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Il Rosso e il Blu

Giuseppe Piccioni, 2012, Ita

locandinaTrama: la scuola italiana come non è. Perché non solo il proiettore per vedere i film non ha mai funzionato, ma se per sbaglio una volta ha funzionato, nessuna classe si è mai messa a vedere un film tutti abbracciati, a ridere con il professor Scamarcio.

Il Film: merda, banalità, squallore, cattivo gusto, tutto in questo film. 4 storie di professori e studenti, una peggio dell’altra.
Purtroppo nel mezzo ci finisce anche Margherita Buy nella storia più inutile, lei preside o professoressa che accompagna un ragazzo senza madre in ospedale, e resta a prendersi cura di lui. Ah, perché chiaramente lei non ha figli, e quindi vabbè, capito la situazione? da fiction di Rai1. Imbarazzante.

Poi c’è un vecchio professore prossimo alla pensione, che non ha più voglia di insegnare, e perde un po’ la testa. Tira i libri dalla finestra, fuma in classe (ke skandalo!1!!), ma ritrova una ex alunna, che fa l’infermiera e che scopre che il vecchio c’ha tipo na malattia, non si capisce bene, però gli sorride, e lui ritrova la voglia. Si svolge davvero così eh, prima pazzo, poi incontro, malattia, sorriso, w la vita. Mah.

Veniamo al nostro grande amico Riccardino Scamarcio, giovane professore di lettere, di quelli che adesso la cambio io la scuola italiana. Che cosa mancava in questo film fino ad ora? Una bella storia prof – ragazza problematica. Oooh ne sentivo il bisogno. Squallore allo stato puro. E la mamma morta, e i fidanzato la picchia, e la colletta per aiutarla, e il bacio, no no non si può. Non è possibile rappresentare la scuola, mettendoci sopra merda melodrammatica. Perché quello che viene fuori è questo, ovvero una visione dei “giovani” nella quale i giovani non si riconoscono.

Si tocca il fondo quindi con la storia del ragazzo romeno. Immancabile. Ragazzo che c’ha sta mezza situazione co una, fanno i filmini col cellulare, ma no i filmini filmini, filmini mentre parlano di quanto fa SKIFO KUESTO MONDO, KE MERDA I GENITORI!!1!! e li fanno col cellulare perché almeno il regista ci dimostra che non sa girare nemmeno la telecamera a mano. Conclusione, giuro va proprio così: il romeno vuole rubare la pistola al padre, parte un colpo, padre ferito allo stomaco, lo portano in ospedale a due all’ora parlando del rapporto padre figlio, scena dopo figliolo che ride il classe. Fine.

Prossima recensione: La Scuola,1995. Film perfetto. No sta merda.

Voto 3: segnato in blu se ti piace di più.
Unica perla del film, 10 secondi affidati a ER PATATA al colloquio coi genitori, migliori di tutto il resto del film.

Capitano Quint

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Diciottanni – Il Mondo ai miei piedi

Elisabetta Rocchetti, Ita, 2011, 84 min.

Trama: C’è questo pischello che, con la scusa di essere orfano e avere come zio tutore G-Max dei Flaminio Mafia, fa il tenebroso e si scopa tutte le comparse femminili del film, senza restrizioni d’età, dai sedici ai sessanta, come i giochi da tavolo.

Il Film: è il più trash che ho visto quest’anno, e sinceramente non credo si possa fare di meglio. E’ anche bellissimo.  I motivi:

1)       Per la visione innovativa di come può essere un percorso di crescita di un ragazzo dall’adolescenza all’età adulta, che nel film si traduce una serie di scenette squallide da film erotico anni 80, le classiche scene di sesso con bacini e avvinghiamenti, dopo le quali il ragazzo non si sa come, ma ne esce maturato.  Come percorso di crescita non è male.

2)       Per la disperata situazione familiare di questo Ludovico, disgraziato colpito dalla scarogna più nera, non solo orfano, ma anche nipote del suddetto G-Max, il quale a sua volta è un mezzo delinquente, cocainomane (come anche la zia), e perciò ritenuto degno di fiducia nell’amministrare il patrimonio del nipote, lasciatogli dai genitori: c’ho piacere ti finisca tutto, te lo meriti, ‘cazzo ti vai a fidare di un parente così, coglione..

3)       Per lo splendido rapporto d’amicizia tra Ludovico e il suo migliore amico Luca, e qui non so chi dei due sia più allucinante, se Ludovico che, non pago di trombargli la mamma a questo povero ragazzo, fa doppietta e si porta a casa anche la fidanzata, per poi pentirsi una volta sgamato e chiedere perdono invocando il “sono una merda ma da domani sarò un uomo nuovo!”, o Luca, che non solo è consapevole del rapporto tra l’amico e la mamma, ma anzi sembra quasi incoraggiarlo via oh, gnamo, o trombami la mamma, fammelo questo piacere, per poi raggiungere l’apice nel momento del perdono, sancito con un abbraccio con finta lacrima tra i due. Qui l’unica cosa da fare era una: cioè, so che ti scopi la mi mamma, ti becco poi con la mia ragazza (post amplesso) e pretendi che ti perdoni? Ma io ti cao n’gola e ti finisco di legnate, mòri merda mòri.

4)       Per la professoressa di lettere, anche lei vittima del fascino irresistibile dello sbarbatello, che è presa direttamente da un film porno, tette in vista occhiali neri e rossetto, la classica prof che tutti abbiamo avuto, e alla classe, intesa proprio come luogo fisico, l’unica in Italia con le piastrelle bianche da bagno alle pareti.

5)       Per la regia da cani, inquadrature indegne, sembra di vedere una telenovela argentina, con quelle musichine imbarazzanti senza senso; regista che poi si sdoppia e decide anche di recitare la parte da coprotagonista di una ultratrentenne zoccola amante dello zio del ragazzo, il quale – all’oscuro di tutto (ma non del fatto che questa la regala) – se ne “innamora”.

6)       Per il finale, uno dei più belli della storia del cinema de borgata. In breve, Ludovico scopre che lo zio è un farabutto, che gli ha rubato i soldi e la zoccoletta, allora prende e lo caccia di casa, salvando però la zia, anche lei cornuta, anche lei personcina tranquilla e a modo (s’ammazza di strisce tutti i giorni). Passano i mesi, il ragazzo studia per l’esame di maturità – sullo schermo passa un montaggio stile “allenamento di Rocky III” e in cinque minuti Ludovico da incapace è diventato bravissimo fortissimo in tutte le materie. Ma G –Max non dimentica l’amore per il nipote e un giorno che lo trova da solo, gli si presenta con una pistola puntata alla nuca. Il pischelletto se spaventa, lo zio lo guida in casa per sequestrarlo e menarlo, forse ucciderlo non si sa, ma ecco l’apoteosi: gli amici di Ludovico gli hanno fatto una festa a sorpresa in salotto per l’ammissione all’esame, G-Max si spaventa, e ancora con la pistola in mano come un coglione, scappa, e se ne va. Il ragazzo si dimentica magicamente che fino a cinque minuti prima stava per morire,  E RIDE DELLA BELLA SOPRESA CON GLI AMICI.

Voto: 2. Esempio degradante che chiunque oggi in Italia può fare cinema, anche una capra, questo film regala comunque momenti esilaranti per la loro illogicità, che forse neanche le migliori commedie di Woody Allen riuscirebbero a fare. Quando uno pensa che non si possa fare peggio, la scena successiva smentisce tutto, fino al finale, che, purtroppo, a arrivato troppo presto.

Vitellozzo.

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Elephant

Gus Van Sant, Usa, 2003, 81 min.

Trama: La giornata scolastica in una scuola di provincia procede nella tranquillità più assoluta: c’è chi mangia a mensa, chi si dedica alle attività extrascolastiche come la fotografia, chi fa attività fisica, chi cazzeggia, chi ha lezione, chi gira per i corridoi, chi parla coi compagni subito fuori dall’istituto. A un certo punto, due studenti scendono da un auto,  hanno ciascuno dei borsoni, vestono militare. “Ehi ragazzi? Che cosa fate?” – “Resta fuori, succederà un casino”. Comincia il massacro.

Il Film: Palma d’oro e premio per la miglior regia a Cannes. Storia vera della strage nella scuola di Columbine. Se spesso i riconoscimenti nelle manifestazioni cinematografiche sono una farsa, e film che meriterebbero più onori vengono messi in un angolo, in questo caso sono contento di ricredermi. Elephant è un bel film, diretto da un ottimo regista, Gus Van Sant che ha raccontato il mondo dei ragazzi da tante angolature diverse;  alcuni film sono riusciti – vedi Will Hunting, il migliore di tutti, o anche Paranoid Park,  altri un po’ meno, tipo il remake di Psycho o Scoprendo Forrester, che sanno un po’ di già visto. E’ chiaro che questo qui rientra nel primo gruppo. Molto di buon gusto la scelta di seguire un ragazzo in presa diretta, il quale poi, girovagando per la scuola, ci fa conoscere tutti gli altri, che sono un po’ degli stereotipi come se ne vedono tanti nelle scuole americane. L’artista, l’emarginato, le fiche secche, lo sportivo, la secchiona..ognuno colto in un momento della giornata, vuoi a sviluppare dei negativi, vuoi a far finta di mangiare a mensa per poi andare a vomitare nel bagno, vuoi schernita dalle compagne nello spogliatoio femminile per via dell’aspetto fisico; ed è su queste scene che il regista si sofferma per quasi tutto il film (l’arrivo dei due carnefici si manifesta nel finale) proprio perché è nell’indifferenza collettiva, nell’assenza di rapporti sinceri, nella solitudine, che si trova la sorgente dalla quale sgorgherà poi il fiume di violenza dei due ragazzi. L’elefante nella stanza non è altro che questo, il problema che tutti conoscono, ma che nessuno vuole/può affrontare, l’abbandono dei ragazzi a se stessi e la difficoltà di mostrarsi per quello che si è, senza maschere. E poi non è una mattonata di millemila minuti, si può vedere senza invecchiare, ottanta minuti godibilissimi.

Voto: 7,5.  Gli avrei dato anche qualcosa in più, se non fosse per un’inezia, un neo piccolo piccolo che però non posso evitare di sottolineare. Come tutti, anche Gus (Goooooose!!! Noooo!!) è caduto (anche se è solo un mezzo passo falso, probabilmente ispirato dalla storia vera) nella banalità dettata dal luogo comune della pericolosità dei videogiochi, e di quanto possano influire sulla psicologia di un ragazzo. C’è una scena nel film dove uno dei ragazzi ammazza un po’ di gente al pc (tra l’altro un giochino abbastanza scadente), e poi scena successiva nella scuola identica a quella virtuale. Ora, non metto in dubbio l’influenza che i giochini possano avere su una mente già disturbata, però ecco, se davvero fosse così facile farsi influenzare, oggi sarebbe pieno di bimbiminkia vestiti da assassins creed, o da soldati alla Call of Duty che vanno in giro a fraggare (me compreso). E non mi pare sia così, vero? O no?

Vitellozzo.

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