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Fight Club

David Fincher, 1999, Usa, 139 min.

Trama: Edward Norton è perfetto nella parte di un malato di insonnia la cui vita scorre senza tempo, scandita soltanto dai viaggi in aereo che deve compiere per la società assicurativa in cui lavora come consulente. Ha un appartamento IKEA all’ultimo grido, un buon lavoro, un guardaroba che sta diventando quasi rispettabile, ma non riesce a dormire. Un giorno durante un volo incontra lo spericolato produttore di sapone Tyler Durder, il quale – una volta che Norton torna a casa e trova il suo appartamento esploso per una fuga di gas – si offre di ospitarlo. La sua vita cambia radicalmente, si licenzia dalla compagnia, fonda insieme a Tyler un giro di lotte clandestine che con rapidità si diffonde in tutto il mondo, fino a utilizzare tutta questa forza lavoro per distruggere la società attuale e liberarla dal gioco del capitalismo…

Il Film: Fino a qualche anno fa non conoscevo Chuck Palahniuk, non avevo idea di chi fosse, cosa facesse, dove vivesse. Il nome è un po’ esotico,da uno che può fare di tutto tranne lo scrittore, lavorare nella Grande Mela come tassista o facchino magari. E invece no. Perché Chuck vive a Portland, luogo più americano di Portland non esiste. Purtroppo per me,  non lo conosco nemmeno oggi,  non è un amico, nel senso che non è taggato con me su facebook o non ha scritto nessun commento su una mia foto del tipo “che cavallo che sei!”, però lo sento vicino ugualmente, perché ha scritto (e scrive tuttora) libri proprio tosti, ma tosti davvero. In particolare uno nel ’96 che è diventato un cult, Fight Club. E lo ringrazio, perché se Chuck avesse fatto il pizzaiolo o il tassinaro, questo filmnon sarebbe nato; così, David Fincher non avrebbe diretto una sega, Brad Pitt non avrebbe interpretato quello che per me è stato il personaggio più azzeccato per lui fino ad oggi, e Edward Norton sarebbe forse esploso dopo più tempo come uno degli attori più bravi della nuova generazione.

(mega spoilerata tratta dal film)

“…Porca puttana, un’intera generazione che pompa benzina, serve ai tavoli, o schiavi con i colletti bianchi. La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti. Fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia. Non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo né la Grande Guerra né la Grande Depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale. La nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star… ma non è così e lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le palle piene.”

 Fight Club.

Potrei anche finirla qui, con questo discorso che Tyler Durden  pronuncia ai suoi adepti nella cantina nel locale dove si picchiano a sangue tra di loro. Queste parole racchiudono l’essenza del film, il messaggio di fondo. Però mi parrebbe di non rendere il giusto merito a una pellicola  che è tra quelle che riguardo più spesso, e alla quale mi sento legato perché condivido parecchio di quello che si dice nel film (un po’ meno quello che si fa, ma non troppo meno eh). Diciamo anche – togliendoci subito il pensiero – che la regia di Fincher e la presenza di due come Norton e Pitt hanno contribuito tanto al successo di Fight Club, ma questo non lo sminuisce affatto, è solo la conferma di come si fa a fare roba di qualità con attori conosciuti e che siano anche bravi. E’ un film sugli uomini per uomini, l’unica attrice di spessore è la sempre secca e brava Helena Bonham Carter, quindi, chi pensa che sia molto macho non la fa tanto di fuori dal vaso, ma neanche questo può essere preso come un fattore negativo. E’ spietato nella sua crudezza, ma Fincher è bravo a scioglierti in bocca la medicina amara dandotela a piccole dosi, miscelando scene violente a momenti se non spassosi almeno che fanno sorridere.

Nel film si palesa tutta la superficialità disarmante della nostra società, fatta di cose da comprare, di relazioni sociali da tessere quasi fosse un obbligo, di luoghi comuni da rispettare. Nella società di Fincher siamo sballottati da un posto all’altro senza nessuna possibilità di riprendere il mano il volante della macchina, ci alziamo, mangiamo, lavoriamo e poi ricomincia tutto daccapo. Controllati dalle banche, dalle multinazionali che ci indirizzano nelle scelte di acquisto, dai mass-media che ci instillano piano piano nella testa cosa/come pensare, il nostro sentiero sembra già tracciato, con ben poca possibilità di cambiare strada. Ma c’è poi davvero questa possibilità? Secondo Fincher, l’unico modo è distruggere tutto, tornare alle origini, quando l’uomo era un animale, bisognoso solo del necessario per sopravvivere (e di 200 dollari in contanti per la sepoltura). Non c’è speranza, il finale è tragico ma inevitabile (a differenza del libro). La distruzione totale del capitalismo e della sua società industriale. Tyler Durden questo lo capisce, e dai sobborghi squallidi e abbandonati di una metropoli in decadenza, raduna attorno a sé una folla sempre più numerosa di ultime ruote del carro, li rende schiavi automi e li organizza sotto un credo di stampo filo-fascista in un esercito che devasta quello stesso mondo che ha contribuito a creare. Non è l’Alex di Kubrick , un semplice spostato senza meta, senza obiettivi se non quello di distruggere per divertirsi, per il solo gusto di farlo; la sua pazzia è lucida, ragionata e necessaria, come necessaria è la società che lo circonda. La lisciva lasciata sciogliere sulla mano – una delle scene fondamentali del film –  è solo il mezzo per vedere finalmente coi propri occhi che è tutto da rifare, che la gente non ha capito un cazzo e che non ho capito un cazzo nemmeno io perché cercare di spiegare questo film a chi non l’ha ancora visto sarebbe come cercare di insegnare a i’culo parlare.

Voto: 8+. Anche solo per le utilissime perle di saggezza disseminate in tutto il film. Son tante eh, ma la mia preferita rimane sempre questa: infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina!

Vitellozzo.

 

 

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