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La Donna Che Visse Due Volte

Alfred Hitchcock, 1958

la-donna-che-visse-due-volteTrama: avete presente quei penosi versi di Jovanotti “la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare, mi fido di te”, ecco, per Hitchcock la vertigine è proprio paura di cadere, e a volare è la donna che ami, che vola giù da un campanile. Perché a fidarsi c’è solo da rimetterci.

Il Film: Inizio ad essere contro l’abuso della parola capolavoro. Ma se devo scegliere un’occasione in cui usarla è questa. Un’opera d’arte assoluta, in ogni piccolo particolare.
Cominciando dal titolo che contiene in sé una piccolo miracolo: per una volta la traduzione italiana non è del tutto sbagliata. Non c’è l’eleganza del titolo originale “Vertigo”, ma “La Donna Che Visse Due Volte” è esattamente quello che succede. La donna in questione è Kim Novak, classico pezzo di figa bionda anni 50/60, che fa impazzire letteralmente James Stewart.

James per me contende il titolo di più elegante di sempre a Cary Grant, non a caso entrambi scelti più volte da Alfred. Protagonista sempre ingelatinato, ingiacchettato e mai scomposto, e quindi perfetto per la doppia faccia di uomo sicuro di sé, ma terrorizzato dalle grandi altezze.

Il film è incentrato su diversi temi, la paura, il doppio, il sogno, il ricordo, il senso di colpa, tutti portati all’apice dalla regia unica del maestro.
Le scene esemplari sono molteplici, dalla corsa sulle scale del campanile (scale disegnate da Hitch), con il supereffetto della vertigine (inventato da Hitch), al momento in cui la “nuova” Novak appare truccata come lui la desidera (con quel neon verde fuori dalla finestra che illumina tutta la stanza che mi fa impazzire).

Ma una in particolare è veramente fuori dal comune: la scena dell’incubo. Cambi di colori continui, viola, arancione, le spirali riprese probabilmente dai filmati di Duchamp, geometrie e forme a cartone animato, provocano un’inquietudine, un’angoscia, che culminano in una figura nera di un uomo che precipita in uno sfondo bianco, e l’improvviso risveglio di James Stewart. Un corto di un minuto e mezzo. Un piccolo capolavoro nel capolavoro.
Quando tutte queste cose riescono a superare la trama, che è anche complessa, perché come in tutti i film di Alfred sono i piccoli oggetti come chiavi e collane a fare la differenza, non si può non innamorarsi di questo genio.
Sullo sfondo di tutto ciò, una storia d’amore, come in quasi tutti i suoi film. I baci nei film del Maestro sono sempre stupendi. Amore vero, sofferto, morboso, malato, feticista, sincero, e che finisce male. Ma si può saper girare scene d’amore, in un film giallo, con lampi horror, senza mai sbagliare nulla??

(Citazioni che fanno bene al cuore: Stewart e la Novak davanti ad una sequoia commemorativa. Scena ripresa da Chris Marker in La Jetee, e da Terry Gilliam ne L’Esercito delle 12 Scimmie. Tre film della mia top10. Sarà un caso.)

Voto 9,5: basterebbe il finale. Lui che finalmente sconfigge la vertigine, riesce a far confessare la verità a lei, lei che ribadisce il suo amore, MA…un’ombra la spaventa, facendola precipitare di sotto. Dall’oscurità esce UNA SUORA.
MALEDETTA INFAME SUORA.
MALEDETTO GENIO HITCHCOCK

Capitano Quint

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