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Don Jon

Joseph Gordon-Levitt, Usa, 2013, 90 min.

Trama: il sempre più bravo Joseph Gordon-Levitt veste la parte di un tamarro del New Jersey palestrato e egocentrico, sempre pieno di figa. In qualità di barman – uno status sociale che di per sé ti garantisce un tot. di ragazze minimo all’anno – ogni sabato sera rimorchia tutte superpassere, ultrafiche-ultrasode. La Domenica, poi, da buon italoamericano, va a messa, si confessa, e resta dai suoi per il classico pranzo domenicale. Tutto facile, ma c’è un problema: Don Jon ama i porno, ne guarda decine al giorno, sono la sua droga, molto meglio del sesso vero. Anche quando sembra trovare la ragazza giusta per lui (Scarlett mannaggia a te sei sempre più illegale, sono andato a cercare il profilo di Barbara Sugarman su Facebook, come sarò messo?), questa lo becca a masturbarsi davanti al pc, e i due si lasciano. L’uomo non capisce davvero quale sia il suo problema, non capisce perché fare l’amore non è la stessa cosa per lui che guardare un bel porno. La differenza (ammesso che ci sia, sono un po’ dubbioso) gliela spiega Julianne Moore, brava eh, in un finale però molto banale e, secondo me, anche un po’ stupido.

Il Film: Come esordio alla regia per Gordon Lewitt direi che non c’è male, c’è chi ha fatto di peggio, soprattutto dalle nostre parti (vero Gabri?). Il ritratto del tamarro del New Jersey che tanto abbiamo imparato a conoscere, anche grazie a diversi reality televisivi, è ben fatto: canotta, muscoli al posto giusto, palestra a gogo, capelli laccati perfetti (con annesso taglio da testa di cazzo). Stessa cosa vale per la controparte femminile: cagna quanto basta, rozza e volgare, un filino stupidina e superficiale, una che vuole l’uomo vero al suo fianco e non un frocetto che fa le pulizie in casa (Scarlett, ho il letto sfatto da due giorni, io sono qui), per una recitazione che rende perfettamente l’idea. La nota negativa è data da tutta quella serie di luoghi comuni sul pensiero maschile maschilista riguardo i porno e sul quanto le aspettative degli uomini si carichino a mille, per poi afflosciarsi con la dura realtà dei fatti (non siate maliziosi), e cioè che la tua ragazza non è una pornostar (purtroppo) e non farebbe mai quelle cose, “non sono una puttana!”: il regista sbaglia nel voler far passare a tutti i costi un pensiero che poi non rispecchia la realtà.

Questo è quello che avrei voluto tanto pensare, se solo fosse stato vero. E invece ha proprio ragione Gordon, cazzo. Tutti i luoghi comuni sui porno, e sul perchè li guardiamo, sono assolutamente la verità. La ragazza che ti ama non ti fa un pompino, ne altre diavolerie viste sui filmini; i porno ci mostrano la via da seguire, e grazie al cielo. Parafrasando (più o meno) le parole di Kelso (da Scrubs) “se un giorno da internet togliessero tutti i siti porno, rimarrebbe soltanto una pagina, con la scritta “ridateci i porno!”. L’unica cosa da ricordare (imperdonabile errore Gordon, davvero imperdonabile) per non farsi lasciare da Scarlett – o da chi ne fa le sue veci ma non ce la fa – è solo questa: RAGAZZI, CANCELLATE SEMPRE LA CRONOLOGIA.

Voto: 7-. Anche se io e il Capitano facciamo un po’ i ganzi con questo blogghettino di cinema, dove ogni tanto ci infiliamo dentro qualche film sconosciuto cecoslovaccomaconisottotitoliintedesco, a monte di tutto c’è sempre la relazione fondamentale, da tenere presente quando ci appresta a guardare un film: Film d’autore VS Film d’autore porno….non c’è gara.

 

Vitellozzo.

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I più grandi di tutti

Paolo Virzì, Ita, 2012, 100 min.

Trama: Il batterista dei Pluto – gruppetto rock di metà anni ’90 semisconosciuto – riceve la telefonata di un certo Ludovico, il quale vuole girare un documentario sulla band, e ventila a Loris (questo il nome del batterista) la possibilità di un concertone con altri grossi nomi della musica: Litfiba, Afterhours…

Loris quasi non ci crede, sembra impossibile che questo ragazzo, molto facoltoso, consideri i Pluto imprescindibili e i più grandi di tutti, invece è tutto vero. Per cui, pur non vedendo gli altri membri da anni ormai, ma con in tasca un anticipo di diverse migliaia di euro, e causa anche un po’ di compassione suscitata dall’entusiasmo di Ludovico, paraplegico in seguito ad un incidente in moto, Loris accetta, sapendo che dovrà riunire il gruppo e ricominciare a suonare dopo troppi anni di inattività.

Il Film: Paolino lo sapevi che prima o poi toccava anche a te. Per quanto mi riguarda di Virzì ne salvo due: Ovosodo e La prima cosa bella, film diversi in tutto, tranne che in quello che più mi piace di Virzì e che considero l’unico suo talento (se si esclude la su moglie): la capacità di raccontare la strada, la vita dei rioni e in generale del proletariato urbano in maniera sempre onesta e sincera, oltre che assolutamente verosimile (anche se un po’ troppo agrodolce). Anche in questo film si respira un po’ di quell’aria. I Pluto è un gruppo di Rosignano Solvay, periferia abbastanza deprimente, e nel suo periodo d’oro si esibiva in locali squallidi con tre gatti ad ascoltare o sui tetti delle fabbriche davanti agli operai in sciopero; uno dei membri oggi fa l’operaio a rischio cassa integrazione, ciononostante Loris lo invidia perché la sua vita è ancora più precaria. Marco Cocci fa il barista sbronzo una volta sì e l’altra pure, e Claudia Pandolfi la casalinga disperata, sfuggita a un passato di tossicodipendenza e alcol grazie alle cure del marito Ale (di Ale&Franz). Ecco, secondo me approfondire un attimino di più su quest’aspetto, sul come se la passano quelli che non ce l’hanno fatta non guastava, e avrebbe arricchito il film, che – escluso questa vena verista – non ha nient’altro da dare. Cento minuti in cui sembra debba succedere qualcosa, ma che alla fine non succede niente, se non le solite cose che uno si aspetta MEGA SPOILERATA NON LEGGETE SE NON VOLETE SAPERE COME FINISCE, come la riconciliazione della band dai vecchi dissapori, il mitico concertone, che non è altro che una montatura organizzata dallo stesso Ludovico a insaputa dei Pluto (anche se poi Loris, alias il Dandi di Romanzo Criminale lo scopre), con attori pagati per fare il pubblico urlante sotto il palco, e il vero motivo dell’interesse di Ludovico per il gruppo: ricordare la memoria della sua ragazza, morta nell’incidente in cui lui è rimasto paralizzato, mentre andavano a vedere un loro concerto.

Voto: 5. La sufficienza non glie la do. Anche se l’idea era bellina, è stato sviluppato tutto male, i personaggi hanno lo spessore di un foglio di carta, e la recitazione un po’ così così: un Marco Bocci a suo agio (forse perché tempo addietro faceva parte di un gruppo vero) fa da contraltare una Pandolfi sempre inqualificabile. Punto di demerito anche per qualche battuta in livornese (tipo il budello di to’ma e simili) che mi sembrano gratuite e messe lì solo perché il pubblico italiano si aspetta che a Livorno non si dica altro. Come se noi a Firenze si fosse sempre a dire maremma buhaiola – frase utilizzata forse due volte due nella mia vita. Menzione speciale, invece, a un graditissimo ritorno sullo schermo dell’attore che interpreta Mirko (l’amico di Piero Mansani) in Ovosodo, e per me sarà sempre e solo Mirko, e alla canzone dei Pluto, che se la gioca alla grande con qualsiasi pezzo di Vasco.

Vitellozzo.

 

Mirko vive

 

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I ragazzi della notte

Jerry Calà, Ita, 1995, 96 min.

Trama: Con un tentativo più che maldestro Jerry Calà si mette in cabina di regia e prova a farci vedere come se la spassano i ragazzi il sabato sera. Oh Jerry, gnamo, fai la parte del milanese piacione e limitati a quello, che mi piaci sempre, ma non ti spingere oltre, risparmiaci. Capitttooo??

Il Film: Per l’angolo del trash. In queste calde nottate estive mi piace vedere film giovani sui ragazzi giovani che vivono la notte. Se poi questa è anche un occasione per riscoprire grandi personaggi dello spettacolo, spariti oggi – non si sa perché – dagli schermi televisivi, tanto meglio. Questo film è la sintesi perfetta delle due cose: da un lato ci permette di dare uno sguardo alle notti della disco, e dall’altro di sfottere senza troppi rimorsi la recitazione più che penosa di gente più che penosa, famosa per programmi più che penosi. L’occhio poi, che ci dovrebbe mostrare come se la spassa il popolo della notte, è quello di uno che adulto non è mai diventato, neanche ora a sessant’anni suonati: Jerry Calà, che nel film interpreta la parte di se stesso, andato a ritirare un premio in una delle discoteche dove si svolge tutta la storia. Parlare di storia è abbastanza imbarazzante, visto che sono scenette ingenue legate una all’altra solo per il fatto che riguardano i ggiovani e si svolgono suppergiù nello stesso posto, sulle rive del lago di Garda, famosissimo luogo per il divertimento giovanile, estigazzi. Oltre ai temi affrontati (e soprattutto al modo in cui viene fatto), altro elemento di indiscussa eleganza è il come alcuni di questi vengono presentati, attraverso cioè le telecamere di una televisione venuta lì proprio per intervistare i ragazzi e scoprire il loro mondo, una specie di Lucignolo. Mondo dove il buon Jerry senza buongusto ci butta dentro tutto, della serie meglio abbondare, senza un minimo di logica, o comunque con una logica che ti fa cascare veramente le palle: scena 1 – i due classici figli di papà  sono in macchina e decidono di fermarsi a fare scorta di alcolici da mettere in un borsone che poi si porteranno dietro nel locale (comodissimo), scena 2 – alcuni ragazzi (sempre di notte) vanno all’ospedale a trovare una loro amica teen, in coma a causa di un incidente con la macchina, con genitori allegati,  piangenti al capezzale della figlia. Cioè, cosa ci vuoi dire? Che se uno beve e guida poi fa un incidente e va in coma? Il prima e il dopo? Voglio dire, sarebbe anche un principio condivisibile (sempre con le dovute correzioni) però raccontato in questo modo (e con questi tempi del film) è da denuncia. Ma mettiamo anche che Jerry sulla macchina da presa si riscopra non dico un genio, ma almeno capace, mettiamo che abbia avuto (cosa che non è successa) un aiuto regista che non fosse un cane e sia riuscito a girare scene almeno con un senso; ecco, sarebbe comunque tutto rovinato (o impreziosito, a seconda dei punti di vista) dalla creme dei nostri migliori talenti recitativi, vanto della nazione. In ordine sparso: una giovane e molto manza Francesca Rettondini che stetteggia nella discoteca, una piacevolissima – solo da vedere – Alessia Merz, sparita dai radar mondiali per il bene del cinema, un elegante Fabio Testi che fa la parte che avrebbe dovuto fare De Sica se avessero avuto i soldi per ingaggiarlo, e cioè quella del padre di famiglia farfallone e con l’amante. I più bravi di tutti li lascio però alla fine: Walter Nudo, che regala i 10 minuti più belli del film grazie a una recitazione indegna persino per lui,  Valerione Staffelli, nella parte del milanese arrogante coi soldi e le fighe “welà cazzo ffai, portami il grano dai” che fa sempre tanta simpatia, e una giovanissima (e sempre odiosissima) Victoria Cabello, non la sopporto proprio lei. Menzione speciale anche al poster di David Hasseloff in camera della Merz. Generazioni a confronto: ora gli One Direction, prima Mitch Beucannon, chi ha perso?

Voto:  3. Era una sufficienza piena, poi verso la fine mi è sembrato di vedere uno che odio più di tutti a fare una comparsata, e allora no. Va bene Walter Nudo, passi anche Victoria Cabello, ma Povia no cazzo.

Vitellozzo.

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Ecco fatto

Gabriele Muccino, 1998, Ita, 87 min.

Trama: Marco e Piterone sono due liceali ultra-ripetenti che quest’anno dovrebbero finalmente diplomarsi. Il condizionale è d’obbligo, perché i due amici sono un po’ mattacchioni, e sui banchi a studiare proprio non ci vogliono stare. Meglio le feste, le cazzate, gli amici, l’amore con tanta gelosia (perché alla fine è una commedia un po’ romantica, ma anche no), e per essere ancora più giovani e originali l’amore lesbo non corrisposto. Tanto poi se le cose vanno male, se  i voti fanno schifo ci pensano loro con le solite marachelle, sulla scia del miglior Alvaro Vitali. No spè, fermi. Ma diecimila volte meglio Pierino.

 

Il Film:  L’esordio cinematografico di Gabrielone merita una recensione. Anche solo per chi vuole risalire alla notte dei tempi in cui il nostro regista preferito non si è scelto un altro mestiere, ma, caparbio come un colibrì contro vento,  ha deciso di sfidare la sorte avversa e le capacità limitate mettendosi a girare lungometraggi. Per la gioia di noi tutti.

Ecco fatto. Manco a dirlo, il film è talmente farcito di luoghi comuni e stereotipi sui ragazzi di oggi (che poi siamo nel ’98 ma vabbè) che fa quasi tenerezza. Come solo i grandi registi del cinema verità sanno fare, Muccino ci rifila per l’ennesima volta il ritratto del tipico studente italiano (o almeno tipico secondo lui, visto che poi ce lo ritroviamo uguale in Come te nessuno mai, o anche in Ricordati di me), e cioè del solito svogliato, di quello del potrebbe ma non si applica, del furbetto che solo manomettendo i voti alla fine riesce a spuntarla.  Ecco, sono stanco, sempre lo stesso soggetto; gli ultimi della classe piacciono a tutti si sa, ci ritroviamo sempre un po’ di noi stessi, e ci viene subito voglia di stare dalla loro parte, anche quando sbagliano, però basta dai, non ne posso più, sono saturo di questo soggetto. Personaggio che non regge poi, se ci incolli sopra la faccia pulita di Giorgio Pasotti (che dimostra sempre vent’anni anche ora che ce n’ha quaranta), affiancato dall’amicone di sempre Santamaria. Accanto a loro anche il mitico Silvestrin (notare come questa gente sia stata ritenuta degna di apparire anche nei film successivi di Muccino) e chiaramente non poteva mancare la presenza femminile – che poi è la co-protagonista – di Barbora Bobulova. Sì, non ho sbagliato a scrivere. Barbora, che nome del cazzo. Per aggiungere un ultimo tocco di trash al tutto, la storia viene rievocata a posteriori dai due ragazzi (qualche mese dopo), che ora fanno un lavorone (lavanderia), i quali la raccontano a un gruppo di clienti della lavanderia (tra cui spicca un vecchio saggio, un prete, un extracomunitaria  -penso per tutelare anche le minoranze etniche), che da buoni cittadini non vanno a una lavanderia solo per lavare i vestiti e poi si levano di ‘ulo, ma restano a sentire questa storia che ti prende fin dall’inizio per la sua originalità..e danno consigli sull’amore e la vita di coppia, anche il prete.

 

Voto: 4,5. Mezzo punto in più perché Gabri era ancora giovane e inetto. Era?

Vitellozzo.

 

 

 

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Dieci Inverni

Valerio Mieli, Ita, 2009, 99 min.

Trama: 1999. Camilla (Isabella Ragonese) si trasferisce a Venezia per studiare all’università. Durante il viaggio incontra Silvestro (Michele Riondino), che cerca in tutti i modi di attaccare bottone con la ragazza. Prima semplici conoscenti, poi amici, poi distanti, poi di nuovo amici, poi amanti. Ci vorranno dieci anni per definire il loro rapporto, per fortuna noi lo vediamo in 99 minuti. Sennò sai che palle.

Il Film: m’è garbato. Al di là della storia, che comunque si lascia seguire in maniera piacevole e anche elegante – con loro due che durante i dieci anni/inverni si rincorrono, si cercano, ma sono sempre fuori fase, su due piani diversi, e solo alla fine, dopo esperienze varie che li hanno fatti maturare riescono a stare insieme – quello che forse mi ha fatto piacere questo film sono le inquadrature, e in generale l’ambientazione. Dapprimo una Venezia invernale, acqua, ghiaccio, neve, questa casina tutta da rimettere spoglia di tutto (anche se chiaramente con vista panoramica sulla laguna) teatro della nascita di un qualcosa tra due persone che ci metterà dieci anni per definirsi. Il rapporto tra i due ragazzi cresce con la casa: la prima notte lui ha con se solo un alberello secco (nota informativa, immagino sia un albero di cachi), lei una piantina, nella casa non c’è niente, solo delle coperte e poche altre suppellettili. Poi passano gli anni, e la casa si arricchisce, diventa più intima e familiare, come la conoscenza tra i due, fatta di corrispondenza incessante via mail quando lei è lontano (va a studiare in Russia) o quando sono entrambi nello stesso posto ma distanti per le vicissitudini della vita che li separano. E’ un film onesto, e vero, inquadrature che in certi punti sembrano quasi fatte da un amatore, un po’ smosse, che rendono tutto molto reale. Naturali anche i dialoghi, a tratti brillanti “Io sono Silvestro” “Camilla” “Camilla?? Bel nome Camilla!” “Davvero?” “Beh no, dicevo così per dire”. Riondino non mi convince mai troppo, nei film che ho visto mi è sempre sembrato molto teatrale, un po’ forzato, e anche qui in certe scene è caduto nel vizio, però in generale bene dai. Sulla Isabella devo dire che è sembrata molto convincente, ‘nsomma si vede che non si è improvvisata attrice ma che c’è una base sotto (anche se hai fatto un film di e con Fabio ti perdono dai, resterà solo una piccola macchia sulla tua carriera lo prometto). Per gli amanti della musica un po’ newagefaccioilganzocoipianofortemasonoancheunpoeta c’è una piccola ma significativa partecipazione di Vinicio Capossela, nella veste di se stesso credo, che suona a un matrimonio russo molto allegro.

Voto: 7-. Oh ragazzi il voto l’avete letto da voi, non c’ho niente da dire. Un film tranquillo, bellino e misurato nei toni. Ogni tanto qualcosa di bòno si tira fuori anche noi.

Vitellozzo.

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Questo Piccolo Grande Amore

Riccardo Donna, Ita, 2009, 110 min.

Trama: storia d’amore tormentata nella Roma dei 68ini tra un borgataro e una ragazza di buona famiglia. Piccolo grande film demmè.

Il Film: della serie tanto la sera non c’ho n’cazzo da fare e mi piace soffrire martellandomi i testicoli. Dico subito che della storia d’amore che nasce tra questi due disgraziati non me frega nulla, vi butto là un po’ di scene a caso per farvi capire su che livello siamo: loro due dopo 7 minuti netti di conoscenza sdraiati sul prato, lei con i capelli lunghi distesi a raggiera di pavone sull’erba, posa naturalissima (le cose che odio di più), lui che come primo appuntamento invita lei alla festa di compleanno della sua ex, un genio del crimine, lei che si fa le seghe mentali con la sua amica perché gli ha lasciato il numero di telefono troppo presto (ommioddio cosa succederà ora’) e successivamente si vergogna a baciarlo perché crede che potrebbe pensare male di lei, tutto anacronistico in maniera imbarazzante, lui che durante la leva militare preso dalla rabbia per non poterla vedere in un albergo vicino spacca un vetro (ribellione assoluta), ma poi quando torna a Roma e la trova con un altro piglia e va via, senza dire nulla, senza fare nulla. Loro due che alla fine del film (e della loro storia) guardano nel luogo dove si sono baciati due ragazzini che fanno lo stesso, come uno specchio alla come eravamo. Tutte scene penose e anche tristi, per un film che dovrebbe essere romantico siamo a cavallo.

Dico anche tra parentesi che negli anni ’70 erano vestiti molto ma moolto peggio di come vengono rappresentati (le foto dei miei lo testimoniano), e anche che a quanto pare è impossibile trovare attori romani de roma, dato che il film è ambientato lì, tutti perfetti nella pronuncia, menomale che lui è uno de borgata. Però questi son dettagli, alla fine che è un filmetto leggero e per i giovani lo sappiamo tutti, anche il regista che l’ha confezionato proprio per loro. Peccato abbia fatto l’errore enorme di ambientarlo negli anni ’70, gli anni delle manifestazioni giovanili, un pezzo di storia d’Italia che per chi non l’ha vissuto è quasi mitico. E i miti non si toccano. Il film si apre con una scena che fa tenerezza, una manifestazione appunto. Capelloni, pantaloni larghi, magliette di flanella dai colori improbabili, poi i classici striscioni di un’intensità e un acume che i manifestanti di oggi invidiano “no war!” “viva la pace” “no al nucleare!” (la mi cugina di tredici anni c’ha più fantasia), giornata di sole, sembrano tutti lì pronti per fare l’aperitivo in piazza, una manifestazione sentita insomma, poi il dramma: l’arrivo della polizia. Marciano tutti in fila tipo plotone del terzo Reich, su gli scudi, inizia la carica: non uno schizzo di sangue, me ne bastava uno, si vede che i manganelli son di gomma piuma, sembra di vedere giocare a guardie e ladri, tipo partitella aziendale scapoli-ammogliati. Come intro ci siamo dai. Vabbè oh, magari ora migliora, alla fine son passati solo 3 minuti scarsi, diamogli tempo. Ecco sì, il tempo di rendersi conto che il film si regge tutto sull’album omonimo di Baglioni del ’72, con le sue canzoni che fanno da voce narrante dall’inizio alla fine. Come Across The Universe, solo con Baglioni al posto dei Beatles, bello eh. Se qualcuno di voi pensava che quegli anni li fossero più sull’onda di Eskimo, non c’hanno capito un cazzo e hanno buttato via l’occasione di viverseli non con Guccini, ma con Baglioni, l’unico vero rappresentante della voce del popolo rivoluzionario. Esticazzi.

Voto: 3. Nota di folclore: ero quasi addormentato sui divano, a un certo punto sento un “Ciardulli!” pronunciato da qualcuno nel film, allora m’illumino e il primo pensiero è stato oh vai magari ora spunta fuori Tony Brando di Compagni di Scuola, così si ride. Poi ho realizzato che l’amica di lei nel film ha lo stesso cognome del mio Tony. Il secondo pensiero è stato ma chi me lo fa fare di vedere sta merdina qui, così mi son sparato Compagni di Scuola per davvero, commedia vera, no come questa.

Vitellozzo.

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Funeral Party

Frank Oz, Gb/Ger/Usa, 2007, 90 min.

Trama: Oggi è il funerale del padre di Daniel, uomo sposato che ancora vive con la madre nella villa di campagna, dove peraltro si terrà la cerimonia funebre. Nonostante l’impegno profuso per regalare al padre una cerimonia di addio degna dell’affetto che Daniel provava per lui, tutto va storto fin dall’inizio. L’arrivo della salma sbagliata è solo il primo passo falso verso lo scatafascio di un funerale che vedrà l’arrivo del fratello acclamato come grande scrittore che ci prova con una amica, uno zio bacchettone e sacrilego chiuso in bagno, un avvocato in trip da acidi salire nudo sul tetto, e un nano sospetto aggirarsi per la villa.

Il Film: Una delle commedie migliori che abbia visto negli ultimi tempi. Onesta, divertente, vivace. La prova vivente che le commedie non vengono bene solo ambientate a New York, con protagonisti 30enni dai lavori improbabili e pittoreschi, magari interpretati dai soliti noti, cari alle folle. Qui siamo di fronte a una pellicola low cost, con attori molti dei quali poco conosciuti oltre-manica, in una non meglio precisata campagna inglese. Penso che sia stata proprio la libertà di poter fare/girare che cazzo gli pareva, lontano dalle grandi produzioni asfissianti nelle loro richieste, che ha permesso a Oz di osare un po’ di più. Alcune scene sono esilaranti, ma quello che mi ha colpito è la costanza della risata; non ci si contorce in due/tre scene in tutto il film come cattedrali nel deserto, e poi calma piatta per i restanti minuti. Al contrario la storia ti tiene sempre lì lì col sorriso, fino alla fine. Non so quante altre commedie con sfondo una bara siano state girate nella storia del cinema, però bisogna dire che questa è riuscita proprio bene. Lo stesso registro linguistico, abbastanza colorito ma mai volgare, è solo la punta di una sceneggiatura ben fatta e pungente nei tempi giusti. Certo, si potrebbero dire due cosine sul finale, un po’ troppo caramellato, come sulla tacita accettazione da parte di tutti – moglie compresa – del passato del marito, un po’ troppo tacita in verità, però non li considero grossi nei, perché la storia funziona. Il regista è americano, ma la linfa è tutta british. Sul fatto che il film può non piacere perché si prende gioco di un momento sacro come una celebrazione religiosa non sto neanche a parlarne, l’accusa mi sembra veramente una stronzata. Per chi volesse girare un film divertente, leggero, e spassoso, prendere appunti prego.

Voto: 7. Di scene che hanno come protagonista una merda, spiaccicata, in faccia, addosso, ce ne sono centinaia nel cinema, però quando il povero disgraziato si lava la mano dagli escrementi dello zio Alfie, e girandosi, scopriamo che ce l’ha anche sul viso – a schizzettino, no a pezzi grossi, e sono gli schizzettini che mi buttano via – mi sono accartocciato sul divano.  

Vitellozzo.

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Al Lupo Al Lupo

Carlo Verdone, Ita, 1992, 115 min.

Trama: Carlo, Sergio Rubini, e Francesca Neri sono tre fratelli, figli di un famoso scultore. Il padre è sempre stato abbastanza assente nella loro vita, ma quando i tre ne perdono completamente le traccie decidono di partire insieme per cercarlo.

Il Film: boia Ca’, m’hai stupito. Così triste e malinconico, molto serio, con parti di commedia limitate a pochi sketch, e nonostante tutto devo dire che la storia, e la direzione sono sempre notevoli. Verdone per me è uno dei migliori in Italia a descrivere i rapporti e situazioni tra persone, con tutti i loro difetti (e questi tre fratelli di difetti ne hanno tanti), tanto appunto da costruire una storia che ha il pretesto della ricerca del padre, ma che in realtà è soltanto la scoperta di un rapporto perso tra fratelli. Tutti caratterizzati ed interpretati molto bene: Sergio Rubini è Vanni, un noto pianista, preso solo dal suo lavoro, egoista al punto da non aver nessuna relazione sociale, Francesca Neri è Livia, la più giovane con una situazione sentimentale caotica tra una figlia e un marito che non ama, ed un amante che la pressa. E poi c’è Carlo nello stesso ruolo di altri film: qui è Gregorio, un musicista fallito pieno di scuse, che ora fa il dj molto estroso in qualche serata disperata, con un disco quasi pronto che non esce mai (già entrata nella mia top ten Toccami, la sua hit: tocca tocca toccamelo, tocca tocca toccatela…la rabbia sociale, il ticket fiscale, m’han portato ad essere un grande maiale, tocca tocca toccamelo). Sì è un film serio, ma con Carlo si ride sempre per forza.

I tre quindi si ritrovano, e si scontrano per superare le invidie, gli asti, e i litigi, le falsità che contraddistinguono il loro rapporto, il tutto come spesso accade nei film di Verdone è sviluppato in un viaggio che non riguarda solo i kilometri fatti per ritrovare il padre (molto belle le scene nella casa al mare), ma più che altro è il viaggio di maturazione di ogni personaggio.

Voto 7: lieto fine un po’ caramellato, ma comunque giusto. Alla fine di tutto la morale sulla vita, sull’amore, sui rapporti, resta sempre la stessa, come espresso da Carlo: “fa un po’ come cazzo te pare”.

Capitano Quint

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