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Ecco fatto

Gabriele Muccino, 1998, Ita, 87 min.

Trama: Marco e Piterone sono due liceali ultra-ripetenti che quest’anno dovrebbero finalmente diplomarsi. Il condizionale è d’obbligo, perché i due amici sono un po’ mattacchioni, e sui banchi a studiare proprio non ci vogliono stare. Meglio le feste, le cazzate, gli amici, l’amore con tanta gelosia (perché alla fine è una commedia un po’ romantica, ma anche no), e per essere ancora più giovani e originali l’amore lesbo non corrisposto. Tanto poi se le cose vanno male, se  i voti fanno schifo ci pensano loro con le solite marachelle, sulla scia del miglior Alvaro Vitali. No spè, fermi. Ma diecimila volte meglio Pierino.

 

Il Film:  L’esordio cinematografico di Gabrielone merita una recensione. Anche solo per chi vuole risalire alla notte dei tempi in cui il nostro regista preferito non si è scelto un altro mestiere, ma, caparbio come un colibrì contro vento,  ha deciso di sfidare la sorte avversa e le capacità limitate mettendosi a girare lungometraggi. Per la gioia di noi tutti.

Ecco fatto. Manco a dirlo, il film è talmente farcito di luoghi comuni e stereotipi sui ragazzi di oggi (che poi siamo nel ’98 ma vabbè) che fa quasi tenerezza. Come solo i grandi registi del cinema verità sanno fare, Muccino ci rifila per l’ennesima volta il ritratto del tipico studente italiano (o almeno tipico secondo lui, visto che poi ce lo ritroviamo uguale in Come te nessuno mai, o anche in Ricordati di me), e cioè del solito svogliato, di quello del potrebbe ma non si applica, del furbetto che solo manomettendo i voti alla fine riesce a spuntarla.  Ecco, sono stanco, sempre lo stesso soggetto; gli ultimi della classe piacciono a tutti si sa, ci ritroviamo sempre un po’ di noi stessi, e ci viene subito voglia di stare dalla loro parte, anche quando sbagliano, però basta dai, non ne posso più, sono saturo di questo soggetto. Personaggio che non regge poi, se ci incolli sopra la faccia pulita di Giorgio Pasotti (che dimostra sempre vent’anni anche ora che ce n’ha quaranta), affiancato dall’amicone di sempre Santamaria. Accanto a loro anche il mitico Silvestrin (notare come questa gente sia stata ritenuta degna di apparire anche nei film successivi di Muccino) e chiaramente non poteva mancare la presenza femminile – che poi è la co-protagonista – di Barbora Bobulova. Sì, non ho sbagliato a scrivere. Barbora, che nome del cazzo. Per aggiungere un ultimo tocco di trash al tutto, la storia viene rievocata a posteriori dai due ragazzi (qualche mese dopo), che ora fanno un lavorone (lavanderia), i quali la raccontano a un gruppo di clienti della lavanderia (tra cui spicca un vecchio saggio, un prete, un extracomunitaria  -penso per tutelare anche le minoranze etniche), che da buoni cittadini non vanno a una lavanderia solo per lavare i vestiti e poi si levano di ‘ulo, ma restano a sentire questa storia che ti prende fin dall’inizio per la sua originalità..e danno consigli sull’amore e la vita di coppia, anche il prete.

 

Voto: 4,5. Mezzo punto in più perché Gabri era ancora giovane e inetto. Era?

Vitellozzo.

 

 

 

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Cane Di Paglia (originale vs remake)

Sam Peckinpah, 1971
Rod Lurie, 2011

imagesTrama: Dustin Hoffman è un tranquillo professore americano che si trasferisce in un paesino della campagna inglese, con la moglie, originaria di quel posto. Dovrà affrontare le ostilità e la violenza di un gruppo di ragazzi, uno dei quali ex della ragazza. E’ una lotta per il territorio e per la sopravvivenza.
Nel remake la vicenda si svolge invece in quei posti del sud degli Stati Uniti, dove le uniche cose da fare sono andare a messa, e andare a caccia.

Il Film: Il film di Sam Peckinpah è una bomba. Letteralmente. Una bomba che viene preparata per tutta la prima parte del film: un luogo tetro e isolato con una comunità chiusa (un po’ come The Wickerman), il gruppo di rozzi idioti che prende in giro il nuovo arrivato, che spoglia con gli occhi la sua donna, lei che fa un po’ la zoccoletta …e poi viene accesa la miccia della bomba, con la scena del gatto impiccato nell’armadio. Da lì cambia il film. Si aspetta solo l’esplosione di violenza.
La bellezza del film sta proprio nel creare due mondi diversi: da una parte l’intellettuale e pacifico professore americano, che non farebbe male a nessuno. Dall’altra uomini ignoranti, disadattati sociali, a cui interessa solo marcare il territorio, come bestie.

Le scene: Dal marcare il territorio entrando in casa e uccidendo il gatto, a marcare il territorio stuprando la donna per loro il passo è breve.
Ma quella scena è tutt’altro che breve, è un capolavoro. Secondo me è proprio nella scena dello stupro che si vede la differenza tra il film originale e il remake. Nel film del 71 c’è un’ambiguità di lei terrificante. Lei sembra starci, sta tradendo il marito con il nemico, le piace quasi che il suo ex si imponga con la forza. E poi arriva l’altro uomo e la situazione da tesa diventa atroce.
Regia incredibile, i flash di Dustin da solo in campagna, mentre lei viene stuprata in casa, e poi i flash dello stupro che tormentano lei nelle scene seguenti danno al film un’inquietudine unica.

Il finale è tutto da godere. L’assedio alla casa, Dustin che deve trovare il suo istinto primordiale, deve diventare come loro, difendere il suo territorio. Penso sia qui il senso del film, nel far vedere la natura violenta dell’uomo al di là dell’estrazione sociale. 5 uomini vogliono violare ciò che è mio? Morirò io, o ucciderò i 5 uomini. Non c’è altra soluzione.

Gli Attori: Dustin Hoffman vs James Marsden (chii??). Vabbè dai. Dustin in uno dei suoi migliori ruoli. La camminata un po’ alla Rain Man, l’imbarazzo de Il Laureato, impacciato, fragile, per poi tirare fuori le palle con innata violenza nell’assedio finale. Grandissimo personaggio.
L’altro si porta dietro i kg inutili di Superman Returns, e di X-Men, e sinceramente uno dei punti deboli del remake è proprio lui, James Marsden (chii??).
Si può discutere invece sulle attrici! Biondina anni 70 o biondina del nuovo millennio? Di istinto preferisco sempre il vintage, ma l’altra è Kate Bosworth (quella di “21”). Bene entrambe, ma bene, bene, bene.

Voto: 8 l’originale è come una tagliola tra capo e collo. Spoiler.
6,5 al remake per l’impegno ed il coraggio, ma non c’è storia. Voglio però sottolineare la scelta felice di spostare il tutto nella campagna americana, per mostrare una realtà che mi inquieta sempre, quella di quei luoghi dove prima di tutto c’è dio e il senso di comunità, chiusa. Dove far rispettare le proprie regole conta più che uccidere o stuprare.

Capitano Quint

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Libera Uscita

Bobby Farrelly, Peter Farrelly, Usa, 2011, 109 min.

Trama: Due mariti mattacchioni, esasperati dalla vita matrimoniale e monogama, ricevono un dono dal cielo: la possibilità (offertagli dalle loro mogli che si sono stufate della superficialità dei rispettivi partneersssss) di spassarsela per una settimana intera, considerarsi single, niente legami, solo divertimento e quello che succede succede. Peccato che succeda poco.

Il Film: 9.10 di sera. A casa. Ricevo un SMS. “Vieni da me si guarda Libera Uscita, filmone”. Ora, dato che quando si tratta di film da vedere  il tempo è denaro, e alla tele davano Departures, film già visto ma che fa sempre piacere rivedere, sono andato prima su wiki per sapere chi erano almeno i registi. Oh bene dai, i fratelli Farrelly. Esco di casa gaudioso, cioè, una merda non potrà essere,  questi hanno fatto Scemo e + Scemo, Tutti Pazzi per Mary, ma anche lo Spaccacuori che era bellino. Nella mia stupida foga mi sono però dimenticato di dare un occhio alla locandina, se fossi stato più attento avrei letto un “dai registi di Tutti Pazzi per Mary..” che deve necessariamente mettere sull’allarme. Non c’è modo migliore di attirare spettatori ad un film del cazzo, se non citando un film che del cazzo non è, e ci sono cascato come un coglione…un’esca da principiante. Diffidate di tutte le locandine il cui titolo rimanda ad altri film. Libera Uscita non è un granchè; ecco, non che sia completamente da buttare, due-tre battute forse un sorrisino te lo strappano, però niente a che vedere con le sopracitate commedie, ad esempio. E’ una commedia leggera, che dalla trama (o almeno dai presupposti) dovrebbe far ridere, ma che alla fine ti fa solo aspettare una scena  una almeno che ti faccia sganasciare, ma che non arriva, e quando te ne rendi conto il film è già finito e partono i titoli di coda. Manca di ritmo narrativo (in certi punti un po’ noioso), manca di brio, e manca anche un attore che catalizzi l’attenzione. Per dire, Una Notte da Leoni senza l’attore grassoccio con la barba non avrebbe avuto il successo che ha avuto (sequel compresi); in questo caso manca qualcuno così, anche meno coglione totale del “grasso con la barba” ma che ti faccia sperare che almeno lui una cazzata da ricordare la combinerà di sicuro. Invece no, qui è tutto molto blando, sa già di già visto. A onor del vero ammetto anche una certa antipatia nei confronti del povero Owen Wilson, il quale poverino non mi ha fatto nulla per restargli antipatico, ma lo trovo sempre un po’ fuoriposto e poco incisivo. Domanda: ma le babysitter in America le fanno tutte more strafiche e generose?

Voto: 5,5. Alla fine forse proprio per il fatto che questi mariti sciolti dal giogo del matrimonio non facciano poi chissà cosa sta la chiave del film. Sul finale emerge, infatti, l assioma che supera lo spazio e il tempo, che vale in ogni epoca: le donne riescono sempre a tirarcelo nel culo e a farci passare per dei coglioni. Ecco, era meglio Departures.

Vitellozzo.

 

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La Memoria Del Cuore

Michael Sucsy, Usa, 2012

imagesTrama: lui e lei si conoscono, si fidanzano, si sposano, e si schiantano con la macchina contro un palo. Lei, dopo il coma, si risveglia, senza ricordare chi sia questo ragazzo che dice di essere suo marito. Lui dovrà farla ri-innamorare. Due dita in gola tra 3, 2, 1…

Il Film: Ah, sottointeso, lui è il bellissimo Channing Tatum, lei la bellissima Rachel McAdams (per la quale confesso un debole, che va al di là dell’odio per questi film). Il primo incontro, cose che succedono a tutti nella vita reale, è più o meno così:
-Scusa, ciao, ti è caduto un bigliettino. Ti va un caffè?
– Ok, poi te la do.

Rachel, dimmi dove perdi i tuoi bigliettini, e io ti offrirò tutti i caffè del mondo. Ho solo un problema, sto in un condominio a Firenze, e non in un loft mega galattico, finto arredato “giovane”, nel centro di Chicago, e non ho uno studio di registrazione indipendente, e non posso mandarti le foto di me scalzo che suono la chitarra. Insomma, non sono Channing Tatum, ma come dice Rocco, tengo duro lo stesso.
Ma veniamo ai problemi del film: lei non si ricorda chi sia Channing, ma si ricorda chi è il suo ex fidanzato, e decide di passare del tempo con lui, e con i suoi genitori (con i quali aveva litigato). FERMI. Chi è il padre? No, no, dai no. Sam Neill, non tu, non il professor Grant di Jurassik Park, nonché protagonista del Seme Della Follia di Carpenter, Che cazzo ci fai lì. Fa la parte del padre cattivo, che vuole obbligare la figlia a diventare avvocato, soffocando i suoi sogni artistici di scultrice. Perché lei è una un po’ pazzerella, indipendente, e solo Channing può tirare fuori il suo spirito.

Lui si fa un culo così per volerle bene e farsi volere bene, lei litiga nuovamente con i genitori, molla di nuovo l’ex fidanzato, in pratica vive una seconda volta situazioni di anni prima. Non c’è nessuna memoria, idiota di un regista, è solo lei che litiga con persone con cui aveva già litigato, e prende decisioni che aveva già preso. Sarà mica merito di lui, invece che della memoria del cuore, lui che la soddisfa in tutti i modi possibili, materiali, carnali, e sentimentali? Eh no, perché è tratto da una storia vera, e se me lo dice la televisione deve essere tutto vero.
Portarsi a letto Rachel McAdams, farla schiantare in auto, e riportarsela a letto. Ancora una volta, viva il cinema verità.

Voto 4: “no cioè xké kapito, il ♥ ha una memoria, e lei si innamora di lui, anke se nn si ricorda un kaxxo!1! ke bello!1!”
Secondo me, l’unica cosa che si ricordava era proprio il cazzo. La memoria dell’utero.

Capitano Quint

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Alba Rossa

John Milius, Usa, 1984, 114 min.

Trama: 1989. Gli Stati Uniti sono invasi, all’improvviso, da un alleanza composta da Russia, Cuba e Nicaragua. Tra l’immobilismo di un Europa che resta neutrale, e dell’Asia completamente soggiogata alla forza sovietica, l’America dovrà pensarci da sé a difendersi. E se gli amerrigani sono tutti tenaci come questo gruppo di ragazzi, non ce so problemi.

Il Film: Non leggete le critiche ufficiali, il film l’hanno  stroncato impietosamente.

Per me, invece, è una chicca. Al di là del fatto che la Guerra Fredda l’abbiamo assaggiata in tutte le salse, e visto che siamo nel 2013, ampiamente digerita (è abbastanza divertente pensare come la Guerra Fredda sia stata sì oggetto di milioni di milioni di film, quando in realtà non è successo proprio nulla), Alba Rossa ha dalla sua dei jolly che lo rendono diverso dagli altri dello stesso genere, e forse anche per questo ha conservato negli anni un posto speciale nel cuore di molti. Per prima cosa, lo scenario: molto suggestivo. Anche se faccio fatica a pensare a Cuba e al NICARAGUA (!!) come delle superpotenze militari, è altresì spassoso ritrovare gli USA alleati dei cinesi, che nella mente del regista dovevano essere proprio un popolino del cazzo, visto che ci fa intendere la loro più totale debolezza militare e lo scarso livello di sviluppo (oggi mi sembra sia cambiato qualcosina). Poi, il cast. Togliendo l’aspetto recitativo, di cui in un film d’azione ma soprattutto in un film d’azione anni ’80 ce ne possiamo sbattere, quasi tutti i ragazzi protagonisti hanno poi fatto strada nel mondo del cinema: Patrick Swayze (doppiato dallo stesso di Eddie Murphy, il che fa un po’ senso) Charlie Sheen, Lea Thompson (quella dei Ritorno Al Futuro), nei primissimi minuti un sempre ciccione ECLISSE (ignoro il nome vero dell’attore, per me sarà sempre l’Eclisse di Sorvegliato Speciale) e anche – non ci facciamo mancare nulla – JENNIFER GREY, che non è la sorella di Sasha Grey, ma la ricciolina di Dirty Dancing, pietra miliare del cinema demmè (Nessuno mette Baby in angolo! In un angolo no, ma per terra distesa morta schiantata sì, come accade proprio in Alba Rossa). Ed è questo un altro aspetto interessante del film: pur essendo per ragazzi, si è beccato il PG 13 (primo film in America) a causa della sua violenza. Rambo in confronto è solo un principiante. Non sbagliatevi, Alba Rossa è molto triste, questi ragazzi ne fanno fuori forse troppi, ma non sono indistruttibili come Sly. Poteva essere un ottimo film (o meglio un ottimo film anche per chi non lo considera un ottimo film), se solo si fosse fatta più attenzione in alcune scene o su certe battute, veramente troppo penose. Come il pentimento del generale cubano per tutti i morti, o anche le frasi del tipo “i tuoi genitori sarebbero fieri di te” dette da un soldato a un ragazzo che ha ucciso decine di invasori, o anche tutte le bandiere americane e russe (chiaramente ancora rimasti a Lenin) disseminate in ogni fotogramma di film. Cosa positivissima: non c’è il doppiaggio finto russo che fa tanta ma tanta tristezza, ma i ben più pratici sottotitoli. Anche per queste piccolezze, che fanno sempre piacere, il voto è magnanimo.

Voto: 6.5. Va visto anche solo perché il regista è lo stesso di Conan il Barbaro e Un Mercoledì da Leoni. Ancora solo una cosa: alla prossima scena dove vedo uno che coglie alle spalle un soldato e gli dice PRIMA DI SPARARE Sei finito! E quello si gira e gli spara addosso, provocando la morte di entrambi, quando te stronzo potevi benissimo salvarti senza dire nulla, sparargli e basta come va fatto, ve lo giuro, spengo tutto e smetto di vedere film d’azione.

 Vitellozzo.

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L’Uomo Che Visse Nel Futuro

George Pal, 1960, UK/Usa

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Trama: 1899, un uomo dichiara ai suoi amici di aver inventato la macchina del tempo, e di volerla utilizzare per vedere come si svilupperà l’umanità tra migliaia di anni, promettendo di tornare tra loro dopo 5 giorni. 

Il Film. Da un romanzo di HG Wells (La guerra dei mondi, L’isola del Dott. Moreau), questo film è una gioia per gli amanti della fantascienza fatta in casa, targata anni 60. Il titolo originale è The Time Machine, che tutti sappiamo voler letteralmente dire proprio “l’uomo che visse nel futuro”, secondo le nostre sempre magnifiche traduzioni.
Il bello di questo film a parte l’ambientazione di fine 800, i baffi e le barbe dei personaggi, e soprattutto la mitica macchina del tempo (una poltrona, un ombrellone di metallo che gira, e delle lucine in qua e là), sono le soste che il protagonista fa scorrendo in avanti nel tempo.
Super effettoni scandiscono il passare dei giorni e degli anni, luce e buio che si alternano, i fiori che appassiscono e ricrescono, e il manichino del negozio di vestiti di fronte alla finestra che cambia abiti a seconda delle mode del tempo.

Prima sosta, 1917, per strada ci sono degli strani veicoli a quattro ruote. Poi gli anni 40: i bombardamenti in Inghilterra.
1966: la sosta più bella secondo me. Il film è del 1960, e questi si sono immaginati che, a soli 6 anni di distanza, la gente fosse in preda al panico per il pericolo del nucleare. Le guardie vestite con tute argentate conducono la folla in dei bunker prima di un’imminente eruzione lavica. E qui la perla del film: modellino in miniatura della strada, macchinine in scala, COLATA DI POMAROLA FUMANTE ad imitazione della lava, e distruzione del modellino. Solo applausi.

Tutta la seconda metà del film si svolge in una immaginaria epoca del futuro (80mila e rotti anni dopo), in cui la Terra ha superato varie distruzioni, ed ora è rinata in una sorta di paradiso terrestre, popolato però da uomini e donne tutti biondi, vestiti con delle tunichette, totalmente privi di cultura, interesse, e curiosità. Si scopre che sono in realtà usati come cibo da esseri che vivono sottoterra. Ovviamente George salva tutti dai mostri, in una lotta incredibile, di quelle a cazzotti, uno contro quindici. Riesce a tornare nella sue epoca, dove i suoi amici, tranne uno, continuano a non credergli, e allora lui decide di tornare in quel futuro a riprendersi la bionda più bona. Fuck yeah.

Voto: ma come fo a non dargli 7

Capitano Quint

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La Donna Che Visse Due Volte

Alfred Hitchcock, 1958

la-donna-che-visse-due-volteTrama: avete presente quei penosi versi di Jovanotti “la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare, mi fido di te”, ecco, per Hitchcock la vertigine è proprio paura di cadere, e a volare è la donna che ami, che vola giù da un campanile. Perché a fidarsi c’è solo da rimetterci.

Il Film: Inizio ad essere contro l’abuso della parola capolavoro. Ma se devo scegliere un’occasione in cui usarla è questa. Un’opera d’arte assoluta, in ogni piccolo particolare.
Cominciando dal titolo che contiene in sé una piccolo miracolo: per una volta la traduzione italiana non è del tutto sbagliata. Non c’è l’eleganza del titolo originale “Vertigo”, ma “La Donna Che Visse Due Volte” è esattamente quello che succede. La donna in questione è Kim Novak, classico pezzo di figa bionda anni 50/60, che fa impazzire letteralmente James Stewart.

James per me contende il titolo di più elegante di sempre a Cary Grant, non a caso entrambi scelti più volte da Alfred. Protagonista sempre ingelatinato, ingiacchettato e mai scomposto, e quindi perfetto per la doppia faccia di uomo sicuro di sé, ma terrorizzato dalle grandi altezze.

Il film è incentrato su diversi temi, la paura, il doppio, il sogno, il ricordo, il senso di colpa, tutti portati all’apice dalla regia unica del maestro.
Le scene esemplari sono molteplici, dalla corsa sulle scale del campanile (scale disegnate da Hitch), con il supereffetto della vertigine (inventato da Hitch), al momento in cui la “nuova” Novak appare truccata come lui la desidera (con quel neon verde fuori dalla finestra che illumina tutta la stanza che mi fa impazzire).

Ma una in particolare è veramente fuori dal comune: la scena dell’incubo. Cambi di colori continui, viola, arancione, le spirali riprese probabilmente dai filmati di Duchamp, geometrie e forme a cartone animato, provocano un’inquietudine, un’angoscia, che culminano in una figura nera di un uomo che precipita in uno sfondo bianco, e l’improvviso risveglio di James Stewart. Un corto di un minuto e mezzo. Un piccolo capolavoro nel capolavoro.
Quando tutte queste cose riescono a superare la trama, che è anche complessa, perché come in tutti i film di Alfred sono i piccoli oggetti come chiavi e collane a fare la differenza, non si può non innamorarsi di questo genio.
Sullo sfondo di tutto ciò, una storia d’amore, come in quasi tutti i suoi film. I baci nei film del Maestro sono sempre stupendi. Amore vero, sofferto, morboso, malato, feticista, sincero, e che finisce male. Ma si può saper girare scene d’amore, in un film giallo, con lampi horror, senza mai sbagliare nulla??

(Citazioni che fanno bene al cuore: Stewart e la Novak davanti ad una sequoia commemorativa. Scena ripresa da Chris Marker in La Jetee, e da Terry Gilliam ne L’Esercito delle 12 Scimmie. Tre film della mia top10. Sarà un caso.)

Voto 9,5: basterebbe il finale. Lui che finalmente sconfigge la vertigine, riesce a far confessare la verità a lei, lei che ribadisce il suo amore, MA…un’ombra la spaventa, facendola precipitare di sotto. Dall’oscurità esce UNA SUORA.
MALEDETTA INFAME SUORA.
MALEDETTO GENIO HITCHCOCK

Capitano Quint

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Soldati, 365 All’Alba

Marco Risi, 1987

Soldati -365 allalbaTrama: Claudione Amendola deve affrontare l’anno leva militare facendo i conti con il nonnismo, e l’ira del suo tenente, il grande MASSIMO DAPPORTO, furioso perché il romano gli ha fatto perdere la promozione.

Il Film: 1987. Bisognerebbe trovare il mese di uscita, perché nel 1987 un film sull’addestramento militare mi sa che è uscito. Qualcosa su un tenente che prende di mira un soldato, sulla vita in caserma. Un film c’era…Full MmFull Met…No non mi viene.

Questo film, del grande Marco Risi (che ricordiamo per Vado a vivere da solo, e Il Ragazzo di campagna), ha la pretesa di essere serio, e di allontanarsi, malgrado il titolo, dai vari trash italiani su infermieri, pompieri, e carabinieri. E a brevi tratti ci riesce. Brevi eh.
Le pecche sono ovviamente la trama banale, scontata, patetica, e la recitazione dei vari attori. Amendola fa se stesso. Dapporto poco credibile per mettere paura. E soprattutto male male male le altre comparse. Personaggi stereotipati al massimo.
Chi è quello rumoroso amico di tutti? Un napoletano. Chi è quello scontroso, un po’ pazzo? Un sardo. Chi è ovviamente quello che fa gli scherzi di merda? Un toscano, Alessandro Benvenuti, in uno dei ruoli più antipatici e mal riusciti di sempre.

Comunque è apprezzabile il tentativo di raccontare la leva militare, di cui noi abbiamo gioiosamente fatto a meno. Perché purtroppo quelle cazzate del nonnismo, quegli atteggiamenti parafascisti, i riti di iniziazione, e puttanate varie di tenenti repressi che si devono vendicare, sono esistiti e penso esistano ancora. Quindi pur essendo un film di merda, lo salvo per avermi ricordato la merda che non sono stato costretto a mangiare.

Per l’angolo del trash: un finale penoso proprio nel senso di pene. E la canzone del film affidata ad Umberto Smaila.

Voto 5: con il lavoro di S.K. condivide solo l’anno di uscita eh, perché siamo ben lontani da:
a vederti sembra di guardare un vecchio che cerca di scopare, te ne rendi conto Palla? Allora che cazzo stai aspettando soldato Palla di Lardo? Passa dall’altra parte!
Allora mi vuoi proprio deludere? Hai deciso così? Allora rinuncia e vattene via, brutto tricheco grasso di merda! Vattene via dal mio ostacolo del cazzo! Scendi giù! Altrimenti ti strappo via le palle, così ti impedisco di inquinare il resto del mondo!!
Io giuro che riuscirò a motivarti Palla di Lardo, a costo di andare ad accorciare il cazzo a tutti i cannibali del Congo!!

Capitano Quint

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Gioco di Donna

John Duigan, Usa/Gb/Spa/Can, 2004,120 min.

Trama: Sullo sfondo della guerra civile spagnola e della Seconda Guerra Mondiale poi, le vite di Gilda, Guy e Mia si intrecciano. Incontratosi fortuitamente, saranno amici, poi amanti, poi divisi, poi compagni,  poi ancora cambiati dalle circostanze che li hanno tenuti lontani, per rivedersi solo più tardi, maturi e trasformati dagli eventi; il finale non può che essere tragico.

Il Film: L’avete letto da voi, la trama è inesistente, parliamo del film, allora. Prima di rendersi conto che è più che impossibile che in una notte di un giorno qualsiasi, in una camera di un qualsiasi college in una qualsiasi città di un qualsiasi Stato in qualsiasi epoca, vi piombi Charlize Teron in fuga, che cerca riparo dal fidanzato, per di più bagnata fradicia. Prima di rendersi conto che le probabilità che la suddetta Teron, donna molto sicura di sé, anticonformista, oltre che gran passera, in circostante normali non ve la darebbe mai, tanto meno a uno sbarbatello diciannovenne laureando senza un soldo e senza classe. Prima di rendersi conto che, invece, questa dea non solo la dispensa con generosità, ma, possiamo dirlo, è un po’ porchetta. Ecco, prima di rendersi conto di tutto questo, sarete già quasi a metà film, e della vacuità della storia, dell’inconsistenza della trama, ve ne sbatterete certo le pelotas, come ho fatto io. Il fatto poi, che alla coppia si aggiunga una terza persona, una donna latina, e nasca un menage a trois, come nelle fantasie sessuali più illusorie, e che questa terza donna si chiami Penelope Cruz, è solo la mazzata che vi butta definitivamente nella disperazione più totale per la vostra attuale sorte, e nell’invidia omicida per questo disperato moretto che ha tra le mani due tra le donne più belle di sempre. Chi cazzo se ne frega della sceneggiatura, degli eventi che si susseguono nella forma del melodramma più pacchiano e mieloso mai visto, nell’epilogo strappalacrime a comando, quando uno può godere per 120 minuti di scene di pelle al vento con queste qua? Cosa me ne importa che poi due di loro partono per la guerra civile spagnola, che uno di loro muoia, e che l’altra, abbandonata, diventa amica dei nazisti che invadono Parigi, cosa me ne importa della riconciliazione della donna con il suo vecchio  amore e del finale tragico?

Voto: 7. Fanculo il film. Cioè, Charlize e Penelope. Serve altro?

Vitellozzo.

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Buon Compleanno Jack!

261321_244790802198947_142878722390156_1044268_3223013_nDue giorni fa, 22aprile, era il compleanno di un mito, Jack.
Sicuro del fatto che abbia festeggiato a modo, come dimostrano da sempre le svariate foto in cui è circondato da 20enni in costume o senza, gli voglio rendere omaggio.
Essendo io tifoso dei Lakers fin da bambino non potevo non affezionarmi da subito a questa figura sempre seduta in prima fila, che urla contro gli arbitri. La dimostrazione che sia il Re di Los Angeles la si può avere guardando proprio una partita, al momento in cui vengono inquadrate le superstar tra il pubblico, con la grafica che ne indica il nome: Leonardo Di Caprio, Tom Cruise, Denzel Washington, Charlize Theron, e poi compare semplicemente la scritta “Jack”. Un Re in una città di stelle. Hollywood ai suoi piedi.


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75anni, classe 1937. Single. Perché invecchiare con la stessa donna quando puoi cambiarne mille di ogni età?? Fantastiche alcune sue citazioni a giro per la rete:
– Le persone che parlano con metafore dovrebbero lavarmi lo scroto
– Uso il viagra solo quando sono con più di una donna
– Non ho il cellulare

 Quando però è sul set cambia tutto. Personaggi interpretati con una verità ed un carisma unici. Tutti gli occhi su di lui. Una 60ina di film in carriera, magari non tutti memorabili, ma c’è quella decina di film che alza decisamente la media.
Quindi ecco un po’ di titoli in cui ti ho amato. Tanti auguri Jack! La scorsa estate ero venuto a LA, ma non ci siamo visti, ripasserò. Sempre forza Lakers…e lasciacene qualcuna anche a noi.

La Piccola Bottega degli Orrori (Roger Corman, 1960)
I Maghi del Terrore (Roger Corman, 1963)
La Vergine di Cera (Roger Corman, 1963)
Easy Rider (Dennis Hopper, 1969)
Chinatown (Roman Polanski, 1974)
Shining (Stanley Kubrick, 1980)
Reds (Warren Beatty, 1981)
Le Streghe di Eastwick (George Miller, 1987)
Batman (Tim Burton, 1989)
Tre Giorni Per La Verità (Sean Penn, 1995)
Qualcosa è Cambiato (James L. Brooks, 1997)
A Proposito di Schimtd (Alexander Payne, 2002)
The Departed (Martin Scorsese, 2006)
Non è Mai Troppo Tardi (Rob Reiner, 2007)

Discorso a parte meriterà Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo, in cui mi hai anche fatto piangere, maledetto te.
Capitano Quint

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Stargate

Roland Emmerich, Usa/Fra, 1994, 125 min.

Trama: In pillole. Un gruppo di ricercatori scopre un portale che collega questo mondo ad un qualche pianeta chissà dove nella galassia. I mattacchioni però, non sanno come farlo funzionare perché non riescono a decifrare la coordinata decisiva per aprire il canale di comunicazione tra i due mondi. Dato che i simboli sembrano avere una qualche attinenza con i geroglifici egizi, chiamano un linguista molto bravo, a cui nessuno ha mai dato credito per via delle sue teorie sulle origini aliene della civiltà egizia, un po’ sfigatello, anche lui fogato coi simboli, Daniel Jackson. In caso di incontri indesiderati al di la del muretto, invece, può bastare un ex-generale impazzito e molto incazzato. Chiamatelo Kurt.

Il Film: Prima di specializzarsi nel filone dei film catastrofisti, e in effetti, gli ultimi in ordine di tempo sono molto catastrofici per quanto sono brutti – per rinfrescarsi la memoria The Day After Tomorrow, 10.000 A.C, 2012 – Emmerich ha girato anche questo filmetto, che poi ad oggi è il migliore di tutta la sua carriera.  Si è parlato per anni non solo di un sequel, ma di una trilogia, di cui Stargate doveva essere il primo capitolo, ma alla fine non se è mai fatto niente, anzi no, sono nati una serie di prodotti surrogati che hanno ripreso la storia, o l’idea di fondo;  come non citare la saga televisiva con McGyver, di molto dubbia bellezza, tolta la sempre gradita presenza di Mc, appunto. Comunque, dato che questi sono un po’ gli anni d’oro dei sequel senza senso, o dei prequel senza fondo, o dei remake senza ragione, vivo ancora nel terrore che anche questo me lo possano rovinare con un capitolo demmè, dato che gli attori, il nostro stimato Kurt, e anche James Spader, godono di ottima salute, oltre che Rolando, sempre lì lì per vincere l’Oscar “Boiata dell’anno”. Intanto, mettiamoci il cuore in pace e (ri)guardiamoci questo di Stargate, scrivo riguardiamoci perché non esiste che nel 2013 qualcuno non l’abbia ancora visto. Uno dei primi film di fantascienza che mi ricordo, dove gli effetti speciali ci sono, ma nei tempi giusti e nella giusta misura. Da buon ’90 anche una sacrosanta dose di ammazzamenti dei cattivi, una bomba nucleare da far esplodere (bisogna sempre portarsene dietro una ad ogni evenienza), e anche una storiella d’amore che comunque non rovina l’impronta fantascientifica di largo consumo dell’insieme. Dando un’occhiata anche al recente tenore delle trame tirate su non si sa come nei film di questo signore, fa piacere ricordarsi che, invece, Stargate, è anche di buon livello sotto il profilo della storia. Un classico film di fantascienza, con in più Russel, garanzia anche di un po’ d’azione e di qualche scurrilità made in USA.

Voto: 7,5. Saluta Tutankhamon da parte mia, stronzo!

Vitellozzo.

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Dead Snow

dead_snow_posterTrama: un gruppo di ragazzi va in vacanza su una montagna innevata della Norvegia. La stessa montagna dove fu sterminato un reggimento nazista durante la II guerra mondiale. Trovare il loro tesoro, e pensare di rubarlo senza risvegliarli, non è una grande idea.

Il Film: Dopo i nazisti sulla luna di Iron Sky, e dopo le zoccole zombie di Zombie Strippers, ho finalmente visto anche i nazisti zombie.
Marci, putrefatti, e molto incazzati, con le loro divise militari, escono dalla neve a decine per uccidere questi poveri ragazzi. Splatter grandioso.
Motoseghe, martelli, accette, teste aperte, budella di fuori, tutto fatto benissimo, tutto fatto con ironia, come deve essere un film splatter, ovvero solo intrattenimento, senza moralismi.

Non sarà un capolavoro, l’inizio sembra essere lento e banale (il 70% degli horror moderni inizia con dei ragazzi in un posto sperduto), e scade a volte in scene troppo demenziali, o inutilmente serie, ma alla fine… un’ora e mezzo di nazisti zombie vestiti alla perfezione, con addirittura un gruppo di SS in divisa nera, che muoiono tra ettolitri di sangue, non la si vuole vedere??
L’importante è restituirgli tutto l’oro, perché tendono ad essere incazzati.

Voto 6.5: Da stimare per l’idea, e la realizzazione. Sempre meglio uno splatter divertente, che un horror che vorrebbe essere serio e che in realtà è na merda. Ein, Zwei, Die.

Capitano Quint

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Elephant

Gus Van Sant, Usa, 2003, 81 min.

Trama: La giornata scolastica in una scuola di provincia procede nella tranquillità più assoluta: c’è chi mangia a mensa, chi si dedica alle attività extrascolastiche come la fotografia, chi fa attività fisica, chi cazzeggia, chi ha lezione, chi gira per i corridoi, chi parla coi compagni subito fuori dall’istituto. A un certo punto, due studenti scendono da un auto,  hanno ciascuno dei borsoni, vestono militare. “Ehi ragazzi? Che cosa fate?” – “Resta fuori, succederà un casino”. Comincia il massacro.

Il Film: Palma d’oro e premio per la miglior regia a Cannes. Storia vera della strage nella scuola di Columbine. Se spesso i riconoscimenti nelle manifestazioni cinematografiche sono una farsa, e film che meriterebbero più onori vengono messi in un angolo, in questo caso sono contento di ricredermi. Elephant è un bel film, diretto da un ottimo regista, Gus Van Sant che ha raccontato il mondo dei ragazzi da tante angolature diverse;  alcuni film sono riusciti – vedi Will Hunting, il migliore di tutti, o anche Paranoid Park,  altri un po’ meno, tipo il remake di Psycho o Scoprendo Forrester, che sanno un po’ di già visto. E’ chiaro che questo qui rientra nel primo gruppo. Molto di buon gusto la scelta di seguire un ragazzo in presa diretta, il quale poi, girovagando per la scuola, ci fa conoscere tutti gli altri, che sono un po’ degli stereotipi come se ne vedono tanti nelle scuole americane. L’artista, l’emarginato, le fiche secche, lo sportivo, la secchiona..ognuno colto in un momento della giornata, vuoi a sviluppare dei negativi, vuoi a far finta di mangiare a mensa per poi andare a vomitare nel bagno, vuoi schernita dalle compagne nello spogliatoio femminile per via dell’aspetto fisico; ed è su queste scene che il regista si sofferma per quasi tutto il film (l’arrivo dei due carnefici si manifesta nel finale) proprio perché è nell’indifferenza collettiva, nell’assenza di rapporti sinceri, nella solitudine, che si trova la sorgente dalla quale sgorgherà poi il fiume di violenza dei due ragazzi. L’elefante nella stanza non è altro che questo, il problema che tutti conoscono, ma che nessuno vuole/può affrontare, l’abbandono dei ragazzi a se stessi e la difficoltà di mostrarsi per quello che si è, senza maschere. E poi non è una mattonata di millemila minuti, si può vedere senza invecchiare, ottanta minuti godibilissimi.

Voto: 7,5.  Gli avrei dato anche qualcosa in più, se non fosse per un’inezia, un neo piccolo piccolo che però non posso evitare di sottolineare. Come tutti, anche Gus (Goooooose!!! Noooo!!) è caduto (anche se è solo un mezzo passo falso, probabilmente ispirato dalla storia vera) nella banalità dettata dal luogo comune della pericolosità dei videogiochi, e di quanto possano influire sulla psicologia di un ragazzo. C’è una scena nel film dove uno dei ragazzi ammazza un po’ di gente al pc (tra l’altro un giochino abbastanza scadente), e poi scena successiva nella scuola identica a quella virtuale. Ora, non metto in dubbio l’influenza che i giochini possano avere su una mente già disturbata, però ecco, se davvero fosse così facile farsi influenzare, oggi sarebbe pieno di bimbiminkia vestiti da assassins creed, o da soldati alla Call of Duty che vanno in giro a fraggare (me compreso). E non mi pare sia così, vero? O no?

Vitellozzo.

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The Experiment

Oliver Hirschbiegel, 2001, Ger

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Trama: Rispondendo ad un annuncio sul giornale, alcuni uomini vengono selezionati per un esperimento ben retribuito. Divisi tra guardie e detenuti dovranno passare due settimane in una specie di finto ambiente carcerario, mantenendo i loro ruoli con disciplina e senza violenza. Al terzo giorno degenera tutto.

Il Film: esiste anche il remake americano, con Adrien Brody e Forest Whitaker, che non è male, però questo originale tedesco è nettamente superiore. Perché è tutto più vero, tutto più sudicio, tutto più realistico.
Il film si basa sull’indole violenta dei comportamenti umani. Metti alcuni uomini in una condizione inferiore di carcerati, e mettine altri in una condizione superiore di guardie: i primi si ribelleranno, i secondi abuseranno dei loro poteri.
E’ la natura dell’uomo. Anche se sanno che così facendo non prenderanno i soldi finali, anche se all’inizio tutto sembra poter funzionare con serenità. Basta poco per far sfociare tutto in episodi di violenza e umiliazioni fisiche.

La cosa interessante è che film come questo, come L’Onda, film sulla pericolosità dell’autorità sovrana, sulle divisioni sociali, vengano fatti in Germania, dove evidentemente c’è la volontà da parte del cinema, di sensibilizzare su questi temi storici.
Ma quanto potrà mai costare un film del genere?? 20 attori sconosciuti, un corridoio con delle finte celle, e una stanza con i monitor di sorveglianza. Basta, stop. Costa di più mandare Boldi e De Sica in giro per il mondo a natale, o fare un film così? La realtà è che con uno ci guadagni e con l’altro no.
Io sono sicuro che anche in Germania hanno i cinepanettoni di merda, il problema è che da noi mancano questi film. E non è che a fatti storici siamo messi meglio.

Voto 7,5: Comunque, grande film, consigliato. Violento senza mai essere sopra le righe, rapporti umani e dialoghi finalmente veri. Sconvolgente realismo. 

Capitano Quint

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Novecento

Bernardo Bertolucci, Ita/Fra/Ger, 1976, 302 min.

Trama: Olmo e Alfredo sono nati nello stesso giorno, il 27 gennaio 1901, stessa fattoria nell’emiliano. Una sola differenza tra i due bambini: il primo è figlio dei braccianti, il secondo del padrone. Giocano assieme, crescono assieme, e insieme a loro cresce anche la Storia. I due attraversano le prime lotte contadine, la Grande Guerra, l’avvento del fascismo e la Liberazione, su fronti opposti: l’uno da oppresso, l’altro da oppressore. Ma, nonostante tutto, nel profondo, i due restano sempre legati dal filo dell’amicizia.

Il Film: Oggi, cinque ore di film sono quasi un investimento; uno si brucia la serata, forse non gli basta nemmeno per vederlo tutto. Non siamo alle diciotto bobine de La Corazzata Potemkin ma poco ci manca; però, vi dico anche che è un grandissimo film. Recensirlo poi, ci posso solo provare, sapendo già di tralasciare aspetti importanti della storia e scene decisive. Bertolucci ripercorre i primi 50 anni del Novecento italiano, e lo fa seguendo la storia di due ragazzi, Alfredo e Olmo, appunto,  nati lo stesso giorno di Giuseppe Verdi, cresciuti negli stessi luoghi del maestro (più italiani di così..), con l’unica grande differenza: la classe sociale. La madre di Olmo è contadina, il padre non si sa chi sia, la donna del resto non l’ha mai voluto dire. Di umilissime origini, cresce come il figlio di tutti e di nessuno allo stesso tempo, in quei grandi casolari comuni vicino alla casa padronale, dove i braccianti della fattoria convivevano condividendo i vari momenti della giornata. A questo proposito, le scene di quella vita contadina, dei pasti su queste grandi tavolate, del rumore, dei canti, del vino, quelle facce brutte, affaticate dal lavoro, bruciate dal sole nei campi, sono molto belle da vedere (l’aver utilizzato veri contadini, anche se la recitazione ne ha risentito, è stata la scelta giusta).  Alfredo, invece, è il figlio dei padroni di quella stessa fattoria, destinato a comandare. Nonostante ciò, il nonno – un Burt Lancaster molto energico che ha in antipatia il figlio e vede, invece, nel nipotino il vero erede delle sue fortune – lo lascia giocare con gli altri bambini. Così, i due crescono insieme, vanno a pescare rane giù al fiume, corrono per i campi, si sfidano in tutto, cresce la competizione, e con gli anni crescono anche le divergenze politiche e sociali. I primi sindacati dei lavoratori, le prime rivolte contadine, poi la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza e la Liberazione, il tutto è visto sempre attraverso gli occhi di questi ragazzi, poi uomini, i quali, pur essendo amici, diventano uno sindacalista, poi partigiano e l’altro proprietario terriero e colluso col potere fascista. Un pezzo di storia del nostro paese. Un pezzo di storia che in questo caso ha il volto di Bob De Niro e Gerard Depardieu.  Un pezzo di storia che da quanto è ritratto bene ti sembra di essere lì anche a te, di essere uno di loro, di vedere coi tuoi occhi Attila – un magnifico Donald Sutherland – fucilare contadini in nome del fascismo prima, e soccombere poi, ammazzato dai partigiani, nel cimitero dove sono sepolte le sue vittime. O di startene anche a te lì sotto al bandierone rosso vermiglio, quando nel finale del film, a guerra conclusa, i contadini tirano fuori questa bandiera  enorme, tenuta nascosta negli anni, per sventolarcisi dentro sull’aia della fattoria.

Bello, bello. Bravi tutti. Mi scende quasi una lacrima, vedendo Bob che recita in un film così. Cioè, questo signore nel 1975 aveva girato Il Padrino-Parte II, c’aveva giusto da ritirare un Oscar come miglior attore e invece non poteva perché era in Italia a fare un film con Bertolucci. Detta oggi sembra fantascienza, uno come De Niro che viene, e accetta di girare un film in Italia. Mettiamo pure da parte i vari screzi che tra attore e regista sono fisiologici, però se diamo uno sguardo ai grandi attori internazionali che hanno partecipato a film italiani d’Italia negli ultimi anni c’è da piangere, vuoi per i film, vuoi per gli attori. Qui, invece, non si risparmia proprio n’cazzo, e allora facciamo salire la spesa infilandoci anche qualche musichina di Ennio Morricone, non possiamo rovinarci proprio alla fine, no?

Voto: 8,5. Un momento del film che mi piace più degli altri, sarò banale, ma è il processo al padrone. I contadini vogliono uccidere anche Alfredo, tenuto in ostaggio da un ragazzino con un fucile; ce la stanno quasi per fare, quando arriva  Olmo, che inscena un finto processo per salvare l’amico. Ce la farà?

Vitellozzo.

 

 

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Hitchcock

Sacha Gervasi, 2013, Usa

hitchcock-poster-244Trama: Anthony Hopkins interpreta il Maestro nella vicenda della realizzazione di uno dei suoi capolavori, Psycho, lottando contro la produzione, la censura, gli incubi, e con sempre al suo fianco la moglie Helen Mirren, e le sue attrici, Scarlett Johansson, e Jessica Biel.

Il Film: Fa-vo-lo-so.
Divertente, rispettoso, mai retorico, come tutti i film biografia che di solito odio. Un film che semplicemente omaggia il più grande regista di sempre. Ti fa proprio incazzare per non averlo conosciuto perché deve essere stato una persona immensa.

Il film racconta le difficoltà a cui andò incontro per portare a termire il suo Psycho, film che la produzione decise di non pagare ma solo di distribuire per non rimetterci troppo, visto che sarebbe stato un flop garantito. Bravi, meglio così, perché i veri geni danno il meglio di sé quando sono senza budget e devono dare sfogo a tutta la loro creatività (budget finale 800mila dollari, incasso totale 50 milioni di dollari, benino no?)

Al regista di questo film vanno dati tanti meriti, tra i primi sicuramente quello di aver parzialmente realizzato un sogno di molti: Scarlett e Jessica insieme, anche se purtroppo sono vestite e non si baciano.

Eccezionali anche le due idee di base su cui va avanti il film. Gli incubi/visioni di Hitch sul vero assassino da cui trae la trama, danno quel tocco horror che ci sta benissimo. E poi soprattutto il film si basa sui dialoghi tra lui e la moglie, tra sospetti, litigi, lei che sopporta la mania di lui per le attrici bionde, e lui che prova a beccarla con l’amante, ma sa che lei è una parte troppo importante della sua vita e del suo lavoro.
Un bel film, si ride, si ama Hitchcock, si ama Hopkins.

Voto: 7.5
– I will never find a Hitchcock blonde as beautiful as you.
– I’ve waited 30 years to hear you say that.
-That’s why they call me the Master of Suspense.

Capitano Quint

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1997 Fuga Da New York

John Carpenter, 1981, Usa

urlTrama: l’aereo del Presidente degli USA viene dirottato sull’isola di Manhattan, ora sorvegliata e circondata da un muro, e adibita a raccogliere i peggiori criminali. Un solo uomo può salvarlo, ma non gliene frega un cazzo. Chiamatelo Iena.

Il Film: chiamatelo Iena, anche se si chiama Snake ed ha una serpe tatuata sulla pancia. Però i traduttori italiani hanno deciso così, vabè…
Tutto Snake nel dialogo tra lui (c’è bisogno di dire che è Kurt Russell?) e il comandante che lo vuole convincere, il grande Lee Van Cleef:

-Sono pronto a toglierti dal mondo a calci in culo[…]Ho un affare per te, ti sarà perdonata ogni azione criminale che hai commesso negli Stati Uniti. C’è stato un incidente, un piccolo jet è precipitato al centro di NY. C’era a bordo il Presidente…
-…presidente di che..
-questa non è spiritosa. Tu entri là, trovi il presidenti, lo tiri fuori in 24h, e sei un uomo libero.[…]La risposta?
– fate un nuovo presidente.
-Siamo ancora in guerra, ci occorre vivo
– Non mi importa un cazzo della vostra guerra, o del presidente.

Chiaramente poi è costretto ad accettare. Ma lui è l’antieroe per eccellenza cazzo. Un personaggio esagerato, la benda sull’occhio, il giubbotto di pelle tutto sporco, tutti lo conoscono, e tutti lo credevano già morto.
Carpenter usa Kurt Russell sempre in modo fenomenale, se si pensa anche allo stesso antieroe di Grosso Guaio a Chinatown, un perfetto imbecille.
Il film è un capolavoro. Prendete tutta la merda delle strade de I Guerrieri della Notte, una città sempre buia, una scenografia pazzesca, irreale, seconda solo a quella di BladeRunner (in quanto a città del futuro) e buttateci dentro la gang di criminali e quest’uomo solo contro tutti.
Musiche come sempre dello stesso Carpenter perfette, un regista immenso, tutta questa critica al potere politico americano vestita da western fantascientifico, un genio.
Basta non c’è da dire altro. Un cazzo di film. E l’anno dopo fa un capolavoro ancora più grande, La Cosa. Carpenter + Kurt Russell. Come lampredotto e salsa verde.

Voto 8.5: il finale? Glielo aveva detto che non gliene fregava nulla, né a lui né a Carpenter, e nemmeno a me del vostro patriottismo del cazzo

Capitano Quint

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Il Marchese del Grillo

Mario Monicelli, Ita/Fra, 1981, 133 min.

Trama: Giusto per restare in tema d’attualità. Nella Roma pontificia di metà ‘800, Albertone nazionale veste i panni di Onofrio del Grillo, nobile al servizio del Papa, che se la spassa tra le macerie di una città decaduta, spendendo le sue ricchezze e il suo tempo nel divertirsi a spese di chiunque, dai porporati alla gente del volgo, al Papa stesso. Come Amici Miei, solo meno goliardico e più spietatamente cinico. Si può fare dai.

Il Film: Un classico della migliore commedia italiana di uno dei migliori registi italiani con uno degli attori italiani più amati di sempre. Ecco, quando mi capita di vedere delle commedie di merda, il che succede abbastanza spesso visto chi le produce e chi le gira, non c’è un modo più efficace di resettare tutto che guardarsi qualche vecchio film coi contro coglioni. In assenza del pispolino con la lucina rossa di Men In Black, è il meglio che possiamo fare.

Questo è un filmone. Punto. Il regista non si discute, Monicelli per me è sacro, non si tocca, tutti i film che ha girato, tutto quello che ha detto nelle varie interviste, tutto quello che fatto nella vita e anche come ci ha lasciati non sono opinioni, come la matematica. Negli ultimi tempi poi, nonostante l’età e la malattia era comunque di una lucidità spaventosa, sempre attivo, sempre giovane nei pensieri e aperto alle novità. Grande regista sì, ma prima ancora grande uomo. Monicelli mi manca. Ogni tanto me lo riguardo sempre un film di Mario, sarà perché da toscano ritrovo quella vena scherzosa, ma anche spietata e cinica che ci contraddistingue. In questo caso poi, c’è Albertone, tanto di cappello.

Se l’attore fosse stato un altro, il risultato sarebbe stato diverso. Il personaggio del marchese è abbastanza negativo:  si rifiuta di pagare un artigiano ebreo corrompendo mezza Roma solo per far vedere che su questa terra non c’è giustizia, prende delle monete da lanciare ai mendicanti e le scalda col fuoco per farli bruciare, si diverte a scambiare la sua identità con quella di un carbonaio rischiando poi di farlo ghigliottinare al suo posto ecc..Il problema è che le fa Sordi, non ce la fai a volergli male, sempre con quell’aria sorniona e piaciona, di uno che prende tutto alla leggera, che vede la vita come un gioco, in cui lui chiaramente fa la parte del leone, o meglio del signore a cui tutto è concesso perché io so io e voi non siete un cazzo, l’uomo di cultura che a Parigi farebbe un figurone, ma che invece sguazza da Dio nel popolino, tra bische e osterie. Mentre in Amici Miei tutto prendeva l’aspetto della goliardata, in questo caso Monicelli dipinge una maschera molto più crudele, proprio perché immagine di un mondo dove le iniquità sociali sono all’ordine del giorno, ritratto di una decadenza non solo fisica, ma anche di costumi. Non c’è morale, proprio perché non c’è lezione, se non quella secondo la quale i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi (con tutti i vantaggi del caso). Inutile dire anche che tutto è girato benissimo, oltre alla scenografia e ai costumi, tanti soldini spesi ma spesi bene, non buttati ai’maiale come nell’inutile ultimo Amici Miei tanto per restare in tema.

Voto: 4 punti per Sordi, 4 punti per Monicelli e mezzo punto per Paolo Stoppa, il Papa nel film, ma anche Sabino, l’usuraio più tirchio della storia del cinema. Totale: 8,5.

 Vitellozzo.

 

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Le Idi di Marzo

George Clooney, Usa, 2011

28x40sac:Layout 1Trama: battaglia politica durante la campagna elettorarale americana. Il giovane Ryan Gosling, portavoce del presidente Clooney, si trova davanti ad uno scandalo tenuto all’oscuro. A spiegargli come funziona la politica ci pensano due uomini d’esperienza, Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman.

Il Film: salviamo il salvabile, gli attori. Ryan bene come sempre, Giamatti e Hoffman fenomenali come sempre, Evan Rachel Wood tutta salute.
Diretto e intrerpretato da George, che per mesi è stato il secondo uomo più odiato d’Italia (sempre distante dall’inarrivabile Vincent merda francese).

Allora Georgy, facci capire: ti sei fatto questa enorme sega mentale sul fatto che te, futuro presidente, sposato e stimato, ti sei scopato una tua assistente, con lei che era ben consapevole di rimanere incinta non di Bombolo, ma di George Clooney. E il tuo braccio destro, che a sua volta si scopa sta ragazza, rimane sconvolto da questa cosa, perché tu hai tradito i valori fondamentali dell’America: fiducia, dio, famiglia, patria. Sei un principiante.

Te la do io una storia Georgy: immagina un vecchio presidente che organizza feste nella sua villa, dove ragazze dai 17 anni in su ballano nude davanti a vecchi ciccioni sudati, in cambio di soldi. Immagina questo presidente che si fa fotografare insieme ad una 17enne coi suoi genitori, ben contenti che la figlia passi del tempo con un vecchio che la tocca. Immagina appartamenti pagati solo per tenere tutte ste ragazze a portata di mano. Immagina sto vecchio che scopa una troia nel lettone dell’amico presidente russo, e il sudore gli fa colare il trucco e la tintura per capelli sulla schiena della ragazza, che fa finta di godere pensando ai gioielli che riceverà. Condisci tutto con corruzione, tangenti e mafia. Ci sei Georgy? Immagina, puoi.

Voto:4/5 Nammerda, what else?
Film inutile come i gusti delle cialde del caffè. Non c’è niente di peggio dei film americani sulla politica americana, che vogliono fare i finti film di protesta. Ma siete davvero convinti che il vostro unico problema politico sia Clinton che si scopa la segretaria davanti alla Costituzione e a dio?

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