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Al Lupo Al Lupo

Carlo Verdone, Ita, 1992, 115 min.

Trama: Carlo, Sergio Rubini, e Francesca Neri sono tre fratelli, figli di un famoso scultore. Il padre è sempre stato abbastanza assente nella loro vita, ma quando i tre ne perdono completamente le traccie decidono di partire insieme per cercarlo.

Il Film: boia Ca’, m’hai stupito. Così triste e malinconico, molto serio, con parti di commedia limitate a pochi sketch, e nonostante tutto devo dire che la storia, e la direzione sono sempre notevoli. Verdone per me è uno dei migliori in Italia a descrivere i rapporti e situazioni tra persone, con tutti i loro difetti (e questi tre fratelli di difetti ne hanno tanti), tanto appunto da costruire una storia che ha il pretesto della ricerca del padre, ma che in realtà è soltanto la scoperta di un rapporto perso tra fratelli. Tutti caratterizzati ed interpretati molto bene: Sergio Rubini è Vanni, un noto pianista, preso solo dal suo lavoro, egoista al punto da non aver nessuna relazione sociale, Francesca Neri è Livia, la più giovane con una situazione sentimentale caotica tra una figlia e un marito che non ama, ed un amante che la pressa. E poi c’è Carlo nello stesso ruolo di altri film: qui è Gregorio, un musicista fallito pieno di scuse, che ora fa il dj molto estroso in qualche serata disperata, con un disco quasi pronto che non esce mai (già entrata nella mia top ten Toccami, la sua hit: tocca tocca toccamelo, tocca tocca toccatela…la rabbia sociale, il ticket fiscale, m’han portato ad essere un grande maiale, tocca tocca toccamelo). Sì è un film serio, ma con Carlo si ride sempre per forza.

I tre quindi si ritrovano, e si scontrano per superare le invidie, gli asti, e i litigi, le falsità che contraddistinguono il loro rapporto, il tutto come spesso accade nei film di Verdone è sviluppato in un viaggio che non riguarda solo i kilometri fatti per ritrovare il padre (molto belle le scene nella casa al mare), ma più che altro è il viaggio di maturazione di ogni personaggio.

Voto 7: lieto fine un po’ caramellato, ma comunque giusto. Alla fine di tutto la morale sulla vita, sull’amore, sui rapporti, resta sempre la stessa, come espresso da Carlo: “fa un po’ come cazzo te pare”.

Capitano Quint

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Manuale d’Amore

Giovanni Veronesi, 2005-2007-2011, Ita

Trama: episodi ed intrecci non riusciti

I Film: si alternano in questa trilogia attori come Muccino, Littizzetto, Bisio, Scamarcio, Rubini, Volo, Bellucci, Albanese, Placido, Chiatti, Buy, purtroppo per noi anche Verdone, e vari altri. Dico subito che mi rifiuto di parlare della presenza di Robert De Niro nel terzo capitolo: non è mai successo nulla, non c’è nessun episodio con lui protagonista, va tutto bene, grande Robert, resta in America. Allora, Giovanni Veronesi, regista di opere magnifiche quali le indimenticabili Che ne sarà di noi, o anche Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso, nonché sceneggiatore dei film di Pieraccioni (arriverà anche il tuo turno qui eh Leo), quindi insomma una mente eccelsa del cinema italiano, ci regala quelle che dovrebbero essere tre commedie su possibili situazioni amorose in Italia: l’abbandono, la crisi, la solitudine, etc etc… E guardando questi film ti senti proprio così, in crisi, solo, abbandonato. Quasi tutti gli episodi hanno un unico sviluppo, ovvero la trama portante del cinema italiano recente: c’è lui, c’è lei, c’è l’altra/o, lui va con l’altra, ma poi torna con lei. Se te vai da De Laurentis con un bozzetto così, un film è assicurato.

Momenti più bassi: vince il premio di più brutto l’episodio con Fabio Volo chiaramente, per un odio personale nei suoi confronti. Vince il premio fantascienza Monica Bellucci (bravissima lo stesso) nel ruolo della fisioterapista troia, “L’infermiera nella corsia dei militari” con Banfi era più credibile. Momenti più alti: merita un premio la spagnola al fianco di Verdone nel 2, Elsa Pataky, google immagini per credere. Ma poi nel 3 arriva finalmente l’apice, dopo ore di sofferenze vieni ripagato con forse 2 minuti di Carlo Monni, che con tutta la poesia e l’eleganza dice una frase del tipo “e ricordatevi che i Michelucci piscia ancora a cazzo ritto verso i cielo!”, grazie Monni, grazie come sempre.

Voto 4: Discorso a parte merita Verdone, io l’ho sempre amato alla follia e continuo a farlo, anche in questi film riesce comunque a farmi sorridere, però ultimamente c’è qualcosa che non va, non può continuare a fare queste merdate di film (e faccio notare che la parabola discendente è iniziata proprio da quando è De Laurentis a produrgli i film). Se una ragazza spagnola non ci è stata 30anni fa in Un Sacco Bello perché ci deve stare ora?

Capitano Quint

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30anni fa..anzi 30anni avanti

Nel 1982 al cinema si devono essere divertiti. Volevo solo omaggiare i 30 anni di Blade Runner (miglior film di fantascienza di sempre) e invece sono obbligato a ricordare che nello stesso anno sono usciti: La Cosa di Carpenter, Amici Miei Atto II di Monicelli, il primo e unico Rambo e Rocky III, The Wall di Alan Parker con i Pink Floyd, Conan il Barbaro con l’esordio di Arnold, Borotalco di Verdone, e soprattutto Banana Joe e Bomber con Bud Spencer.
Poi guardo la lista dei film di quest’anno, e mi chiedo, che cazzo ho fatto di male per essere nato nell’89??
…arriverà l’autunno, arriverà Prometheus prima o poi…

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Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Carlo Verdone, 1992, Ita, 112min

Trama: Un critico musicale, esperto di rock, deve completare la biografia di Hendrix, ma è depresso, perché è stato lasciato dalla fidanzata. Entrato in analisi conosce Camilla (Margherita Buy), condividendo con lei l’ipocondria e la passione per i medicinali. I due si perdono a causa di un litigio, per poi ritrovarsi in Inghilterra, alla ricerca di Jimi, e di un amore impossibile.

Il Film: anche considerando altri film, in cui Verdone si esibisce in vari personaggi, questo resta uno dei suoi migliori lavori. E’ sempre lui, un po’ Mimmo, insicuro, ossessionato dai nomi dei farmaci, ma qui, grazie ad una storia molto carina, ci regala una piacevole e divertente avventura. Sono di parte, a me Carletto fa ridere sempre, perché soprattutto in questo tipo di film, come Sono pazzo di Iris Blond, Acqua e Sapone, e Compagni di Scuola, dove interpreta un uomo normale, con le sue paure e le sue uscite in romanesco, i suoi dolori d’amore e le incazzature, lo trovo riuscitissimo come attore, regista, e sceneggiatore. Al suo fianco in questa commedia, una splendida Margherita Buy, completamente schizzata, con una situazione sentimentale e mentale a pezzi. E’ perfetta, non so se anche lei, come Verdone, è realmente così, ma quando tirano fuori la sacchettata di medicinali, sembrano comicamente a loro agio. Veramente brava in queste vesti, in cui purtroppo non la vediamo spesso, perché anche lei si è un po’ persa nei film italiani più melodrammatici. Se a tante risate, ci aggiungiamo un viaggio in Inghilterra e la chitarra di Hendrix di sottofondo, viene fuori una gran film. E poco importa alla fine se la storia d’amore è romanticamente banale, tra allontanamenti e riavvicinamenti, questo film riesce con leggerezza a non impostare lo svolgimento sul sentimento, ma più che altro sulla tragicomica condizione comune di Camilla e Bernardo.

Le scene divertenti sono svariate, ma si può notare anche una riflessione di fondo sulla psicoanalisi, tema ripreso anche in Ma che colpa abbiamo noi. Di fatto le sedute risultano inutili per entrambi i protagonisti, e a aiutarli è in realtà la relazione di “amicizia” che nasce tra i due, una relazione fatta di sfoghi, di cazzate, di svago, e anche di litigi. Ma soprattutto a Verdone va il merito di aver affidato l’apertura del film a un grande uomo, un artista infernale, un profeta per noi mortali: Richard Benson, che ci disseta con pochi secondi di assolo demoniaco alla chitarra. Grande Carlo, grande Richard.

Voto: 7/8 “Hendrix??lo psichiatra tedesco?”

Capitano Quint

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Compagni Di Scuola

Carlo Verdone, 1988, Ita, 118 min.

Trama: A quindici anni di distanza dall’esame di maturità, ex-compagni di liceo si ritrovano in una lussuosa villa per trascorrere lì la serata, fino al mattino successivo. L’incontro con i vecchi amici si rivelerà per ognuno di loro molto amaro, fatto di rancori mai sopiti, cattiverie, paure e delusioni represse.

Il Film: Il migliore di Verdone, oltre a essere uno dei miei preferiti in assoluto. Come sempre fa l’unica cosa giusta da fare quando si vuole creare un film bello: attingere dalla realtà quotidiana, dalla vita normale di un uomo normale. Non servono storie fuori di testa o sceneggiature di un certo tipo, basta solo rifarsi alla vita vera  e affidarsi al talento di un fenomeno come il buon Carlo.

Il traino del film è un tema classico, quella del ritrovo dei vecchi compagni di liceo è una situazione che alla fine tutti devono affrontare nella vita, che accomuna tutti, che riporta esperienze belle per alcuni, quanto deludenti e deprimenti per altri (molti). Che Compagni di Scuola tenda più verso questa seconda conclusione si nota subito. E’ un film amaro (elemento molto presente nelle commedie di Verdone). Dietro le battute e i momenti esilaranti di ciascuno dei personaggi, si cela un pessimismo di fondo che ripercorre tutta la pellicola, fino al finale, anch’esso nero. Figure come quelle di Fabris, deriso dai compagni per il suo decadimento fisico nel corso degli anni (“tu c’hai avuto ‘n crollo, de’ottavo grado dea scala Mercalli però!”, “questo è da denuncia, uno non se po’ presentà così a’ na festa, deve mandà ‘n certicifato”), o di Ciardulli, uno splendido De Sica, cantante fallito (collant, collant, mi fanno diventare pazzo i tuoi collant – samurai d’argento), o ancora del burino Finocchiaro, irrispettoso e cinico (fa spogliare uno di loro accusato da lui stesso di avergli rubato dei soldi), fanno da comprimari a un Verdone/Ruffolo che ci presenta come sempre un personaggio speciale. Bello perché autentico, insicuro, iperteso, schiacciato e oppresso da una vita che non è la sua, da una moglie che lo avvilisce, da un figlio con cui non ha rapporti, un uomo che cerca di scappare da questa realtà costruendosene un’altra migliore con una sua allieva.

Il finale è nerissimo. Lo scopo del ritrovo era banale, lo dice la stessa Federica (Nancy Brilli, che ha organizzato la serata): tirare le somme e le sottrazioni della propria vita, vedere com’è andata agli altri, vedere se ce l’hanno fatta, se sono cambiati/migliorati. La risposta a questa domanda è altrettanto banale: no. Finocchiaro è sempre il solito cinico materialista, Valenzani un politico corrotto e cocainomane (Massimo Ghini, l’unico vero “cattivo” del film), Lepore e Santolamazza (bravo Benvenuti nella parte del finto paralitico) sempre crudeli e irrispettosi, Postiglione sempre logorroico e noioso, Valeria e Luca, seppur divorziati, incapaci di cambiare. L’unico che alla fine “cambia” è proprio Ruffolo: perde macchina, moglie e amante in una sola sera (la ragazzina è vittima di un abuso da parte dello stesso Valenzani). La mattina, quando tutti se ne vanno dalla villa, er Patata si ritrova solo, di ritorno a una casa che non c’è più, a una vita che non c’è più. Non gli resta che fumarsi ciò che resta del mozzicone di una sigaretta, ciò che resta della sua vita, e avviarsi, a piedi, verso un futuro quanto mai incerto. Tutto rimandato tra altri quindici anni.

Voto: 7/8. Solo i personaggi di Finocchiaro e Tony Brando basterebbero per avere una buona commedia; se poi ci aggiungi un Patata eccezionale, un Postiglione esilarante, un Santolamazza irriverente e un Frabris che c’ho ni cuore, il film diventa splendido.

Vitellozzo.

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