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L’Enigma di Kaspar Hauser

Werner Herzog, 1974, Ger

Kaspar_Hauser-COVERTrama: Tratto da una storia vera. Germania, 1828. Un giovane cresciuto in cattività, viene abbandonato in una piazza di una città. Non si sa chi sia, non parla, e si muove a mala pena. E’ un film di Herzog. La trama è l’ultima cosa che conta probabilmente.

Il Film: WERNER HERZOG. Solo amore. Non succede niente per tutto il film, ma succede tutto. Lentamente, implacabilmente. Non è la società così detta civile a scoprire ed educare un disgraziato, ma è lui che senza difese scopre la falsità e la crudeltà di essa.
Cosa sono le parole, cosa sono le distanze, cos’è la religione, cos’è la società, chi è Kaspar Hauser, e qual è la sua storia. Tutte domande che alla fine della visione ti turbano per giorni.
Come ti turbano alcune scene agghiaccianti, una su tutte quella del circo, che deve aver sicuramente ispirato l’Elephant Man di Lynch. Un’angoscia che stringe lo stomaco.
Bisogna solo lasciarsi raccontare questa storia che non ha inizio, ed ha una tragica fine. Herzog la racconta nel modo migliore, attraverso delle immagini incredibile, attraverso una fotografia spaventosa, riducendo i dialoghi all’essenziale e facendo di essi dei momenti critici nella crescita di Kaspar.
Basti pensare all’indovinello sulla verità e la bugia, al dialogo con i pastori che lo vogliono convertire, alla mancata concezione di spazio di Kaspar, tutte cose spiegate dallo stesso uomo con una logica primitiva ed istintiva, priva di ragionamento, a volte imbarazzante per quanto sbagliata a volte così diretta da essere troppo semplice ed anche troppo giusta.

Ovviamente per un film del genere Werner non poteva scegliere un attore qualsiasi, e richiama, dopo averlo fatto esordire anni prima, Bruno S, per il quale affido la biografia a wikipedia: “Figlio illegittimo di una prostituta, maltrattato da bambino, ha trascorso gran parte della sua infanzia tra orfanotrofi, istituti di correzione e carceri. Ottimo pittore e musicista autodidatta”. Sembra nato per questo ruolo. Una bravura e un realismo impressionanti.

La bellezza del film sta in questa descrizione della realtà quotidiana di un uomo che scopre il mondo, nella splendida ricostruzione dei luoghi e dei costumi dell’ottocento, nella capacità di Herzog di angosciarti, e poi farti sognare insieme al protagonista. I sogni di Kaspar sono momenti mistici, un paesaggio sfocato, uomini che in massa salgono collina avvolta nella nebbia, sembrano anche vestiti con abiti del secolo successivo.
Il sogno della carovana nel deserto è pura poesia, pura abilità di visione di uno regista fuori dal comune, che dopo averti fatto sognare, ti riporta con i piedi per terra, pesantemente, brutalmente, con l’autopsia del corpo di Kaspar.

Voto: 8. Ma anche solo per l’apertura del film. Un campo di grano frustato in ogni direzione dal vento, una musica incalzante, l’inquadratura ferma, ed una scritta in tedesco in basso:
“Non sentite dunque questo urlo terribile, che chiamano silenzio?”
Herzog, solo amore.

Capitano Quint

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