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L’inutilità di una trilogia per Matrix

Non è una vera recensione, è solo uno sfogo personale. L’altra sera ho rivisto Matrix in televisione, l’ultima di non so quante volte, troppe. Non sono un fanatico dei film di fantascienza, di solito mi oriento su altri generi, tranne in casi in cui è palese che siamo di fronte a grandi lavori, come in questo. Matrix è un gran film, che merita in toto i complimenti e i premi ricevuti (un ballino, mi sembra). La storia è fantastica, penso che bisogni essere più che dei geni per pensare una trama così, giocarsela sul filo di lana tra la sanità mentale e la follia più sguaiata; gli attori, anche se Keanu Reeves non mè mai garbato, son tutti bravi, poi vabbè gli effetti speciali hanno fatto storia. Di più, i fratelli Whachowski hanno proprio creato un nuovo genere, con inquadrature che ancora oggi a distanza di più di dieci anni non so come abbiano fatto a girare, e scene d’azione spettacolari, anche per me, che di solito schifo i megaeffettoni e la computer grafica. Tutto questo però vale per il solo Matrix. Sì, perché i due seguiti che hanno girato hanno dato vita a una delle trilogie più brutte degli ultimi 20 anni. Che senso aveva fare una trilogia? Cioè, penso di capire il perché, i benjamins piacciono a tutti, alle case di produzione soprattutto, però hanno proprio fatto una cazzata, e i fratelli registi stupidi (ma ricchi) ad andargli dietro. Matrix era già completo di per sé. Il finale restava aperto, con Neo che si scopriva l’eletto, si baciava con Trinity – per me abbastanza inutile presenza femminile, ma vabbè – e lo spiraglio di una rivoluzione contro il mondo delle macchine restava là, sogno possibile e forse realizzabile. Sarebbe stato un finale finito perfetto, ancora meglio di un epilogo senza speranze, con Keanu che muore schiantato ad esempio.

E invece no, bisogna sempre rovinare tutto, bisogna pefforza fare un secondo capitolo dove si perde proprio il contatto con la realtà (anche se il film ha molto poco di reale), l’eletto contro migliaia di agenti Smith, in pomposi e arroganti sprechi di pixel costati vagonate di milioni di dollari, con la Bellucci e Cassel che non so che cazzo ci facciano (rettifico: Cassel NON è in nessun Matrix, si vede che a forza di odiarlo me lo immagino anche dove fortunatamente non ha recitato), con uno sguardo su Zion – l’ultima città degli uomini al centro della Terra – che poteva anche essere bello da vedere, peccato ci rompano i’cazzo con due inquadrature della città e poi  scene di loro che ballano come dementi, e di Neo che trapana l’inutile Trinity in una specie di loculo. Se il secondo capitolo non aggiunge nulla in termini di trama rispetto al primo, il terzo vale meno di niente, è evidente la forzatura che è stata data alla storia, e il finale è quanto di più banale si possa avere; in un film che mi ha abituato a tutto tranne alla banalità è una botta dolorosa, fidatevi. Ma non sarebbe stato meglio se le Seppie avessero distrutto tutto, almeno vedevo che cosa sarebbe successo, in questo caso l’epilogo tragico poteva anche avere una sua ragione, nel senso che anche le macchine si sono martellate le palle a vedere i’secondo capitolo e avranno pensato oh ragazzi facciamola finita, sfondiamo tutto così si smette di soffrire.

Vitellozzo.

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Manuale d’Amore

Giovanni Veronesi, 2005-2007-2011, Ita

Trama: episodi ed intrecci non riusciti

I Film: si alternano in questa trilogia attori come Muccino, Littizzetto, Bisio, Scamarcio, Rubini, Volo, Bellucci, Albanese, Placido, Chiatti, Buy, purtroppo per noi anche Verdone, e vari altri. Dico subito che mi rifiuto di parlare della presenza di Robert De Niro nel terzo capitolo: non è mai successo nulla, non c’è nessun episodio con lui protagonista, va tutto bene, grande Robert, resta in America. Allora, Giovanni Veronesi, regista di opere magnifiche quali le indimenticabili Che ne sarà di noi, o anche Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso, nonché sceneggiatore dei film di Pieraccioni (arriverà anche il tuo turno qui eh Leo), quindi insomma una mente eccelsa del cinema italiano, ci regala quelle che dovrebbero essere tre commedie su possibili situazioni amorose in Italia: l’abbandono, la crisi, la solitudine, etc etc… E guardando questi film ti senti proprio così, in crisi, solo, abbandonato. Quasi tutti gli episodi hanno un unico sviluppo, ovvero la trama portante del cinema italiano recente: c’è lui, c’è lei, c’è l’altra/o, lui va con l’altra, ma poi torna con lei. Se te vai da De Laurentis con un bozzetto così, un film è assicurato.

Momenti più bassi: vince il premio di più brutto l’episodio con Fabio Volo chiaramente, per un odio personale nei suoi confronti. Vince il premio fantascienza Monica Bellucci (bravissima lo stesso) nel ruolo della fisioterapista troia, “L’infermiera nella corsia dei militari” con Banfi era più credibile. Momenti più alti: merita un premio la spagnola al fianco di Verdone nel 2, Elsa Pataky, google immagini per credere. Ma poi nel 3 arriva finalmente l’apice, dopo ore di sofferenze vieni ripagato con forse 2 minuti di Carlo Monni, che con tutta la poesia e l’eleganza dice una frase del tipo “e ricordatevi che i Michelucci piscia ancora a cazzo ritto verso i cielo!”, grazie Monni, grazie come sempre.

Voto 4: Discorso a parte merita Verdone, io l’ho sempre amato alla follia e continuo a farlo, anche in questi film riesce comunque a farmi sorridere, però ultimamente c’è qualcosa che non va, non può continuare a fare queste merdate di film (e faccio notare che la parabola discendente è iniziata proprio da quando è De Laurentis a produrgli i film). Se una ragazza spagnola non ci è stata 30anni fa in Un Sacco Bello perché ci deve stare ora?

Capitano Quint

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Ricordati Di Me

Gabriele Muccino, 2003, Ita.

Trama: Fabrizio Bentivoglio è sposato con Laura Morante, e ha due figli: Silvio Muccino e Nicoletta Romanoff. Visti i componenti della famiglia, non può che essere infelice, ma trova la serenità nell’incontro di una ex compagna di classe, una donna come tante, Monica Bellucci. Tra le crisi isteriche della moglie, i drammi adolescenziali del figlio, le smanie di successo come veline della figlia, la trama è inesistente.

Il Film: Quando c’è questo tipo di film, uno deve guardare come si comporta l’attore più bravo. In questo caso di attori ce n’è solo uno, Bentivoglio, e chiaramente quel poco di film che c’è da salvare lo si deve a lui, che almeno ci offre un po’ di tranquilla e normale credibilità. Per il resto è un film insostenibile, il grandissimo fantastico regista Gabriele Muccino è l’emblema del peggior cinema italiano, che non riesce a scrollarsi di dosso una storia che non va mai al di là delle corna, del pentimento, dell’amore adolescenziale.

Oh i tu fratellino lo devi lasciare a casa, c’avrebbe anche rotto con i suoi problemi sulla ragazza che non lo caca nemmeno di striscio, sulle canne con i suoi amichetti, sui genitori che non lo capiscono, basta, non si può più vedere Muccino. Si potrebbe invece vedere con piacere Nicoletta Romanoff, se non fosse per il piccolo particolare che ha diversi dialoghi in copione. Sinceramente se il film doveva essere una critica alle ragazzine italiane che cercano la fama televisiva come veline, accompagnate dalle mamme ai provini, siamo molto lontani dall’esserci riusciti, perché poi la Nico alla fine ce la fa davvero ad arrivare in tv, e allora va tutto bene, tutti felici e contenti. Che il film non riesca ad inquadrare nessuna realtà comune e quotidiana lo si capisce benissimo anche dalla “normalissima” casa di questa famiglia, ottocento stanze tutte bianche, divani e vasi ovunque, e tutti che hanno ovviamente una bella casa di scorta al mare, anzi proprio sul mare. Parlando di realismo c’è da pensare che forse, ma forse, nel mondo c’è davvero un uomo che ha avuto in classe al liceo, o come ex fidanzatina, Monica Bellucci, ma dubito, perché ancora è tutto da dimostrare che lei, anche a 40anni passati, sia di questo mondo. E criticare le sue doti come attrice è come dire che i Sex Pistols non erano grandi musicisti: conta qualcosa? Le critiche nascono solo dall’odio infinito verso quel francese di merda. Insomma un film proprio banale, pieno di stereotipi, di falso moralismo, di personaggi che devono essere caratterizzati al massimo per essere chiari, e con un finale tra il patetico e l’incomprensibile. La cena di natale tutti insieme tutti felici e il rimpianto in una telefonata all’amante sono veramente troppo.

P.s. Un saluto a Pietro.

Voto 4,5: Muccino…ma ti levi di’ulo.

Capitano Quint

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