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Giovanni Lindo Ferretti – live @Flog Firenze

copertinaCronaca di un Live. Firenze, Flog 8maggio2013. Giovanni Lindo Ferretti, A Cuor Contento. Avevo una sola immagine in testa di Giovanni Lindo Ferretti: lui completamente rasato. Sempre. L’ho visto con la cresta, con la scritta CCCP su un lato, ma rasato era l’unica certezza che avevo. Certezza spazzata via appena salito sul palco, con i capelli fluenti, rasati sopra la fronte e senza basette. Le mani in tasca, un’improbabile cravatta. 60anni, un uomo serio e serioso, con del punk nascosto da qualche parte.
Applausi scroscianti.

“Gentilissimo pubblico…ricordo, circa 25,26 anni fa, ero appeso qua ad urlare SPARA JURIJ! Non si sa mai, attenzione…”
Sapendo che non ci sarebbe stata la minima possibilità di vederlo appeso ad urlare, temevo invece un concerto all’estremo opposto, temevo letture, litanie, preghiere, secondo le notizie degli ultimi anni, che parlavano di un uomo molto religioso, in pace con se stesso, ovviamente lontano dai CCCP, e anche dai CSI.

E invece piacevolissima sorpresa. Lo trovo sempre FEDELE ALLA LINEA, con due musicisti, Ezio Bonicelli e Luca Rossi (ex Ustmamò), che danno tutto sul palco. In due per due chitarre, un basso, un violino, e un mac, eccezionali. Lui al centro, occhi chiusi, bocca attaccata al microfono, voce bassissima, tenebrosa, che poi si alza (magari non benissimo) per scandire le sue classiche parole, come TRRRREMA per un non so TRRREMA. A volte si stacca e si appoggia alla parete in fondo al palco. Mi viene da ridere per i commenti su internet di chi diceva che è la macchietta di se stesso, costretto per soldi a fare sempre le vecchie canzoni. Non me ne frega un cazzo. Me l’ha fatte tutte, tutte magnifiche, tutte dando il massimo

Ripescando il punk dei CCCP (la gente pogava eh), zittendo tutti con le atmosfere dei CSI, facendo cantare tutti con le più famose. Il bis che comprendeva Emilia Paranoica e Unità di Produzione ha finito la gola a tutta la Flog. E poi se l’era chiamata dall’inizio, non poteva non farla: SPARA, SPARA, SPAAARA!! Senza appendersi da nessuna parte, sciogliendosi alla fine in una specie di balletto.
Grande live, grande artista. Conforme a chi, conforme a cosa.

Capitano Quint

Scaletta (dovrebbe essere vera):

Canto Eroico
Tu Menti
Amandoti
Tomorrow
Mi Ami
Oh! Battagliero
And The Radio Plays
Radio Kabul
Polvere
Occidente
Cupe Vampe
Annarella
Del Mondo
Barbaro
Per Me Lo So
Irata
Ombra Brada
Emilia Paranoica
Unità di Produzione
Spara Jurij!

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CCCP Fedeli Alla Linea – Enjoy CCCP

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Un’erezione, un’erezione, un’erezione, un’erezione triste….per un coito molesto, per un coito modesto, per un coito molesto. Spermi, spermi, spermi, spermi indifferenti…per ingoi indigesti, per ingoi indigesti…

Si può iniziare un “best of” così?
Anzi, inizia ancora prima, con una copertina splendida: il contrasto tra la scritta CCCP sul marchio Coca Cola è qualcosa di stupendo.

1994, CCCP Fedeli Alla Linea, che ormai erano già diventati CSI, ma ci regalano questa raccolta dei loro primi album, quelli che dimostrano che il punk esisteva ampiamente anche in Italia.
Raccolta che si divide in due cd, Danza e Militanza, brani editi tra l’85 e i primi anni 90, alcuni completamente fuori di testa, altri molto profondi, tutti da ascoltare.
C’è un featuring e una cover con Amanda Lear, c’è Amandoti, che molti idioti continuano a pensare sia una canzone di Gianna Nannini, c’è Valium Tavor Serenase, c’è Huligani Dangereux, c’è Oh Battagliero (che consiglio però nella versione della colonna sonora di Tutti Giù Per Terra, con intro del poeta Carlo Monni: “non sei voluto diventare comunista, e non hai voglia nemmeno di fare soldi. Ma che bestia sei?!”)

Le più belle per me, la straziante Annarella, And The Radio Plays, ripresa anche nel live In Quiete, e Fedele alla Lira! Che oggi è quasi profetica.
A Giovanni Lindo Ferretti, e ai CSI va dato il merito inoltre di aver prodotto non solo queste perle, ma anche due gruppi: gli Ustmamò, e soprattutto i Disciplinata che restano un cult assoluto.
ENJOY!

Capitano Quint

questa apparizione in Rai vale tutto

Disco 1 – Danza

  1. Mi ami?
  2. Tomorrow (voulez-vous un rendez-vous) – con Amanda Lear
  3. Le qualità della danza
  4. Amandoti
  5. Oh! Battagliero
  6. Huligani dangereux
  7. And the radio plays
  8. Annarella
  9. Guerra e pace
  10. Inch’Allah – ça va (con Amanda Lear)
  11. Fedele alla lira
  12. Depressione Caspica

Disco 2 – Militanza

  1. Militanz
  2. A ja ljublju SSSR (Gimn sovetskogo sojuza)
  3. Conviene
  4. Noia (live – Baveno 1989)
  5. Emilia paranoica
  6. Manifesto
  7. Palestina (15/11/1988)
  8. Madre
  9. Valium Tavor Serenase
  10. Spara Jurij
  11. CCCP
  12. Radio Kabul

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Marta sui Tubi – Sushi e Coca

sushicocaChe spaccano sul serio ormai dovrebbe essere cosa nota a tutti. Che sono una delle migliori band italiane del momento, anche. Quindi mi levo subito l’argomento Sanremo, al quale il gruppo parteciperà quest’anno: il problema di Sanremo non è Sanremo, sono le canzoni che i cantanti portano a Sanremo. Finché ci sarà solo “sei bella come il sole, amore amore amore” cantata da Giggi, o da qualche profugo di Amici, sarà sempre un Sanremo di merda. Se poi i Marta Sui Tubi si uniformeranno a questo copione, allora saranno coglioni, però almeno diamogli fiducia, perché lavori come questo album, sono un piacere.

Compassione per tutti quelli che ascoltano i Negramaro, però oh dovete ascoltare questa roba, non c’è proprio paragone, come testi, come musica, come tutto. Innanzitutto complimenti per il nome, non siamo ai livelli de I Pezzi Di Merda, però il nosense va sempre premiato. Ma poi ascoltando La Spesa, come si fa a non accorgersi della bellezza del testo: “Un’altra sera a casa a masticare noia e surgelati, la tv vomitava acqua e colori, la luce dei pensieri spenta. Programmerò il mio amore artificialmente, scriverò un saggio su come perdere tempo senza sprecare nemmeno un minuto

So’ avanti. Punto. Canzoni come L’Unica Cosa, Cinestetica, sono da ascoltare di continuo. Alcune sono più serie, altre più profonde, secondo me si distinguono altre due o tre: Dio come sta? (“evidentemente assente”), Sushi e Coca (“Milano sushi e coca, Milano paga e scopa”), a anche Dominique Canzone di Gelosia (“e ti vedo ballare sporca puttana, o almeno così ora ti vedo”) con il cantato finale stile hardcore metal, che mi fa sempre ridere. Al di fuori di questo album volevo citare anche la canzone Cromatica, in collaborazione con Lucio Dalla, che è davvero ma davvero bella, testo incredibile.

  1. Arco e Sandali
  2. Cinestetica
  3. La Spesa
  4. Non lo Sanno
  5. Dio Come Sta?
  6. Lauto Ritratto
  7. L’Unica Cosa
  8. Dominique (canzone di gelosia)
  9. L’Aria Intorno
  10. Licantropo
  11. Sushi & Coca
  12. Pensieri a Sonagli

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Led Zeppelin – Dazed And Confused

LedZeppelinLedZeppelinalbumcoverEsistono tre versioni di questa canzone: l’originale, la copia, e la migliore.
Un po’ come dice De Niro in Casinò: “ci sono tre modi di fare le cose, il modo giusto, il modo sbagliato, e il modo in cui le faccio io”, e qui “io” sta per Jimmy Page.

Allora il brano è stato scritto e inciso per la prima volta nel 1967 da Jake Holmes, un brano folk, teso, chitarra e basso, frasi spezzate, ritmo che cala, e risale in un finale strumentale. Fortuna o sfortuna vuole che questo sconosciuto Jake Holmes, accompagni e apra l’anno successivo i concerti degli Yardbirds, che dopo aver perso Eric Clapton e Jeff Beck, avevano scelto come chitarra solista il giovane Jimmy Page. E insomma leggenda vuole che durante uno di questi concerti il gruppo sente la canzone di Holmes, e decide di farne una cover. In questa versione ci sono diverse novità: l’intro realizzato basso e batteria con qualche suono di chitarra, un clima più tendende all’hard rock, e la tecnica di Jimmy pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Grandissimo assolo, ma si può fare ancora meglio. Sciolti gli Yardbirds, nel ’68 c’è una band nuova che sta preparando il suo disco d’esordio. Jimmy è il chitarrista, Robert Plant il cantante, John Paul Jones il bassista, e Bonzo il batterista. Non ho idea di come fu gestita la questione diritti d’autore, ma quello che importa è che i 4 decidono di farne un’altra versione, la versione definitiva, inarrivabile, immensa.

Quando parte quella introduzione di JPJ sono sempre lacrime, poi la voce toccante di Plant e subito una prima esplosione di chitarra. Sei minuti e mezzo di piacere fisico. Tutto per arrivare a quando Jimmy, e Bonzo decidono di spaccare tutto, senza regole, senza limiti, solo picchiare duro. In una famosa versione live Page suona la chitarra con l’archetto di un violino, ti rapisce, poi parte Bonzo, e finisce il mondo. Quanto picchia nel finale non è spiegabile a parole. Ti dà na carica diocristo.

Capitano Quint

 

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Coda – Led Zeppelin

Led Zeppelin, 1982

Con “coda” in musica si intende la parte finale, la fine di un brano. Con questo album finisce molto di più di un brano. Quello che significa questo album lo possono capire solo quelli che anche a distanza di 30 anni continuano a passare pomeriggi interi ad ascoltare i Led Zeppelin. Esce nel 1982, a due anni di distanza dallo scioglimento del gruppo a causa della perdita di John Bonham, e contiene tracce rimaste inedite nel corso degli anni ’70. Il valore che assume quindi, se si pensa che sono gli ultimi colpi alla batteria di Bonzo che sentiremo, va al di là di un semplice ultimo disco. Questo è un omaggio, un tributo, con tanto tanto blues e rock di livelli superiori, che Plant, Page, e Jones, dedicano all’amico, e non c’è niente di più toccante.

La frase più famosa l’ha detta probabilmente Billy Joel: “Il Rock and Roll è morto il giorno in cui è morto John Bonham”, e forse è vero, o forse no, perché ogni volta che l’ascolti ti dà sempre la stessa carica diocristo e quindi magari non morirà mai, né il Rock, e nemmeno Bonzo. Quello che ha dato Bonham (morto, come Hendrix, soffocato nel proprio vomito) al rock non sto nemmeno a dirlo, mi interessa quello che ha dato a me, insieme ovviamente ai tre compagni: mi ha fatto divertire, mi ha fatto agitare, mi ha fatto godere di musica. Il successivo scioglimento è secondo me una delle cose più belle (e dolorose) mai successe nella musica, per quanto viene detto nel comunicato ufficiale: “non possiamo più continuare come eravamo”. In questa frase c’è tutto. Massimo rispetto per tutte le rock-star che continuano a suonare anche a 70 anni, massimo rispetto per le carriere soliste di Jimmy Page, e Robert Plant (meglio la seconda della prima), e un grande augurio a JPJ per l’avventura con i Them Crooked Voltures, ma la decisione di cessare il progetto Zeppelin è il più grande omaggio che potessero fare a Bonzo, l’anima del gruppo.

Riporto direttamente da Wikipedia un aneddoto: Nel 1976 si recò ubriaco nel backstage durante un concerto dei Deep Purple. Quando notò un microfono libero salì sul palco; il gruppo smise di suonare mentre Bonham urlava al microfono: “Sono John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che abbiamo un nuovo album in uscita: si chiama Presence e, cazzo, è fantastico!”. Prima di andarsene si voltò verso il chitarrista dei Deep Purple e lo insultò dicendo: “E per quanto riguarda Tommy Bolin, non sa suonare una merda!”. Ecco se mi devo immaginare Bonzo me lo immagino così: in cima al mondo, con tutte le altre rock band ai suoi piedi.

E per chi avesse ancora dei dubbi sulla sua immensità in questo album è presente Bonzo’s Montreux, assolo assoluto, assolutamente solo lui. Oh poi ci sono anche gli altri tre eh.

Capitano Quint

  1. We’re Gonna Groove – 2:38
  2. Poor Tom – 3:02
  3. I Can’t Quit You Baby (live) – 4:16
  4. Walter’s Walk – 4:31
  5. Ozone Baby – 3:35
  6. Darlene – 5:07
  7. Bonzo’s Montreux – 4:18
  8. Wearing and Tearing – 5:29

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Maggot Brain

Funkadelic, 1971

La canzone ha lo stesso nome dell’album del 71 firmato Funkadelic. Loro sono il gruppo più colorato, pazzo, estroso, e geniale del funk americano. Sono più o meno gli stessi componenti dei Parliament, guidati sempre dal leader assoluto George Clinton, una figura mitologica. Ritmo, vestiti colorati, tanto tanto casino, divertimento, erotismo, tutto il meglio della musica funk anni 60/70. L’album è bellissimo, Stupid Stupid è fortissima, così come Hit it and Quick It. Chi ha detto che una funk band non può suonare anche il rock?

Qui però le cose sono diverse. Questa canzone di nove, dieci minuti è qualcosa di più. Ascoltata in silenzio da solo, per quei dieci minuti, ti leva dal mondo. Anzi non va nemmeno ascoltata, va proprio sentita, sentita nello stomaco. Una leggera batteria accompagna la straziante chitarra di uno dei miei miti: Eddie Hazel.

La leggenda vuole che Clinton, sotto LSD, abbia detto ad Hazel: “suona come se tua madre fosse appena morta”. Sono i classici aneddoti del rock, nessuno sa se sia vero. Ma è sicuro che una volta finita la canzone si può dire: ha suonato come se sua madre fosse appena morta. La chitarra di Eddie è lancinante, ti fa stare male, ti entra in corpo come una lama. Per quei dieci minuti ti isola da tutto, non cala mai di tensione, non va mai sopra le righe. Uno dei più grandi assoli di sempre, eseguito da uno dei più grandi chitarristi di sempre. Quando si pensa ad un chitarrista nero chiaramente si pensa subito ad Hendrix, ecco, io qui voglio bestemmiare: a volte, ogni tanto, preferisco Hazel a Hendrix.

Eddie muore nel 1992, a 42 anni. L’album solista del 1977 Games, Dames and Guitar Thangs contiene varie perle e alcune cover come California Dreamin e I Want You dei Beatles, rifatte alla sua maniera. Altri tre album sono usciti postumi. Sapere che al suo funerale è stata suonata Maggot Brain mi ha condizionato ancora di più a pensare a lui ogni volta che la sento. Un grande pezzo, un grande artista.

Capitano Quint

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Appetite for Destruction

Guns N’ Roses, 1987, Geffen Records.

Quando mi sento un po’ giù ascolto i Guns. Quando mi sento su, invece, ascolto i Guns. Quando mi annoio, pensate un po’, ascolto i Guns. Quando in televisione mandano un video dei Guns, lo guardo sempre tutto, anche se è un video del cazzo (come November Rain o Don’t Cry tanto per non fare nomi). Tutto questo non perché i Guns siano il mio gruppo preferito, ma perché vederli e ascoltarli mi fa pensare a quella vita da rockstar forse più di qualsiasi altro gruppo (si salvano gli Zep, superiori in tutto, anche nel buttarsi via), quella vita che gente normale come me o come chi legge non vivrà mai, al di sopra delle regole, dove non c’è più giusto o sbagliato, ma solo intere generazioni di ragazzi che hanno passato anni ad ascoltare la tua musica, e di te li davanti a centomila stronzi a sonare, con la certezza che il concerto non finirà sul palco, ma continuerà nel backstage in mezzo ad alcol e signorine succinte e disinibite. Io li ascolto, e già il fatto di poter immaginare tutto questo, mi basta. Sì, mi accontento di poco.

Che poi la band di Los Angeles abbia saputo vendersi benone, ai giornalisti (pensate alla faida contro i Motley Crue), ai fan, ai media, è fuori questione. Però non si può dire che si siano tenuti, hanno dato tutto quello che potevano dare alla musica, si sono consumati nella mente e nel corpo (Steve Adler e Duff McKagan in particolare), non perdendo però l’aspetto del business, che in America conta molto più del talento. In effetti nella scena glam ’80 le street band come i Guns erano parecchie, ma allora perché gli altri non hanno sfondato? Ci vuole fortuna, fare una certa musica nel posto giusto al momento giusto, ci vogliono idee, ci vogliono le palle, certo anche due come Axl e Slash fanno sempre comodo per sfondare, e poi ci vuole un album d’esordio come Appetite For Destruction – che rimane la punta più alta raggiunta dalla band. Ripeto, la punta più alta, ineguagliato. Questo per togliere ogni dubbio circa i successivi Use Your Illusions: non c’è storia, era tutto già sentito, tutto già visto, bello il tour eh (immenso, di 2 anni), ottime le vendite (dovute più all’onda del precedente successo che all’effettivo valore degli album), ma il paragone con il loro primo lavoro non va nemmeno pensato. Altro mondo.

Quest’anno poi è il 25ennale dalla pubblicazione, sono obbligato a scrivere due righe, anche se fa caldo e mi sudano le palle. Su Welcome to the Jungle – pezzo che apre il disco – non dico niente, perché è già stato detto tutto: immenso, e nato quasi per caso, sull’impressione suscitata da un barbone incontrato per strada che urlò ad Axl e soci “you’re in the jungle baby! You’re gonna die!” (probabile leggenda metropolitana però ci voglio credere, d’altronde l’America è il paese delle possibilità). Siamo di fronte a un pezzo cardine dell’hard-rock. Possiamo dire comunque, che tutto l’album si muove lungo una trama decisamente rock, con pezzi di strada come Nightrain o Out Ta Get Me, dove le chitarre hanno il sopravvento in tutta la loro irruenza sonora, a Paradise City, dove – oltre al ritornello immortale – si sperimenta l’attacco corale, che verrà poi ripreso anche in lavori successivi (ad esempio Don’t Cry), a pezzi totalmente diversi sia per le tematica che per il cantato, molto veloce, quasi rap (Mr. Brownstone). Sarò banale, ma i miei pezzi preferiti sono anche quelli preferiti dalla maggioranza e anche da chi un album intero dei Guns N’ Roses non l’ha mai ascoltato: You’re Crazy, perché le schitarrate incazzate sono sempre ben accette, e ovviamente Sweet Child O’Mine, con Axl che torna nella sua dimensione di canto miagolato, e Slash che fa quello che sa fare meglio, cioè uno degli assoli migliori di sempre. Esagerato.

Vitellozzo.

1. Welcome To The Jungle
2. It’s So Easy
3. Nightrain
4. Out Ta Get Me
5. Mr. Brownstone
6. Paradise City
7. My Michelle
8. Think About You
9. Sweet Child O’ Mine
10. You’re Crazy
11. Anything Goes
12. Rocket Queen

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Litfiba Live

Litfiba Live 12/5/87 Aprite i Vostri Occhi. Ultima data del tour, a Firenze, al Tenax, dove è stato registrato questo disco. Io sono dell’89 e il Tenax lo conosco solo per quello che è oggi, ovvero una discoteca, che sebbene sia stata recentemente collocata tra i primi 30 locali al mondo (29esimo su 100 secondo la rivista DJMag), resta per me soltanto una discoteca dove a volte ho lasciato 40euro di ingresso grazie alla lista di un pr che giudica all’entrata come sono vestito, per ascoltare la minimale tedesca di qualche dj internazionale. Non voglio assolutamente mettermi a dire era meglio prima, ora fa schifo, eh ma una volta era diverso, mi rassegno al cambiamento e al fatto che non vivrò mai quello spettacolo. Lo stesso discorso vale per i Litfiba, erano meglio prima etc etc è abbastanza banale come argomentazione. Di sicuro sono cambiati, hanno attraversato un periodo non felicissimo musicalmente, ma ora, anche se il disco nuovo non mi ha lasciato così gratificato, penso che la “reunion” non possa che giovare a noi che li abbiamo sempre amati, e soprattutto a loro e alla loro vera identità.

Comunque, il live: l’inizio è scenografico, tutta la sala ed il palco coperti di fumo, dopo poco ti accorgi che non è ghiaccio secco, ma sono le centinaia di sigarette accese, tra cui spicca quella di Ghigo Renzulli. Inizio mistico, effetti sonori per creare l’atmosfera. Appare Piero, con un improbabile giacca rossa, i pantaloni larghissimi che sembrano una gonna, rigorosamente scalzo. E’ lo stesso che incontro in bici che saluto e mi saluta, che incontro alla Coop e saluto e mi saluta, per chi sta a Firenze incontrare Piero è come incontrare alle Cascine Carlo Monni, non lo conosci ma lo saluti con affetto perché ti ha sempre regalato emozioni.

La scaletta appare subito pensata bene, dopo il primo pezzo Come Dio, parte La Preda con il suo ritmo più veloce, e poi arriva Eroi Nel Vento, una delle mie preferite di sempre, in cui si possono apprezzare a pieno le capacità al basso di Gianni Maroccolo, e alle tastiere di Antonio Aiazzi, due componenti fondamentali dei primi Litfiba. Si torna per un momento al rock più duro con Cane, (“Abbiamo tutti bisogno di ca-ca-re…zze!!”)Ghigo ed il batterista Ringo De Palma (scomparso purtroppo pochi anni dopo) si scatenano, prima di gettarsi nelle atmosfere magiche di Apapaia: “Il mio sogno è un mare acido/E dimmi se non è reale/Il giorno traveste di luce ogni cosa vivente, /Ma non toglie la paura dei fantasmi! EH! Rispetta le mie idee!!” Piero disegna con le mani figure e forme condite dalle sue tipiche espressioni che ti fanno dire ma che cazzo sta facendo, ma ne sei completamente affascinato. I successi dei primi storici album Desaparecido e i 17 Re, vengono proposti al pubblico che risponde benissimo a tutte le 15 tracce (il disco invece ne contiene solo 10), passando da Luna, a Re Del Silenzio, a Istanbul, fino arrivare all’ultimo pezzo, Guerra, uno dei primissimi del gruppo, che resta sempre molto suggestivo. La chitarra di Ghigo continua a suonare solitaria, Piero fa qualche verso alla telecamera assorto in un mondo tutto suo, si gira e si inchina al pubblico. Finisce così un live storico, che si unisce a quella centinaia di live che per questioni anagrafiche mi sono perso, infame cane e ladro.

Capitano Quint

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This Must Be The Place

Paolo Sorrentino, 2011, Ita/Fra/Irl, 118 min

Trama: Cheyenne (Sean Penn) è un ex rock star ricchissima che abita in una megavilla in Irlanda con la moglie e si porta dietro 30 anni di inattività e gli evidenti segni di una vita fatta di abusi di ogni tipo, ma orgogliosamente priva di sigarette e di moderne tecnologie. L’imminente morte del padre lo porta in America, anche se tra i due non vi erano ormai rapporti da molti anni. Da qui la volontà di fare qualcosa per lui dopo la sua morte: trovare il nazista che ad Auschwitz lo tormentò e che per tutta la vita aveva ricercato.

Il Film: Leggendo varie recensioni sul web ho riscontrato tanti pareri non troppo esaltanti riguardo a questo lavoro di Paolo Sorrentino, ma sinceramente non ne vedo il motivo, se non quello di fare i finti moralisti che criticano il regista perché non è stato incisivo come ne Il Divo. Sembra che per forza Sorrentino debba fare sempre lo stesso film con lo stesso attore. Dico subito però che il regista napoletano cade un paio di volte nei più classici e retorici errori del cinema italiano, come ad esempio far dire a Cheyenne che il miglior caffè del mondo è solo quello di Napoli, oppure aggiungendo un’ultima scena finale che descrive abbastanza inutilmente una conclusione bellissima della storia, che era già comprensibile ed esplicita pochi attimi prima. Perché il cinema italiano deve sempre spiegare con retorica e voci fuoricampo, però vabbè, ci siamo abituati. Il film comunque è bello davvero, spesso divertente grazie all’incredibile bravura di Sean Penn, e poco importa se c’è qualche fenomeno che di corsa fa notare che il trucco lo rende troppo simile a Robert Smith dei Cure (davvero dei fenomeni, non se ne era accorto nessuno eh), quello che conta sono gli atteggiamenti, la camminata, e una risata che da sola meritava una statuetta agli Oscar. Ma come si può criticare un film che presenta al grande pubblico una band che si chiama i “Pezzi di Merda” (“ci abbiamo messo sei mesi per trovare il nome”), come si può criticare un film che nelle 17 perle della colonna sonora ha come brano più banale The Passenger di Iggy Pop, come si può criticare un film che regala un David Byrne (a cui sono affidate le musiche) in completo bianco che sembra un alieno appena sbarcato da un altro pianeta. Un pianeta chiamato “anni 80” in cui Cheyenne e la sua band erano gli esponenti dark punk pop, e in cui tutto sembra essersi fermato per lui dopo la morte di alcuni suoi fan. Il cantante si ritira dalle scene e soprattutto si ritira in se stesso evitando qualsiasi contatto con l’esterno, stando lontano da aerei e telefonini (“non avrò mai un cellulare!”, stima assoluta), e snobbando gli Mtv Awards, ma confidandosi solo con la moglie e con una giovane ragazza dark sua amica. Ecco quindi che il viaggio che intraprende attraverso tutta l’America alla ricerca del nazista che torturò il padre, non è altro che un pretesto per mostrare una maturazione del personaggio, attraverso l’incontro con una donna e suo figlio, con un imprenditore idiota che gli presta l’amato pick-up (giustamente finito poi in fiamme), con un cinico cacciatore ebreo di nazisti, con l’inventore del trolley, trascinato per tutto il viaggio, fino all’incontro conclusivo con il vecchio tedesco, scoprire il vero motivo dell’odio del padre nei suoi confronti, e agire come un uomo cambiato, diverso, nuovo, per poi accendersi una sigaretta e prendere l’aereo per tornare a casa. Poteva finire qui, e invece ci fanno anche vedere lui ripulito dal trucco, con i capelli classici “alla Sean Penn” e un sorriso da vero lieto fine all’italiana. Va bene lo stesso Paolino dai.

Voto 7.5: Divertente, toccante, profondo, una volta ogni tanto capita un bel film italiano. Nota di merito alla fotografia che mostra stupendi paesaggi incontaminati, e desolate periferie americane. Mi tocca fare i complimenti a Sorrentino…meno difficile invece farli a Sean Penn e David Byrne.

Capitano Quint

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Songs For The Deaf

Queens of the Stone Age, 2003, Interscope

Se vi piace l’hard rock – quello autentico – ma vi siete rotti le palle di ascoltare sempre i soliti classici solo perché oggi non c’è più nessuno che faccia la musica del Diavolo come Dio comanda, non disperate: Songs for the Deaf è la risposta. Che si tratta di roba tosta per gente tosta ce lo dice la copertina – un forcone su sfondo rosso, e basta – oltre alla presenza di Dave Grohl e Josh Homme (già prolifici collaboratori con i Them Crooked Vultures), garanzia di un rock puro. La terza fatica dei Queens of the Stone Age è il meglio del meglio del meglio del rock anni zero, con il risultato che è già diventato un album fondamentale del suo genere (nonostante la giovane età, dieci anni); mi dispiace per voi, ma siete comunque costretti ad ascoltare classici, senza uscita, in un circolo vizioso infinito nel quale alla fine verrete buttati a terra dal riff di questo disco. Di solito ho sempre qualche riserva sulla riuscita dei concept albums, dubbi che in questo caso restano là dove sono, visto che Songs for the Deaf è strutturato benissimo, ogni canzone è legata alla successiva (e viceversa), ogni pezzo ha un senso in quel punto e non in un altro, non ci sono canzoni tanto per fare numero. Già l’idea di base su cui sviluppare la trama del disco mi piace assai: un uomo che sale in macchina, accende la radio e guida nel deserto non si sa dove non si sa come, ascoltando proprio alla radio le canzoni dell’album stesso.

La prima traccia, You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire, a mio parere è  uno degli intro migliori di sempre, oltre ad essere pericolosa per menti poco sane: per certi pezzi ci vuole il porto d’armi, impossibile non pensare a qualcosa di distruttivo mentre la si ascolta. Non si respira mai in quest’ album, ma si prosegue con No one Knows, subito, senza pause, dove si comincia a sentire Dave che torna alle origini gloriose della batteria, rullate a gogo (molto bellllllino anche il video). First it Giveth completa poi questo trittico dopante di ritmo insostenibile, con riff ripetitivo ma velocissimo, quel poco di cervello rimasto si spappola in terra alla fine di questi tre minuti. Se qualcuno, a questo punto, mostrasse delle perplessità sulla sanità mentale del gruppo, non avrebbe tutti i torti; se così non fosse, ci pensano loro stessi a fugare ogni incertezza con A Song for the dead, dove Homme ripete una sola merdosa nota con la chitarra come se fosse catatonico, e Grohl va un po’ a zigzag, smongolando poi in un vogolo di bacchette fino a finirsi i polsi. Non si sa come cazzo faccia, ma lo fa e lo senti, ed è fantastico.

Mentre riprendiamo un po’ di fiato con The Sky Is Fallin’, giusto quello sufficiente per proseguire con Olivieri che sclera in Six Shooter e per renderci conto che i toni dell’album cominciano a farsi più cupi (Hangin’ Tree e Go With The Flow – una delle migliori del disco secondo me), arriviamo a Gonna Leave You e Do It Again sulla falsariga di un tema amoroso come al solito tormentato – All the way, all the way, all the way, there’s no where left we can meet/
I’m into what you do/ but I leave you no where –
tema ripreso poi in Another Love Song; quello che mi stupisce di questo album, non è tanto il fatto che le canzoni siano tutte ottime (anche se sarebbe già di per sé notevole come traguardo), ma che siano pezzi così diversi uno dall’altro – e per musicalità, e per toni, e per ritmo, e per costruzione del testo – così diversi che sembrano presi da album diversi di periodi diversi. E invece no, perché il filo conduttore di tutto si muove sotto ogni traccia, per ricongiungersi con God Is In The Radio (forse la mia preferita), pezzo dai toni un po’ blues, con un riff che si rifà ai classici del rock – compreso l’assolo “di mestiere” con la chitarra: The say the devil is paranoid/Always signin the cover/But god is leakin through the stereo/Between the station to station….I know that god is in the radio/Just repeating a slogan: You come back another day, and do no wrong.

Con l’inquietante e diabolica A Song For The Deaf si chiude l’album migliore fatto fino a ora dai QOTSA, e probabilmente quello che resterà la punta più alta della band. Non glie la voglio tirare, però è difficilissimo che riescano a fare un disco migliore di questo che sia hard-rock, ma che mantenga al tempo stesso una sua propria identità musicale. Ci sarebbero anche Mosquito Song e The Real Song For The Deaf (traccia nascosta), ma se non siete già andati a comprarlo dopo A Song Ford Dead, siete delle fave, e degli stronzi. E io non scrivo più.

Vitellozzo.

 

1. You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire
2. No One Knows
3. First It Giveth
4. Song For The Dead
5. The Sky Is Fallin’
6. Six Shooter
7. Hangin’ Tree
8. Go With The Flow
9. Gonna Leave You
10. Do It Again
11. God Is In The Radio
12. Another Love Song
13. Song For The Deaf
14. Mosquito Song

 

 

 

 

 

 

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Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Carlo Verdone, 1992, Ita, 112min

Trama: Un critico musicale, esperto di rock, deve completare la biografia di Hendrix, ma è depresso, perché è stato lasciato dalla fidanzata. Entrato in analisi conosce Camilla (Margherita Buy), condividendo con lei l’ipocondria e la passione per i medicinali. I due si perdono a causa di un litigio, per poi ritrovarsi in Inghilterra, alla ricerca di Jimi, e di un amore impossibile.

Il Film: anche considerando altri film, in cui Verdone si esibisce in vari personaggi, questo resta uno dei suoi migliori lavori. E’ sempre lui, un po’ Mimmo, insicuro, ossessionato dai nomi dei farmaci, ma qui, grazie ad una storia molto carina, ci regala una piacevole e divertente avventura. Sono di parte, a me Carletto fa ridere sempre, perché soprattutto in questo tipo di film, come Sono pazzo di Iris Blond, Acqua e Sapone, e Compagni di Scuola, dove interpreta un uomo normale, con le sue paure e le sue uscite in romanesco, i suoi dolori d’amore e le incazzature, lo trovo riuscitissimo come attore, regista, e sceneggiatore. Al suo fianco in questa commedia, una splendida Margherita Buy, completamente schizzata, con una situazione sentimentale e mentale a pezzi. E’ perfetta, non so se anche lei, come Verdone, è realmente così, ma quando tirano fuori la sacchettata di medicinali, sembrano comicamente a loro agio. Veramente brava in queste vesti, in cui purtroppo non la vediamo spesso, perché anche lei si è un po’ persa nei film italiani più melodrammatici. Se a tante risate, ci aggiungiamo un viaggio in Inghilterra e la chitarra di Hendrix di sottofondo, viene fuori una gran film. E poco importa alla fine se la storia d’amore è romanticamente banale, tra allontanamenti e riavvicinamenti, questo film riesce con leggerezza a non impostare lo svolgimento sul sentimento, ma più che altro sulla tragicomica condizione comune di Camilla e Bernardo.

Le scene divertenti sono svariate, ma si può notare anche una riflessione di fondo sulla psicoanalisi, tema ripreso anche in Ma che colpa abbiamo noi. Di fatto le sedute risultano inutili per entrambi i protagonisti, e a aiutarli è in realtà la relazione di “amicizia” che nasce tra i due, una relazione fatta di sfoghi, di cazzate, di svago, e anche di litigi. Ma soprattutto a Verdone va il merito di aver affidato l’apertura del film a un grande uomo, un artista infernale, un profeta per noi mortali: Richard Benson, che ci disseta con pochi secondi di assolo demoniaco alla chitarra. Grande Carlo, grande Richard.

Voto: 7/8 “Hendrix??lo psichiatra tedesco?”

Capitano Quint

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Them Crooked Vultures

Them Crooked Vultures, 2009

Non sono mai stato convinto dalle superband, quei gruppi formati da vari artisti famosi, che si staccano per un momento dai loro gruppi originari per dar vita a un progetto, che spesso lascia il tempo che trova, ovvero una grande pubblicità, un buon singolo, e un album che si perde nel tempo. Spesso, secondo me, il problema è il numero dei componenti, come la Rockestra messa insieme da Paul McCartney (o meglio, dal suo sosia) che riuniva Bonham, Townshend, Gilmour, Gary Brooker, e tanti altri, tutti di primissimo livello, che messi insieme in 3 minuti di singolo, mi sembrano un po’ schiacciati l’uno dalla grandezza dell’altro. Capita invece a volte che l’assortimento del gruppo sia riuscito, grazie alla volontà di due musicisti di suonare con un gigante del rock, e soprattutto dalla voglia di quest’ultimo di divertirsi ancora.

Them Crooked Vultures (quegli storti avvoltoi?) sono Josh Homme, voce e chitarra dei Queens of the Stone Age, Dave Grohl, dei Foo Fighters, che torna alla batteria dove aveva iniziato con i Nirvana, e Mr. JPJ John Paul Jones, ragazzo del ’46 che ha fatto la storia del rock suonando il basso nei Led fuckin Zeppelin. L’album omonimo si annuncia come una chicca fin dalla grafica, e se ci si aspetta una sola cosa, la soddisfazione è immensa: abbiamo l’hard rock anche nel 2009. E il bello è che non c’è da chiedersi quale dei tre componenti influenzi di più lo stile della band, perché tutti hanno solo voglia di suonare qualcosa di nuovo. Sarebbe stato troppo scontato ricercare le sonorità degli Zep, e di quel rock anni ’70, più difficile invece è fare qualcosa di diverso, di funzionale, e mantenere lo stesso livello per 13 tracce. Si nota infatti come non ci siano canzoni che si distinguono maggiormente dalle altre, non ci sono singoli da radio, canzoni per fare numero, o gemme nascoste: tutti i brani hanno la stessa carica e la stessa capacità di appagare l’ascoltatore.

Forse sì, lo stile più riconoscibile è quello dei Queens of the Stone Age, anche perché Homme è l’autore dei testi, e le parti di chitarra sono più o meno quelle, ma Dave Grohl picchia forte sulla batteria marcando pesantemente i toni, Jones esegue delle linee di basso da maestro, e quando va tutto bene in questo modo c’è anche poco da dire. Le mie preferite sono Elephants, Reptiles, e Warsaw Or The First Breath You Take After You Give Up, ma proprio per citarne tre forzatamente. Si spera in un secondo album, che dovrebbe essere confermato, e intanto da fan affido ai Foo Fighters il compito di salvare il genere.

Capitano Quint

  1. No One Loves Me & Neither Do I
  2. Mind Eraser, No Chaser
  3. New Fang
  4. Dead End Friends
  5. Elephants
  6. Scumbag Blues
  7. Bandoliers
  8. Reptiles
  9. Interlude with Ludes
  10. Warsaw or the First Breath You Take After You Give Up
  11. Caligulove
  12. Gunman
  13. Spinning in Daffodils

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Unknown Pleasures

Joy Division, 1979

I Sex Pistols riuscirono a cambiare la musica in 4 anni. L’ultimo album di inediti è del ’79. Cinque mesi dopo escono i Joy Division che cambieranno la musica in 2 anni, con 2 album. Ai Sex Pistols sono sicuramente legati, ma il loro punk è molto più curato musicalmente, introducendo melodie che daranno il via a tutto quel filone che negli anni 80 prenderà i nomi di post-punk, e new wave, anche grazie ai tre componenti Bernard Sumner, Peter Hook, e Stephen Morris che formeranno i New Order. Il quarto componente è il cantante e leader, Ian Curtis. Decide di impiccarsi a 23 anni, dopo aver sofferto di epilessia e depressione. Due album e qualche inedito sono tutto quello che ci ha lasciato, ma sono di un livello unico, probabilmente anche grazie alla sua figura così misteriosa e tormentata.

Unknown Pleasures è l’album d’esordio, e non c’è niente di meglio che esordire con una copertina rimasta nella storia della musica e della grafica. Linee bianche su sfondo nero riprese da un libro di astronomia. Nessuna scritta. 10 tracce sofferte e oscure. La prima è Disorder, ed è forse quella più leggera, in confronto alle altre così ritmicamente pesanti come New Dawn Fades e I Remeber Nothing. Fondamentali sono soprattutto il basso e la batteria che disegnano un ambiente cupo che a volte esplode con rabbia in brani come Shadowplay (per me la migliore), dove si può sentire una grande parte di chitarra. Tutto però è segnato dalla straziante voce di Curtis, sofferente, malinconica, perfetta. Sentirlo cantare “Ed ero in cerca di un mio amico/E non avevo tempo da perdere/ Già, in cerca di alcuni miei amici” (Interzone) e pensare che si impiccato a 23 anni è veramente angosciante. In queste canzoni e nel successivo album Closer, si avverte tutta la grandezza della sua personalità, così fragile, ma incisiva. Dal lato oscuro dei Joy Division nasceranno direttamente i New Order e le loro sonorità new wave, ma la loro influenza è evidente in tutto il decennio e non solo, in gruppi come i The Cure, i Bauhaus e gli Psychedelic Furs, (e ad onorare il post-punk in Italia i Diaframma).

A tutti i finti gruppetti punk-dark-merda-emo, con occhi truccati e vestiti alla moda, e a tutti quelli che li ascoltano, ritrovando in essi i loro dolori adolescenziali, dedico l’ascolto di questo album, con la consapevolezza, e la personale gioia, che non vi piacerà.

Capitano Quint

  1. Disorder
  2. Day of the Lords
  3. Candidate
  4. Insight
  5. New Dawn Fades
  6. She’s Lost Control
  7. Shadowplay
  8. Wilderness
  9. Interzone
  10. I Remember Nothing

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Fragile

Yes, 1971

Progressive rock, rock psichedelico, sinfonico, le definizioni possono essere tante ma fondamentalmente tutte inutili. Sono gli Yes, musica vera.
A due anni dall’esordio, arrivano nel ‘71 già al loro quarto album (perché una volta si produceva tanto, non a scopi commerciali, ma perché i gruppi creavano tanto), e si presentano con un decisivo cambio di formazione: alle tastiere c’è Rick Wakeman, che farà fare il salto di qualità alla band.Il resto del gruppo è formato da Jon Anderson, cantante e autore, Steve Howe alla chitarra, Bill Bruford, batterista, e Chris Squire, tra i migliori bassisti di sempre. Wakeman aggiungerà al gruppo quelle melodie che trasportano l’ascoltatore attraverso tutto il brano, offrendo cambi di ritmo continui e grandi scambi tra tastiera e chitarra. Secondo me lui si gioca il primo posto alle tastiere con Keith Emerson degli ELP, e Jon Lord dei Deep Purple.

La grandezza dell’album si capisce dalla prima traccia, Roundabout, 8minuti e 30 di perfezione. Capita che spesso il basso sia coperto dagli altri strumenti, ma qui Chris Squire lo fa suonare veramente forte, aiutando il ritmo coinvolgente. Un grandissimo pezzo. Secondo brano, Cans And Brahms, assolo di organo di Wakeman che riprende una sinfonia di Brahms. Eh ma proprio il ragazzo non sa suonare.Quando un album è composto bene lo vedi dalle piccole cose: al pezzo We Have Heaven, di cui è facile intuire l’atmosfera, segue South Side Of The Sky che, per sottolineare un cambio di umore, inizia con i suoni di una tempesta, vento, tuoni, e batteria, e prosegue restando su un rock più aggressivo. Altri tre pezzi degni di nota sono The Fish (Shindleria Praematurus) per gli effetti sonori di un altro pianeta, Mood For A Day, arpeggio alla chitarra di Steve Howe elegantissimo, e infine la traccia che chiude l’album: Heart Of The Sunrise, la canzone più complessa, che sfrutta circa undici minuti con una grande carica che solo grandi musicisti possono gestire.

Vorrei sottolineare come l’album sia composto da brani che durano 8, 9, 10 minuti, e altri di 2, 1, o 30 secondi, tempi che oggi sono impensabili per il mercato, della serie cazzo ce ne frega della radio…o forse una volta anche in radio davano la Musica. Con questo album inizia inoltre la collaborazione con il pittore Roger Dean, che per quanto io odi il genere fantasy cosmico, trovo perfetto per le copertine e le atmosfere degli Yes.

Capitano Quint

1.Roundabout 8:30

2.Cans and Brahms 1:38

3.We Have Heaven 1:40

4.South Side of the Sky 8:02

5.Five Per Cent for Nothing 0:35

6.Long Distance Runaround 3:30

7.The Fish (Schindleria Praematurus) 2:39

8.Mood for a Day 3:00

9.Heart of the Sunrise 11:27

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Who’s Next

Who, 1971

Quinto album che insieme al precedente Tommy (1969) ed il successivo Quadrophenia (1973) rappresenta il miglior momento della band inglese.
Tutti pezzi scritti da Townshend, tranne My Wife di Entwistle,  che li riprende da una sua idea di realizzare un’opera rock, e infatti si avverte una teatralità trionfale unita al solito rock degli Who.
Baba O’Riley è la prima traccia, introduzione con il sintetizzatore, poi la tastiera, dopo arriva la batteria di Keith Moon, in un minuto sei già convinto della grandezza del disco.
Bargain e The Song Is Over sono costruite molto bene, partendo piano quasi acustiche ed esplodendo con tanta tanta energia.
Ma sono le ultime due tracce ad essere secondo me le vere perle di questo album. Behind Blue Eyes è meravigliosa nel testo e nella chitarra di Townshend, così dolce e malinconica inizialmente come la voce di Daltrey e poi capace di cambiare completamente il ritmo.
In Won’t Get Fooled Again i quattro si scatenano, si rivede la voglia di rivalsa nei confronti di una società incapace di cambiare (“meet the new boss, same as the old boss”); tanta musica suonata bene da cui emerge lo straripante talento di Entwistle, forse il miglior bassista rock di sempre, e di Keith Moon. Non mi avventuro ancora nel dibattito su chi sia il miglior batterista tra lui, Neil Peart, e John Bonham, ma Moon resta un personaggio incredibile, carismatico, raffigurazione perfetta di genio e sregolatezza.
Copertina modernissima: loro quattro in mezzo al deserto che si riabbottonano dopo una pisciata su un pilastro di cemento (un po’ monolite di Kubrick). Li voglio ricordare così, invece che con la distruzione degli strumenti sul palco che sì li ha resi famosi, ma che ormai è stata abusata e copiata perdendo di significato.

Capitano Quint

  1. Baba O’Riley – 4:59
  2. Bargain – 5:34
  3. Love Ain’t For Keeping – 2:11
  4. My Wife – 3:41
  5. The Song Is Over – 6:16
  6. Getting In Tune – 3:54
  7. Going Mobile – 3:43
  8. Behind Blue Eyes – 3:39
  9. Won’t Get Fooled Again – 8:38

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(What’s The Story) Morning Glory

Oasis, 1995, Epic.

Giù il cappello ragazzi. Siamo di fronte a uno degli album migliori degli ultimi vent’anni. Respiro profondo, prendetevi cinque minuti per attutire il colpo (lo so non è facile) e poi, se vi va, continuate a leggere. C’è chi li ha definiti rock, chi alternative, chi brit pop. C’è chi non li sopporta, c’è chi li ama, c’è chi non li conosce, c’è che gli Oasis hanno cantato una generazione. Assioma incontestabile e assoluto.

Se la gente pensava che gli Oasis si sarebbero accontentati per il successo del loro album d’esordio Definitely Maybe (1995) – disco subito al primo posto e maggior numero di copie vendute in un giorno – dovevano ancora imparare a conoscere i fratelli terribili Liam (voce) e Noel (chitarra) Gallagher,  vera anima del gruppo (gli altri membri fanno solo da corollario – Paul Arthurs, chitarra, Paul McGuigan, basso, Alan White, batteria). Arroganti fino alla nausea, presuntuosi, rissosi, scontrosi, distruttivi con gli altri e con se stessi, il duo di Manchester punta in alto, Rock’N’Roll Star baby, profetico. 1995. La consacrazione. In mezzo a mille polemiche (il periodo della “Guerra delle Band” con i Blur), esce (What’s the story) Morning glory. Chi aveva dei dubbi sul talento del gruppo? L’uscita è da quella parte prego.

Con quest’album gli Oasis raggiungono l’apice creativo della loro musica, tutti i progetti che verranno dopo saranno solo rimasugli sudici, fetticci, arti tranciati dello stesso Morning glory. Grosso merito del successo dell’album, così come del primo, va dato a Noel (Liam, ti voglio bene lo sai, ma questa è un’altra storia), paroliere della band senza il quale gli Oasis si chiamerebbero ancora Rain, e suonerebbero in localini miseri e merdosi di Manchester.

Passiamo all’album. Si comincia con Hello, molto rock,  eccoci, siamo gli Oasis, suoniamo come ci pare, accordi semplici, testi ancora di più, parole strascicate, strofe ripetitive, narcotizzanti e ipnotiche. Calma ragazzi, questo non è un album serio, prendiamocela comoda, cosi come nella vita You gotta roll with it /You gotta take your time/ You gotta say what you say /Don’t let anybody get in your way (Roll with it). Eh si, però c’è l’amore, quello magari un pensierino più serio ci si può anche fare sopra no? Via su, va bene, vorrà dire che nell’album ci si mette Wonderwall  tanto per gradire (4:18 di grande musica, da molti considerata la canzone migliore della band). Io, però, preferisco quella che vien dopo, tale Don’t look back in anger , tanto Beatles in questa canzone, più che nelle altre secondo me, dove comunque sono sempre presenti, anche troppo. Don’t look back in anger allora, un po’ meno Beatles e l’album era perfect. Vabbè.

Hey Now! e Some might say, rime incatenate, (mani) incrociate dietro la schiena mentre le si cantano, e andare. Belle cariche queste.  Ecco, appunto, fermiamoci un secondo e riprendiamo fiato. Atmosfere tranquille e sognanti con Cast No Shadow (dedicata a Richard Ashcroft), roba seria, pensieri profondi Here’s a thought for every man who tries to understand what is in his hands . He walks along the open road of Love & Life, surviving if he can (pezzo discreto, ma troppo troppo ripetitivo, in questo caso stanca) . Il disco (She) is Electric, ma lo diventa davvero con la “drogata” Morning Glory (il testo più corto insieme a Cast No Shadow), casino incredibile, si fa fatica a distinguere gli strumenti, un suono uniforme che lascia poco spazio per sentire, che non si fa sentire, che devo risentire.

Siamo alla fine. Festeggiamo quest’album con uno sciampagnino magari, giusto il tempo di Champagne Supernova, ballata molto bella, un po’ troppo urlata verso la fine, ma anche questo è un marchio di fabbrica Gallagher.

Sogni di Rock & Roll con (What’s the story) Morning Glory, chi non vorrebbe ritrovarsi intrappolato sotto una frana in una supernova di champagne nello spazio? Io si cazzo.

Due parole due sullo scioglimento: normale e doveroso. Quando un gruppo ha dato tutto quello che poteva dare, come in questo caso, è inutile continuare con robetta da serie B (Liam a quanto pare non l’ha capito con i Beady Eye). Meglio cambiare aria e provare a fare qualcosa di nuovo, almeno fino a quando gli Oasis non si renderanno conto che non è possibile fare l’impossibile.

Vitellozzo

  1. Hello – 3:22
  2. Roll With It – 4:00
  3. Wonderwall – 4:18
  4. Don’t Look Back in Anger – 4:48
  5. Hey Now! – 5:42
  6. Untitled Track – 0:44
  7. Some Might Say – 5:29
  8. Cast No Shadow – 4:52
  9. She’s Electric – 3:40
  10. Morning Glory – 5:03
  11. Untitled Track – 0:39
  12. Champagne Supernova – 7:27

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