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Remember Me

Allen Coulter, Usa, 2010, 113 min.

Trama: Robert Pattinson è Tyler, ragazzo irrequieto e ribelle dal difficile rapporto con il ricco padre, il quale ha perso il primogenito prediletto (suicidio) e si è dimenticato degli altri figli, segnato per sempre dal trauma della perdita. Dall’altra parte abbiamo Ally (Emilie de Ravin), diciannovenne timida e riservata che ha perso la madre, rapinata e uccisa da due malviventi alla fermata della metropolitana – la stessa Ally era presente – quando la ragazza era solo una bambina; cresciuta  con il padre poliziotto, un Chris Cooper iperprotettivo che tiene la figlia in una bolla ovattata lontano dal mondo per paura di perderla  come la moglie, la ragazza passa le sue giornate estremamente sola.

Ora, mi fermo qui con la storia: è palese che i due ragazzi si incontreranno e nascerà l’ammoore, come è palese che le cose prenderanno una piega non tanto felice, sennò sarebbe la solita pellicola zuccherosa gnignigni. A pensarci  bene, visto il risultato di questo pseudo dramma giovanile, sarebbe stato meglio.

Il Film: Puttanata. Parto dalla fine: finale da denuncia, gli ultimi cinque minuti di film sono un delirio. Epilogo più merdoso di questo è difficile da concepire. Anche se vi rovino il film ve lo devo dire: lui muore (eeeh davvero) perché è andato a parlare coi su babbo, il quale babbino ha la sua attività nelle Torri Gemelle, e proprio quando il figliol prodigo sta aspettando che suo padre arrivi in ufficio per ricucire il rapporto, il nostro Robert schianta perché le Twin Towers sono colpite proprio in quel momento da un attacco terroristico: infatti, è l’11 settembre 2001. Solo ne finale si scopre che in realtà la storia non è ambientata ai giorni nostri, ma nel passato. Ora, io mi chiedo: ma come si fa? Che senso c’ha questo finale? Ma poi, perché inserirci la stronzata delle Torri Gemelle, a che scopo? Che cosa vuoi dire? C’era dumila modi più normali di far morire questo disperato, cazzo ne so, investito da una macchina, rapinato e ucciso da un criminale, un infarto mentre cammina, dargli fuoco con qualcosa, un proiettile vagante a caso, una qualche malattia; tutto tranne questo. Io capisco che oggi l’unico modo che hanno i registi/ sceneggiatori che non sanno scrivere storie è quello di metterci un finale alternativo d’impatto, qualcosa che faccia dire oh merda non me l’aspettavo (si può dire anche un’altra cosa eh, non è obbligatoria questa formula), però qui l’effetto è quanto di più brutto si possa vedere, rovinando irrimediabilmente il film. In verità, c’era poco da salvare anche prima. Sì, perché queste trame preconfezionate ormai cominciano a puzzare di carogna morta. Sempre la stessa pappa. Bel ragazzo con problemi trova la ragazza fica con problemi: a lui gli è morto il fratello maggiore, a lei la mamma, lui non ha più rapporti con il padre, lei ce n’ha uno violento e rompicoglioni. In pratica ci tocca sempre vedere chi vincerà la Fiera del Disgraziato: basta. Non ne posso più, alla fine mi vien l’orticaria a forza di vedere sempre le stesse dinamiche, lo stesso svolgersi della storia. Questo genere di film poteva essere tollerabile negli anni 80 e 90 (agli 80s si perdona tutto), ma ora no, passano gli anni e ancora nel genere in questione siamo a questo livello o poco più. Si salverà sì e no un film su dieci che escono ogni anno. C’è solo da piangere.

Peccato, perché non ho visto male nemmeno Robert Pattinson, rispetto a Twilight è un altro mondo; senza allargarsi troppo però, non gridiamo al miracolo. Infatti, resta scarso come sempre – da Edward Cullen bianchiccio siamo passati a Tyler bianchiccio e incazzato – ma il convento ora passa questo e ci si deve ciucciare. Il ragazzo di strada da fare ce n’ha ancora parecchia, scimmiotta James Dean senza essere James Dean e senza avere nessuna delle sue qualità. Comunque, considerando anche che uno come Cronenberg se l’è preso come attore protagonista di Cosmopolis qualcosa di buono ce lo deve pure avere. Aggiungiamo anche che il tema del disagio giovanile affrontato in questi termini ha leggermente rotto il cazzo. Sulla biondina non dico nulla tranne che in America le fiche le sanno scegliere come Dio comanda, nulla da obiettare. Cooper – che dovrebbe essere l’unico attore vero (me lo ricordo sempre nell’ottima interpretazione in American Beauty) – è risucchiato nel film che di per sé è scialbo, rendendo scialbo anche lui.

Voto:  4. Una merda. Punto.

Vitellozzo.

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Skid Row

Skid Row, 1989, Atlantic Records.

Oggi è sempre più difficile trovare in televisione un video di qualche hair-rock band anni ’80. Mi sembra quasi che la storia musicale recente voglia dimenticarsi di quella che secondo me è stata una parentesi felice, oltre che fenomeno culturale e di costume, periodo musicale che ha caratterizzato un epoca in maniera talmente marcata, che quasi ci si vergogna nel dire: il glam-metal spaccava. E alla grande. Ma visto che tendiamo a rivalutare qualsiasi evento sempre con il senno di poi, la gente con il senno di poi dice “eh si, ma la musica anni 80 per un buon 90% era spazzatura” e sempre con il senno di poi, “con quei capelli cotonati, tutti truccati come dei viados, fanno tenerezza” o anche “ma questo non è rock”. Sempre con il famoso senno, voglio rendere un po’ di giustizia a uno di questi gruppi, che – nonostante la breve durata – ha sfornato diversi grandi, grandissimi, pezzi: di merda, quelli che pensano che gli Skid Row non spaccassero i’culo.

Il significato del nome dell’album dice tutto: Skid Row, strada urbana malandata, decadente e in rovina, popolata da poveracci, alcolizzati e drogati. Questa band è uno degli ultimi squilli di tromba della stagione gloriosa e decisamente folle delle suddette hair band anni ’80 (ci metto anche i Motley Crue e i Poison, seppur di qualche gradino sopra, anche a livello di successo commerciale). Piccolo inciso: rispetto al nulla cosmico della scena musicale odierna – assenza totale di “personaggi rock incredibili” e “acconciature irragionevoli” – riesco solo a provare tanta amarezza, quella di non aver visto nemmeno un concerto dal vivo del genere, quei concerti con musiche corali da stadio, e tanta tanta fffffffoga. Skid Row è l’album d’esordio della band, che completa la sua formazione dopo un travaglio durato diversi mesi (non si trovava il frontman): Dave Sabo alla chitarra (“The Snake” per gli amici, soprannome immenso) e Rachel Bolan al basso, Rob Affuso alla batteria, Scotti Hill seconda chitarra e Sebastian Bach alla voce. Tracce grezze e aggressive, belle potenti, arricchite da Bach, che c’ha una voce da seghe, e che vedono la collaborazione e il sostegno di Bon Jovi – amico da sempre di Sabo – il quale ha dato un apporto decisivo per il successo del disco (quando si dice le amicizie ragguardevoli).

Si parte subito forte con Big Guns, dove Bach ci ricorda che i piaceri della rockstar non si fermano alla sola musica. Tema ripreso anche in Can’t Stand The Heartache e Sweet Little Sister, che possono essere prese ad esempio come “canzoni pilota” dello stile Skid Row: testi semplici e “leggeri”, musica negli schemi, schitarrate sudice a nastro, ritornelli orecchiabili, quasi pop, elementi che insieme creano una musica “corale” di massa, una musica che te la fa prendere bene (se siete cultori delle hair band te la fa prendere benissimo). Atmosfera festaiola e attaccabrighe con Piece Of Me – Sleazin’ in the city /Lookin’ for a fight / Got my heels and lookin’ pretty / On a Saturday night, night, night; aria che diventa più tranquilla, più profonda, ma ugualmente carica di tensione e rabbia con 18 And Life (uno dei pezzi migliori del gruppo): he married trouble and had a courtship with a gun/Bang Bang Shoot’em up, The party never ends. You can’t think of dying when the bottle’s your best friend . Tra le altre tracce dell’album, menzione speciale per Here I Am (close you eyes and i’ll be Superman!) e Remenber Me: l’unica ballad del disco in cui Bach canta evidentemente a palle strette. Midnight/Tornado mi foga sempre tanto, penso basti questo. Inutile dire che Skid Row è l’album migliore di Sabo e compagni, che agli inizi dei 90s, inizieranno un lento ma inesorabile declino, si salva solo il secondo album Slave To The Grind (1991), che comunque non raggiungerà mai il suo predecessore. Onore a voi, Youth Gone Wild fino alla fine.

Vitellozzo.

  1. Big Guns 3:36
  2. Sweet Little Sister 3:10
  3. Can’t Stand the Heartache 3:24
  4. Piece of Me 2:48
  5. 18 And Life 3:50
  6. Rattlesnake Shake 3:07
  7. Youth Gone Wild  3:18
  8. Here I Am 3:10
  9. Makin’ a Mess 3:38
  10. I Remember You 5:10
  11. Midnight/Tornado 4:17


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