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Alba Rossa

John Milius, Usa, 1984, 114 min.

Trama: 1989. Gli Stati Uniti sono invasi, all’improvviso, da un alleanza composta da Russia, Cuba e Nicaragua. Tra l’immobilismo di un Europa che resta neutrale, e dell’Asia completamente soggiogata alla forza sovietica, l’America dovrà pensarci da sé a difendersi. E se gli amerrigani sono tutti tenaci come questo gruppo di ragazzi, non ce so problemi.

Il Film: Non leggete le critiche ufficiali, il film l’hanno  stroncato impietosamente.

Per me, invece, è una chicca. Al di là del fatto che la Guerra Fredda l’abbiamo assaggiata in tutte le salse, e visto che siamo nel 2013, ampiamente digerita (è abbastanza divertente pensare come la Guerra Fredda sia stata sì oggetto di milioni di milioni di film, quando in realtà non è successo proprio nulla), Alba Rossa ha dalla sua dei jolly che lo rendono diverso dagli altri dello stesso genere, e forse anche per questo ha conservato negli anni un posto speciale nel cuore di molti. Per prima cosa, lo scenario: molto suggestivo. Anche se faccio fatica a pensare a Cuba e al NICARAGUA (!!) come delle superpotenze militari, è altresì spassoso ritrovare gli USA alleati dei cinesi, che nella mente del regista dovevano essere proprio un popolino del cazzo, visto che ci fa intendere la loro più totale debolezza militare e lo scarso livello di sviluppo (oggi mi sembra sia cambiato qualcosina). Poi, il cast. Togliendo l’aspetto recitativo, di cui in un film d’azione ma soprattutto in un film d’azione anni ’80 ce ne possiamo sbattere, quasi tutti i ragazzi protagonisti hanno poi fatto strada nel mondo del cinema: Patrick Swayze (doppiato dallo stesso di Eddie Murphy, il che fa un po’ senso) Charlie Sheen, Lea Thompson (quella dei Ritorno Al Futuro), nei primissimi minuti un sempre ciccione ECLISSE (ignoro il nome vero dell’attore, per me sarà sempre l’Eclisse di Sorvegliato Speciale) e anche – non ci facciamo mancare nulla – JENNIFER GREY, che non è la sorella di Sasha Grey, ma la ricciolina di Dirty Dancing, pietra miliare del cinema demmè (Nessuno mette Baby in angolo! In un angolo no, ma per terra distesa morta schiantata sì, come accade proprio in Alba Rossa). Ed è questo un altro aspetto interessante del film: pur essendo per ragazzi, si è beccato il PG 13 (primo film in America) a causa della sua violenza. Rambo in confronto è solo un principiante. Non sbagliatevi, Alba Rossa è molto triste, questi ragazzi ne fanno fuori forse troppi, ma non sono indistruttibili come Sly. Poteva essere un ottimo film (o meglio un ottimo film anche per chi non lo considera un ottimo film), se solo si fosse fatta più attenzione in alcune scene o su certe battute, veramente troppo penose. Come il pentimento del generale cubano per tutti i morti, o anche le frasi del tipo “i tuoi genitori sarebbero fieri di te” dette da un soldato a un ragazzo che ha ucciso decine di invasori, o anche tutte le bandiere americane e russe (chiaramente ancora rimasti a Lenin) disseminate in ogni fotogramma di film. Cosa positivissima: non c’è il doppiaggio finto russo che fa tanta ma tanta tristezza, ma i ben più pratici sottotitoli. Anche per queste piccolezze, che fanno sempre piacere, il voto è magnanimo.

Voto: 6.5. Va visto anche solo perché il regista è lo stesso di Conan il Barbaro e Un Mercoledì da Leoni. Ancora solo una cosa: alla prossima scena dove vedo uno che coglie alle spalle un soldato e gli dice PRIMA DI SPARARE Sei finito! E quello si gira e gli spara addosso, provocando la morte di entrambi, quando te stronzo potevi benissimo salvarti senza dire nulla, sparargli e basta come va fatto, ve lo giuro, spengo tutto e smetto di vedere film d’azione.

 Vitellozzo.

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Trash-metal adieu

E’ morto Jeff Hanneman, chitarrista fondatore degli Slayer. Ora, due cose possiamo ricordare da questo fatto: uno, che gli Slayer spacca(va)no proprio tanto, e due, porcaputtana menomale vivo in Italia dove siamo sì un pò tutti alla buccia, ma perlomeno non si rischia di morire per il morso di un ragno velenoso, mentre si fa il bagno nella piscina di casa (che non ho, la piscina, non la casa). Cito direttamente dal Corriere.it: “L’insufficienza epatica (di cui è morto evidentemente Hanneman) era probabilmente la conseguenza di una fascite necrofizzante (c’è qualche medico che legge per caso?) dovuta a un incidente occorso due anni fa: il morso di un ragno velenoso mentre si trovava nella sua casa, appunto nella California meridionale.” Cazzo, morto per il morso di un ragno, aggressivo fino alla fine.

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Una Poltrona Per Due

John Landis, 1983

unapoltronaperdue_usTrama: se non conosci la trama, esci dal blog.

Il Film: cercando di battere sul tempo Mediaset, con l’avvicinarsi del Natale (del male), è necessario ritirare fuori questo capolavoro di Landis.
Quello che annualmente viene proposto come classico film natalizio, sulla bontà natalizia, sul volemose bene, è in realtà qualcosa di molto più grande. Viene dato a natale solo perché si svolge in quei giorni e in una scena c’è Dan Aykroyd con il cappellino rosso, non vedo altre spiegazioni, se non l’incompetenza di quelli di mediaset, che ancora non hanno capito che il film è una dura critica a tutti i ricconi finanzieri che fanno parte di una società corrotta, proprio come i capi di mediaset.

Comunque, restiamo sul quel genio che è Landis, dandogli tutti i meriti che gli spettano. Primo fra tutti, bisogna dirlo, è quello di ufficializzare Eddie Murphy come una delle stelle degli anni 80, sicuramente la più brillante nella comicità. Dopo l’esordio con Walter Hill in 48ore, qui Eddie dà il meglio di sé, le scene iniziali in cui lui fa il barbone cieco senza gambe sono incredibili (“ci vedo!! io ci vedo!! E ho anche le gambe!! Gesù, miracolo!!”). Gli altri attori sono il grande Dan Aykroyd, le super tette di Jamie Lee Curtis (c’è anche il resto del corpo di Jamie), e i due vecchi che fanno la famosa scommessa da un dollaro.

La vera protagonista del film (oltre al topless di Jamie), è la cattiveria. Non solo dei due ricconi che decidono di fare la scommessa di rovinare un ricco uomo d’affari, sostituendolo con un barbone, ma anche quella che contraddistingue tutti i personaggi. Dan Aykroyd all’inizio è perfido con la bella prostituta Jamie, Eddie non ci pensa due volte a prendere tutta la ricchezza che gli è piovuta dal cielo (-“Idromassaggio signore?” – “Ecco lo sapevo che eravate tutti finocchi, non mi mettete le mani addosso!”), e quando i due scoprono l’inghippo, decidono di rovinare a loro volta i due vecchi, prendendogli tutti i soldi. Nel finale, quando sono a godersela al mare, si capisce che tutti quei soldi non è che l’hanno dati in beneficenza, mossi dallo spirito natalizio, anzi, se li tengono per loro e vissero tutti felici e contenti. Senza storie, è un cane che si morde la coda, io ti odio perché hai i soldi, ma se li avessi io, farei come fai te. Abbastanza attuale Landis.
Tutto questo è nascosto dalle mille scene comiche, una su tutte Eddie Murphy vestito da africano che urla cantando sul treno.

Voto 8: la chicca è in Il Principe Cerca Moglie, dove un ricchissimo Eddie dona dei soldi a due vecchi barboni. Sono proprio i due fratelli Duke, che intendono così ricominciare la scalata al potere

Capitano Quint

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Re Per Una Notte

Martin Scorsese, 1983, Usa

Trama: Robert De Niro è ossessionato dalla televisione. Convinto di poter sfondare come comico, prova in tutti i modi a farsi notare dal suo idolo, Jerry Lewis, finché non decide di rapirlo.

Il Film: flop enorme al botteghino per Martin Scorsese, e come spesso accade si tratta di un flop immeritato. Questo potrebbe benissimo essere uno dei migliori film di Scorsese per la sua tremenda attualità, nonostante sia dell’83, perché parla della questione principale nella società moderna: apparire in televisione.

Per tutto il film Martin ti fa notare tutte le perversioni e le convinzioni del protagonista, un uomo che in casa parla con dei cartonati di personaggi famosi, che vive ancora con la madre, che va a caccia di autografi, che è profondamente convinto di meritarsi un posto fisso come comico, perché sa che le sue barzellette andrebbero forte. Un uomo che non riesce a capire che la sua presenza ogni mattina alla portineria della produzione non è gradita, e che il suo nastro non verrà mai ascoltato da Jerry. Da qui al gesto successivo di tagliare la testa al toro e rapire lo stesso Jerry Lewis, per De Niro il passo è breve. Bellissima la scena di come gli entra in casa, con estrema tranquillità, come ha sempre sognato, come fosse un suo amico, salvo poi legarlo ad una sedia nella più totale goffaggine, ingenuità e imbarazzo, e obbligarlo a fare per lui la telefonata che gli garantisce una serata in televisione.

De Niro è in quella fase di grazia fine anni 70 inizio anni 80, reduce da capolavori quali Il Cacciatore, e Toro Scatenato, qui in un ruolo chiaramente molto meno fisico, non fa altro che prolungare la striscia di performance perfette. E sono rimasto piacevolmente sorpreso da un Jerry Lewis che, abbandonando il ruolo di idiota impacciato, tira fuori un interpretazione matura e seria.
Insomma bel film, attuale, incisivo, a tratti ironico e triste, una bella prova per Martin Scorsese, incassi a parte.

Voto 7.5: Morale finale, meglio re per una notte o buffoni per tutta la vita?

Capitano Quint

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Kill ‘Em All

Metallica, 1983.

Premessa doverosa: in realtà non dovrei essere io a scrivere di Kill ‘Em All, nonostante stimi veramente tanto i Metallica e gli abbia tributato – insieme ai Maiden –  3/4 anni della mia vita coi capelli lunghi a pogare. Non dovrei essere io, perché se c’è qualcuno che avrebbe il sacrosanto diritto di trattare il metallo, questo sei solo tu, Lele. Se stai leggendo, devi sapere che da parte nostra l’offerta è ancora valida. Non c’è nessuno meglio di te per consolidare l’inutilità di questo blog con una pagina sul metal.

Detto questo, l’album. E’ il primo dei Metallica, se si escludono dei demo precedenti alla sua uscita ufficiale. E’ il primo di una lunga serie di lavori che dall’83 fino a oggi ha venduto milioni di copie nel mondo, meritatamente o meno. Perché se alcuni album sono delle pietre miliari, di altri non se ne sentiva la mancanza, soprattutto gli ultimi in ordine di tempo. Devo ancora smaltire il colpo ricevuto dalla collaborazione con Lou Reed che ha dato vita a una merdata colossale, il bellissimo fantastico album Lulu, peggio di una martellata sulle palle. Per fortuna, Kill ‘Em All appartiene al primo gruppo. Diciamo subito una cosa: per ascoltare i Metallica non bisogna essere vestiti di nero con borchie anche sul culo, pantaloni di pelle aderenti come carta velina, anfibi d’estate e capello lungo, queste son tutte cazzate. Il metallaro classico sta scomparendo; sì, ogni tanto a giro c’è ancora qualche esemplare, ma sono sempre più rari, e abbastanza ridicoli nel voler proseguire uno stile di vita di un epoca che non c’è più (chi altri c’è rimasto a fare metal che possano prendere il posto dei Metallica, ammesso che sia possibile’). Per ascoltare i Metallica l’immagine è superflua, inutile, tanto è vero che anche loro col tempo hanno virato verso un aspetto leggermente più sobrio. Una cosa però ci vuole sempre: la rabbia. Kill ‘Em All è la rabbia di James Hetfield che non canta, urla, è la batteria di Lars Ulrich che si finisce le mani in sessioni disumane di furore,  percussioni velocissime e martellanti, è il basso sepolcrale di Cliff Burton , è la chitarra di Hammet, lancinante, e grezza. La stessa copertina non è un invito a prendere il tè coi pasticcini, al limite la tazzina te la spaccano in testa.

Dire due parole su ogni brano sarebbe abbastanza ridicolo, e anche senza senso, visto che la divisione in queste 10 tracce è puramente dettata dalla necessità; avrebbero potuto scrivere “Metallo” e fare un unicum di 60 minuti, io non mi sarei certo lamentato. Tanto quando ascolto Hit the Light dopo 30 secondi non so più nemmeno dove sono, i minutaggi e le pause non contano più un cazzo, per me c’è solo Hetfield nella sua canotta nera e coi baffetti rossicci tutti sudati che urla “well’kick your ass tonight!” e Hamme(R) che ti lancia assoli come cannonate. Un album che se la prende con tutto il mondo, fatto da 4 che il mondo lo vogliono distruggere come i cavalieri dell’apocalisse (The Four Horsemen). Dei testi che – seppur grezzi e ancora acerbi – sembrano scritti da Pascoli per quanto sono tranquilli: Look up your wife and children now / it’s time to wield the blade. Bisogna dire che senza gli attacchi Ulrich alla batteria Kill ‘Em All sarebbe stato tutto un altro disco – solo Anesthesia Pulling Teeth attacca con le chitarre – quindi ringrazio la famiglia di Lars che lo portò in America. E ringrazio anche i Motorhead che hanno ispirato i Metallica che gli hanno dedicato Motorbreath, vero e proprio omaggio a un’altra grande band con un idolo assoluto come frontman (il pezzo è vicinissimo in effetti alle sonorità dei Motorhead).

Piacerebbe anche a me che l’heavy-metal tornasse a ricoprire il posto che gli spetta nella scala della musica, che le radio ricominciassero a passarlo, che i canali musicali – invece di mandare i soliti due video due dei Metallica, i più conosciuti Enter Sandman e Nothing Else Matters – mandassero anche altra roba che questi ragazzotti hanno girato. Mi piacerebbe, ma so che non succederà. Tanto peggio per i bimbiminkia che oggi si fanno le seghine su gruppetti del cazzo, io son tranquillo, ho la coscienza apposto, metto su No Remorse, e se non mi basta vado avanti con Metal Militia, pregustando già il momento in cui Hetfield urlerà “Metaaal Milisciaaaa!”.

Vitellozzo.

  1. Hit The Lights
  2. The Four Horsemen
  3. Motorbreath
  4. Jump In The Fire
  5. (Anesthesia) – Pulling Teeth
  6. Whiplash
  7. Phantom Lord
  8. No Remorse
  9. Seek And Destroy
  10. Metal Militia

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Tremors

Ron Underwood, 1990, Usa, 96min

Trama: c’è Kevin Bacon, c’è i su amico, c’è la ragazza da salvare, c’è quello pieno di armi, e ci sono i Tremors.

Il Film: una perla, un cult, uno degli ultimi action movie con mostri che si può definire un film godibile. Gomma piuma, lattice, sangue arancione, e modellini in scala, vanno sempre in culo a tutti. Solo intrattenimento, la trama praticamente inesistente, questi mostri non si sa da dove vengono e non ce ne frega niente, sono solo capitati nel posto sbagliato. Perché in questo sperduto paesino in mezzo al deserto americano, di circa una quindicina di abitanti, ci sono quei 4 o 5 fenomeni da amare uno più dell’altro. A gestire l’emporio ad esempio c’è Victor Wong, il vecchio cinese bastardo de Il Bambino d’Oro, il mago di Grosso Guaio a Chinatown, il professore di Il Signore del Male. Poi nella sua casa bunker vive Burt, che condivide con la moglie due passioni: i fucili e gli esplosivi. Pareti piene di armi, munizioni ovunque, il Tremors lì dentro non ha la minima possibilità di sopravvivere. Ed infine ci sono loro due, Earl e Val, ovvero il grande Fred Ward (Fuga da Alcatraz, Una Pallottola Spuntata 33 e un terzo), e l’ancor più grande Kevin Bacon, mito indiscusso tra fine anni 80 e primi anni 90. Sono loro a regalare le battute più indimenticabili del film, come: -“Che cazzo è?” –“E’ un figlio di puttana”, oppure il memorabile “Vaffan..CULO!!”. Insomma il film preso come un’ora e mezzo di puro intrattenimento è un gran film.
(notare come i Tremors siano uguali ai mostri nella sabbia di Dune di Lynch).

Voto 7: e riguardandolo all’1 di notte, mi ritrovo ad urlare nel finale insieme a Kevin: SAI VOLARE TESTA DI CAZZO?? SAI VOLARE TESTA DI CAZZO???

Capitano Quint

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Drive

Nicolas Winding Refn, Usa, 2011, 95 min.

Trama: Ryan Gosling è un ragazzo solitario e taciturno che lavora in un officina meccanica. Data la sua grande abilità alla guida, fa anche lo stuntman per il cinema negli inseguimenti di auto (un “passatempo”, come lo definisce lui). Nessuno sa, però, che la sua attività più nascosta è quella di autista al servizio di rapinatori: in pratica, i criminali di turno chiamano il buon Ryan, il quale, una volta commessa la rapina da questi ultimi, ha l’incarico di portarli al sicuro lontano dalla polizia, e dalla prigione.

Quando per il Pilota (non ha un nome nel film) sembra aprirsi la possibilità di correre nelle NASCAR – grazie all’aiuto del suo capo Shannon e ai soldi di un noto boss – oltre alla conoscenza piacevole della sua vicina di casa Irene (con la quale sembra che possa nascere una storia), la situazione precipita. Il marito di lei, uscito di prigione, si ritrova invischiato a dover restituire dei soldi che non ha a dei noti criminali che minacciano di fare del male a Irene (Carey Mulligan)  e a suo figlio Benicio. Quando il nostro pilota lo viene a sapere decide di aiutare Standard Gabriel facendo da autista nella rapina condotta dal marito della ragazza a un Banco di Pegni. Va tutto storto, il marito di Irene muore schiantato e Gosling si ritrova coinvolto un una girandola di eventi più grandi di lui, con dei soldi da restituire, braccato dalla mafia, e con una ragazza da salvare.

Il Film: Ormai è chiaro che Refn trasformi in oro tutto quello che tocca. Dopo il notevolissimo Bronson (2008) e l’ottimo Valhalla Rising (2009), neanche con Drive sbaglia il colpo e, ancora una volta, ci regala un film incredibile. La cosa più incredibile però è che questo regista ha solo quarant’ anni e ha già fatto roba che gente come Virzì o Veronesi o qualsiasi altro “giovane” nostrano neanche se vivesse quattrocento anni riuscirebbe a fare. Quando manca il talento..

Per quanto mi riguarda, Drive entra di prepotenza nel novero dei miei film preferiti per profondità della storia e caratterizzazione dei personaggi. Su Gosling girano pareri contrastanti, tanti lo sopravvalutano; io mi baso su quello che ho visto, e mi è piaciuto parecchio. Perfettamente nella parte, a  suo agio con il personaggio e inserito nella storia, penso che più di questo non si possa chiedere. Comunque, basterebbe andare due secondi –  ma proprio due –  a scorrere la sua filmografia per renderci conto che i ruoli interpretati da Gosling sono tutto tranne che piatti e già visti (dall’ebreo nazista di The Believer, all’adolescente tormentato de Il Delitto Fitzgerald, all’assistente dell’uomo di potere ne Le Idi di Marzo per citarne uno più recente), rivelando una certa padronanza della materia. Se però, ancora non siete convinti della bravura di questo ragazzo vi lancio la perla che ve lo farà amare come lo amo io, e cioè: ha interpretato Young Hercules nella famosissima serie televisiva statunitense durata ben una stagione. Gioie vere; e poi scusate ma è canadese, quando mai si è visto un canadese che sfonda a Hollywood?

Bene, il film dicevamo. Al di là del fatto che i registi che ti inseriscono nella storia come Refn si contano sulle dita di una mano – dopo 30 secondi ti rendi subito conto che siamo di fronte a un gran film, non ti puoi permettere di perdere neanche un minuto tanto la storia è coinvolgente – quello che più mi piace di Drive è che la violenza, esplicitata in parecchie scene in maniera cruenta, non è mai gratuita, mai fine a se stessa, e questo è tutto merito del regista. Quando uno ti riempie una pellicola di sangue, ma riesci comunque a vedere attraverso questo sangue il vero fulcro della trama – e cioè la storia d’amore tra il Pilota e Irene – arrivando quasi a giustificare l’efferata violenza del protagonista per proteggere la donna, allora ti rendi conto che Refn sa davvero  fare il suo mestiere. Quando punta i fari sul Pilota – un personaggio misterioso, di poche parole, ma dal carisma e dalla personalità tangibili, una natura controversa, la doppia faccia di un uomo tranquillo che porta Irene e Benicio a trascorrere una piacevole giornata da un lato, e un killer spietato che schiaccia (letteralmente) la testa del suo nemico dall’altro (in quella che forse è la scena più bella del film, girata in slow motion) – e li punta talmente che sembra voglia oscurare tutti gli altri, ti rendi conto che la preponderanza dell’uomo sullo schermo mette in risalto a sua volta in maniera ancora più marcata la figura di Irene e del possibile/ma irrealizzabile idillio familiare tra i due.  Se poi uno ci mette anche lo stecchino in bocca e i Ray-Ban alla Cobra (anche se Sly aveva uno stile tutto suo, inimitabile e irraggiungibile), e un giubbottino veramente tamarro con lo scorpione  cucito dietro, si raggiunge l’apice della bellezza. A parte gli scherzi, Drive è tanta roba, non solo per le inquadrature (sono un fan del grandangolo) e la fotografia, ma anche per quello che tanti considerano secondario: la colonna sonora elettro-pop,  firmata quasi tutta da Cliff Martinez, veramente ma veramente bella.

Voto: 8. Il film si apre con una chiamata nel cuore della notte, poi silenzio assoluto per 10 minuti buoni,  solo spiazio alle immagini di una macchina che gira per la città. Poi parte “Nightcall” di Kavinsky con i titoli in rosa acceso che fanno tanto ma tanto 80s: anche se la storia è ambientata ai giorni nostri, fa sempre piacere. Quando un film è bello lo vedi subito nei primi minuti, soprattutto da queste piccolezze.

In Italia si sono accorti di Refn solo con questo film, quando in realtà è già da un po’ di tempo che i’ragazzo fa il fenomeno dietro la macchina da presa. Meglio tardi che mai.

 Vitellozzo.

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Auguri Mitch

Il 17 luglio David Hasselhoff ha compiuto 60 anni. Anche se a scoppio ritardato, gli auguri di Cazzochevento il buon David se li merita tutti. Se non avete idea di chi sia Hasselhoff vuol dire che non avete visto la tv degli anni 80-90, quindi, non avete visto la tv. Per noi è come uno di famiglia, siamo cresciuti con lui. L’abbiamo visto fare il piacione sulle spiagge della California – petto villoso d’ordinanza – nei panni di Mitch Buchannon nell’immortale Baywatch; l’abbiamo visto uscire da situazioni pericolose insieme all’amico di sempre K.I.T in Supercar; l’abbiamo (ri)scoperto cantante con la hit Looking For Freedom in un concerto a Berlino tenuto proprio il giorno della caduta del Muro. Purtroppo l’abbiamo anche compatito in un video che gira su Internet di lui completamente ubriaco in casa sua, girato dalla figlia. Ognuno ha i suoi demoni da fronteggiare, l’unica cosa da fare è augurargli di rimettersi in carreggiata, e ringraziarlo, perché forse – senza quei telefilm – l’immagine dell’America soleggiata belle macchine/belle donne/ spiagge/surf sarebbe un po’ meno bella, un po’ meno sogno di quanto non sia ora. Auguri Mitch.

Capitano Quint & Vitellozzo.

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Lo Squartatore Di New York

Lucio Fulci, 1981, Ita

Trama: Un ispettore di polizia riceve una telefonata dopo ogni omicidio di una ragazza. A parlargli è una voce, quella di Paperino. Insieme ad uno psicologo e ad una giovane sopravvissuta, l’ispettore cercherà di trovare e fermare il killer.

Il Film: C’è una formula per un buon film horror primi anni 80? Se sì, Fulci l’ha trovata: sangue + tette + no al lieto fine. Nel 1981 il regista aveva già una quarantina di film alle spalle, ma solo da quattro o cinque anni si era dedicato esclusivamente all’horror. Già nel suo primo film di genere, Zombi 2 (rigorosamente con la “i” finale) sono ampiamente espliciti gli elementi di questa formula. Qualche bella ragazza, i seni tipicamente anni 70, tanto tanto sangue fatto bene (solo lui poteva girare lo scontro tra uno zombie e uno squalo) e un finale tutt altro che lieto e risolutivo. Se nell’ultima scena di quel film gli zombie si avviavano in massa sul ponte di New York verso la conquista della città, qui la grande mela vive un altro dramma, stavolta senza morti viventi, ma con un assassino che senza apparenti moventi o strategie sventra giovani e bellissime donne. Ora Fulci però deve fare i conti non con il pubblico (il film è andato bene anche all’estero), non con la critica (che per abitudine lo distrugge), ma bensì con la censura, che sembra abbia largamente contenuto le smanie del regista. Nella versione uncut sono presenti diverse scene di nudo integrale, di autoerotismo, e di sesso, ma sarebbe veramente superficiale etichettarlo per questo come b-movie, perché qui Fulci decide di concentrarsi maggiormente sulla trama, sul thriller, sulle indagini della polizia, sul giallo dell’identità dell’assassino, e anche sul suo dramma personale. La figlia malata di quest’ultimo che telefona in lacrime al padre dal letto dell’ospedale senza ricevere risposta è uno dei finali più tristi immaginabili, perché dopo aver fatto vedere l’assassino come un mostro, lo rigetta in una dimensione umana e dolorosamente privata che ti spiazza. E allora magari ti accorgi che proprio un pazzo maniaco incapace questo regista non è, che forse oltre a zombie decomposti e fiumi di sangue, ha una capacità di raccontare la disperazione, il pessimismo, e il terrore come pochi nella storia del cinema (basti pensare al finale di E Tu Vivrai Nel Terrore!L’Aldilà). Effetti visivi degli squartamenti fin troppo reali, attrici che si prestano a tutto, attori su cui possiamo sorvolare riguardo alla recitazione, e una sceneggiatura che sta in piedi dall’inizio alla fine. E proprio quando stavo notando come ancora non ci fosse stata una scena in cui Fulci si concentra, come fa sempre, sugli occhi, ecco che la lametta del rasoio scorre sul corpo della ragazza, sul suo capezzolo, sulla sua fronte… e le squarcia a metà l’occhio.

Voto 7.5: di splatter trash ne avrà anche fatti tanti, soprattutto nei suoi ultimi anni di carriera, ma rileggendo la numerosissima filmografia spiccano 4 o 5 titoli di livello superiore, e questo ne fa sicuramente parte.

Capitano Quint

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…E Tu Vivrai Nel Terrore! L’Aldilà

Lucio Fulci, 1981, Ita, 88min

Trama: il film inizia negli anni 20. In un albergo, un pittore accusato di occultismo e stregoneria viene violentemente massacrato, mentre lui continua a sostenere che sotto all’edificio ci sia una delle sette porte dell’inferno. Ai giorni odierni, una giovane ereditiera ha la brillante idea di ristrutturare l’albergo, incurante degli avvertimenti di una misteriosa ragazza cieca.

Il Film: Si può discutere sulla trama: il tema delle porte dell’inferno era già stato usato da Dario Argento, il voler utilizzare gli zombie è una scelta forse che segue le mode di quegli anni, la sceneggiatura ha sicuramente delle lacune nello svolgimento e nell’esposizione. Se ne può discutere, ma anche no. Perché tutto questo consente a Fulci di fare quello che vuole, ovvero concentrarsi sulla realizzazione di ogni singola scena, costruendola con estrema cura dei particolari. E solo uno spettatore che riesce a staccarsi dalla ricerca di una logica spiegazione di cosa stia succedendo, può godersi a pieno una fotografia perfetta, una scenografia visionaria, un trucco ed effetti speciali che toccano l’apice del cinema di genere. Citando il regista: “L’Aldilà è cinema di immagini, che devono essere assorbite senza alcuna riflessione”. Un grande riconoscimento va a Giannetto De Rossi che realizza delle maschere, e un trucco esemplari. Il sangue esce a fiotti da profondi squarci, la pelle tirata e straziata si stacca con avvertibile sofferenza, chiodi penetrano nella carne come mai avevo visto prima, il tutto inquadrato da Fulci con un crescendo di emozioni, dalla paura al dolore all’agonia,  che ci fanno sentire partecipi dell’azione (anche grazie ad una incalzante colonna sonora di Fabio Frizzi).

E il film scorre sostanzialmente così, frustate con catene, occhi cavati, ragni che mordono il volto di un povero Michele Mirabella, acidi che bruciano la carne, ragazze che urlano, e tanto sangue, ma con una perfezione e un gusto che non possono essere etichettati con superficialità in b-movie e trash. Anche in questo film si può notare come Fulci si soffermi sempre sugli occhi: a volte solo inquadrandoli sbarrati dal terrore, altre volte cavando un occhio con un dito, o perforando il cranio con un chiodo fino a far fuoriuscire l’intero bulbo, e altre volte rendendoli completamente bianchi e assenti. Il finale si perde nell’onirico in una scenografia che ha tanto dell’inferno di Gustave Doré, e anche in questo finale non è necessario domandarsi il come si sia arrivati lì, quanto apprezzare un’atmosfera unica di solitudine e sofferenza.

Voto 8.5: dedicato a tutti ai finti horror moderni, dedicato alla computer graphic, agli effetti digitali di stocazzo. Plastilina, sangue finto, maschere di gomma, manichini,  e artigiani artisti del mestiere, non potranno mai essere superati.

Capitano Quint

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This Is England

Shane Meadows, 2006, UK, 101min

Trama: Shaun è un ragazzino di 13 anni, spesso vittima dei bulli. Un gruppo di ragazzi più grandi, skinheads, decide di aiutarlo facendogli passare un po’ di tempo con loro. Shaun si diverte e rimane influenzato dalla moda e dal comportamento spensierato dei nuovi amici. Il clima cambia quando esce dal carcere Combo, uno skinhead nazionalista che spaccherà il gruppo con le sue idee radicali e violente.

Il Film: Il cinema inglese ci dà una prova della sua forza ancora una volta, raccontandoci alla perfezione l’Inghilterra dei primi anni ’80, gli anni della Thatcher , della guerra nelle Falkland, e di una generazione di ragazzi emarginati dalla società che vivono la loro vita tra disoccupazione e delinquenza, con spirito di gruppo e illusioni rivoluzionarie. Il tutto visto con gli occhi di un bambino che si ritrova a vivere le sue prime esperienze con amici, skins più per cultura sociale che per ideali politici, con ragazze più grandi, e con un po’ di atti vandalici. Almeno finché non arriva Combo (un bravissimo Stephen Graham), che vuole assoldare i ragazzi per un’utopica rivolta mirata a far tornare l’Inghilterra alle glorie di un tempo, combattendo contro le istituzioni e gli immigrati. Il film cambia proprio registro, passando dalla tranquillità di un gruppo di ragazzi, al clima teso delle idee radicali dei nazionalisti. Idee che investono Shaun, stimolato da Combo sulla morte del padre nella guerra delle Falkland, morto inutilmente per un paese che non merita il valore dei suoi soldati. Le immagini vere di repertorio di quegli anni scorrono splendidamente all’inizio e alla fine immergendoci in quel clima di tensione. Il ragazzo si lascia coinvolgere dal razzismo e dal carisma del nuovo arrivato, fino a quando non si arriva al tragico pestaggio di uno dei componenti del gruppo. Troppo per un ragazzino che capisce le illusioni delle idee politiche e la realtà di una vita amara.

Personaggi descritti e caratterizzati molto bene, uno su tutti Combo, che dopo tanti atti di violenza, si ritrova da solo in macchina a piangere per amore, e a piangere nuovamente dopo aver quasi ammazzato un ragazzo di colore, mostrandoci tutta la fragilità di un’armatura che si era costruito in nome della bandiera inglese, ma che crolla miseramente. Musiche adeguate tra rock inglese e il pianoforte di Einaudi, per poi chiudere con il giusto e  struggente finale accompagnato da una bellissima cover acustica di Please Please Please Let Me Get What I Want degli Smiths. Film perfetto. Il cinema inglese riesce a raccontare la vita della gente comune, come nessun altro al mondo, con semplicità, con il linguaggio che è volgare perché è vero, con un realismo, che qui in Italia abbiamo perso tra commedie commerciali e amori caramellati.

Voto: 8. Ha vinto premi come miglior film indipendente, miglior film britannico, e miglior film europeo. E in Italia esce con 5 anni di ritardo, continuiamo così…

Capitano Quint

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Videodrome

David Cronenberg. 1983, Can, 89min

Trama: James Woods interpreta Max Renn, il proprietario di una televisione specializzata di fatto in film porno e di violenza. Scopre però le frequenze di una rete che, per pochissimi secondi, trasmette immagini reali di torture su persone, interrompendo poi il segnale. Max ne rimane folgorato immediatamente. Entra in contatto con Nicki Brand, con la quale intraprende una sorta di relazione, e con il professor O’Blivion, che inizialmente sembra essere a capo di quelle trasmissioni, chiamate Videodrome,  che provocano allucinazioni talmente forti da sembrare reali. Sono queste allucinazioni a cambiare il fisico e la mente di Max, che cercherà di scoprire cosa c’è dietro, tra omicidi e un complotto in cui passa da vittima a complice.

Il Film: Il regista Cronenberg firma anche soggetto e sceneggiatura, dimostrandosi un veggente. Il film esce nel 1983, 30 anni fa, e immagina un mondo dominato dalla televisione, dove gli spettatori sono completamente influenzati da essa, tanto da convincersi che la realtà è quella dentro allo schermo. La scena di Max che guarda la cassetta (sempre bello ricordare i vhs e i videoregistratori) è un emblema degli effetti speciali anni 80. La bellissima Nicki (la supersexy Debbie Harry dei Blondie) chiama Max verso la televisione, che si gonfia con i respiri, escono vene dalla plastica, ed infine esce l’immagine delle labbra enormi nelle quali lui immerge la testa. Da lì in poi il corpo di Max inizierà a mutare, squarci nell’addome, la mano deformata che si fonde con la pistola, tutto il trucido possibile per sottolineare la totale assuefazione alla macchina. Una fusione definita “carne nuova”. Ma sono le piccole cose a rendere geniale il film. Ad esempio all’inizio si crede che Videodrome venga trasmesso dal sud-est asiatico, ma invece si scopre avere sede negli Usa, come se si cercasse di convincersi che il peggio della società sia molto lontano da noi, quando invece è accanto a noi o siamo noi stessi. Dietro a Videodrome non c’è un vecchio pazzo, ma in realtà una grande azienda multinazionale, che controlla, con le trasmissioni, le menti di milioni di spettatori alla ricerca solo di eccitazioni di ogni tipo, sotto forma di prodotto commerciale (abbastanza attuale), non a caso Nicki si chiama Brand, come un marchio commerciale.

Max tenta di ribellarsi al sistema in cui è intrappolato, ma la conclusione può essere solo una: dopo aver visto in televisione la sua immagine che si punta la pistola alla tempia e si uccide, non può far altro che seguire alla lettera cioè che la trasmissione ha previsto per lui, inneggiando a “gloria e vita alla nuova carne”. Perché Videodrome non finisce uccidendosi, Videodrome è insidiato nella società di cui facciamo parte, Videodrome siamo noi che guardiamo la pubblicità, che guardiamo ogni tipo di schermo, che ci facciamo influenzare da tutto quello che vediamo o che crediamo di vedere.

Voto: 8: Visionario, attuale, Cronenberg. Per favore nessun remake.

Capitano Quint

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The Wrestler

Darren Aronofsky, Usa/Fra, 2008, 112 min.

Trama: Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) è una vecchia leggenda del wrestling anni 80 che oggi tira avanti a campare, vive in una roulotte misera e malconcia, si sposta con un furgoncino arrugginito e si esibisce ancora in vecchie palestre per i fan, pochi nostalgici, che gli sono rimasti. Quando però è colto da un infarto dopo un’esibizione, salvandosi per un pelo dalla morte, Randy prende la decisione più sofferta, quella di ritirarsi; senza più esibizioni, prova a ricostruirsi una vita, a riallacciare un rapporto con la figlia, si avvicina anche a una spogliarellista non più giovanissima con la quale vorrebbe iniziare una storia (Marisa Tomei). Crolla tutto ugualmente. I buoni propositi non bastano e The Ram è solo, di nuovo. A questo punto, il ring è l’unica cosa che gli resta..

 Il Film: Da lacrima. La vita di Randy come quella di Rourke. Ram/Rourke, Rourke/Ram, l’attore si confonde con il suo alterego di celluloide. Film tanto credibile quanto vero. Nel wrestler finito, giunto al bordo di una vita dissoluta – consumata tra droghe, alcol, donne, solitudine – c’è troppo di Rourke, la cui parabola ha subito la stessa sorte di quella del lottatore. Ram vive le sue giornate nel passato, nel ricordo di quello che era; il suo tempo si misura da un incontro all’altro, da una botta all’altra, dai segni del tempo sul viso, sulla schiena, dalle crepe sul rapporto disintegrato con la figlia, dalla mancanza di amici veri, dall’impossibilità di cambiare. Quel vecchio pezzo di carne maciullata lo sa, lo sa che ha fallito su tutto, e anche se non se ne rendesse conto, ci pensa la figlia a ricordargli il fallimento come padre, perché lui è solo un cazzo di fallito di merda che l’ha abbandonata nel mondo, per inseguire il suo di mondo, quello artificiale dello spettacolo, delle urla del pubblico, che a distanza di vent’anni dalla sua gloria ancora lo invoca, ancora lo ama.

C’ha provato Ram, a fare una vita normale, a fermarsi, un lavoro come commesso in un supermarket: non è andata, il richiamo del ring è troppo forte. Ti ho già visto da qualche parte amico, ma sì, tu sei Ram! Il campione degli anni 80! Non si può fuggire da se stessi, quando uno prende botte per vent’anni alla fine, non ne può più fare a meno e allora anche quel supermarket diventa un ring, un’esibizione; il dito infilato nell’affettatrice e gli schizzi di sangue sulle mattonelle fanno parte dello show. Rompere tutto e andarsene, l’uscita perfetta da una vita inutile. Al mondo non glie ne frega un cazzo di me, invece, per i fan, valgo ancora qualcosa. Poco importa se i medici mi hanno detto di smettere, che rischio la vita ogni volta, io sono The Ram. Gun’s ‘N Roses, Quiet Riot, Ratt e Scorpions in sottofondo, nel ricordo di una generazione e di uno stile di vita che non ci sono  più. Ancora un altro incontro, solo un ultimo salto dalle corde contro il vecchio nemico, solo un altro brivido.

Voto:7/8. Un film senza fronzoli, nessuno addolcisce la pillola qui. Rourke sembra nato per questa parte, si porta sulle spalle il protagonista del film con il suo fardello di problemi, come se fosse tutto vero. Colonna sonora eccelsa (bella la canzone di chiusura di Springsteen). Due Golden Globe e il Leone D’Oro, ci sarà un motivo.

 Vitellozzo.

 

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The Breakfast Club

John Hughes, Usa, 1985, 97 min.

 

Trama: In una scuola superiore di Chicago, il 24 marzo 1984, cinque adolescenti sono costretti per punizione a restare chiusi nella biblioteca. Per ordine del preside, devono scrivere un tema dal titolo “Chi sono io?”. Durante le ore di clausura, i ragazzi, diversi per estrazione sociale e stile di vita, avranno modo di confrontarsi, affrontando ciascuno i propri problemi.

Il Film: Trovo difficile pensare che ci sia ancora qualcuno/qualcosa che non abbia visto questo film. In America è, a buon ragione, un film cult tra i ragazzi, in Italia non credo, qui la realtà nelle scuole è un po’ diversa, meno classista che negli States; comunque, qualsiasi telefilm post anni ’80 sui ragazzi ha avuto almeno un richiamo al film di Hughes (un maestro del genere, Sexteen Candels e La donna esplosiva sono roba sua, oltre che tante altre sceneggiature). Il nostro amico John ha fatto bingo. A livello di storia/sceneggiatura credo ci sia poco da dire, è un bel film. Anche se John l’ha buttati giù in du’giorni scarsi, i dialoghi sono la cosa che funziona di più (anche perché la scuola come storyboard è veramente troppo utilizzata).  Cinque adolescenti – un cazzone, un secchione, una figa, uno sportivo e un’emarginata – che, rinchiusi li dentro, subito cominciano a darsi noia: Bender (il cazzone, alias Judd Nelson) comincia subito a fare i’ganzo, “io son quello tosto, c’ho i problemi solo io, i’mi babbo è un coglione” e via dicendo. E’ lui il motore della storia, stuzzica gli altri, in particolare la fighettina snob (Molly Ringwald, che ora di fighettina non c’ha nemmen più gli occhi);  lo sportivo (alias Emilio Estevez) cerca di difendere la ragazza, ma quando Bender tira fori i’serramanico allora il nostro amico rugbista si rimette a sedere. Passano le ore, i ragazzi cominciano a prendere confidenza uno con l’altro – scherzi e marjuana in sottofondo – alla fine vien fuori che non è solo Bender ad avere problemi, ma tutti loro.

Nonostante siano diversi, nonostante a scuola non si parlino nemmeno, nonostante si sfottano a vicenda, alla fine sono accomunati dallo stesso bagaglio di esperienze emotive:  il peso è lo stesso, cambia solo il tessuto.        Il finale è da strappa mutande, (sarà perché i Simple Minds  – colonna sonora del film – vanno sempre alla grande); il tema lo scrive il secchione (Anthony Michael Hall), ovviamente. Tutti amici, tutti bacini cicici, ma solo per quel giorno, in quella biblioteca, perché da domani si ricomincia..

Voto: 7. Mezzo voto in più lo do a prescindere perché è un film anni ’80. Il mezzo voto è ancora più giustificato se è un bel film, come in questo caso. In America ha fatto i ‘botto, e ci credo, perché come ho detto sopra lì nelle scuole non si scherza, ci sono gruppi, o sei dentro, o sei fuori da solo. E’ un film che racconta una generazione.

 Vitellozzo

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American Psycho

Mary Harron, Usa-Canada, 2000, 101 min.

Trama: Fine anni ottanta. Patrick Bateman (Christian Bale) ha una vita perfetta. E’ ricco, bello, vive a Manhattan, dove lavora come broker in una grossa società. Frequenta i locali più esclusivi e alla moda, e assieme alla sua ristretta cerchia di amici dello stesso ambiente, conduce la sua vita nella gabbia dorata di Wall Street, dove l’apparenza è tutto, dove l’abito fa il monaco, dove il riuscire a prenotare al Dorsia – il ristorante più in della città – fa la differenza tra un perdente e un vincente. Patrick Bateman è anche un pazzo omicida, che la notte gira per la città in cerca delle sue vittime, che tortura e uccide nel buio della strada o del suo appartamento, usando coltelli, asce, motoseghe..

Il Film: Questo film è una bomba. Punto. A quelli che dicono che è un film troppo violento, dico solo – oltre a non capire un cazzo di cinema – che, rispetto al libro, il regista si è trattenuto parecchio. Apro e chiudo una parentesi: a tutti quelli (specialmente gruppi femministi) che all’uscita del film hanno portato avanti un’aspra protesta nei confronti del regista (poiché nel film la figura della donna è bistrattata in vari modi), dico solo che il regista si chiama Mary, e non è un transessuale: quindi, state buoni, e godetevi il film per quello che è, un cazzo di film. Niente di più.     Questo è uno dei rarissimi casi in cui la trasposizione cinematografica di un libro (di B. E Ellis) non  ti porta a maledire chi ha avuto il coraggio di girare una puttanata simile nonostante la base cartacea sia ottima. No, fortunatamente, non è questo il caso. Quello che i registi che si avventurano in questo genere d’imprese non capiscono, o non vogliono capire, è che basta solo una cosa per fare un bel film da un bel libro: attenersi al libro, basta, non devono fare altro.

In questo caso, Mary Harron ha fatto il suo dovere. American Psycho è dinamite, è un  viaggio psichedelico nel mondo dell’alta finanza newyorkese degli anni ‘80, l’età dell’oro della speculazione finanziaria globale,  che da sempre ha popolato le fantasie della gente comune, una vita di là da ogni limite, tra feste esclusive, belle macchine, ristoranti di lusso, donne stupende e disponibili e, ovviamente, droghe di ogni tipo. Onnipotenza e aridità affettiva regnano sovrane nella vita del protagonista, che con ghigno superbo dilania la sua vita come le sue vittime.                                                                                                                                        Patrick Bateman non è altro che il surrogato di quella società, e la sua follia è il prodotto marcio di uno stile di vita che in quegli anni, per la prima volta, s’imponeva come modello dominante dell’uomo di successo, modello non molto dissimile da quello odierno, a ben vedere. Colonna sonora doverosa in pieno stile 80’s, con brani di Bowie, Phil Collins, e Dead or Alive, anche se uno sforzo in più sarebbe stato gradito.

Voto: 8. Da quello che avete letto sopra, è chiaro che questo film è uno dei miei preferiti. Il mio commento è chiaramente di parte.  E’ un film strano: puoi amarlo, oppure ti può far schifo o non darti nulla a livello emotivo, non ci sono mezze misure. Ovviamente poi c’hanno fatto il sequel, ovviamente noi si lascia fare lì dove è, nella sua mediocrità; sarebbe come dire che la merda è più buona di un piatto di lasagne.

Vitellozzo

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