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Le luci della Centrale Elettrica

Il babbo è Vasco Brondi, cantautore ferrarese che debutta nel 2007, con questo nome, Le luci della centrale elettrica appunto, che sono poi le luci dell’ex Montedison a Ferrara. Cito direttamente da Wiki: “Più che la centrale elettrica in sé sono queste luci. Forse mi piaceva come immagine, quello che era […] Quindi è questa entità Montedison che mi piaceva evocare, e soprattutto le luci della Montedison in quel fumo che esce, questa attrazione serale che spesso è l’unica che c’è in città”.

Una demo autoprodotta del 2007 – che a detta di (quasi) tutti è il lavoro più riuscito – e due album, Canzoni da spiaggia deturpata (2008) e Per ora noi la chiameremo felicità (2010), sono quanto fino ad oggi ci ha regalato questo gruppo. Più che canzoni nel senso classico del termine Brondi si “limita” a cantare a modo suo, i suoi pensieri messi su carta; in realtà lo stile è un po’ obbligato, visto che per sua stessa ammissione non è un buon cantante. Spesso c’è solo una chitarra, qualche accordo e giù parole, cambia la tonalità, cambia l’intonazione, cambia l’umore del cantante, il quale dipinge molto bene questo periodo storico, una generazione allo sbando, annegata nei ricordi di un mondo che si è perso, un esercito di precari e disoccupati (L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici). Secondo me le canzoni, in generale senza fare distinzioni tra gli album, sono molto belle. Se vi piace il genere, vi consiglio di buttarci un o(re)cchio. Si pesca un po’ dappertutto, dai CCCP che non ci sono più (La gigantesca scritta Coop), agli Offlaga senza elettronica, ai Marta sui Tubi. Non si fa fatica neanche a riconoscere lo stile di Rino Gaetano (Nei garage a Milano nord è una delle mie preferite), ma c’è anche qualcosina di De Andrè e un po’ del migliore cantautorato di casa nostra.

Finalmente c’è qualcuno che racconta cosa sta succedendo, che sta andando tutto a puttane, che si sta sfasciando tutto, e parlami delle tue galere, delle nostre metafore, delle case inagibili, dei nostri voli rasoterra e poi la crisi finanziaria e ronde di merda […] chiamale se vuoi esplosioni dei mercati (Anidride Carbonica). Un po’ di realtà senza filtri, senza musichine sega, solo chitarra e voce (a volte urla, meglio). Una delle parentesi migliori di questi ’00. Visto il panorama attuale della musica italiana, satura (almeno per me) di poveracci dei talent con la data di scadenza scritta sopra, o di gruppettini del cazzo finti rock, o peggio indie, Le luci della centrale elettrica si salvano dall’oblio, segno che la musica indipendente può ancora dire la sua (e forse è rimasta l’unica), e proteggimi dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili (Lacrimogeni), ecco proteggici anche a noi Vasco dai.

 Vitellozzo.

 

 

 

 

 

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Ruggine

Daniele Gaglianone, Ita, 2011, 109 min.

Trama: Giorni nostri. La normale giornata di tre persone è scandita da tre diversi episodi che rimandano a un passato comune, un segreto inquietante e terribile. Stefano Accorsi (Sandro) – padre separato – mentre gioca con il figlioletto a “fare l’Orco” inavvertitamente lo spaventa troppo, e allora anche lui, ormai adulto, ricorda di quell’Orco incontrato da bambino, non uno delle favole, uno vero. Valeria Solarino (Cinzia) – insegnante di educazione artistica a una scuola media – durante la riunione per decidere le ammissioni agli esami, si scontra con i colleghi che vorrebbero bocciare una ragazza solo perche “strana”, verrà fuori poi che la stessa è vittima di abusi in famiglia. Allora, la donna ripercorre faticosamente la strada della sua memoria di bambina, tormentata dal ricordo dell’Orco assassino. Valerio Mastandrea (Carmine), invece , è un uomo rimasto sospeso, senza famiglia, senza lavoro, senza amici, indebitato con dei criminali, se ne sta al bar, aspettando la resa dei conti, aspettando di essere preso a botte e ripensando a quel giorno in cui il Dottor Boldrini (un ottimo Filippo Timi) entrò nella sua vita di bambino, nella sua e in quella di Sandro e Cinzia, distruggendole tutte per sempre. I tre, infatti, erano compagni di giochi nei giardini delle palazzine popolari dove vivevano verso la fine degli anni Settanta..

Il Film: Il tema è serio – la pedofilia – il film anche. Per questo, quando ho letto il cast mi sono un po’ spaventato pensando “vai, hanno fatto la merdata di metterci dentro attori tanto cari al grande pubblico per richiamare un po’ più di gente, stai a vedere lo rovinano”. Invece, nonostante la compresenza di Accorsi, la Solarino, Mastandrea e Timi, la storia tiene. Nessuno di loro è fuoriposto, nessuno di loro è ridondante, forse perché se si sommano i minuti effettivi recitati da ognuno non si arriva ai 10’, eccezion fatta per Timi, Dr. Jeckill contemporaneo trasfigurato in un inquietante quanto mai vero Mr. Hyde nella scena dell’autolavaggio, bravo. Comunque anche gli altri tre si vede che hanno fatto i compiti a casa: inspiegabilmente neanche Accorsi mi è dispiaciuto, la Valeria – che andrebbe vista più spesso – è un fascio di nervi pronto a sfilacciarsi durante la discussione in difesa della sua alunna, e il mio amico Valerio, io lo sapevo che non mi avrebbe deluso, sempre mezza spanna sopra gli altri, non a caso gli è stato affidato secondo me il ruolo migliore/più difficile da interpretare: il “vendicatore/assassino” la cui vita è andata in pezzi, uno che passa le sue giornate nell’oblio e contrae debiti di gioco, puntualmente pagati dalla sorella minore. Come ho scritto sopra, il minutaggio di questi tre è piuttosto scarso, infatti, gli attori di professione fanno quasi da comparse a quelli improvvisati, i bambini. Non so perché, ma vedendo alcune scene del film, in particolare scene di giochi, anche psicologicamente violenti, ho subito fatto un collegamento mentale con Io non ho paura; credo che ci sia  tanto di quel film in questo. Non solo perché i soggetti sono bambini, ma anche per il tema che si muove sottotraccia: la perdita dell’innocenza e l’impotenza di questi – essendo piccoli – di essere creduti/capiti dal mondo degli adulti. Forse, avrei qualche critica nel modo in cui si è dipinta la questione nel film, caricandola forse più del necessario. C’era per forza bisogno che il pedofilo fosse anche un cruento assassino? Non bastava la violenza sessuale (peraltro fatta immaginare allo spettatore, non c’è una scena nel film, cosa a mio parere di gran classe) per raccontare l’orrore e il disgusto? Mi chiedo perché ci sia sempre bisogno di esplicitare la violenza (cosa che in genere non mi dispiace nei film) anche quando non serve. Forse per far capire la crudeltà del gesto? Ma perché cazzo in Italia c’è sempre questo viziaccio maledetto di voler far capire le cose? Lasciate che sia lo spettatore a immaginare, si viene al cinema per questo, per vedere e immaginare. Lasciatecelo fare.

Voto: 7.5. Le uniche critiche che gli posso fare è che 1) forse è un po’ lento, passano diverse manciate di minuti prima che il film prenda quota e ci si possa immergere nella storia e 2) in alcune scene in presa diretta non si capisce che cazzo dicono (e non è una cosa da poco). Però la splendida scena ai titoli di coda dei tre adulti che nella metropolitana si rendono protagonisti di un gioco di sguardi in cui si capisce tutto, vale da sola il film.

Vitellozzo.

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