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Ruggine

Daniele Gaglianone, Ita, 2011, 109 min.

Trama: Giorni nostri. La normale giornata di tre persone è scandita da tre diversi episodi che rimandano a un passato comune, un segreto inquietante e terribile. Stefano Accorsi (Sandro) – padre separato – mentre gioca con il figlioletto a “fare l’Orco” inavvertitamente lo spaventa troppo, e allora anche lui, ormai adulto, ricorda di quell’Orco incontrato da bambino, non uno delle favole, uno vero. Valeria Solarino (Cinzia) – insegnante di educazione artistica a una scuola media – durante la riunione per decidere le ammissioni agli esami, si scontra con i colleghi che vorrebbero bocciare una ragazza solo perche “strana”, verrà fuori poi che la stessa è vittima di abusi in famiglia. Allora, la donna ripercorre faticosamente la strada della sua memoria di bambina, tormentata dal ricordo dell’Orco assassino. Valerio Mastandrea (Carmine), invece , è un uomo rimasto sospeso, senza famiglia, senza lavoro, senza amici, indebitato con dei criminali, se ne sta al bar, aspettando la resa dei conti, aspettando di essere preso a botte e ripensando a quel giorno in cui il Dottor Boldrini (un ottimo Filippo Timi) entrò nella sua vita di bambino, nella sua e in quella di Sandro e Cinzia, distruggendole tutte per sempre. I tre, infatti, erano compagni di giochi nei giardini delle palazzine popolari dove vivevano verso la fine degli anni Settanta..

Il Film: Il tema è serio – la pedofilia – il film anche. Per questo, quando ho letto il cast mi sono un po’ spaventato pensando “vai, hanno fatto la merdata di metterci dentro attori tanto cari al grande pubblico per richiamare un po’ più di gente, stai a vedere lo rovinano”. Invece, nonostante la compresenza di Accorsi, la Solarino, Mastandrea e Timi, la storia tiene. Nessuno di loro è fuoriposto, nessuno di loro è ridondante, forse perché se si sommano i minuti effettivi recitati da ognuno non si arriva ai 10’, eccezion fatta per Timi, Dr. Jeckill contemporaneo trasfigurato in un inquietante quanto mai vero Mr. Hyde nella scena dell’autolavaggio, bravo. Comunque anche gli altri tre si vede che hanno fatto i compiti a casa: inspiegabilmente neanche Accorsi mi è dispiaciuto, la Valeria – che andrebbe vista più spesso – è un fascio di nervi pronto a sfilacciarsi durante la discussione in difesa della sua alunna, e il mio amico Valerio, io lo sapevo che non mi avrebbe deluso, sempre mezza spanna sopra gli altri, non a caso gli è stato affidato secondo me il ruolo migliore/più difficile da interpretare: il “vendicatore/assassino” la cui vita è andata in pezzi, uno che passa le sue giornate nell’oblio e contrae debiti di gioco, puntualmente pagati dalla sorella minore. Come ho scritto sopra, il minutaggio di questi tre è piuttosto scarso, infatti, gli attori di professione fanno quasi da comparse a quelli improvvisati, i bambini. Non so perché, ma vedendo alcune scene del film, in particolare scene di giochi, anche psicologicamente violenti, ho subito fatto un collegamento mentale con Io non ho paura; credo che ci sia  tanto di quel film in questo. Non solo perché i soggetti sono bambini, ma anche per il tema che si muove sottotraccia: la perdita dell’innocenza e l’impotenza di questi – essendo piccoli – di essere creduti/capiti dal mondo degli adulti. Forse, avrei qualche critica nel modo in cui si è dipinta la questione nel film, caricandola forse più del necessario. C’era per forza bisogno che il pedofilo fosse anche un cruento assassino? Non bastava la violenza sessuale (peraltro fatta immaginare allo spettatore, non c’è una scena nel film, cosa a mio parere di gran classe) per raccontare l’orrore e il disgusto? Mi chiedo perché ci sia sempre bisogno di esplicitare la violenza (cosa che in genere non mi dispiace nei film) anche quando non serve. Forse per far capire la crudeltà del gesto? Ma perché cazzo in Italia c’è sempre questo viziaccio maledetto di voler far capire le cose? Lasciate che sia lo spettatore a immaginare, si viene al cinema per questo, per vedere e immaginare. Lasciatecelo fare.

Voto: 7.5. Le uniche critiche che gli posso fare è che 1) forse è un po’ lento, passano diverse manciate di minuti prima che il film prenda quota e ci si possa immergere nella storia e 2) in alcune scene in presa diretta non si capisce che cazzo dicono (e non è una cosa da poco). Però la splendida scena ai titoli di coda dei tre adulti che nella metropolitana si rendono protagonisti di un gioco di sguardi in cui si capisce tutto, vale da sola il film.

Vitellozzo.

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Radiofreccia

Luciano Ligabue, Ita, 1998, 112 min.

Trama: Il film è un ritratto della stagione delle radio libere nell’Italia degli anni ’70. Quando nel 1993 Radio Raptus sta per trasmettere per l’ultima volta,  Bruno (Luciano Federico), deejay della stessa emittente, richiama alla memoria la nascita di Radiofreccia (poi Radio Raptus), avvenuta anche per merito dei suoi amici Tito, Iena, Boris e Freccia (Stefano Accorsi) – dal quale la radio prese poi  il nome. Storia di una radio “di provincia”, attorno alla quale ruota la vita (di provincia anche questa) dei cinque amici, tra giornate al bar del paese, partitelle di calcio sopra le righe, musica rock e la droga, che proprio in quegli anni comincia a mietere le sue prime vittime tra i giovani.

Il Film: Premesso che non vado pazzo per Ligabue – anche se alcuni pezzi sono discreti, se ne salvano cinque o sei – mi tocca ammettere che il film è bellissimo. Non so come siano i racconti “Fuori e dentro il borgo”,dai quali è tratta la pellicola, ma il risultato è ottimo. La storia non è banale (per un film italiano già questo sarebbe sufficiente), l’ambientazione anche, gli attori bravi tutti, e soprattutto la colonna sonora da seghe (David Bowie, Iggy Pop, Lou Reed, Lynyrd Skynyrd…). Non so quanto abbiano speso per i diritti, ma sono stati spesi bene fino all’ultimo centesimo. Accorsi qui è perfetto, ci sguazza dentro alla grande, sempre irrequieto, sempre sfavato, sempre incazzato….bravo. Il “credo” di Freccia sarebbe da ascoltare tutte le mattine prima di cominciare la giornata. Tanta cura dei particolari per rievocare al meglio gli anni della new wave, e tanta tanta cura nel dare ai personaggi del film  una collocazione credibile all’interno della storia (menzione speciale a Iena, perché “Lo Stronzo” esalta sempre). Francesco Guccini che fa il barista scontroso e ironico ci sta benissimo, come tutta quella serie di personaggi strani, che da sempre popolano i paesini di provincia e restano nella memoria. Finale da lacrima, l’immagine di Freccia tra “due fuochi” vale da sola il prezzo del tempo perso (cioè guadagnato) nel vedere questo film.

 Voto: 7,5. Nastro d’argento, David di Donatello per il miglior regista esordiente e 3 Globi d’oro (stampa estera): film, regia e musica. Premio Amidei e Ciak d’oro ad Accorsi. Penso sia sufficiente.

Vitellozzo.

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Santa Maradona

Marco Ponti, Ita, 2001, 95 min.

Trama: Torino. Il neolaureato in lettere Andrea (Stefano Accorsi) divide un appartamento con Bart (Libero De Rienzo). Entrambi passano le giornate così come vengono, l’uno cercando un lavoro che non arriva mai, sempre scartato ai colloqui, l’altro cazzeggiando. Andrea vive nella noia e nella routine quotidiana, quando arriva Dolores (Anita Caprioli). I due s’innamorano, poi arrivano le solite incertezze, che mettono in crisi la coppia e lo stesso Andrea, che si interroga sulla sua vita…

Il Film: Primo. Non è un film su Maradona o con Maradona come attore (anche se sarebbe stato bello, ovviamente), il Pibe è soltanto nei titoli iniziali del film (il senso mi sfugge). Secondo. Accorsi. Io non so voi, ma non ne posso veramente più di vedere sempre lo stesso personaggio che gli appiccicano addosso, quello irrequieto coi problemi, sempre con quella faccina di uno che gli scappa da cacare ma non gli scende. Potevano metterci  l’Accorsi di Radiofreccia e avrebbero avuto lo stesso risultato. Tralasciamo il fatto che, secondo me, è anche molto sopravvalutato, ma sono sicuro che qualcosa in più avrebbe potuto fare. Terzo, i dialoghi. Una delle poche cose buone del film. La sceneggiatura mi piace, su diverse battute si ride anche (grazie soprattutto a De Rienzo che qui è nel suo centro), rimane però troppo parlato, si fanno troppe seghe mentali. Quarto. Il finale. Non mi è piaciuto. Cazzo,  novantacinque minuti per capire che non si può stare tutto i’giorno a giocare a squash contro il muro del salotto  mi sembrano tanti…ne bastavano venti. Nota di merito per le musiche, azzeccate e ben inserite nella storia.

Voto: 6. Non me la sento di bocciare il film, soprattutto mi dispiace non potergli dare di più, perché il potenziale per essere una buona pellicola c’era tutto. Però è incompleto, la storia è sfruttata male e alla lunga diventa noioso. Peccato.

Vitellozzo.

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