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Prometheus

Ridley Scott, 2012, Usa, 124min

Trama: per quanto è stato scritto a riguardo, non voglio più vedere scritte le parole prequel e Alien.

Il Film: ne ho lette di recensioni a riguardo, un film distrutto a priori, solo perché non era come Alien. Ridley Scott non è più lo stesso, il finale è banale, il film è un blockbuster commerciale, non doveva collegarlo ad Alien, e cazzi vari, tutti fenomeni. Quindi fo il fenomeno anch’io: a me il film è piaciuto. E’ un gran film di fantascienza ed è il miglior film di Scott da diverso tempo a questa parte. Non è un capolavoro come Alien, non è Alien, secondo me non vuole nemmeno esserlo, è un buon film di fantascienza.

Sequenza iniziale tanto infamata, che in realtà non fa altro che aprire il film innocentemente: ci viene presentato questo nuovo alieno molto simile ad un uomo, (e non è fatto al computer, è tutto lattice e make-up), che, da quanto ho capito, bevendo un liquido nero muore ed il suo dna si ricostituisce formando una nuova forma di vita. E’ la spiegazione al tema del film, chi ci ha creati? Nel futuro un gruppo di scienziati parte verso un pianeta dove si presume vivano questi esseri superiori, gli Ingegneri, per entrare in contatto con loro. Questa è in breve la trama. La base degli alieni è stupenda, queste grotte buie dove si intravedono forme di tecnologia sono bellissime, ed erano proprio quello che mi aspettavo, cioè una ricchissima cura nei particolari. Gli attori se la cavano alla grande, anche se non mi fa impazzire la protagonista, bravi Michael Fassbender e Idris Elba (brava la mamma per il nome), e su Charlize Theron c’è poco da dire, o guardi lei o segui il film, due cose insieme non le puoi fare.

Ma veniamo al punto cruciale: i collegamenti con il film del 1979. Quello che mi attirava di più, come tutti i malati di Alien, era vedere chi o cosa era lo Space Jockey, l’enorme esoscheletro che troviamo nel vecchio film seduto nella postazione della enorme astronave misteriosa. La scena è emozionante, vedere l’astronave attiva, l’Ingegnere che indossa la sua tuta con quello che si scopre non essere un teschio ma un casco, vedere la postazione con il sedile emergere e vedere lui montarci sopra, è stato qualcosa di toccante. Mai quanto sapere che…non è suo il cadavere che vediamo in Alien. Questo è l’aspetto che più mi è piaciuto del film di Scott, l’aver creato tantissime aspettative su un prequel e poi aver tolto tutte le certezze. Ancora non sappiamo se quella sia davvero quella astronave, la postazione dello Space Jockey rimane vuota dopo che l’Ingegnere la abbandona, non sappiamo se quello sia il pianeta su cui atterra la nave di Sigourney Weaver, e dobbiamo ancora vedere come si evolve l’essere finale che ricorda il mostro alieno, senza chiaramente esserlo. Sulle scene definite cruente o splatter, ho ben poco da dire visto che non le ho trovate così clamorose, e semmai ecco quelle sì, sono un po’ banali e forzate, però a volte un piccolo tocco di horror ci sta comunque.

Voto 7.5: Quindi è certo un secondo film. Siamo 29 anni prima di Alien, c’è ancora tempo per ampliare ancora di più una trama che si sta facendo ricchissima. Si decide tutto nel prossimo film: RIDLEY NON MI SBAGLIARE ORA! Io sono sempre con te.

Capitano Quint

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Alien

Ridley Scott, UK, 1979, 116min

Trama: Da vedere.

Il Film: lasciamo stare tutti i sequel, lasciamo stare la “saga” che ne è stata ricavata, lasciamo stare gli insensati Alien vs Predator. Questo film è un’altra cosa, sta per conto suo, vive da solo, senza che vari registi americani ne abbiano abusato per anni. Ridley Scott in una mia personale top 5 di film fantascientifici piazza due film, al primo posto Blade Runner, e a seguire, in compagnia de La Cosa di Carpenter, e del monolite di Kubrick, ci metto anche questo Alien, quindi direi che sono abbastanza di parte nel giudicarlo. E pensare che il progetto era pronto per Walter Hill, che invece lo passò a Scott, perché lui era impegnato a girare un altro capolavoro “I Guerrieri Della Notte”. Alien è la perfetta unione tra la fantascienza e l’horror, tra un grande regista, ed un artista fuori dal comune, Hans Ruedi Giger, tra una grande sceneggiatura e una realizzazione esattamente all’altezza.

Si può dividere il film in due parti: la prima di introduzione dei personaggi, di dialoghi, e di tranquillità. I sette stanno tornando sulla Terra, scherzano, discutono, su tutti si nota un possibile protagonista, il capitano Dallas. A sorvegliare la nave è anche un’intelligenza artificiale, Mother, (e qui torna Kubrik, con il suo Hal 9000), che capta un segnale. Questa prima parte si può concludere con l’arrivo sul pianeta da dove proviene il segnale e con il ritrovamento di una gigantesca astronave. In questa sequenza Scott utilizza anche un po’ di immagini registrate con una piccola telecamera a mano dagli astronauti, cosa che oggi va tanto di moda negli horror moderni, che ci permettono così di verificare la differenza tra farlo bene e farlo malissimo. Dentro l’astronave ci appaiono gli incredibili scenari dipinti da Giger, così gotici e desolati, dove al centro giace un enorme scheletro fossilizzato di un corpo alieno. Si inizia ad intuire che la realizzazione degli effetti speciali è di un’altra categoria. Vengono scoperti i bozzoli, l’uomo è curioso e stupido per natura, e ovviamente li deve toccare. Il pessimismo di Scott è chiaro già da questo, l’uomo tocca, l’uomo viene assalito. Stupendo l’essere avvinghiato al volto del povero Kane, che resta in coma con questo corpo sulla faccia per qualche giorno, sotto il controllo interessato dello scienziato Ian Holm,  finché questo non lo lascia misteriosamente libero. Se il clima di tensione sembra essere per un momento svanito, ritorna prepotentemente nella famosa e sanguinosa scena della fuoriuscita dal torace di Kane del piccolo Alien, che schizza via nascondendosi e facendo iniziare così la caccia. La questione su chi dia la caccia si chiude abbastanza alla svelta, quando viene ritrovata la muta del piccolo alieno presumibilmente cresciuto con rapidità. Viene fuori tutta la bravura del regista, le inquadrature iniziali silenziose della nave, vengono riproposte stavolta con il terrore degli uomini lasciati soli al loro destino, e dopo la seconda morte, arriva anche il momento del capitano, da solo, nei condotti bui d’aerazione, si ritrova in un lampo davanti al mostro. Mostro che ancora non viene visto per intero, ma solo in veloci tratti, perché quello che conta sono i momenti in cui non si vede, che sai che c’è, ma non lo vedi, è questa la vera parte horror. Bellissima è anche la sequenza che ci fa capire chi sia in realtà Ian Holm: la sua decapitazione scopre il suo interno fatto di fili e lattice, un robot mandato apposta per studiare e conservare il corpo alieno. La scena della testa mozzata che parla appoggiata sul tavolo accanto al corpo e impensabile se si guarda l’anno, 1979, troppo avanti per essere vera. E per una volta in un film il primo a morire non è il personaggio di colore, che anzi regge quasi fino alla fine. Rimane sola infine Ripley, che dopo aver deciso di far esplodere la nave e il mostro, e rifugiarsi nella navicella di salvataggio, si ritrova con questo nell’ultima stupenda sequenza finale, in cui il mostro appare rannicchiato e nascosto, ma sempre letale, alla ricerca anche lui di salvezza. Lo scontro finale ha un esito che sembra più dettato dalla produzione che aveva fiutato l’affare “sequel”, piuttosto che invece dal pessimismo del regista, che voleva la morte di Ripley, ma resta comunque un capolavoro per la tensione che trasmette.

Voto: 8.5/9 A volte gli Oscar sono meritati, ma purtroppo sono sempre pochi per chi li merita davvero. Premiati comunque Giger e Carlo Rambaldi per gli effetti speciali. E a pochi mesi dalla scomparsa non posso non citare un altro grande artista che ha collaborato alla realizzazione, Jean Giraud “Moebius”

Capitano Quint

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