sono eclissati, non riuscendo a ripetere il successo conseguito o stagnandosi con lo stesso stile, sfornando album simili uno dopo l’altro, senza novità, vivendo magari sul successo di uno – due pezzi famosi e nulla più: non è il caso dei Radiohead. Inutile che vi dica che anche questi vengono dall’Inghilterra; non che tutti i gruppi bravi vengano da lì, però c’è da dire che la percentuale di band inglesi che sfondano e stupiscono è parecchio alta. I motivi precisi non li so nemmeno io, sarà l’aria, sarà il clima, sarà che Ok Computer è davvero un bell’album. Dopo il disco d’esordio Pablo Honey e la conferma con My Iron Lung e (soprattutto) The Bends sarebbe stato facile (e in parte scusabile) cadere nella trappola di rifare un disco in parte simile ai suoi predecessori, visto il successo. Dato che Thom Yorke non è uno stupido, ma un artista completo, in quanto tale, con quest’album decide di cambiare tutto: musica, stile, sonorità. Non sbaglia. Alla fine è la cosa migliore, gli artisti veri sono sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, quelli che si accontentano son bravi sì, ma si fermano lì.

Dodici pezzi carichi di tensione, al centro di tutto c’è l’uomo moderno, con le sue paure, il disagio verso una società che si sta frantumando, con la perdita di valori e con i ritmi forsennati, in un tempo economico che incalza, nel materialismo più gretto, anestetizzando le emozioni, portandoti a chiuderti a guscio nel tuo mondo, raggomitolato (Paranoid Android). A differenza di tanti album, dove spesso (quasi sempre) tra musica e parole, una delle due componenti tende sempre a prevalere sull’altra (non necessariamente prevaricandola, però), in questo caso vanno entrambe di pari passo. Che il termine “cantante” per Yorke sia riduttivo è un dato di fatto: più che di parole possiamo parlare di testi poetici, quasi sperimentali, così come la musica. Infatti, Ok Computer, oltre a discostarsi dai primi due album, si discosta anche da qualsiasi altro genere esistente fino a quel momento: i suoni sono un misto di rock e di elettronica (Airbag), l’uso delle tre chitarre ci sta benissimo in certi pezzi, addirittura la voce diventa artificiale (Fittier Happier) – il richiamo all’estraniamento dell’uomo che non si riconosce più nel mondo da lui stesso creato è evidente, almeno per me. Con Subterrean Homesick Alien mi sembra di ascoltare un brano dei Pink Floyd (ovviamente con le dovute distanze, i maestri un si toccano), però, almeno nelle atmosfere, nella sonorità lontana, un richiamo c’è di sicuro. Exit Music (For a Film) è forse il pezzo più drammatico dell’album, dove la voce di Yorke si rivela capace di una sofferenza tangibile. Su Let Down non dico nulla, solo che è la mia preferita. Nulla da dire nemmeno su Karma Police, che nonostante abbia mantenuto la sua forza emotiva intatta, è stata rovinata negli anni da continui passaggi in radio (addirittura mi pare sia stata usata per una pubblicità del cazzo, roba da denuncia).  E mentre con Electioneering, classica e immancabile canzone di denuncia a una classe politica sempre più lontana dai problemi veri della gente, ci avviciniamo alla fine dell’album, due parole su Lucky, ballad bellissima, qui davvero lo posso dire che c’è tanto Pink Floyd, ma non imitato, bensì rivisitato in chiave più moderna: era facilissimo sbagliare il colpo, osare troppo, invece il buon Yorke l’ha sfangata anche a questo giro.

Due parole due anche sul bookset (i’librettino coi testi, però bookset fa più fico):il modo in cui è stato concepito ti fa capire la cura dei dettagli anche nelle cose secondarie e dato che io alle cose secondarie e inutili ci tengo particolarmente, non posso non restare soddisfatto di questo disco.

  Vitellozzo.

1. Airbag
2. Paranoid Android
3. Subterranean Homesick Alien
4. Exit Music (For A Film)
5. Let Down
6. Karma Police
7. Fitter Happier
8. Electioneering
9. Climbing Up The Walls
10. No Surprises
11. Lucky
12. The Tourist

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Paranoid

Black Sabbath, 1970, Vertigo.

Credo sia abbastanza inutile parlarvi dell’album. E’ chiaro che quelli di voi che leggeranno queste righe già li conoscono i Black Sabbath –  altrimenti non ci sareste venuti sulla pagina – così come conoscono Paranoid. Del resto è impossibile non avere ascoltato almeno un pezzo di questo disco, credo di non farla fuori dal vaso se dico che siamo di fronte a una delle pietre miliari dell’hard rock. Si potrebbe anche parlare di heavy-metal, ma qui siamo ancora agli inizi, vero è che l’heavy metal comincia – e per me finisce – con Paranoid. Tutta la musica rock, ogni sua derivazione anche di nicchia, da quella più commerciale a quella più grezza a quella più dura, è stata influenzata dai Sabbath, che a ragione sono considerati insieme ai Deep Purple, gli Zep e gli Stones i padrini del rock. Quindi, dato che tutti sappiamo di cosa stiamo parlando, farò conto di raccontare due stronzate a me stesso, tanto le stranezze sono ammesse: giusto, si parla di Paranoid.

Secondo album del gruppo, dopo l’omonimo sempre del ‘70, che insieme a Master of Reality (1971, questi in un anno hanno cambiato il rock, un anno, quando si dice i’fenomeni) forma un uno-due-tre che stenderebbe tutti. Alla voce c’è Ozzy, che prima di bruciarsi i’capo e perdersi nella carriera solista e nei reality show del cazzo, c’ha regalato delle Signore Tracce e una Signora Voce, carismatica, piena, limpida (no da gatto arrotato come va di moda ora). Se poi uno ci aggiunge gli assoli di Iommi – che è (e sarà sempre) l’anima della band – Paranoid  non può non piacere.

Otto pezzi senza vincoli di lunghezza, alcuni duran tre minuti scarsi, altri otto, tempi che se oggi li presenti a una casa discografica ti ridono dietro per due settimane. Come War Pigs, brano d’apertura, contro la guerra, critica pesante alla classe politica di quegli anni, degli War Pigs appunto (ricordiamoci che siamo negli anni ’70 con la guerra del Vietnam). Con Paranoid credo ci sia poco da dire, 2:52 copiati e copiati e imitati in tutto  il mondo, un motivo ci sarà. Su Planet Caravan da segnalare la chitarra di Iommi, che sembra muoversi da sola in un’altra dimensione, in un altro tempo, insieme alla voce distorta e lontana di Ozzy. Grande pezzo. Voce ovattata che raggiunge l’apice della stranezza con Iron Man, questo mostro di metallo che sembra davvero venuto da un altro pianeta (riff di chitarra da sega).

Se i Sabbath, dopo queste tracce avessero detto “oh vai, ci siamo, è venuto fòri un bè lavorino gente, finiamola qui”, nessuno si sarebbe stupito, bastano questi quattro pezzi per creare un ottimo album. Invece, non si son fermati, e hanno fatto bene a proseguire. In Electric Funeral c’è un leggerissimo richiamo all’immagine del diavolo vendicatore, molto suggestiva, era scontato che qualcosa ci fosse, ma la chiudo qui la questione, non mi va di aprire un dibattito sulle polemiche di chi dice che certi gruppi rock siano satanisti o roba simile, ascolto la musica e mi limito a quello. Ovviamente ho una mia idea, ma me la tengo per me. Da segnalare, infine, anche Fairies Wear Boots, una delle mie preferite, pochi discorsi e molta chitarra. Ecco, appunto, pochi discorsi e mettete su  i Sabbath.

Vitellozzo.

1. War Pigs
2. Paranoid
3. Planet Caravan
4. Iron Man
5. Electric Funeral
6. Hand Of Doom
7. Rat Salad
8. Fairies Wear Boots

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Urban Hymns

The Verve, 1997, Hut.

Terzo album di Ashcroft e compagni, dopo A Storm in Heaven e A Northern Soul, molto apprezzati dalla critica, un po’ meno dal pubblico (vendite non altisonanti). Album che vede la luce dopo un periodo piuttosto travagliato del gruppo, reduce da un primo scioglimento a causa dello stesso Ashcroft nell’estate del ’96, nonostante la band avesse riportato un discreto successo, entrando nella Top Ten inglese proprio con “A Northern Soul”.

Formazione ufficiale e ufficiosa: Nick McCabe e Simon Tong alle chitarre, Simon Jones al basso, Peter Salisbury alla batteria e, ovviamente, alla voce, l’idolo delle masse Richard Ashcroft, o perlomeno la massa che ne resta dopo essersi stroncato come un cinghiale (c’è un perché di quelle occhiaie nere alla Novello Novelli). Comunque, il buon Richard con Urban Hymns ha sicuramente fatto centro. Smussata di molto la componente psichedelica, elemento portante del primo album, tante distorsioni e gnignigni elettronici, con Urban Hymns i  The Verve sembrano volersi rivolgere a un pubblico più eterogeneo, con una musica di ampio respiro.

Botto Clamoroso. Album osannato dalla critica e un successo planetario (va forte anche in America), grazie a pezzi come Bitter Sweet Simphony, inno generazionale (come il video omonimo), ma anche Sonnet e la ballad The Drugs Don’t Work. Ma andiamo per ordine. Bitter Sweet Symphony, canzone stupenda, la scelta di usare archi e violini si rivela vincente (come in molti altri pezzi, Lucky Man tanto per dirne uno..), temi sempre attuali e controversi  – You’re a slave to money then you die – Well I never pray/ But tonight I’m on my knees yeah/ I need to hear some sounds that recognize the pain in me, yeah.

Dicevamo delle ballate; in Urban Hymns abbondano: Sonnet e Lucky Man possono essere prese come esempio della nuova armonia ritrovata dal gruppo, dove tutti gli strumenti si accordano, non si danno fastidio, si compenetrano piano piano, si vogliono bene, Happiness /Something in my own place/ I’m standing naked/ Smiling, I feel no disgrace / With who I am, vige l’ordine col disordine dell’assenza di barriere, non sono canzoni che finiscono (Space And Time e One Day), vanno ascoltate con calma, tranquilli, senza patemi, qui non si poga, non ci si foga. The Drugs Don’t Work, canzone “poco” autobiografica, contro le droghe: And I hope you’re thinking of me/ As you lay down on your side/ Now the drugs don’t work/ They just make you worse. Belle eh, le ballate, però le origini non si scordano mai e i The Verve non sono da meno.  Loro lo sanno che sotto sotto sono ancora un po’ indie-rock-schizzati ed ecco che tirano fuori altri conigli dal cilindro con The Rolling People, Catching the Butterfly e Neon Wilderness, brani leggermente più aggressivi e di richiamo dei primi due album, più chitarra/ meno sviolinate (era l’ora), concetto ribadito in Come On e Velvet Morning (una delle più belle della band). Nota a parte merita This Time che, pellamordiddio carina eh, però la trovo un po’ fuori posto. Boh.

Resta solo una cosa in sospeso, il mio rammarico per il loro scioglimento: peccato.

Vitellozzo.

  1. Bitter Sweet Symphony – 5:58
  2. Sonnet  – 4:21
  3. The Rolling People – 7:01
  4. The Drugs Don’t Work- 5:05
  5. Catching the Butterfly – 6:26
  6. Neon Wilderness – 2:37
  7. Space and Time  – 5:36
  8. Weeping Willow – 4:49
  9. Lucky Man  – 4:53
  10. One Day  – 5:03
  11. This Time  – 3:50
  12. Velvet Morning  – 4:57
  13. Come On  – 15:15

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