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Rusty il Selvaggio – Rumble Fish

Francis Ford Coppola, Usa, 1983, 94 min.

Trama: Anni Sessanta. Matt Dillon è Rusty, un sedicenne sempre incazzato e rissoso che vive in una piccola cittadina industriale. Da vero bulletto di quartiere trascorre le sue giornate tra sbronze, scazzottate e ragazze, fregandosene della scuola, dalla quale viene espulso, fregandosene della famiglia (con la madre che lo ha abbandonato e il padre alcolizzato, uno splendido Denis Hopper), cercando di imitare in ogni modo il mito del fratello maggiore Mickey Rourke (nel film non ha un nome, è semplicemente “Quello con la moto”), il quale, prima che se andasse in California, era temuto e rispettato, autore di imprese memorabili, protagonista di lotte tra bande di cui ancora si parla. Rusty, come “capo” di una banda di ragazzini, cerca di rivivere quell’atmosfera, ed è felice quando una sera vede ritornare “Quello con la moto” dal suo lungo viaggio. Crede di poter rivivere il passato assieme a lui e, nelle sue fantasie, di prendere il controllo della città: si sbaglia, di grosso. Il fratello, infatti, è cambiato. Non è più quello di un tempo. E poi, in California, ha rivisto la madre, ha vissuto tante esperienze, le donne, la droga…niente è più come prima.

Il Film: Il titolo originale del film è Rumble Fish (“Pesce Tuono”), da quella specie  di piccoli pesciolini siamesi che attaccano i loro simili. Ora, in America fanno tante cazzate, in generale, ma se c’è una cosa di cui uno non può dubitare è la giustezza dei titoli dei film: se il film si chiama Rumble Fish c’è un perché. In Italia, invece, siamo bravi in tante cose, e da quanto siamo bravi, spesso e volentieri ci piace anche cambiare il nome alle pellicole, pensando di fare la cosa più normale del mondo. No. Sbagliato. Sbagliato cazzo. Perché se uno legge “Rusty il Selvaggio” 1) pensa che sia solo un filmetto su un ragazzino che fa un po’ i’ganzo (e si ferma lì) e 2) non capisce perché gli unici soggetti in tutto il film che sono colorati siano – per l’appunto – i pesci tuono. Perché, sì, è un film in bianco e nero.

Continuazione naturale de “I Ragazzi della 56esima Strada”, come il suo predecessore, “Rumble Fish” lancia diversi attori che poi diventeranno star hollywoodiane di tutto rispetto, tipo Matt Dillon, Mikey Rourke, Diane Lane (che interpreta la ragazza di Rusty) e Nicolas Cage (eh oh, non c’è versi, Cage è ovunque). Hopper non  ce lo metto tra questi, altra generazione, altra stoffa. Ottima la fotografia che gioca molto sul chiaro/scuro, dai toni volutamente marcati, l’uso del grandangolo è magistrale. Anche la colonna sonora – messa in mano a Copeland (batterista dei Police) – fa la sua figura. Di cosa parla il film: di tutto e niente. Ed è proprio la possibilità delle diverse interpretazioni la sua forza. Chi vede l’aspetto principale nella storia di Rusty, uno scorcio della sua vita di adolescente irrequieto, il suo disagio giovanile, non sbaglia. Chi vede, invece, al centro di tutto la frantumazione di una famiglia (madre fuggita, padre distrutto, fratello criminale, altro fratello sparito) non sbaglia neanche lì, come non credo di aver sbagliato io, che ho visto nella figura di Rourke – secondo me vero protagonista del film – la completa disillusione di una generazione che si è persa: la California è come…come una bella ragazza…bella e scatenata che si fa di eroina, ed è talmente fatta che pensa di essere in cima al mondo, e non sa che sta morendo, anche se le fai vedere i buchi..Immagine mai tanto diretta, mai tanto violenta, ma vera, dei giovani di quegli anni (metà dei ’60 primi ’70). Ma la protesta e il disgusto verso un mondo che si odia si allargano. Quando Rourke, nel finale, ruba e i pesci tuono per buttarli nel fiume lo fa per una ragione, lo fa perché convinto che i rumble fishes messi uno contro l’altro, chiusi, vicini, senza alternative, si mangino a vicenda, ma che liberi nel fiume, dove gli spazi sono illimitati, dove le strade sono libere e infinite, possano sopravvivere: non combatterebbero se fossero nel fiume, se avessero più spazio. Una conferma della dimensione atemporale dei personaggi è data anche dal paesaggio del film: un cielo con le nuvole che scorrono veloci, quasi come se fossero un universo parallelo, e un fumo etereo che, in certe scene,  avvolge i protagonisti, al di là di ogni contesto tangibile. A voi capire che cosa sia il Rumble Fish, anche se non ci vuole un genio.

 Voto: 7,5. Va visto più di una volta per capirlo per bene. Basta vederlo una volta sola per capire la bellezza della scena finale, con tutta la gente del paese che accorre da “Quello con la moto” dopo aver sentito gli spari e si conclude con Rusty, solo, dopo tanto clamore, solo, all’alba davanti al mare, con la moto del fratello.

Vitellozzo.

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The Wrestler

Darren Aronofsky, Usa/Fra, 2008, 112 min.

Trama: Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) è una vecchia leggenda del wrestling anni 80 che oggi tira avanti a campare, vive in una roulotte misera e malconcia, si sposta con un furgoncino arrugginito e si esibisce ancora in vecchie palestre per i fan, pochi nostalgici, che gli sono rimasti. Quando però è colto da un infarto dopo un’esibizione, salvandosi per un pelo dalla morte, Randy prende la decisione più sofferta, quella di ritirarsi; senza più esibizioni, prova a ricostruirsi una vita, a riallacciare un rapporto con la figlia, si avvicina anche a una spogliarellista non più giovanissima con la quale vorrebbe iniziare una storia (Marisa Tomei). Crolla tutto ugualmente. I buoni propositi non bastano e The Ram è solo, di nuovo. A questo punto, il ring è l’unica cosa che gli resta..

 Il Film: Da lacrima. La vita di Randy come quella di Rourke. Ram/Rourke, Rourke/Ram, l’attore si confonde con il suo alterego di celluloide. Film tanto credibile quanto vero. Nel wrestler finito, giunto al bordo di una vita dissoluta – consumata tra droghe, alcol, donne, solitudine – c’è troppo di Rourke, la cui parabola ha subito la stessa sorte di quella del lottatore. Ram vive le sue giornate nel passato, nel ricordo di quello che era; il suo tempo si misura da un incontro all’altro, da una botta all’altra, dai segni del tempo sul viso, sulla schiena, dalle crepe sul rapporto disintegrato con la figlia, dalla mancanza di amici veri, dall’impossibilità di cambiare. Quel vecchio pezzo di carne maciullata lo sa, lo sa che ha fallito su tutto, e anche se non se ne rendesse conto, ci pensa la figlia a ricordargli il fallimento come padre, perché lui è solo un cazzo di fallito di merda che l’ha abbandonata nel mondo, per inseguire il suo di mondo, quello artificiale dello spettacolo, delle urla del pubblico, che a distanza di vent’anni dalla sua gloria ancora lo invoca, ancora lo ama.

C’ha provato Ram, a fare una vita normale, a fermarsi, un lavoro come commesso in un supermarket: non è andata, il richiamo del ring è troppo forte. Ti ho già visto da qualche parte amico, ma sì, tu sei Ram! Il campione degli anni 80! Non si può fuggire da se stessi, quando uno prende botte per vent’anni alla fine, non ne può più fare a meno e allora anche quel supermarket diventa un ring, un’esibizione; il dito infilato nell’affettatrice e gli schizzi di sangue sulle mattonelle fanno parte dello show. Rompere tutto e andarsene, l’uscita perfetta da una vita inutile. Al mondo non glie ne frega un cazzo di me, invece, per i fan, valgo ancora qualcosa. Poco importa se i medici mi hanno detto di smettere, che rischio la vita ogni volta, io sono The Ram. Gun’s ‘N Roses, Quiet Riot, Ratt e Scorpions in sottofondo, nel ricordo di una generazione e di uno stile di vita che non ci sono  più. Ancora un altro incontro, solo un ultimo salto dalle corde contro il vecchio nemico, solo un altro brivido.

Voto:7/8. Un film senza fronzoli, nessuno addolcisce la pillola qui. Rourke sembra nato per questa parte, si porta sulle spalle il protagonista del film con il suo fardello di problemi, come se fosse tutto vero. Colonna sonora eccelsa (bella la canzone di chiusura di Springsteen). Due Golden Globe e il Leone D’Oro, ci sarà un motivo.

 Vitellozzo.

 

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