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This Must Be The Place

Paolo Sorrentino, 2011, Ita/Fra/Irl, 118 min

Trama: Cheyenne (Sean Penn) è un ex rock star ricchissima che abita in una megavilla in Irlanda con la moglie e si porta dietro 30 anni di inattività e gli evidenti segni di una vita fatta di abusi di ogni tipo, ma orgogliosamente priva di sigarette e di moderne tecnologie. L’imminente morte del padre lo porta in America, anche se tra i due non vi erano ormai rapporti da molti anni. Da qui la volontà di fare qualcosa per lui dopo la sua morte: trovare il nazista che ad Auschwitz lo tormentò e che per tutta la vita aveva ricercato.

Il Film: Leggendo varie recensioni sul web ho riscontrato tanti pareri non troppo esaltanti riguardo a questo lavoro di Paolo Sorrentino, ma sinceramente non ne vedo il motivo, se non quello di fare i finti moralisti che criticano il regista perché non è stato incisivo come ne Il Divo. Sembra che per forza Sorrentino debba fare sempre lo stesso film con lo stesso attore. Dico subito però che il regista napoletano cade un paio di volte nei più classici e retorici errori del cinema italiano, come ad esempio far dire a Cheyenne che il miglior caffè del mondo è solo quello di Napoli, oppure aggiungendo un’ultima scena finale che descrive abbastanza inutilmente una conclusione bellissima della storia, che era già comprensibile ed esplicita pochi attimi prima. Perché il cinema italiano deve sempre spiegare con retorica e voci fuoricampo, però vabbè, ci siamo abituati. Il film comunque è bello davvero, spesso divertente grazie all’incredibile bravura di Sean Penn, e poco importa se c’è qualche fenomeno che di corsa fa notare che il trucco lo rende troppo simile a Robert Smith dei Cure (davvero dei fenomeni, non se ne era accorto nessuno eh), quello che conta sono gli atteggiamenti, la camminata, e una risata che da sola meritava una statuetta agli Oscar. Ma come si può criticare un film che presenta al grande pubblico una band che si chiama i “Pezzi di Merda” (“ci abbiamo messo sei mesi per trovare il nome”), come si può criticare un film che nelle 17 perle della colonna sonora ha come brano più banale The Passenger di Iggy Pop, come si può criticare un film che regala un David Byrne (a cui sono affidate le musiche) in completo bianco che sembra un alieno appena sbarcato da un altro pianeta. Un pianeta chiamato “anni 80” in cui Cheyenne e la sua band erano gli esponenti dark punk pop, e in cui tutto sembra essersi fermato per lui dopo la morte di alcuni suoi fan. Il cantante si ritira dalle scene e soprattutto si ritira in se stesso evitando qualsiasi contatto con l’esterno, stando lontano da aerei e telefonini (“non avrò mai un cellulare!”, stima assoluta), e snobbando gli Mtv Awards, ma confidandosi solo con la moglie e con una giovane ragazza dark sua amica. Ecco quindi che il viaggio che intraprende attraverso tutta l’America alla ricerca del nazista che torturò il padre, non è altro che un pretesto per mostrare una maturazione del personaggio, attraverso l’incontro con una donna e suo figlio, con un imprenditore idiota che gli presta l’amato pick-up (giustamente finito poi in fiamme), con un cinico cacciatore ebreo di nazisti, con l’inventore del trolley, trascinato per tutto il viaggio, fino all’incontro conclusivo con il vecchio tedesco, scoprire il vero motivo dell’odio del padre nei suoi confronti, e agire come un uomo cambiato, diverso, nuovo, per poi accendersi una sigaretta e prendere l’aereo per tornare a casa. Poteva finire qui, e invece ci fanno anche vedere lui ripulito dal trucco, con i capelli classici “alla Sean Penn” e un sorriso da vero lieto fine all’italiana. Va bene lo stesso Paolino dai.

Voto 7.5: Divertente, toccante, profondo, una volta ogni tanto capita un bel film italiano. Nota di merito alla fotografia che mostra stupendi paesaggi incontaminati, e desolate periferie americane. Mi tocca fare i complimenti a Sorrentino…meno difficile invece farli a Sean Penn e David Byrne.

Capitano Quint

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L’Amico di Famiglia

Paolo Sorrentino, Ita/Fra, 2006, 110 min.

Trama: Geremia (Giacomo Rizzo) è un settantenne di un paesino dell’Agro Pontino, dall’aspetto bizzarro, quasi sgradevole, e dalla vita miserabile. Senza amici, vive assieme alla madre inferma in un appartamento privo di tutto, e gestisce una piccola sartoria. L’attività più proficua non è però quella del sarto, bensì quella dell’usura: Geremia è uno strozzino. Nella sua professione non è solo, ma sempre affiancato da Gino (Fabrizio Bentivoglio), la persona che più si avvicina a un amico e che si occupa di reperire informazioni sulla solvibilità di coloro che vengono a chiedere prestiti. Presta denaro – solitamente piccole somme – a persone che ne hanno bisogno per le ragioni più disparate, chi per motivi di salute, chi per pagare il matrimonio della figlia Laura Chiatti. L’interesse, ovviamente, è altissimo, e se all’inizio l’uomo si mostra bendisposto ad aiutare i malcapitati debitori (lui stesso si definisce “un amico di famiglia, Geremia Cuoredoro”), quando insorgono i primi ostacoli nel pagamento, il buon Geremia mostra la sua mostruosità, il lato più bieco e nascosto, rivelando tutta la sua natura corrotta.

Il Film: Ultimamente un po’ tutti incensano Sorrentino. Grande sceneggiatore, Grande regista, Grande Grandissimo. E’ vero, è bravo, però mi sembra tutto eccessivo, e non sempre meritato. Cazzo, alla fine quanti film ha fatto? Quattro? Cinque? L’aspetto ai’ varco quando farà una puttanata, perché la farà. Sicuro.

Magari il prossimo varco però, perché questo è un gran film. Storia quanto mai attuale, da un lato Sorrentino ci mostra le condizioni e i meccanismi umani dietro cui si cela la scelta di ricorrere all’usura, senza filtri. L’altra faccia della medaglia è il pensiero distorto e marcio della visione della vita di Geremia de’Geremei, un bravissimo Rizzo, che ci regala un personaggio unico: un po’ macchietta – con quella camminata quasi da malato mentale – un po’ bambino  – vive ancora con la madre/padrona che lo consiglia e lo giudica – spietato e cinico verso le disgrazie degli altri. Da personaggio assolutamente negativo e abietto ( la Chiatti gli si concede in cambio di un abbassamento degli interessi che gravano sul padre di lei per pagare le spese del suo matrimonio), durante il film, piano piano, scopriamo però che sì, Geremia è quello che è – un pezzo di merda – ma tutti gli altri personaggi che gli girano attorno (perfino i suoi stessi debitori) non sono da meno, con la differenza che la loro natura è ancora più nascosta, e per questo più schifosa. Alla fine non c’è una figura positiva che si contrappone alla negativa. Qui sono tutti colpevoli, tutti ugualmente coinvolti, tutti legati dall’appartenenza a un mondo che non pone limiti alla cattiveria e al doppiogiochismo. Se anche lo stesso Bentivoglio, assistente fidato di Geremia, poteva in un primo momento essere considerato una figura se non “nera” almeno “grigia”, nel finale cambia tutto, si capovolge la storia, e Gino, da passivo/impotente intendente si trasforma in machiavellico cospiratore, progettando (assieme alla Chiatti) un piano beffardo e distruttivo per Geremia. Non si salva nessuno in questa visione amara del Mondo, uno spicchio di realtà quotidiana, che, pensandoci bene, tanto spicchio non è.

 Voto: 7+. Non stona che il film sia stato tra i candidati al Leone D’Oro. Bravi tutti. Regista e attori. Su Rizzo ho detto tutto, Bentivoglio è difficile (ma non impossibile) che faccia delle cagate, e sulla Laurina sono rimasto piacevolmente sorpreso: se proprio si impegna, ogni tanto sa anche recitare, oltre a essere bellabella. Ma bella eh.

Vitellozzo.

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