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La Maschera del Demonio

Mario Bava, Ita, 1960, 87 min.

1214916205_lamascheradeldemonioTrama: Negli sperduti e lugubri paesaggi dell’Est Europa, due viaggiatori hanno la grande idea di profanare la tomba di una strega, risvegliandola. Una serie di violenti omicidi, fantasmi e antiche profezie si abbatteranno sulla sciagurata famiglia della discendente della strega, identica e bellissima come la sua antenata.

Il Film: Primo film di Mario Bava, primo maestro dell’horror italiano. Direi che come esordio è andato più che bene. Se la trama appare ormai vista e rivista, se la strega che vuole riappropriarsi di un corpo di una giovane ragazza è una storia abusata in altri mille film, bisogna pensare che è nato tutto da qui, quindi stima e rispetto a prescindere.

La bravura di Bava non sta nel cercare per forza il colpo di scena, o il momento che shocka e impressiona, ma nell’imporre un ritmo al film che ti permette di seguirlo bene dall’inizio alla fine anche a distanza di 50 anni. Gli scenari gotici e gli effetti visivi, realizzati con molta cura, sono i veri protagonisti del film, e aiutano a coprire qualche momento di recitazione non proprio esaltante. Brava invece la protagonista, Barbara Steele, che con i suoi occhi enormi, il collo sottile, e le dita affusolata sembra perfetta per il doppio ruolo di strega/ragazza. In più di un’occasione si nota infatti l’attenzione di Bava per il corpo femminile con inquadrature del collo nudo e scollature appena accennate che iniziano a mostrare quell’erotismo che deve essere parte fondamentale dell’horror. Lo sviluppo della storia e il finale sono abbastanza prevedibili oggi, e sfociano giustamente in un lieto fine con il classico momento di scontro con la strega, ma grande l’idea di farla giustiziare dal popolo, che si libera così dalle superstizioni di cui era oppresso.

Il vero capolavoro comunque è la sequenza iniziale, questa sì puramente horror, violenta, ed erotica, con la schiena nuda della strega marchiata a fuoco con la S di Satana, ed il boia con il cappuccio nero che le inchioda al viso con un martello la Maschera del Demonio (oggetto stupendo).

Voto 7.5: Incisivo, diretto, essenziale. Scorsese, Tarantino, Burton, hanno apertamente affermato di ammirare Bava, i Black Sabbath si chiamano così da un titolo di un suo film, Fulci e Argento gli devono tanto, sarebbe anche il momento di riscoprire questi classici.

 Capitano Quint 

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Paranoid

Black Sabbath, 1970, Vertigo.

Credo sia abbastanza inutile parlarvi dell’album. E’ chiaro che quelli di voi che leggeranno queste righe già li conoscono i Black Sabbath –  altrimenti non ci sareste venuti sulla pagina – così come conoscono Paranoid. Del resto è impossibile non avere ascoltato almeno un pezzo di questo disco, credo di non farla fuori dal vaso se dico che siamo di fronte a una delle pietre miliari dell’hard rock. Si potrebbe anche parlare di heavy-metal, ma qui siamo ancora agli inizi, vero è che l’heavy metal comincia – e per me finisce – con Paranoid. Tutta la musica rock, ogni sua derivazione anche di nicchia, da quella più commerciale a quella più grezza a quella più dura, è stata influenzata dai Sabbath, che a ragione sono considerati insieme ai Deep Purple, gli Zep e gli Stones i padrini del rock. Quindi, dato che tutti sappiamo di cosa stiamo parlando, farò conto di raccontare due stronzate a me stesso, tanto le stranezze sono ammesse: giusto, si parla di Paranoid.

Secondo album del gruppo, dopo l’omonimo sempre del ‘70, che insieme a Master of Reality (1971, questi in un anno hanno cambiato il rock, un anno, quando si dice i’fenomeni) forma un uno-due-tre che stenderebbe tutti. Alla voce c’è Ozzy, che prima di bruciarsi i’capo e perdersi nella carriera solista e nei reality show del cazzo, c’ha regalato delle Signore Tracce e una Signora Voce, carismatica, piena, limpida (no da gatto arrotato come va di moda ora). Se poi uno ci aggiunge gli assoli di Iommi – che è (e sarà sempre) l’anima della band – Paranoid  non può non piacere.

Otto pezzi senza vincoli di lunghezza, alcuni duran tre minuti scarsi, altri otto, tempi che se oggi li presenti a una casa discografica ti ridono dietro per due settimane. Come War Pigs, brano d’apertura, contro la guerra, critica pesante alla classe politica di quegli anni, degli War Pigs appunto (ricordiamoci che siamo negli anni ’70 con la guerra del Vietnam). Con Paranoid credo ci sia poco da dire, 2:52 copiati e copiati e imitati in tutto  il mondo, un motivo ci sarà. Su Planet Caravan da segnalare la chitarra di Iommi, che sembra muoversi da sola in un’altra dimensione, in un altro tempo, insieme alla voce distorta e lontana di Ozzy. Grande pezzo. Voce ovattata che raggiunge l’apice della stranezza con Iron Man, questo mostro di metallo che sembra davvero venuto da un altro pianeta (riff di chitarra da sega).

Se i Sabbath, dopo queste tracce avessero detto “oh vai, ci siamo, è venuto fòri un bè lavorino gente, finiamola qui”, nessuno si sarebbe stupito, bastano questi quattro pezzi per creare un ottimo album. Invece, non si son fermati, e hanno fatto bene a proseguire. In Electric Funeral c’è un leggerissimo richiamo all’immagine del diavolo vendicatore, molto suggestiva, era scontato che qualcosa ci fosse, ma la chiudo qui la questione, non mi va di aprire un dibattito sulle polemiche di chi dice che certi gruppi rock siano satanisti o roba simile, ascolto la musica e mi limito a quello. Ovviamente ho una mia idea, ma me la tengo per me. Da segnalare, infine, anche Fairies Wear Boots, una delle mie preferite, pochi discorsi e molta chitarra. Ecco, appunto, pochi discorsi e mettete su  i Sabbath.

Vitellozzo.

1. War Pigs
2. Paranoid
3. Planet Caravan
4. Iron Man
5. Electric Funeral
6. Hand Of Doom
7. Rat Salad
8. Fairies Wear Boots

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