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Giovanni Lindo Ferretti – live @Flog Firenze

copertinaCronaca di un Live. Firenze, Flog 8maggio2013. Giovanni Lindo Ferretti, A Cuor Contento. Avevo una sola immagine in testa di Giovanni Lindo Ferretti: lui completamente rasato. Sempre. L’ho visto con la cresta, con la scritta CCCP su un lato, ma rasato era l’unica certezza che avevo. Certezza spazzata via appena salito sul palco, con i capelli fluenti, rasati sopra la fronte e senza basette. Le mani in tasca, un’improbabile cravatta. 60anni, un uomo serio e serioso, con del punk nascosto da qualche parte.
Applausi scroscianti.

“Gentilissimo pubblico…ricordo, circa 25,26 anni fa, ero appeso qua ad urlare SPARA JURIJ! Non si sa mai, attenzione…”
Sapendo che non ci sarebbe stata la minima possibilità di vederlo appeso ad urlare, temevo invece un concerto all’estremo opposto, temevo letture, litanie, preghiere, secondo le notizie degli ultimi anni, che parlavano di un uomo molto religioso, in pace con se stesso, ovviamente lontano dai CCCP, e anche dai CSI.

E invece piacevolissima sorpresa. Lo trovo sempre FEDELE ALLA LINEA, con due musicisti, Ezio Bonicelli e Luca Rossi (ex Ustmamò), che danno tutto sul palco. In due per due chitarre, un basso, un violino, e un mac, eccezionali. Lui al centro, occhi chiusi, bocca attaccata al microfono, voce bassissima, tenebrosa, che poi si alza (magari non benissimo) per scandire le sue classiche parole, come TRRRREMA per un non so TRRREMA. A volte si stacca e si appoggia alla parete in fondo al palco. Mi viene da ridere per i commenti su internet di chi diceva che è la macchietta di se stesso, costretto per soldi a fare sempre le vecchie canzoni. Non me ne frega un cazzo. Me l’ha fatte tutte, tutte magnifiche, tutte dando il massimo

Ripescando il punk dei CCCP (la gente pogava eh), zittendo tutti con le atmosfere dei CSI, facendo cantare tutti con le più famose. Il bis che comprendeva Emilia Paranoica e Unità di Produzione ha finito la gola a tutta la Flog. E poi se l’era chiamata dall’inizio, non poteva non farla: SPARA, SPARA, SPAAARA!! Senza appendersi da nessuna parte, sciogliendosi alla fine in una specie di balletto.
Grande live, grande artista. Conforme a chi, conforme a cosa.

Capitano Quint

Scaletta (dovrebbe essere vera):

Canto Eroico
Tu Menti
Amandoti
Tomorrow
Mi Ami
Oh! Battagliero
And The Radio Plays
Radio Kabul
Polvere
Occidente
Cupe Vampe
Annarella
Del Mondo
Barbaro
Per Me Lo So
Irata
Ombra Brada
Emilia Paranoica
Unità di Produzione
Spara Jurij!

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Le luci della Centrale Elettrica

Il babbo è Vasco Brondi, cantautore ferrarese che debutta nel 2007, con questo nome, Le luci della centrale elettrica appunto, che sono poi le luci dell’ex Montedison a Ferrara. Cito direttamente da Wiki: “Più che la centrale elettrica in sé sono queste luci. Forse mi piaceva come immagine, quello che era […] Quindi è questa entità Montedison che mi piaceva evocare, e soprattutto le luci della Montedison in quel fumo che esce, questa attrazione serale che spesso è l’unica che c’è in città”.

Una demo autoprodotta del 2007 – che a detta di (quasi) tutti è il lavoro più riuscito – e due album, Canzoni da spiaggia deturpata (2008) e Per ora noi la chiameremo felicità (2010), sono quanto fino ad oggi ci ha regalato questo gruppo. Più che canzoni nel senso classico del termine Brondi si “limita” a cantare a modo suo, i suoi pensieri messi su carta; in realtà lo stile è un po’ obbligato, visto che per sua stessa ammissione non è un buon cantante. Spesso c’è solo una chitarra, qualche accordo e giù parole, cambia la tonalità, cambia l’intonazione, cambia l’umore del cantante, il quale dipinge molto bene questo periodo storico, una generazione allo sbando, annegata nei ricordi di un mondo che si è perso, un esercito di precari e disoccupati (L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici). Secondo me le canzoni, in generale senza fare distinzioni tra gli album, sono molto belle. Se vi piace il genere, vi consiglio di buttarci un o(re)cchio. Si pesca un po’ dappertutto, dai CCCP che non ci sono più (La gigantesca scritta Coop), agli Offlaga senza elettronica, ai Marta sui Tubi. Non si fa fatica neanche a riconoscere lo stile di Rino Gaetano (Nei garage a Milano nord è una delle mie preferite), ma c’è anche qualcosina di De Andrè e un po’ del migliore cantautorato di casa nostra.

Finalmente c’è qualcuno che racconta cosa sta succedendo, che sta andando tutto a puttane, che si sta sfasciando tutto, e parlami delle tue galere, delle nostre metafore, delle case inagibili, dei nostri voli rasoterra e poi la crisi finanziaria e ronde di merda […] chiamale se vuoi esplosioni dei mercati (Anidride Carbonica). Un po’ di realtà senza filtri, senza musichine sega, solo chitarra e voce (a volte urla, meglio). Una delle parentesi migliori di questi ’00. Visto il panorama attuale della musica italiana, satura (almeno per me) di poveracci dei talent con la data di scadenza scritta sopra, o di gruppettini del cazzo finti rock, o peggio indie, Le luci della centrale elettrica si salvano dall’oblio, segno che la musica indipendente può ancora dire la sua (e forse è rimasta l’unica), e proteggimi dai lacrimogeni e dalle canzoni inutili (Lacrimogeni), ecco proteggici anche a noi Vasco dai.

 Vitellozzo.

 

 

 

 

 

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Marta sui Tubi – Sushi e Coca

sushicocaChe spaccano sul serio ormai dovrebbe essere cosa nota a tutti. Che sono una delle migliori band italiane del momento, anche. Quindi mi levo subito l’argomento Sanremo, al quale il gruppo parteciperà quest’anno: il problema di Sanremo non è Sanremo, sono le canzoni che i cantanti portano a Sanremo. Finché ci sarà solo “sei bella come il sole, amore amore amore” cantata da Giggi, o da qualche profugo di Amici, sarà sempre un Sanremo di merda. Se poi i Marta Sui Tubi si uniformeranno a questo copione, allora saranno coglioni, però almeno diamogli fiducia, perché lavori come questo album, sono un piacere.

Compassione per tutti quelli che ascoltano i Negramaro, però oh dovete ascoltare questa roba, non c’è proprio paragone, come testi, come musica, come tutto. Innanzitutto complimenti per il nome, non siamo ai livelli de I Pezzi Di Merda, però il nosense va sempre premiato. Ma poi ascoltando La Spesa, come si fa a non accorgersi della bellezza del testo: “Un’altra sera a casa a masticare noia e surgelati, la tv vomitava acqua e colori, la luce dei pensieri spenta. Programmerò il mio amore artificialmente, scriverò un saggio su come perdere tempo senza sprecare nemmeno un minuto

So’ avanti. Punto. Canzoni come L’Unica Cosa, Cinestetica, sono da ascoltare di continuo. Alcune sono più serie, altre più profonde, secondo me si distinguono altre due o tre: Dio come sta? (“evidentemente assente”), Sushi e Coca (“Milano sushi e coca, Milano paga e scopa”), a anche Dominique Canzone di Gelosia (“e ti vedo ballare sporca puttana, o almeno così ora ti vedo”) con il cantato finale stile hardcore metal, che mi fa sempre ridere. Al di fuori di questo album volevo citare anche la canzone Cromatica, in collaborazione con Lucio Dalla, che è davvero ma davvero bella, testo incredibile.

  1. Arco e Sandali
  2. Cinestetica
  3. La Spesa
  4. Non lo Sanno
  5. Dio Come Sta?
  6. Lauto Ritratto
  7. L’Unica Cosa
  8. Dominique (canzone di gelosia)
  9. L’Aria Intorno
  10. Licantropo
  11. Sushi & Coca
  12. Pensieri a Sonagli

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Led Zeppelin – Dazed And Confused

LedZeppelinLedZeppelinalbumcoverEsistono tre versioni di questa canzone: l’originale, la copia, e la migliore.
Un po’ come dice De Niro in Casinò: “ci sono tre modi di fare le cose, il modo giusto, il modo sbagliato, e il modo in cui le faccio io”, e qui “io” sta per Jimmy Page.

Allora il brano è stato scritto e inciso per la prima volta nel 1967 da Jake Holmes, un brano folk, teso, chitarra e basso, frasi spezzate, ritmo che cala, e risale in un finale strumentale. Fortuna o sfortuna vuole che questo sconosciuto Jake Holmes, accompagni e apra l’anno successivo i concerti degli Yardbirds, che dopo aver perso Eric Clapton e Jeff Beck, avevano scelto come chitarra solista il giovane Jimmy Page. E insomma leggenda vuole che durante uno di questi concerti il gruppo sente la canzone di Holmes, e decide di farne una cover. In questa versione ci sono diverse novità: l’intro realizzato basso e batteria con qualche suono di chitarra, un clima più tendende all’hard rock, e la tecnica di Jimmy pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Grandissimo assolo, ma si può fare ancora meglio. Sciolti gli Yardbirds, nel ’68 c’è una band nuova che sta preparando il suo disco d’esordio. Jimmy è il chitarrista, Robert Plant il cantante, John Paul Jones il bassista, e Bonzo il batterista. Non ho idea di come fu gestita la questione diritti d’autore, ma quello che importa è che i 4 decidono di farne un’altra versione, la versione definitiva, inarrivabile, immensa.

Quando parte quella introduzione di JPJ sono sempre lacrime, poi la voce toccante di Plant e subito una prima esplosione di chitarra. Sei minuti e mezzo di piacere fisico. Tutto per arrivare a quando Jimmy, e Bonzo decidono di spaccare tutto, senza regole, senza limiti, solo picchiare duro. In una famosa versione live Page suona la chitarra con l’archetto di un violino, ti rapisce, poi parte Bonzo, e finisce il mondo. Quanto picchia nel finale non è spiegabile a parole. Ti dà na carica diocristo.

Capitano Quint

 

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Coda – Led Zeppelin

Led Zeppelin, 1982

Con “coda” in musica si intende la parte finale, la fine di un brano. Con questo album finisce molto di più di un brano. Quello che significa questo album lo possono capire solo quelli che anche a distanza di 30 anni continuano a passare pomeriggi interi ad ascoltare i Led Zeppelin. Esce nel 1982, a due anni di distanza dallo scioglimento del gruppo a causa della perdita di John Bonham, e contiene tracce rimaste inedite nel corso degli anni ’70. Il valore che assume quindi, se si pensa che sono gli ultimi colpi alla batteria di Bonzo che sentiremo, va al di là di un semplice ultimo disco. Questo è un omaggio, un tributo, con tanto tanto blues e rock di livelli superiori, che Plant, Page, e Jones, dedicano all’amico, e non c’è niente di più toccante.

La frase più famosa l’ha detta probabilmente Billy Joel: “Il Rock and Roll è morto il giorno in cui è morto John Bonham”, e forse è vero, o forse no, perché ogni volta che l’ascolti ti dà sempre la stessa carica diocristo e quindi magari non morirà mai, né il Rock, e nemmeno Bonzo. Quello che ha dato Bonham (morto, come Hendrix, soffocato nel proprio vomito) al rock non sto nemmeno a dirlo, mi interessa quello che ha dato a me, insieme ovviamente ai tre compagni: mi ha fatto divertire, mi ha fatto agitare, mi ha fatto godere di musica. Il successivo scioglimento è secondo me una delle cose più belle (e dolorose) mai successe nella musica, per quanto viene detto nel comunicato ufficiale: “non possiamo più continuare come eravamo”. In questa frase c’è tutto. Massimo rispetto per tutte le rock-star che continuano a suonare anche a 70 anni, massimo rispetto per le carriere soliste di Jimmy Page, e Robert Plant (meglio la seconda della prima), e un grande augurio a JPJ per l’avventura con i Them Crooked Voltures, ma la decisione di cessare il progetto Zeppelin è il più grande omaggio che potessero fare a Bonzo, l’anima del gruppo.

Riporto direttamente da Wikipedia un aneddoto: Nel 1976 si recò ubriaco nel backstage durante un concerto dei Deep Purple. Quando notò un microfono libero salì sul palco; il gruppo smise di suonare mentre Bonham urlava al microfono: “Sono John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che abbiamo un nuovo album in uscita: si chiama Presence e, cazzo, è fantastico!”. Prima di andarsene si voltò verso il chitarrista dei Deep Purple e lo insultò dicendo: “E per quanto riguarda Tommy Bolin, non sa suonare una merda!”. Ecco se mi devo immaginare Bonzo me lo immagino così: in cima al mondo, con tutte le altre rock band ai suoi piedi.

E per chi avesse ancora dei dubbi sulla sua immensità in questo album è presente Bonzo’s Montreux, assolo assoluto, assolutamente solo lui. Oh poi ci sono anche gli altri tre eh.

Capitano Quint

  1. We’re Gonna Groove – 2:38
  2. Poor Tom – 3:02
  3. I Can’t Quit You Baby (live) – 4:16
  4. Walter’s Walk – 4:31
  5. Ozone Baby – 3:35
  6. Darlene – 5:07
  7. Bonzo’s Montreux – 4:18
  8. Wearing and Tearing – 5:29

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For Emma, Forever Ago

Bon Iver, 2007.

I ringraziamenti per l’articolo vanno all’amico Andrea, che tra qualche cacata indie e ridicoli gruppi finti punk-rock,  ogni tanto mi passa anche roba di qualità, come questo disco. E’ un album speciale, senza una band.  Quando dico che non c’è una band intendo proprio che c’è solo una persona che ha scritto, suonato, cantato e prodotto le canzoni: Justin Vernon.

Già di per sé, la storia di come il ragazzo Justin Vernon è arrivato a chiamarsi Bon Iver e a pubblicare “For Emma, forever ago” è fantastica, e merita di essere raccontata. Fino al 2006 era sconosciuto, provava con tutte le sue forze a sfondare, ma non ce la faceva: vari progetti musicali non avevano fatto altro che far scorrere la lancetta del tempo, che ormai puntava sui 25 anni. Il tempo limite per fare il grande salto stava per finire. A questo si aggiunge la mazzata, si lascia con la sua ragazza. Allora, Justin fa quello che avrei fatto anche io, e cioè manda tutto a fanculo e se ne torna a casa nel Wisconsin. L’inverno dal babbo gli fa bene (Bon Iver è la storpiatura americana del francese bon hiver,  buon inverno) perché lo scazzo piano piano finisce e ricomincia a fare musica, da solo. Ha con sé solo l’essenziale, una batteria e qualche chitarra, ma gli bastano. L’atmosfera tranquilla e raccolta di casa contribuisce in maniera determinante nel tracciare l’aspetto di fondo dell’album, molto intimistico, silenzioso, e semplice. La pochezza degli strumenti musicali, oltre che le sbavature sonore in qualche punto dell’album, rendono tutto molto più vero, autentico cantautorato fatto in casa. Ogni brano entra il punta di piedi, l’attacco è una chitarra che si sente appena, melodia sullo stesso livello per tutto il pezzo, a volte accompagnata da  percussioni in cui le bacchette non sfiorano mai i piatti (Flume).

La voce è l’altro aspetto caratteristico dell’album: Vernon sembra giocarci in ogni traccia, a volte cantando in falsetto, senza mai esagerare, centellinando le note alte (Lump Sum), altre sembra invece far uscire le parole con più naturalezza, in brani intensi, anche nella voce, come in Skinny Love, rivelando tutta la natura folk del disco. Team è invece, un momento solo strumentale, in cui la batteria la fa da padrone – e dove, per la prima volta nell’album – sentiamo un po’ di piatti. Assolutamente da citare anche The Wolves (Act I And II), pezzo quasi gospel, dove nel finale gli strumenti crescono di intensità, sorretti da un falsetto a voci sovrapposte che completa forse il miglior pezzo dell’album, insieme a Lump Sum.

Quest’album è per tutti quelli che ancora non sanno cosa fare della propria vita, che si sentono un po’ smarriti e confusi. Per quelli come noi c’è ancora una speranza, basta fare come Justin Vernon: andare nel Wisconsin e comprarsi una capanna. Chiudersi dentro e fare musica; o anche solo ascoltare For Emma, forever ago.

 Vitellozzo.

  1. Flume
  2. Lump Sum
  3. Skinny Love
  4. The Wolves (Act I And II)
  5. Blindsided
  6. Creature Fear
  7. Team
  8. For Emma
  9. Re: Stacks

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Maggot Brain

Funkadelic, 1971

La canzone ha lo stesso nome dell’album del 71 firmato Funkadelic. Loro sono il gruppo più colorato, pazzo, estroso, e geniale del funk americano. Sono più o meno gli stessi componenti dei Parliament, guidati sempre dal leader assoluto George Clinton, una figura mitologica. Ritmo, vestiti colorati, tanto tanto casino, divertimento, erotismo, tutto il meglio della musica funk anni 60/70. L’album è bellissimo, Stupid Stupid è fortissima, così come Hit it and Quick It. Chi ha detto che una funk band non può suonare anche il rock?

Qui però le cose sono diverse. Questa canzone di nove, dieci minuti è qualcosa di più. Ascoltata in silenzio da solo, per quei dieci minuti, ti leva dal mondo. Anzi non va nemmeno ascoltata, va proprio sentita, sentita nello stomaco. Una leggera batteria accompagna la straziante chitarra di uno dei miei miti: Eddie Hazel.

La leggenda vuole che Clinton, sotto LSD, abbia detto ad Hazel: “suona come se tua madre fosse appena morta”. Sono i classici aneddoti del rock, nessuno sa se sia vero. Ma è sicuro che una volta finita la canzone si può dire: ha suonato come se sua madre fosse appena morta. La chitarra di Eddie è lancinante, ti fa stare male, ti entra in corpo come una lama. Per quei dieci minuti ti isola da tutto, non cala mai di tensione, non va mai sopra le righe. Uno dei più grandi assoli di sempre, eseguito da uno dei più grandi chitarristi di sempre. Quando si pensa ad un chitarrista nero chiaramente si pensa subito ad Hendrix, ecco, io qui voglio bestemmiare: a volte, ogni tanto, preferisco Hazel a Hendrix.

Eddie muore nel 1992, a 42 anni. L’album solista del 1977 Games, Dames and Guitar Thangs contiene varie perle e alcune cover come California Dreamin e I Want You dei Beatles, rifatte alla sua maniera. Altri tre album sono usciti postumi. Sapere che al suo funerale è stata suonata Maggot Brain mi ha condizionato ancora di più a pensare a lui ogni volta che la sento. Un grande pezzo, un grande artista.

Capitano Quint

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Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)

Offlaga Disco Pax, 2005.

Scoperti casualmente l’anno scorso. Me ne sono innamorato, escono questo anno con il loro terzo album, dove ripropongono la stessa formula di questo primo lavoro, Socialismo Tascabile: musica elettronica, e testi recitati. Oh non aspettavo altro, che qualcuno cioè mi dimostrasse che l’elettronica può convivere benissimo con un testo parlato, e che elettronica. Si sentono perfettamente i Kraftwerk, le basi sono stupende, creano un atmosfera che contorna perfettamente le piccole storie narrate.

L’argomento principale sembra essere il lontano ricordo di una situazione sociale e politica che purtroppo non vivrò mai. Sono storie nostalgiche di un tempo che appunto non c’è più, di un “quartiere dove il PC prendeva il 74% e la DC il 6%”, dove regnava “una scritta degli ultras della Reggiana: Grazie Regan, bombardaci Parma”, storie fatte di piccoli ricordi, dell’odio verso un professore (Kappler), di un viaggio a Praga dove in discoteca con grande sorpresa e tristezza parte Felicità di Albano e Romina. Tutte raccontate con una semplicità e raffinatezza che ti fanno sentire veramente partecipe e afflitto per non aver vissuto quel periodo, gli anni 70/80.  E allora ecco che il professore decide di farti fare il compito di recupero, a te che hai saltato tutti i precedenti, e dopo aver preso 8, reclami la stessa media perché hai la faccia come il culo, ecco che c’è da risolvere il mistero della sparizione della gomma al gusto Cinnamon, che si esalta la comodità della ciabatta Defonseca, ecco che si arriva ad Enver, canzone di un amore finito, bellissima anche solo per l’immagine del ritornello: “Hai lasciato piazze piene, urne vuote, tremori gentili, tracce sottili, tracce profonde sugli zerbini dei miei pianerottoli”. Un po’ di Federico Fiumani, un po’ di Massimo Volume, un po’ di CCCP in questi testi, scritti molto bene, si vede che le parole sono scelte con attenzione in modo che si adattino con perfezione alla base. E poi c’è la descrizione di questi paesini dell’Emilia, con la loro toponomastica, e i loro miracoli (“Ricordate la madonna che piangeva sangue a Civitavecchia?… Ebbene, in un impeto di ribellione per tanta imbecillità, in quei giorni, anche il busto di Lenin cominciò a lacrimare). Altra chicca è Tono Metallico Standard, di cui basta citare questa strofa che si svolge in un negozio di dischi: Sento una bella canzone e gli chiedo chi è che canta. Con la solita faccia mi risponde col suo tono metallico standard e dice rassegnato “E’ Mark Lanegan” Poi un lampo di vita, si ridesta dai suoi pensieri troppo alti e scollegati e mi comunica deciso: “Non credo che tu lo conosca, era il cantante degli Screaming Trees”. Ora capisco. Il mio aspetto ordinario gli trasmette ascolti deplorevoli. Ma io lo so chi è Mark Lanegan, arrogante bottegaio  indegno della roba che vendi qui dentro, alternativo dei miei coglioni che quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno ti facevi le pippe. Me ne vado. Me ne vado e lo odio.

Capitano Quint 

  1. Kappler
  2. Enver
  3. Khmer rossa
  4. Cinnamon
  5. Tono metallico standard
  6. Tatranky
  7. Robespierre
  8. Piccola Pietroburgo
  9. De Fonseca

 

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Litfiba Live

Litfiba Live 12/5/87 Aprite i Vostri Occhi. Ultima data del tour, a Firenze, al Tenax, dove è stato registrato questo disco. Io sono dell’89 e il Tenax lo conosco solo per quello che è oggi, ovvero una discoteca, che sebbene sia stata recentemente collocata tra i primi 30 locali al mondo (29esimo su 100 secondo la rivista DJMag), resta per me soltanto una discoteca dove a volte ho lasciato 40euro di ingresso grazie alla lista di un pr che giudica all’entrata come sono vestito, per ascoltare la minimale tedesca di qualche dj internazionale. Non voglio assolutamente mettermi a dire era meglio prima, ora fa schifo, eh ma una volta era diverso, mi rassegno al cambiamento e al fatto che non vivrò mai quello spettacolo. Lo stesso discorso vale per i Litfiba, erano meglio prima etc etc è abbastanza banale come argomentazione. Di sicuro sono cambiati, hanno attraversato un periodo non felicissimo musicalmente, ma ora, anche se il disco nuovo non mi ha lasciato così gratificato, penso che la “reunion” non possa che giovare a noi che li abbiamo sempre amati, e soprattutto a loro e alla loro vera identità.

Comunque, il live: l’inizio è scenografico, tutta la sala ed il palco coperti di fumo, dopo poco ti accorgi che non è ghiaccio secco, ma sono le centinaia di sigarette accese, tra cui spicca quella di Ghigo Renzulli. Inizio mistico, effetti sonori per creare l’atmosfera. Appare Piero, con un improbabile giacca rossa, i pantaloni larghissimi che sembrano una gonna, rigorosamente scalzo. E’ lo stesso che incontro in bici che saluto e mi saluta, che incontro alla Coop e saluto e mi saluta, per chi sta a Firenze incontrare Piero è come incontrare alle Cascine Carlo Monni, non lo conosci ma lo saluti con affetto perché ti ha sempre regalato emozioni.

La scaletta appare subito pensata bene, dopo il primo pezzo Come Dio, parte La Preda con il suo ritmo più veloce, e poi arriva Eroi Nel Vento, una delle mie preferite di sempre, in cui si possono apprezzare a pieno le capacità al basso di Gianni Maroccolo, e alle tastiere di Antonio Aiazzi, due componenti fondamentali dei primi Litfiba. Si torna per un momento al rock più duro con Cane, (“Abbiamo tutti bisogno di ca-ca-re…zze!!”)Ghigo ed il batterista Ringo De Palma (scomparso purtroppo pochi anni dopo) si scatenano, prima di gettarsi nelle atmosfere magiche di Apapaia: “Il mio sogno è un mare acido/E dimmi se non è reale/Il giorno traveste di luce ogni cosa vivente, /Ma non toglie la paura dei fantasmi! EH! Rispetta le mie idee!!” Piero disegna con le mani figure e forme condite dalle sue tipiche espressioni che ti fanno dire ma che cazzo sta facendo, ma ne sei completamente affascinato. I successi dei primi storici album Desaparecido e i 17 Re, vengono proposti al pubblico che risponde benissimo a tutte le 15 tracce (il disco invece ne contiene solo 10), passando da Luna, a Re Del Silenzio, a Istanbul, fino arrivare all’ultimo pezzo, Guerra, uno dei primissimi del gruppo, che resta sempre molto suggestivo. La chitarra di Ghigo continua a suonare solitaria, Piero fa qualche verso alla telecamera assorto in un mondo tutto suo, si gira e si inchina al pubblico. Finisce così un live storico, che si unisce a quella centinaia di live che per questioni anagrafiche mi sono perso, infame cane e ladro.

Capitano Quint

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20 Anni Fa Uccidevano L’Uomo Ragno

Ricorre quest’anno il ventennale dall’uscita di “Hanno Ucciso L’Uomo Ragno”, primo disco degli 883. La coppia Pezzali+Repetto firmava nel 1992 uno dei suoi migliori lavori, e ancora oggi gli siamo debitori.

Una canzone si impone comunque una spanna sopra a tutte le altre: “resta la soluzione divi del rock, molliamo tutto e ce ne andiamo a New York, ma poi ti guardi in faccia e dici dov’è che vuoi che andiamo con ste facce io e te

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Storia di un Impiegato

Fabrizio De André, 1973

Gli album in cui le tracce sono strettamente collegate tra loro, che raccontano una storia come fosse divisa in capitoli, sono rari, ma personalmente li trovo molto interessanti, anche se dipendono chiaramente dalla storia in questione, e soprattutto da chi la racconta. E direi che qui si casca bene. Storia di un Impiegato è il quinto album di Fabrizio De André e, per sua stessa ammissione è un album politico, anche se non doveva esserlo. Per questo la critica del tempo ha duramente stroncato il lavoro, e già questo significa che è un grande album.

La storia si apre con un’ introduzione, prima solo musicale, poi viene descritta una scena, come se un uomo qualunque la stesse guardando da lontano: persone che lottano, come per gioco, ma con rabbia, sono dei giovani. Nella seconda traccia (Canzone del Maggio) la situazione si fa più chiara: sono i moti studenteschi del maggio francese del’68. La canzone è ripresa da una canzone francese di quel periodo, e mostra tutta la forza di volontà dei rivoltosi. L’uomo, l’impiegato, ascolta le loro ragioni e ne rimane turbato, qualcosa gli è entrato in testa. Si accorge che sta trascorrendo passivamente la sua vita, ma sa anche che non può unirsi ai giovani nelle piazze, ed inizia quindi a pensare ad un atto più violento (La Bomba in Testa). Arriva il primo sogno, Al Ballo Mascherato, il ritmo è leggero, la musica allegra. L’uomo si ritrova in mezzo a Cristo, Maria, Dante, suo padre e sua madre, e a tutti quei personaggi che nella sua vita hanno rappresentato il potere e l’autorità. Sogna di far esplodere una bomba in mezzo al ballo, e alla fine dover solo contare i morti. Ma giunge anche il Sogno Numero Due; l’uomo è ora imputato, e un giudice lo mette di fronte ad una terribile verità: “il dito più lungo della tua mano è il medio, quello della mia è l’indice, eppure anche tu hai giudicato.” Per eliminare i simboli del potere l’uomo ha dovuto prima giudicarli, e poi condannarli, esercitando quel potere che lui stesso vuole combattere.

Il sogno continua nel brano successivo, La Canzone del Padre: il giudice gli offre di impersonificarsi in suo padre, rivivendo così una vita triste e illusoria. L’uomo si sveglia, quella vita lui non la vuole, e prende coscienza del suo dovere: Vostro Onore, sei un figlio di troia, mi sveglio ancora e mi sveglio sudato,ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo. I ritmi cambiano, sono decisi, la musica incalza le intenzioni dell’uomo che diventa Il Bombarolo, che con tanto amore si dedica al suo tritolo. L’intento è chiaro, ma la riuscita dell’azione non è affatto scontata: C’è chi lo vide ridere davanti al Parlamento, aspettando l’esplosione che provasse il suo talento, c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali, vedendo esplodere un chiosco di giornali. Si intuisce come si sia risolta la cosa, l’incontro con il giudice c’è stato davvero, ed è arrivata anche la condanna al carcere.

All’uomo nella sua cella non resta che scrivere una durissima lettera alla sua amata, che sa tanto di lettera d’addio. E’ Quando Verranno A Chiederti Del Nostro Amore, una delle mie preferite di De André, un’amara rilettura di un rapporto ormai finito. Ma l’uomo ha un sussulto di ribellione, in Nella Mia Ora Di Libertà si rifiuta di condividere questo momento con un secondino, e dopo aver descritto le condizioni carcerarie, (usate da De André per ritrarre la società di cui tutti facciamo parte, in cui non può contare l’azione di un singolo, ma bensì la presa di coscienza collettiva), si passa ad una reazione di gruppo, riprendendo così i toni de La Canzone di Maggio iniziale: Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va, e abbiam deciso di imprigionarli durante l’ora di libertà, venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta la nostra ultima canzone che vi ripete un’altra volta per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Quanto cazzo manca De André oggi…

Capitano Quint

  1. Introduzione
  2. Canzone del maggio
  3. La bomba in testa
  4. Al ballo mascherato
  5. Sogno numero due
  6. Canzone del padre
  7. Il bombarolo
  8. Verranno a chiederti del nostro amore
  9. Nella mia ora di libertà

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Parklife

Blur, 1994, Food.

La domanda delle domande per un inglese negli anni ’90: Oasis o Blur? Domandona. Io preferisco(vo) quelli di Manchester, forse perché li conosco meglio; ma la bilancia è molto mobile, i pesi possono spostarsi facilmente da un piatto all’altro. Questo perché alla fine è impossibile fare una scelta tra due gruppi che, sebbene appartengano alla stessa corrente musicale – quell’onda britpop che a metà dei ’90 ha vissuto il suo momento d’oro – hanno tirato fuori due stili musicali totalmente differenti, tematiche comprese. I Blur forse sono sempre stati un po’ più inseriti nel contesto socio-politico del periodo, le loro canzoni non erano mai fini a se stesse; magari la band di Colchester poteva sembrare snob o più da “universitari”, meno accessibili rispetto agli Oasis (per quanto la musica popular possa essere inaccessibile), ma alla fine le etichette non contano un cazzo quando ci si trova davanti a un ottimo album, sicuramente uno dei migliori nel suo genere.

Questo anche grazie a tutto quello che si respira nel Regno Unito, dove le band che nascono non sono mai banali, mai ripetitive, mai omologate; è proprio una concezione della musica intesa come sperimentazione diversa dalla nostra, lì non suonano per sfondare, suonano per suonare. Il britpop è un ceppo che si rigenera continuamente, basta pensare alla nascita dei Coldplay, che hanno preso tutto quello che di buono aveva da offrire la scena musicale britannica di fine anni ’90 per sviluppare a qualcosa di nuovo, o ancora i Radiohead. Comunque, passiamo a Parklife.

La copertina è favolosa: due cagnacci incazzati che corrono all’ippodromo. Di solito le copertine non sono mai un granché (tipo quelle degli Oasis che sanno di poco), invece i Blur (o chi per loro) hanno sempre pensato a fare qualcosa di diverso. Sedici tracce sedici. Come tutti gli album, ci sono giusto quelle due – tre hit da classifica mandate in radio fino alla nausea, Girls & Boys e Parklife, che sì, son decisamente orecchiabili, musicali e ironiche, ma non sono le migliori dell’album, secondo me. Queste due fanno solo da apripista a una serie di tracce, dove si palesa l’eclettismo del gruppo, supportato da un continuo richiamo alle musicalità dei Beatles e un po’ di 80’s, che non fa mai male: in Badhead Damon Albarn canta dolcemente, una voce più rilassata, più tranquilla rispetto a Girls & Boys, in Clover over Dover Coxon si ricorda di essere un chitarrista dalla delicatezza inusuale, come in This Is a Low (una delle mie preferite) dove ci regala un assolo sporco anticonvenzionale. Mi piace tanto anche End Of a Century, canzone quasi scherzosa, una visione disincantata della fine del millennio, in fondo End of the century it’s nothing special. Con Lot 105 sembra di ascoltare i Meganoidi, pezzo molto raprap ska. L’unica ballad del disco è To The End, gran bella canzone, dal gusto quasi retrò. In Far Out c’è spazio anche per il bassista Alex James, che prende il posto di Albarn alla voce, 1:37 di parole ad minchiam, ogni tanto ci vòle anche questo.

Vitellozzo.

1. Girls & Boys
2. Tracy Jacks
3. End of a Century
4. Parklife
5. Bank Holiday
6. Badhead
7. The Debt Collector
8. Far Out
9. To the End
10. London Loves
11. Trouble in the Message Centre
12. Clover Over Dover
13. Magic America
14. Jubilee
15. This Is a Low
16. Lot 105

 

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Anima e Ghiaccio

Colle Der Fomento, 2007

Cappellini di squadre sportive americane (tutti grandi fan del baseball?), improbabili catene d’oro, gioielli e orologi ben in vista (senza scordarsi di sopracciglia depilate e make-up sempre in ordine), e canzoni che girano intorno al “io spacco, tu no, io sono qui con i miei fra, è meglio che resti dove sei”, sono per me quanto di più odioso possa offrire la scena italiana, alla ricerca di uno stile americano del quale afferma sempre di non voler essere una copia. Il problema non è l’America, anzi. L’hip-hop americano è una lezione, non un modello da copiare, e come tutte le lezioni c’è chi le capisce, e chi no. Tra i primi ci sono i Colle der Fomento che, dopo anni da Odio Pieno (1996) e Scienza Doppia H (1999), si autoproducono questo album: Anima e Ghiaccio. Danno e Masito al microfono, dj Baro alle basi (sostituendo Ice One) realizzano questo prodotto distinguendosi da tutti gli altri per intensità, temi trattati, e verità dei testi. A far capire subito i toni ci pensa l’intro: “questo nulla non ci annullerà in questa nuova era, Colle der Fomento brucia ogni bandiera per necessità” (concludendosi poi con una citazione dall’Accattone di Pasolini). La questione di uno Stato che non rappresenta il suo popolo,  attraversa molte tracce del disco, attingendo dai Public Enemy,  e invita la gente ad una resistenza contro le falsità di un sistema politico falso e corrotto (Sorridi, La Fenice). Ci sono poi tracce in cui le basi sono più ritmate, spingendo forte i tempi dell’hip-hop (Solo Amore, Benzina Sul Fuoco, Accannace) su cui si sviluppano le strofe di Masito e del maestro jedi Danno. Veramente due grandi autori. Nel disco ci sono tante partecipazioni di importanti esponenti della scena: Kaos, Turi, Mr.Phil, Squarta, Il Turco, Supremo 73. E proprio quest’ultimo (storico rapper della capitale, GDB Gente De Borgata) mette la sua firma su una strofa di uno dei pezzi più belli RM Confidential: gli impicci fanno parte del made in italy /più che arte una risposta a poteri ridicoli e inutili / la vita cambia pe tutti, è una questione de attimi / la meglio cosa che me dai, ce lo sai, so i battiti.

Il mio brano preferito tra tutte le 18 tracce, è Pioggia Sempre. La parte del Danno è un esempio per tutti i rapper che cercano sempre la rima ad effetto per chiudere una frase, scordandosi poi di trovare continuità nella strofa. Penso che il Danno sia il miglior autore di testi rap in Italia proprio perché sia negli album, sia nei freestyle (di un altro pianeta), riesce a portare a termine discorsi interi, non frasi separate, incastrando parole e rime con grande efficacia. Descrizioni perfette della condizione quotidiana: “Fanculo gli eroi, gli dei e i loro servi / è un mondo che fa a gara a riportarmi giù dai vermi / qua mi gioco i nervi ma ne va di tutta la mia integrità, e poi basta con sta scusa di essere pazienti”…”E il conto non va mai in pari tra banchieri e palazzinari / hai pagato per il sole e t’hanno dato solo temporali / è una sensazione a pelle di presa per il culo perenne / eh già, è pioggia sempre.”

Capitano Quint

  1. La forza… (intro)
  2. Ghetto chic
  3. Pioggia sempre
  4. Benzina sul fuoco
  5. Più forte delle bombe
  6. Capo di me stesso
  7. Solo amore
  8. Accannace
  9. La fenice feat. Kaos
  10. Questi giorni
  11. Punti di domanda feat. Il Turco
  12. This Joint Is For U (skit)
  13. Fratello dove sei?
  14. Sorridi
  15. Oggi sono chiunque
  16. RM Confidential feat. Supremo 73
  17. Più forte delle bombe (rmx)
  18. Anima e ghiaccio (outro)

 

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Them Crooked Vultures

Them Crooked Vultures, 2009

Non sono mai stato convinto dalle superband, quei gruppi formati da vari artisti famosi, che si staccano per un momento dai loro gruppi originari per dar vita a un progetto, che spesso lascia il tempo che trova, ovvero una grande pubblicità, un buon singolo, e un album che si perde nel tempo. Spesso, secondo me, il problema è il numero dei componenti, come la Rockestra messa insieme da Paul McCartney (o meglio, dal suo sosia) che riuniva Bonham, Townshend, Gilmour, Gary Brooker, e tanti altri, tutti di primissimo livello, che messi insieme in 3 minuti di singolo, mi sembrano un po’ schiacciati l’uno dalla grandezza dell’altro. Capita invece a volte che l’assortimento del gruppo sia riuscito, grazie alla volontà di due musicisti di suonare con un gigante del rock, e soprattutto dalla voglia di quest’ultimo di divertirsi ancora.

Them Crooked Vultures (quegli storti avvoltoi?) sono Josh Homme, voce e chitarra dei Queens of the Stone Age, Dave Grohl, dei Foo Fighters, che torna alla batteria dove aveva iniziato con i Nirvana, e Mr. JPJ John Paul Jones, ragazzo del ’46 che ha fatto la storia del rock suonando il basso nei Led fuckin Zeppelin. L’album omonimo si annuncia come una chicca fin dalla grafica, e se ci si aspetta una sola cosa, la soddisfazione è immensa: abbiamo l’hard rock anche nel 2009. E il bello è che non c’è da chiedersi quale dei tre componenti influenzi di più lo stile della band, perché tutti hanno solo voglia di suonare qualcosa di nuovo. Sarebbe stato troppo scontato ricercare le sonorità degli Zep, e di quel rock anni ’70, più difficile invece è fare qualcosa di diverso, di funzionale, e mantenere lo stesso livello per 13 tracce. Si nota infatti come non ci siano canzoni che si distinguono maggiormente dalle altre, non ci sono singoli da radio, canzoni per fare numero, o gemme nascoste: tutti i brani hanno la stessa carica e la stessa capacità di appagare l’ascoltatore.

Forse sì, lo stile più riconoscibile è quello dei Queens of the Stone Age, anche perché Homme è l’autore dei testi, e le parti di chitarra sono più o meno quelle, ma Dave Grohl picchia forte sulla batteria marcando pesantemente i toni, Jones esegue delle linee di basso da maestro, e quando va tutto bene in questo modo c’è anche poco da dire. Le mie preferite sono Elephants, Reptiles, e Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up, ma proprio per citarne tre forzatamente. Si spera in un secondo album, che dovrebbe essere confermato, e intanto da fan affido ai Foo Fighters il compito di salvare il genere.

Capitano Quint

  1. No One Loves Me & Neither Do I
  2. Mind Eraser, No Chaser
  3. New Fang
  4. Dead End Friends
  5. Elephants
  6. Scumbag Blues
  7. Bandoliers
  8. Reptiles
  9. Interlude with Ludes
  10. Warsaw or the First Breath You Take After You Give Up
  11. Caligulove
  12. Gunman
  13. Spinning in Daffodils

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Unknown Pleasures

Joy Division, 1979

I Sex Pistols riuscirono a cambiare la musica in 4 anni. L’ultimo album di inediti è del ’79. Cinque mesi dopo escono i Joy Division che cambieranno la musica in 2 anni, con 2 album. Ai Sex Pistols sono sicuramente legati, ma il loro punk è molto più curato musicalmente, introducendo melodie che daranno il via a tutto quel filone che negli anni 80 prenderà i nomi di post-punk, e new wave, anche grazie ai tre componenti Bernard Sumner, Peter Hook, e Stephen Morris che formeranno i New Order. Il quarto componente è il cantante e leader, Ian Curtis. Decide di impiccarsi a 23 anni, dopo aver sofferto di epilessia e depressione. Due album e qualche inedito sono tutto quello che ci ha lasciato, ma sono di un livello unico, probabilmente anche grazie alla sua figura così misteriosa e tormentata.

Unknown Pleasures è l’album d’esordio, e non c’è niente di meglio che esordire con una copertina rimasta nella storia della musica e della grafica. Linee bianche su sfondo nero riprese da un libro di astronomia. Nessuna scritta. 10 tracce sofferte e oscure. La prima è Disorder, ed è forse quella più leggera, in confronto alle altre così ritmicamente pesanti come New Dawn Fades e I Remeber Nothing. Fondamentali sono soprattutto il basso e la batteria che disegnano un ambiente cupo che a volte esplode con rabbia in brani come Shadowplay (per me la migliore), dove si può sentire una grande parte di chitarra. Tutto però è segnato dalla straziante voce di Curtis, sofferente, malinconica, perfetta. Sentirlo cantare “Ed ero in cerca di un mio amico/E non avevo tempo da perdere/ Già, in cerca di alcuni miei amici” (Interzone) e pensare che si impiccato a 23 anni è veramente angosciante. In queste canzoni e nel successivo album Closer, si avverte tutta la grandezza della sua personalità, così fragile, ma incisiva. Dal lato oscuro dei Joy Division nasceranno direttamente i New Order e le loro sonorità new wave, ma la loro influenza è evidente in tutto il decennio e non solo, in gruppi come i The Cure, i Bauhaus e gli Psychedelic Furs, (e ad onorare il post-punk in Italia i Diaframma).

A tutti i finti gruppetti punk-dark-merda-emo, con occhi truccati e vestiti alla moda, e a tutti quelli che li ascoltano, ritrovando in essi i loro dolori adolescenziali, dedico l’ascolto di questo album, con la consapevolezza, e la personale gioia, che non vi piacerà.

Capitano Quint

  1. Disorder
  2. Day of the Lords
  3. Candidate
  4. Insight
  5. New Dawn Fades
  6. She’s Lost Control
  7. Shadowplay
  8. Wilderness
  9. Interzone
  10. I Remember Nothing

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Fragile

Yes, 1971

Progressive rock, rock psichedelico, sinfonico, le definizioni possono essere tante ma fondamentalmente tutte inutili. Sono gli Yes, musica vera.
A due anni dall’esordio, arrivano nel ‘71 già al loro quarto album (perché una volta si produceva tanto, non a scopi commerciali, ma perché i gruppi creavano tanto), e si presentano con un decisivo cambio di formazione: alle tastiere c’è Rick Wakeman, che farà fare il salto di qualità alla band.Il resto del gruppo è formato da Jon Anderson, cantante e autore, Steve Howe alla chitarra, Bill Bruford, batterista, e Chris Squire, tra i migliori bassisti di sempre. Wakeman aggiungerà al gruppo quelle melodie che trasportano l’ascoltatore attraverso tutto il brano, offrendo cambi di ritmo continui e grandi scambi tra tastiera e chitarra. Secondo me lui si gioca il primo posto alle tastiere con Keith Emerson degli ELP, e Jon Lord dei Deep Purple.

La grandezza dell’album si capisce dalla prima traccia, Roundabout, 8minuti e 30 di perfezione. Capita che spesso il basso sia coperto dagli altri strumenti, ma qui Chris Squire lo fa suonare veramente forte, aiutando il ritmo coinvolgente. Un grandissimo pezzo. Secondo brano, Cans And Brahms, assolo di organo di Wakeman che riprende una sinfonia di Brahms. Eh ma proprio il ragazzo non sa suonare.Quando un album è composto bene lo vedi dalle piccole cose: al pezzo We Have Heaven, di cui è facile intuire l’atmosfera, segue South Side Of The Sky che, per sottolineare un cambio di umore, inizia con i suoni di una tempesta, vento, tuoni, e batteria, e prosegue restando su un rock più aggressivo. Altri tre pezzi degni di nota sono The Fish (Shindleria Praematurus) per gli effetti sonori di un altro pianeta, Mood For A Day, arpeggio alla chitarra di Steve Howe elegantissimo, e infine la traccia che chiude l’album: Heart Of The Sunrise, la canzone più complessa, che sfrutta circa undici minuti con una grande carica che solo grandi musicisti possono gestire.

Vorrei sottolineare come l’album sia composto da brani che durano 8, 9, 10 minuti, e altri di 2, 1, o 30 secondi, tempi che oggi sono impensabili per il mercato, della serie cazzo ce ne frega della radio…o forse una volta anche in radio davano la Musica. Con questo album inizia inoltre la collaborazione con il pittore Roger Dean, che per quanto io odi il genere fantasy cosmico, trovo perfetto per le copertine e le atmosfere degli Yes.

Capitano Quint

1.Roundabout 8:30

2.Cans and Brahms 1:38

3.We Have Heaven 1:40

4.South Side of the Sky 8:02

5.Five Per Cent for Nothing 0:35

6.Long Distance Runaround 3:30

7.The Fish (Schindleria Praematurus) 2:39

8.Mood for a Day 3:00

9.Heart of the Sunrise 11:27

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(What’s The Story) Morning Glory

Oasis, 1995, Epic.

Giù il cappello ragazzi. Siamo di fronte a uno degli album migliori degli ultimi vent’anni. Respiro profondo, prendetevi cinque minuti per attutire il colpo (lo so non è facile) e poi, se vi va, continuate a leggere. C’è chi li ha definiti rock, chi alternative, chi brit pop. C’è chi non li sopporta, c’è chi li ama, c’è chi non li conosce, c’è che gli Oasis hanno cantato una generazione. Assioma incontestabile e assoluto.

Se la gente pensava che gli Oasis si sarebbero accontentati per il successo del loro album d’esordio Definitely Maybe (1995) – disco subito al primo posto e maggior numero di copie vendute in un giorno – dovevano ancora imparare a conoscere i fratelli terribili Liam (voce) e Noel (chitarra) Gallagher,  vera anima del gruppo (gli altri membri fanno solo da corollario – Paul Arthurs, chitarra, Paul McGuigan, basso, Alan White, batteria). Arroganti fino alla nausea, presuntuosi, rissosi, scontrosi, distruttivi con gli altri e con se stessi, il duo di Manchester punta in alto, Rock’N’Roll Star baby, profetico. 1995. La consacrazione. In mezzo a mille polemiche (il periodo della “Guerra delle Band” con i Blur), esce (What’s the story) Morning glory. Chi aveva dei dubbi sul talento del gruppo? L’uscita è da quella parte prego.

Con quest’album gli Oasis raggiungono l’apice creativo della loro musica, tutti i progetti che verranno dopo saranno solo rimasugli sudici, fetticci, arti tranciati dello stesso Morning glory. Grosso merito del successo dell’album, così come del primo, va dato a Noel (Liam, ti voglio bene lo sai, ma questa è un’altra storia), paroliere della band senza il quale gli Oasis si chiamerebbero ancora Rain, e suonerebbero in localini miseri e merdosi di Manchester.

Passiamo all’album. Si comincia con Hello, molto rock,  eccoci, siamo gli Oasis, suoniamo come ci pare, accordi semplici, testi ancora di più, parole strascicate, strofe ripetitive, narcotizzanti e ipnotiche. Calma ragazzi, questo non è un album serio, prendiamocela comoda, cosi come nella vita You gotta roll with it /You gotta take your time/ You gotta say what you say /Don’t let anybody get in your way (Roll with it). Eh si, però c’è l’amore, quello magari un pensierino più serio ci si può anche fare sopra no? Via su, va bene, vorrà dire che nell’album ci si mette Wonderwall  tanto per gradire (4:18 di grande musica, da molti considerata la canzone migliore della band). Io, però, preferisco quella che vien dopo, tale Don’t look back in anger , tanto Beatles in questa canzone, più che nelle altre secondo me, dove comunque sono sempre presenti, anche troppo. Don’t look back in anger allora, un po’ meno Beatles e l’album era perfect. Vabbè.

Hey Now! e Some might say, rime incatenate, (mani) incrociate dietro la schiena mentre le si cantano, e andare. Belle cariche queste.  Ecco, appunto, fermiamoci un secondo e riprendiamo fiato. Atmosfere tranquille e sognanti con Cast No Shadow (dedicata a Richard Ashcroft), roba seria, pensieri profondi Here’s a thought for every man who tries to understand what is in his hands . He walks along the open road of Love & Life, surviving if he can (pezzo discreto, ma troppo troppo ripetitivo, in questo caso stanca) . Il disco (She) is Electric, ma lo diventa davvero con la “drogata” Morning Glory (il testo più corto insieme a Cast No Shadow), casino incredibile, si fa fatica a distinguere gli strumenti, un suono uniforme che lascia poco spazio per sentire, che non si fa sentire, che devo risentire.

Siamo alla fine. Festeggiamo quest’album con uno sciampagnino magari, giusto il tempo di Champagne Supernova, ballata molto bella, un po’ troppo urlata verso la fine, ma anche questo è un marchio di fabbrica Gallagher.

Sogni di Rock & Roll con (What’s the story) Morning Glory, chi non vorrebbe ritrovarsi intrappolato sotto una frana in una supernova di champagne nello spazio? Io si cazzo.

Due parole due sullo scioglimento: normale e doveroso. Quando un gruppo ha dato tutto quello che poteva dare, come in questo caso, è inutile continuare con robetta da serie B (Liam a quanto pare non l’ha capito con i Beady Eye). Meglio cambiare aria e provare a fare qualcosa di nuovo, almeno fino a quando gli Oasis non si renderanno conto che non è possibile fare l’impossibile.

Vitellozzo

  1. Hello – 3:22
  2. Roll With It – 4:00
  3. Wonderwall – 4:18
  4. Don’t Look Back in Anger – 4:48
  5. Hey Now! – 5:42
  6. Untitled Track – 0:44
  7. Some Might Say – 5:29
  8. Cast No Shadow – 4:52
  9. She’s Electric – 3:40
  10. Morning Glory – 5:03
  11. Untitled Track – 0:39
  12. Champagne Supernova – 7:27

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