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Ogni Maledetta Domenica

Oliver Stone, 2000, 150 min.

Trama: Al Pacino è un allenatore di una squadra di football della Major League. Vecchia guardia, forgiato da tanti anni nel giro e da metodi d’allenamento e tattiche di gioco all’antica. Quando il vecchio proprietario muore e la giovane figliola Cameron Diaz prende il suo posto alla guida della squadra, lo scontro tra i due è inevitabile. La nuova dirigenza  vorrebbe sostituire il navigato allenatore con qualcuno più giovane che porti nuove idee al gruppo. Al Pacino non ci sta, e risponde a modo suo: vincendo.

Il Film: Penso sia il miglior film sul football che sia mai stato fatto, (insieme a Le Riserve, chiaro) e in America ne fanno uno al mese. Oliver Stone è uno dei pochi registi rimasti che riesce sempre a tenersi a galla, tirando fuori pellicole di grande successo ma anche di un certo spessore, scendendo cioè a compromessi nel girare storie nazionalpopolari che attirino e che siano allo stesso tempo godibili e pregne di significato: la guerra (Platoon), l’economia (Wall Street), la politica (W.), non poteva certo mancare il mondo sportivo. C’è da dire anche che il cast aiuta tantissimo; accanto a Pacino e Cameron Diaz – l’unica forse che stona un po’, mi sembra leggermente fuori parte – abbiamo un bravo Dennis Quaid nel ruolo di quarterback ultra celebrato avviato ormai al viale del tramonto, James Woods – medico di squadra senza scrupoli che riempie di “bombe” i suoi giocatori per farli giocare – e poi giusto una manciata di afroamericani, che nel football non bastano mai, tra cui LL Cool Jay, e Jamie Foxx, nei panni dell’arrogante “nuovo” quarterback pronto a scalzare Quaid. Come riempitivo di una regia forse non troppo illuminata, la colonna sonora si adatta perfettamente ad ogni scena del film, frenetica nelle fasi di gioco, carica di tensione durante i dialoghi più salienti. Già, i dialoghi, altro punto forte, un classico: linguaggio più che scurrile, “americano” in ogni frase, un po’ di fanculo qui e là, qualche sacco di merda qui e là, qualche “dannato questo o quello” e via. Perfetto per un film sullo sport, proprio quello che mi aspetto di sentire da un Al Pacino che da’ sempre prova di essere un numero uno nella parte del manager/allenatore pronto a tutto pur di vincere, mai sazio, sempre primadonna, che anche nel finale, quando sembra tutto già deciso manda tutti a quel paese con un colpo di coda da K.O. Ma il cammino della squadra verso la vittoria non è il fulcro pulsante della storia, bensì tutto quello che ruota intorno al mondo dello sport. Giocatori con contratti milionari – quasi tutti sposati e con famiglia –  che vanno alle “classiche” feste in villa e pippano seduti sulla tazza del cesso mentre magari si danno da fare con qualche signorina simpatica, medici senza paura che riempiono i muscoli degli atleti di infiltrazioni rovinandoli per sempre, giornalisti sportivi pronti a tutto pur di trovare lo scoop, e poi il business, chiaramente, linfa vitale dello showbiz americano. Quella legge del mercato che non esita a liberarsi di un quarterback ormai vecchio e logoro, sfruttato dagli sponsor e finito, e spremere anche quello nuovo con pubblicità di ogni tipo, fin che ce né, poi anche lui sarà buttato via come gli altri. E questo Stone ce lo spiega benissimo; da noi userebbero duecento discorsi fuoricampo con monologhi infiniti dei protagonisti, Stone, invece, ce lo fa semplicemente vedere e capire con quei due/tre fotogrammi che racchiudono il senso di un film.

Voto: 7,5. Come in ogni film di genere, immancabile scena con discorso pre-partita del coach che ti dice che questa sarà la partita della vita, che non ci sarà più niente dopo questa, solo la storia ad aspettarti ecc..Questi discorsi si sanno a memoria, ma se te lo fa Al Pacino quasi quasi uno ci crede un po’ di più. Bella anche la scena finale della conferenza stampa, che dopo quasi 3 ore di film è una chiusura divertente e perfettamente in linea col personaggio di Pacino e col registro del film.

Vitellozzo.

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Videodrome

David Cronenberg. 1983, Can, 89min

Trama: James Woods interpreta Max Renn, il proprietario di una televisione specializzata di fatto in film porno e di violenza. Scopre però le frequenze di una rete che, per pochissimi secondi, trasmette immagini reali di torture su persone, interrompendo poi il segnale. Max ne rimane folgorato immediatamente. Entra in contatto con Nicki Brand, con la quale intraprende una sorta di relazione, e con il professor O’Blivion, che inizialmente sembra essere a capo di quelle trasmissioni, chiamate Videodrome,  che provocano allucinazioni talmente forti da sembrare reali. Sono queste allucinazioni a cambiare il fisico e la mente di Max, che cercherà di scoprire cosa c’è dietro, tra omicidi e un complotto in cui passa da vittima a complice.

Il Film: Il regista Cronenberg firma anche soggetto e sceneggiatura, dimostrandosi un veggente. Il film esce nel 1983, 30 anni fa, e immagina un mondo dominato dalla televisione, dove gli spettatori sono completamente influenzati da essa, tanto da convincersi che la realtà è quella dentro allo schermo. La scena di Max che guarda la cassetta (sempre bello ricordare i vhs e i videoregistratori) è un emblema degli effetti speciali anni 80. La bellissima Nicki (la supersexy Debbie Harry dei Blondie) chiama Max verso la televisione, che si gonfia con i respiri, escono vene dalla plastica, ed infine esce l’immagine delle labbra enormi nelle quali lui immerge la testa. Da lì in poi il corpo di Max inizierà a mutare, squarci nell’addome, la mano deformata che si fonde con la pistola, tutto il trucido possibile per sottolineare la totale assuefazione alla macchina. Una fusione definita “carne nuova”. Ma sono le piccole cose a rendere geniale il film. Ad esempio all’inizio si crede che Videodrome venga trasmesso dal sud-est asiatico, ma invece si scopre avere sede negli Usa, come se si cercasse di convincersi che il peggio della società sia molto lontano da noi, quando invece è accanto a noi o siamo noi stessi. Dietro a Videodrome non c’è un vecchio pazzo, ma in realtà una grande azienda multinazionale, che controlla, con le trasmissioni, le menti di milioni di spettatori alla ricerca solo di eccitazioni di ogni tipo, sotto forma di prodotto commerciale (abbastanza attuale), non a caso Nicki si chiama Brand, come un marchio commerciale.

Max tenta di ribellarsi al sistema in cui è intrappolato, ma la conclusione può essere solo una: dopo aver visto in televisione la sua immagine che si punta la pistola alla tempia e si uccide, non può far altro che seguire alla lettera cioè che la trasmissione ha previsto per lui, inneggiando a “gloria e vita alla nuova carne”. Perché Videodrome non finisce uccidendosi, Videodrome è insidiato nella società di cui facciamo parte, Videodrome siamo noi che guardiamo la pubblicità, che guardiamo ogni tipo di schermo, che ci facciamo influenzare da tutto quello che vediamo o che crediamo di vedere.

Voto: 8: Visionario, attuale, Cronenberg. Per favore nessun remake.

Capitano Quint

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