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Radiofreccia

Luciano Ligabue, Ita, 1998, 112 min.

Trama: Il film è un ritratto della stagione delle radio libere nell’Italia degli anni ’70. Quando nel 1993 Radio Raptus sta per trasmettere per l’ultima volta,  Bruno (Luciano Federico), deejay della stessa emittente, richiama alla memoria la nascita di Radiofreccia (poi Radio Raptus), avvenuta anche per merito dei suoi amici Tito, Iena, Boris e Freccia (Stefano Accorsi) – dal quale la radio prese poi  il nome. Storia di una radio “di provincia”, attorno alla quale ruota la vita (di provincia anche questa) dei cinque amici, tra giornate al bar del paese, partitelle di calcio sopra le righe, musica rock e la droga, che proprio in quegli anni comincia a mietere le sue prime vittime tra i giovani.

Il Film: Premesso che non vado pazzo per Ligabue – anche se alcuni pezzi sono discreti, se ne salvano cinque o sei – mi tocca ammettere che il film è bellissimo. Non so come siano i racconti “Fuori e dentro il borgo”,dai quali è tratta la pellicola, ma il risultato è ottimo. La storia non è banale (per un film italiano già questo sarebbe sufficiente), l’ambientazione anche, gli attori bravi tutti, e soprattutto la colonna sonora da seghe (David Bowie, Iggy Pop, Lou Reed, Lynyrd Skynyrd…). Non so quanto abbiano speso per i diritti, ma sono stati spesi bene fino all’ultimo centesimo. Accorsi qui è perfetto, ci sguazza dentro alla grande, sempre irrequieto, sempre sfavato, sempre incazzato….bravo. Il “credo” di Freccia sarebbe da ascoltare tutte le mattine prima di cominciare la giornata. Tanta cura dei particolari per rievocare al meglio gli anni della new wave, e tanta tanta cura nel dare ai personaggi del film  una collocazione credibile all’interno della storia (menzione speciale a Iena, perché “Lo Stronzo” esalta sempre). Francesco Guccini che fa il barista scontroso e ironico ci sta benissimo, come tutta quella serie di personaggi strani, che da sempre popolano i paesini di provincia e restano nella memoria. Finale da lacrima, l’immagine di Freccia tra “due fuochi” vale da sola il prezzo del tempo perso (cioè guadagnato) nel vedere questo film.

 Voto: 7,5. Nastro d’argento, David di Donatello per il miglior regista esordiente e 3 Globi d’oro (stampa estera): film, regia e musica. Premio Amidei e Ciak d’oro ad Accorsi. Penso sia sufficiente.

Vitellozzo.

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Rusty il Selvaggio – Rumble Fish

Francis Ford Coppola, Usa, 1983, 94 min.

Trama: Anni Sessanta. Matt Dillon è Rusty, un sedicenne sempre incazzato e rissoso che vive in una piccola cittadina industriale. Da vero bulletto di quartiere trascorre le sue giornate tra sbronze, scazzottate e ragazze, fregandosene della scuola, dalla quale viene espulso, fregandosene della famiglia (con la madre che lo ha abbandonato e il padre alcolizzato, uno splendido Denis Hopper), cercando di imitare in ogni modo il mito del fratello maggiore Mickey Rourke (nel film non ha un nome, è semplicemente “Quello con la moto”), il quale, prima che se andasse in California, era temuto e rispettato, autore di imprese memorabili, protagonista di lotte tra bande di cui ancora si parla. Rusty, come “capo” di una banda di ragazzini, cerca di rivivere quell’atmosfera, ed è felice quando una sera vede ritornare “Quello con la moto” dal suo lungo viaggio. Crede di poter rivivere il passato assieme a lui e, nelle sue fantasie, di prendere il controllo della città: si sbaglia, di grosso. Il fratello, infatti, è cambiato. Non è più quello di un tempo. E poi, in California, ha rivisto la madre, ha vissuto tante esperienze, le donne, la droga…niente è più come prima.

Il Film: Il titolo originale del film è Rumble Fish (“Pesce Tuono”), da quella specie  di piccoli pesciolini siamesi che attaccano i loro simili. Ora, in America fanno tante cazzate, in generale, ma se c’è una cosa di cui uno non può dubitare è la giustezza dei titoli dei film: se il film si chiama Rumble Fish c’è un perché. In Italia, invece, siamo bravi in tante cose, e da quanto siamo bravi, spesso e volentieri ci piace anche cambiare il nome alle pellicole, pensando di fare la cosa più normale del mondo. No. Sbagliato. Sbagliato cazzo. Perché se uno legge “Rusty il Selvaggio” 1) pensa che sia solo un filmetto su un ragazzino che fa un po’ i’ganzo (e si ferma lì) e 2) non capisce perché gli unici soggetti in tutto il film che sono colorati siano – per l’appunto – i pesci tuono. Perché, sì, è un film in bianco e nero.

Continuazione naturale de “I Ragazzi della 56esima Strada”, come il suo predecessore, “Rumble Fish” lancia diversi attori che poi diventeranno star hollywoodiane di tutto rispetto, tipo Matt Dillon, Mikey Rourke, Diane Lane (che interpreta la ragazza di Rusty) e Nicolas Cage (eh oh, non c’è versi, Cage è ovunque). Hopper non  ce lo metto tra questi, altra generazione, altra stoffa. Ottima la fotografia che gioca molto sul chiaro/scuro, dai toni volutamente marcati, l’uso del grandangolo è magistrale. Anche la colonna sonora – messa in mano a Copeland (batterista dei Police) – fa la sua figura. Di cosa parla il film: di tutto e niente. Ed è proprio la possibilità delle diverse interpretazioni la sua forza. Chi vede l’aspetto principale nella storia di Rusty, uno scorcio della sua vita di adolescente irrequieto, il suo disagio giovanile, non sbaglia. Chi vede, invece, al centro di tutto la frantumazione di una famiglia (madre fuggita, padre distrutto, fratello criminale, altro fratello sparito) non sbaglia neanche lì, come non credo di aver sbagliato io, che ho visto nella figura di Rourke – secondo me vero protagonista del film – la completa disillusione di una generazione che si è persa: la California è come…come una bella ragazza…bella e scatenata che si fa di eroina, ed è talmente fatta che pensa di essere in cima al mondo, e non sa che sta morendo, anche se le fai vedere i buchi..Immagine mai tanto diretta, mai tanto violenta, ma vera, dei giovani di quegli anni (metà dei ’60 primi ’70). Ma la protesta e il disgusto verso un mondo che si odia si allargano. Quando Rourke, nel finale, ruba e i pesci tuono per buttarli nel fiume lo fa per una ragione, lo fa perché convinto che i rumble fishes messi uno contro l’altro, chiusi, vicini, senza alternative, si mangino a vicenda, ma che liberi nel fiume, dove gli spazi sono illimitati, dove le strade sono libere e infinite, possano sopravvivere: non combatterebbero se fossero nel fiume, se avessero più spazio. Una conferma della dimensione atemporale dei personaggi è data anche dal paesaggio del film: un cielo con le nuvole che scorrono veloci, quasi come se fossero un universo parallelo, e un fumo etereo che, in certe scene,  avvolge i protagonisti, al di là di ogni contesto tangibile. A voi capire che cosa sia il Rumble Fish, anche se non ci vuole un genio.

 Voto: 7,5. Va visto più di una volta per capirlo per bene. Basta vederlo una volta sola per capire la bellezza della scena finale, con tutta la gente del paese che accorre da “Quello con la moto” dopo aver sentito gli spari e si conclude con Rusty, solo, dopo tanto clamore, solo, all’alba davanti al mare, con la moto del fratello.

Vitellozzo.

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