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Diciottanni – Il Mondo ai miei piedi

Elisabetta Rocchetti, Ita, 2011, 84 min.

Trama: C’è questo pischello che, con la scusa di essere orfano e avere come zio tutore G-Max dei Flaminio Mafia, fa il tenebroso e si scopa tutte le comparse femminili del film, senza restrizioni d’età, dai sedici ai sessanta, come i giochi da tavolo.

Il Film: è il più trash che ho visto quest’anno, e sinceramente non credo si possa fare di meglio. E’ anche bellissimo.  I motivi:

1)       Per la visione innovativa di come può essere un percorso di crescita di un ragazzo dall’adolescenza all’età adulta, che nel film si traduce una serie di scenette squallide da film erotico anni 80, le classiche scene di sesso con bacini e avvinghiamenti, dopo le quali il ragazzo non si sa come, ma ne esce maturato.  Come percorso di crescita non è male.

2)       Per la disperata situazione familiare di questo Ludovico, disgraziato colpito dalla scarogna più nera, non solo orfano, ma anche nipote del suddetto G-Max, il quale a sua volta è un mezzo delinquente, cocainomane (come anche la zia), e perciò ritenuto degno di fiducia nell’amministrare il patrimonio del nipote, lasciatogli dai genitori: c’ho piacere ti finisca tutto, te lo meriti, ‘cazzo ti vai a fidare di un parente così, coglione..

3)       Per lo splendido rapporto d’amicizia tra Ludovico e il suo migliore amico Luca, e qui non so chi dei due sia più allucinante, se Ludovico che, non pago di trombargli la mamma a questo povero ragazzo, fa doppietta e si porta a casa anche la fidanzata, per poi pentirsi una volta sgamato e chiedere perdono invocando il “sono una merda ma da domani sarò un uomo nuovo!”, o Luca, che non solo è consapevole del rapporto tra l’amico e la mamma, ma anzi sembra quasi incoraggiarlo via oh, gnamo, o trombami la mamma, fammelo questo piacere, per poi raggiungere l’apice nel momento del perdono, sancito con un abbraccio con finta lacrima tra i due. Qui l’unica cosa da fare era una: cioè, so che ti scopi la mi mamma, ti becco poi con la mia ragazza (post amplesso) e pretendi che ti perdoni? Ma io ti cao n’gola e ti finisco di legnate, mòri merda mòri.

4)       Per la professoressa di lettere, anche lei vittima del fascino irresistibile dello sbarbatello, che è presa direttamente da un film porno, tette in vista occhiali neri e rossetto, la classica prof che tutti abbiamo avuto, e alla classe, intesa proprio come luogo fisico, l’unica in Italia con le piastrelle bianche da bagno alle pareti.

5)       Per la regia da cani, inquadrature indegne, sembra di vedere una telenovela argentina, con quelle musichine imbarazzanti senza senso; regista che poi si sdoppia e decide anche di recitare la parte da coprotagonista di una ultratrentenne zoccola amante dello zio del ragazzo, il quale – all’oscuro di tutto (ma non del fatto che questa la regala) – se ne “innamora”.

6)       Per il finale, uno dei più belli della storia del cinema de borgata. In breve, Ludovico scopre che lo zio è un farabutto, che gli ha rubato i soldi e la zoccoletta, allora prende e lo caccia di casa, salvando però la zia, anche lei cornuta, anche lei personcina tranquilla e a modo (s’ammazza di strisce tutti i giorni). Passano i mesi, il ragazzo studia per l’esame di maturità – sullo schermo passa un montaggio stile “allenamento di Rocky III” e in cinque minuti Ludovico da incapace è diventato bravissimo fortissimo in tutte le materie. Ma G –Max non dimentica l’amore per il nipote e un giorno che lo trova da solo, gli si presenta con una pistola puntata alla nuca. Il pischelletto se spaventa, lo zio lo guida in casa per sequestrarlo e menarlo, forse ucciderlo non si sa, ma ecco l’apoteosi: gli amici di Ludovico gli hanno fatto una festa a sorpresa in salotto per l’ammissione all’esame, G-Max si spaventa, e ancora con la pistola in mano come un coglione, scappa, e se ne va. Il ragazzo si dimentica magicamente che fino a cinque minuti prima stava per morire,  E RIDE DELLA BELLA SOPRESA CON GLI AMICI.

Voto: 2. Esempio degradante che chiunque oggi in Italia può fare cinema, anche una capra, questo film regala comunque momenti esilaranti per la loro illogicità, che forse neanche le migliori commedie di Woody Allen riuscirebbero a fare. Quando uno pensa che non si possa fare peggio, la scena successiva smentisce tutto, fino al finale, che, purtroppo, a arrivato troppo presto.

Vitellozzo.

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Il Marchese del Grillo

Mario Monicelli, Ita/Fra, 1981, 133 min.

Trama: Giusto per restare in tema d’attualità. Nella Roma pontificia di metà ‘800, Albertone nazionale veste i panni di Onofrio del Grillo, nobile al servizio del Papa, che se la spassa tra le macerie di una città decaduta, spendendo le sue ricchezze e il suo tempo nel divertirsi a spese di chiunque, dai porporati alla gente del volgo, al Papa stesso. Come Amici Miei, solo meno goliardico e più spietatamente cinico. Si può fare dai.

Il Film: Un classico della migliore commedia italiana di uno dei migliori registi italiani con uno degli attori italiani più amati di sempre. Ecco, quando mi capita di vedere delle commedie di merda, il che succede abbastanza spesso visto chi le produce e chi le gira, non c’è un modo più efficace di resettare tutto che guardarsi qualche vecchio film coi contro coglioni. In assenza del pispolino con la lucina rossa di Men In Black, è il meglio che possiamo fare.

Questo è un filmone. Punto. Il regista non si discute, Monicelli per me è sacro, non si tocca, tutti i film che ha girato, tutto quello che ha detto nelle varie interviste, tutto quello che fatto nella vita e anche come ci ha lasciati non sono opinioni, come la matematica. Negli ultimi tempi poi, nonostante l’età e la malattia era comunque di una lucidità spaventosa, sempre attivo, sempre giovane nei pensieri e aperto alle novità. Grande regista sì, ma prima ancora grande uomo. Monicelli mi manca. Ogni tanto me lo riguardo sempre un film di Mario, sarà perché da toscano ritrovo quella vena scherzosa, ma anche spietata e cinica che ci contraddistingue. In questo caso poi, c’è Albertone, tanto di cappello.

Se l’attore fosse stato un altro, il risultato sarebbe stato diverso. Il personaggio del marchese è abbastanza negativo:  si rifiuta di pagare un artigiano ebreo corrompendo mezza Roma solo per far vedere che su questa terra non c’è giustizia, prende delle monete da lanciare ai mendicanti e le scalda col fuoco per farli bruciare, si diverte a scambiare la sua identità con quella di un carbonaio rischiando poi di farlo ghigliottinare al suo posto ecc..Il problema è che le fa Sordi, non ce la fai a volergli male, sempre con quell’aria sorniona e piaciona, di uno che prende tutto alla leggera, che vede la vita come un gioco, in cui lui chiaramente fa la parte del leone, o meglio del signore a cui tutto è concesso perché io so io e voi non siete un cazzo, l’uomo di cultura che a Parigi farebbe un figurone, ma che invece sguazza da Dio nel popolino, tra bische e osterie. Mentre in Amici Miei tutto prendeva l’aspetto della goliardata, in questo caso Monicelli dipinge una maschera molto più crudele, proprio perché immagine di un mondo dove le iniquità sociali sono all’ordine del giorno, ritratto di una decadenza non solo fisica, ma anche di costumi. Non c’è morale, proprio perché non c’è lezione, se non quella secondo la quale i poveri restano poveri e i ricchi restano ricchi (con tutti i vantaggi del caso). Inutile dire anche che tutto è girato benissimo, oltre alla scenografia e ai costumi, tanti soldini spesi ma spesi bene, non buttati ai’maiale come nell’inutile ultimo Amici Miei tanto per restare in tema.

Voto: 4 punti per Sordi, 4 punti per Monicelli e mezzo punto per Paolo Stoppa, il Papa nel film, ma anche Sabino, l’usuraio più tirchio della storia del cinema. Totale: 8,5.

 Vitellozzo.

 

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Mangia Prega Ama

Ryan Murphy, 2010, Usa

47614Trama: La classica 40enne americana, Julia Roberts, decide di mollare la sua infelice vita di riccona e bellona nel suo attico di New York, per fare tre viaggi dedicandosi solo a se stessa: Italia, India, e Bali.

Il Film: di tutto il film non me ne frega niente, una serie di banalità. Per gli amanti delle commedie romantiche diciamo che in India lei trova la pace spirituale, e a Bali trova l’amore con Javier Bardem.
Quello che davvero mi ha interessato è il primo viaggio, quello in Italia, che ci dà proprio l’idea di come siamo visti dagli americani. Ovvero dei dementi.

Andiamo con ordine: iniziamo con “cartolina n1” di tutta Roma al tramonto.
Poi la casa, affittata da una vecchia, che parla siciliano (il dialetto romano in America non è evidentemente noto, quindi puntiamo sul richiamo a Il Padrino), e che scalda l’acqua con la teiera per poi riempire la vasca. Informiamo l’America che da noi esiste l’acqua calda dalle condutture. Non si sa in quale lingua comunicano una vecchia e una newyorkese, ma riescono a dirsi stronzate sull’importanza di una famiglia tradizionale.
Giro per Roma, i bar affollati da uomini d’affari in giacca e cravatta (perché?? Ma metterci un ciccione con la maglia di Totti era troppo complicato?). Primi dolci alla crema mangiati. Ragazzi per strada che inseguono ragazze dicendo a’bbone e facendo inutili gesti con mani e baci. Statue del Bernini, con fisarmonica di sottofondo. Cartolina n2 di Roma al tramonto. Gelato con suore accanto. Risata idiota. Colosseo. Donna al ristorante che mangia prosciutto e fichi (???). Frittura insieme a Luca Argentero che le insegna intense nozioni di latino, come SPQR, e Carpe Diem. Cartolina n3 di Roma al tramonto. Argentero ci prova. Lei gli dice buonanotte. Piatto di spaghetti al pomodoro al ristorante. Li fa la mi nonna quando non c’ha nulla in frigo. Nevicata di parmigiano a rallentatore con opera lirica in sottofondo, tipo spot Barilla. Chiesa. Non inquadriamo Caravaggio, ma un crocifisso qualsiasi. Incontro con uno che si chiama Luca Spaghetti, che spiega il dolce far niente. Finalmente qualcuno parla romanesco, un vecchio barbiere che dice che “a Roma parlamo coi gesti, movemo le mani”. Scene di gente che fa inutili gesti, e la Roberts che li imita. Ordinazioni a caso al ristorante. Scelgono la parola che identifica Roma: sesso. Si va a Napoli. Pizza n1. Musica napoletana. Panni stesi per strada. Pizza n2. E’ buona. Ritorno a Roma, partita della Roma. Argentero che ci illumina sulla “perfetta domenica italiana: calcio e chiesa”. Cartolina n4 di Roma al tramonto. Lei riesce a cucinarsi un uovo sodo. Riflessioni sulla sua vita. Ma, prima di andarsene, cartolina n5 di Roma al tramonto. Spostamento in Toscana. Casa di campagna, cena tutti insieme. Altre banalità sulla famiglia tradizionale. Ringraziamenti a Dio. Colazione con tacchino all’americana. Fine.

Voto 3: Siamo a metà film, poi va in India, poi a Bali. Vai dove ti pare. Mangia, prega, ama, fai quello che vuoi, ma per favore non fare sti film del cazzo.

Capitano Quint

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Roma

Federico Fellini, Ita, 1972, 120 min.

Trama: Roma vista dagli occhi di Fellini. Prima, un ritratto appassionato della Città Eterna così come appare a un giovane provinciale che la vede per la prima volta, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Poi, Roma negli anni 70’, tra rovine e modernità che avanza inesorabile, con tutte le contraddizioni di una città tra i due fuochi della tradizione e della nuova generazione di giovani, degli scontri di piazza e dell’amore libero.

Il Film: più che un film è un documentario. Fellini, continuando il suo viaggio nella memoria (come in Amarcord), mostra momenti di vita di una Roma (e di un Italia, soprattutto) che non c’è più. L’arrivo alla Stazione Termini e il soggiorno in una casa dove tutti si conoscono, condividono ogni spazio, tra bambini piccoli che piangono, un vecchio attore in disgrazia, e l’imitatore ufficiale di Mussolini. Il pranzo della Domenica, dove la famiglia si inginocchia per prendere la benedizione del Papa alla radio, tutti tranne il padre, che arrabbiato prende il tegame e se lo porta via. Poi, la cena giù all’osteria, da Gigetto, una delle scene più colorite: tavoli comuni, amatriciana, lumache di mare, musica, la filastrocca di una bambina che si conclude con  “’tacci vostra ‘a tutti quanti!” tra l’ilarità generale. Come già successo in Amarcord, trova spazio nel film anche Alvaro Vitali, ballerino di tip-tap in un cabaret, che per la sua esibizione riceve dal pubblico un gatto morto, “fattece ‘na pelliccia, a Fred Astaire!”, nobile precursore del Pollo bensoniano. L’avanspettacolo è in effetti, una scena memorabile, e anche malinconica, perché mi rendo conto che queste serate non ci sono più. Quando per un comico che non fa ridere (quindi tutti) oggi mandano dalla regia risate finte ad arte, prima era il pubblico l’unico sovrano: “t’ho detto d’annattene”, “ao, te ne devi d’annaa”, “fa’ conto che se semo divertiti e smamma va’”. Tutta la serata orchestrata dal presentatore un po’ robusto, preso di mira dai caciaroni,  “a’ rotolo de coppa!” “a’ bidone de mmerda!”. Bellissima anche la scena dello scavo per la costruzione della metropolitana, quando gli archeologi trovano un’antica casa romana intatta, affrescata. La esplorano per la prima volta, corridoi, statue, mosaici; si sente tutta la tensione, e le immagini trasmettono quella meraviglia propria di qualcosa di stupefacente che ritorna alla luce dopo millenni. E saranno proprio la luce, e l’aria, che entrando di prepotenza dal varco appena creato, distruggeranno  tutti gli affreschi e le statue, sotto lo sguardo attonito e disperato degli esploratori.

Roma è anche la città dei signori e dei cardinali, caduti già dalla metà del ‘900 in disgrazia e che tentano di riportare un po’ dell’antico splendore richiudendosi nei palazzi stantii e cupi, nella scena della Principessa Domitilla. Una vecchia zitella ricchissima ha organizzato nel suo palazzo una sfilata ecclesiastica, invitando cardinali e altri nobili decaduti: un’enorme passerella sulla quale sfilano vestiti farseschi e ridicoli di porporati, suore “volanti”, preti di campagna in bicicletta, e che si conclude con vesti dorate e luci accecanti, contraltare a una desolazione morale e una pena di cui la stessa Domitilla si rende conto nel suo monologo, una festa macabra dove trova spazio anche un baldacchino di teschi, che attraversa silenzioso la passerella, rivolto esso stesso a dei “teschi” vivi, che non si sono resi conto di essere ormai passato.

L’avete capito, il film non è altro che una sequenza di scene di vita, ora degli anni ’40, ora degli anni ’70, fisicamente slegate, indipendenti e autonome l’una dall’altra, ma legate dal filo del ricordo, ora felice, ora nostalgico, ora tragico, ora sarcastico, ora velato di pessimismo, ora di denuncia, che Fellini ritrae alla sua maniera, e cioè magistralmente. Che il film è un pezzo di Fellini è chiaro, visto che anche lui partecipa – nel ruolo di se stesso – in parecchie scene, e nel finale concede un degno saluto anche ad Anna Magnani, in quella che sarà la sua ultima apparizione cinematografica, che si congeda così dal maestro: “a Federì, va a dormì va’!”

Voto: 8,5. Roma è un capolavoro, e non so perché la critica lo consideri un film “minore” del Maestro, visto che non c’è  motivo. Il gioco di luci e ombre vale da solo il film: dalle rovine illuminate dai fari della macchina, al chiaroscuro dei monumenti nel caldo della notte romana. L’unica pecca, se proprio si vuole trovare qualcosa da biasimare, è il taglio dei camei di Albertone e Mastroianni, all’osteria, che come simbolo di quella romanità caciarona e allegramente disincantata, secondo me ci stavano bene. Ah già, le musiche son di Nino Rota,  tanto pe’garbare.

Vitellozzo.

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Anima e Ghiaccio

Colle Der Fomento, 2007

Cappellini di squadre sportive americane (tutti grandi fan del baseball?), improbabili catene d’oro, gioielli e orologi ben in vista (senza scordarsi di sopracciglia depilate e make-up sempre in ordine), e canzoni che girano intorno al “io spacco, tu no, io sono qui con i miei fra, è meglio che resti dove sei”, sono per me quanto di più odioso possa offrire la scena italiana, alla ricerca di uno stile americano del quale afferma sempre di non voler essere una copia. Il problema non è l’America, anzi. L’hip-hop americano è una lezione, non un modello da copiare, e come tutte le lezioni c’è chi le capisce, e chi no. Tra i primi ci sono i Colle der Fomento che, dopo anni da Odio Pieno (1996) e Scienza Doppia H (1999), si autoproducono questo album: Anima e Ghiaccio. Danno e Masito al microfono, dj Baro alle basi (sostituendo Ice One) realizzano questo prodotto distinguendosi da tutti gli altri per intensità, temi trattati, e verità dei testi. A far capire subito i toni ci pensa l’intro: “questo nulla non ci annullerà in questa nuova era, Colle der Fomento brucia ogni bandiera per necessità” (concludendosi poi con una citazione dall’Accattone di Pasolini). La questione di uno Stato che non rappresenta il suo popolo,  attraversa molte tracce del disco, attingendo dai Public Enemy,  e invita la gente ad una resistenza contro le falsità di un sistema politico falso e corrotto (Sorridi, La Fenice). Ci sono poi tracce in cui le basi sono più ritmate, spingendo forte i tempi dell’hip-hop (Solo Amore, Benzina Sul Fuoco, Accannace) su cui si sviluppano le strofe di Masito e del maestro jedi Danno. Veramente due grandi autori. Nel disco ci sono tante partecipazioni di importanti esponenti della scena: Kaos, Turi, Mr.Phil, Squarta, Il Turco, Supremo 73. E proprio quest’ultimo (storico rapper della capitale, GDB Gente De Borgata) mette la sua firma su una strofa di uno dei pezzi più belli RM Confidential: gli impicci fanno parte del made in italy /più che arte una risposta a poteri ridicoli e inutili / la vita cambia pe tutti, è una questione de attimi / la meglio cosa che me dai, ce lo sai, so i battiti.

Il mio brano preferito tra tutte le 18 tracce, è Pioggia Sempre. La parte del Danno è un esempio per tutti i rapper che cercano sempre la rima ad effetto per chiudere una frase, scordandosi poi di trovare continuità nella strofa. Penso che il Danno sia il miglior autore di testi rap in Italia proprio perché sia negli album, sia nei freestyle (di un altro pianeta), riesce a portare a termine discorsi interi, non frasi separate, incastrando parole e rime con grande efficacia. Descrizioni perfette della condizione quotidiana: “Fanculo gli eroi, gli dei e i loro servi / è un mondo che fa a gara a riportarmi giù dai vermi / qua mi gioco i nervi ma ne va di tutta la mia integrità, e poi basta con sta scusa di essere pazienti”…”E il conto non va mai in pari tra banchieri e palazzinari / hai pagato per il sole e t’hanno dato solo temporali / è una sensazione a pelle di presa per il culo perenne / eh già, è pioggia sempre.”

Capitano Quint

  1. La forza… (intro)
  2. Ghetto chic
  3. Pioggia sempre
  4. Benzina sul fuoco
  5. Più forte delle bombe
  6. Capo di me stesso
  7. Solo amore
  8. Accannace
  9. La fenice feat. Kaos
  10. Questi giorni
  11. Punti di domanda feat. Il Turco
  12. This Joint Is For U (skit)
  13. Fratello dove sei?
  14. Sorridi
  15. Oggi sono chiunque
  16. RM Confidential feat. Supremo 73
  17. Più forte delle bombe (rmx)
  18. Anima e ghiaccio (outro)

 

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