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Hannibal

Ridley Scott, 2001, GB/USA/Ita

Trama: sequel de Il Silenzio degli Innocenti. L’agente speciale Starling, interpretata stavolta da Julianne Moore, è alla ricerca del dr. Hannibal Lecter, che intanto sta portando avanti i suoi “interessi” a Firenze. Ma sulle tracce di Lecter c’è anche una sua ex vittima sopravvissuta molto vendicativa.

Il Film: lascia un po’ con l’amaro in bocca al pensiero di quello che sarebbe potuto essere, ovvero un film migliore, dato il regista e dati gli attori. E invece si rimane un po’ delusi. Soprattutto da due scene: l’apertura, e il finale. I dieci minuti di sparatoria iniziale sono veramente brutti e anche inutili all’interno della storia, salvo forse per il presentarci una Clarice Starling ormai matura, non più insicura, e con una nuova faccia quella di Julianne Moore al posto di Jodie Foster. Il finale invece è abbastanza senza senso. La cena con Ray Liotta a cranio aperto che mangia il suo cervello, rende purtroppo tutto poco credibile.

Nel mezzo tante altre cazzate, ma anche tante cose da salvare. Con metà film a Firenze, e metà in America, la cosa meno chiara di tutte è: parlano tutti italiano o sanno tutti l’inglese? Si telefonano da una parte all’altra del mondo senza problemi, magari si sono messi d’accordo prima su che lingua parlare. Ci sono poi tante piccole cose insensate, come Francesca Neri che si ritrova a leggere Dante davanti ad Anthony Hopkins, e riesce a farlo male. Giancarlo Giannini, bravissimo come sempre, che nonostante il film si svolga ai giorni nostri, si scopre essere stato da poco sospeso dal caso del Mostro. Bah, agli americani piacciono queste forzature sull’Italia…

Ma ci sono due cose che salvo in pieno. La prima è il notare come Ridley Scott, anche in un film inferiore alle sue capacità, riesca a mostrarci un’infinita tecnica con la macchina da presa. Mai Firenze era stata inquadrata in questo modo, lontana dalle cartoline incantate. Mai avevo visto Piazza della Signoria completamente vuota, i portici così tetri, il mercato del Porcellino così tenebroso. Anche per uno che come me ci vive, e vede questi posti tutti i giorni, riscoprirli così è un piacere. L’altra lode va chiaramente a sir Hopkins, magistrale nel suo ruolo, spaventoso nella sua calma, letale nella sua violenza. Qui ci mostra molto più sangue rispetto al capitolo precedente, senza comunque perdere una classe ed un’eleganza innata, che ritroviamo in ogni suo film. Il film lo regge praticamente lui da solo.

Voto 6: chicca finale nei titoli di coda, la vittima sopravvissuta a Lecter, un riccone sulla sedia a rotelle ormai completamente sfigurato ed irriconoscibile, è Gary Oldman che non perde occasione di regalare un’ottima interpretazione.

Capitano Quint

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Il Caso Thomas Crawford

Gregory Hoblit, Usa, 2007, 113 min.

Trama: Il giovane procuratore rampante Willy Beachum – 97% di cause vinte – si trova a dover accusare di omicidio un famoso ingegnere aerospaziale, Thomas Crawford, reo di aver ucciso la moglie. Sembra tutto facile, l’accusato di autoaccusa e collabora con le autorità, solo che non si trova l’arma del delitto, la pistola rinvenuta accanto al cadavere della donna non corrisponde. Inoltre, durante il processo verranno alla luce verità nascoste che metteranno in seria difficoltà l’avvocato dell’accusa, un ottimo Ryan Gosling.

Il Film: se Thomas Crawford nella vita normale non si chiamasse Anthony Hopkins, Gosling vincerebbe la causa a mani basse e il film sarebbe già finito, però oh, poerino, gli è toccato lui come omicida da accusare e sicchè ciccia. Il film non è altro che lo scontro tra Gosling e Hopkins, tra lo sbarbatello arrogante e l’uomo di cultura, che con sguardo serafico osserva il suo accusatore crollare sempre più sotto i colpi della propria astuzia. E’ chiaro da subito che il processo sarà più difficile del previsto, che dietro l’omicidio della moglie di lui si nasconde una verità più profonda, come è palese che sarà un impresa titanica tirarlo nel culo a Anthony che fa i’pazzo, sullo stile di  Hannibal Lecter,  con quegli occhietti satanici e i dentini affilati. Alla fine la trama, lo svolgersi della storia – con colpi di scena bilanciati e distribuiti benissimo durante tutto il film – contano il giusto, fanno solo da contorno alla prova di forza dei due, a uno scontro di nervi piacevole da vedere e facile da seguire (la sceneggiatura secondo me è ottima). La tensione cresce così come il legame che lega i due “nemici”; Thomas Crawford distrugge lentamente la credibilità e l’infallibilità di Beachum – oltre che la di lui vita privata, Rosamunde Pike gli da un “due” grosso così – facendogli perdere la chance di essere assunto in un grosso studio legale, ma quando questo ha la possibilità di “mollare” la pratica a qualcun altro, rifiuta, per orgoglio. Il Caso Thomas Crawford diventa una questione privata. Alla fine vince il bene, inutile nasconderlo, ma l’impressione (almeno per me) è che l’avvocatino abbia fatto da sparring-partner per cento minuti buoni di film per poi, nel finale, stremato dalla fatica, ricevere da qualche santo in paradiso l’illuminazione per risolvere il caso (forse un pò troppo semplicistico), della serie “vai bellino vai, tu n’hai prese talmente tante dal Sir che quasi mi fai pena, tieni, piglia e porta a casa”.

Voto: 7.5. Un buono e onesto legal-drama, genere che in America ha sempre spopolato, e non a torto. N’ho visti tanti di film sui processi, tribunale, giuria, prove, controprove, e non sono mai rimasto deluso, mai. Tantomeno in questo caso. Qui poi abbiamo Gosling, che ancora una volta da prova di essere un attore vero, e Hopkins, per il quale ormai ogni complimento mi sembra ridicolo e superfluo. E’ Hopkins, basta.

Vitellozzo.

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