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Margin Call

J.C Chandor, Usa, 2011, 109 min.

Trama: Una delle più grandi banche di investimento americane sta ridimensionando il personale. Tra i licenziati c’è Erik Dale, che prima di abbandonare il suo ufficio con la classica scatola degli effetti personali, consegna ad un giovane analista finanziario – Zachary Quinto, il Sylar di Heroes – una pennetta con dei file che cambieranno il corso degli eventi. Da vero stakanovista, l’analista Peter Sullivan, completando il lavoro portato avanti da Dale, scopre infatti che la banca è sull’orlo del baratro, e tiene nel suo portafoglio milioni di azioni che non valgono nulla, un esposizione finanziaria enorme con conseguenze inimmaginabili per tutto il mondo finanziario. Da una telefonata nella notte, restano solo 24 ore per salvare la società dal fallimento.

Il Film: molto attuale, con i tempi che corrono, anche a casa nostra (MPS insegna). Gli americani avranno tanti difetti eh, però per il cinema di denuncia sono sempre un passo avanti a tutti. L’aveva già fatto Oliver Stone con Wall Street – che resta comunque là in cima, come migliore fotografia del mondo superinflazionato dell’alta finanza – ci ripropone oggi lo stesso tema Chandor, ovviamente in chiave più moderna e al passo coi tempi. La cosa che salta subito agli occhi è il cast: stellare. Kevin Spacey – che non delude mai, anche nei film di seconda fila cui ha partecipato – Jeremy Irons, nei panni (sporchi) del supermegadirettorefigldiputt pronto a rovinare tutti gli altri pur di salvarsi dal baratro, Paul Bettany – un intermediario ormai disilluso che assiste con passiva rassegnazione allo sfilacciarsi della società che lui stesso ha contribuito a costruire – e, infine Demy More, che sarà l’unica a pagare per l’errore commesso da altri. Sì, ci sarebbero anche Penn Badgley, Zachary Quinto e poi quello che faceva The Mentalist, non pervenuto. Comunque potevo fermarmi ai primi due, che sono più di una garanzia e sono anche i protagonisti delle due scene migliori – almeno secondo me – del film. La prima vede Kevin Spacey, pezzo grosso della società costretto a licenziare decine di dipendenti seduta stante, che piange nel suo ufficio: per il fido cane ormai malato che deve  essere soppresso. La gente se ne va con la sua scatolina di cartone e lui piange per il cane, immagine immensa e carica di significato di un mondo ormai allo sfascio. L’altra è la scena clou, quando cioè il timido analista che ha scoperto la falla deve spiegare che cosa stia succedendo al capoccia, uno spietato Jeremy Irons, velenoso e trasudante bile nell’immagine perfetta del cagnaccio arraffatore, accolito del Dio denaro che vuole pararsi il culo, restando bello sdraiato sui suoi soldi. L’unica pecca è il registro, a volte veramente troppo tecnico, però oh, si parla di finanza, è normale che vengano fuori derivati, leverage e cazzi vari.

Non è un film veloce, anzi, l’arco delle 24 ore è ampiamente dilatato lasciando molto spazio al parlato; questo può non piacere, ma dato che non potevano metterci Bruce Willis nei panni di un analista che fa fuori tutti per dare più carne al film, accontentiamoci, visto che comunque il risultato è ottimo anche così.

Voto:  7-. Il voto è di parte. I film sulla finanza cogli omini in doppio petto l’ho sempre visti tutti, e con piacere . Non è da vedere con la propria ragazza sperando che a fine serata ve la dia, ne da vedere con gli amici per farsi due risate, perché non ce ne sono. Però oh, ci son Kevin Spacey e Jeremy, mi basta anche così.

Vitellozzo.

 

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American Psycho

Mary Harron, Usa-Canada, 2000, 101 min.

Trama: Fine anni ottanta. Patrick Bateman (Christian Bale) ha una vita perfetta. E’ ricco, bello, vive a Manhattan, dove lavora come broker in una grossa società. Frequenta i locali più esclusivi e alla moda, e assieme alla sua ristretta cerchia di amici dello stesso ambiente, conduce la sua vita nella gabbia dorata di Wall Street, dove l’apparenza è tutto, dove l’abito fa il monaco, dove il riuscire a prenotare al Dorsia – il ristorante più in della città – fa la differenza tra un perdente e un vincente. Patrick Bateman è anche un pazzo omicida, che la notte gira per la città in cerca delle sue vittime, che tortura e uccide nel buio della strada o del suo appartamento, usando coltelli, asce, motoseghe..

Il Film: Questo film è una bomba. Punto. A quelli che dicono che è un film troppo violento, dico solo – oltre a non capire un cazzo di cinema – che, rispetto al libro, il regista si è trattenuto parecchio. Apro e chiudo una parentesi: a tutti quelli (specialmente gruppi femministi) che all’uscita del film hanno portato avanti un’aspra protesta nei confronti del regista (poiché nel film la figura della donna è bistrattata in vari modi), dico solo che il regista si chiama Mary, e non è un transessuale: quindi, state buoni, e godetevi il film per quello che è, un cazzo di film. Niente di più.     Questo è uno dei rarissimi casi in cui la trasposizione cinematografica di un libro (di B. E Ellis) non  ti porta a maledire chi ha avuto il coraggio di girare una puttanata simile nonostante la base cartacea sia ottima. No, fortunatamente, non è questo il caso. Quello che i registi che si avventurano in questo genere d’imprese non capiscono, o non vogliono capire, è che basta solo una cosa per fare un bel film da un bel libro: attenersi al libro, basta, non devono fare altro.

In questo caso, Mary Harron ha fatto il suo dovere. American Psycho è dinamite, è un  viaggio psichedelico nel mondo dell’alta finanza newyorkese degli anni ‘80, l’età dell’oro della speculazione finanziaria globale,  che da sempre ha popolato le fantasie della gente comune, una vita di là da ogni limite, tra feste esclusive, belle macchine, ristoranti di lusso, donne stupende e disponibili e, ovviamente, droghe di ogni tipo. Onnipotenza e aridità affettiva regnano sovrane nella vita del protagonista, che con ghigno superbo dilania la sua vita come le sue vittime.                                                                                                                                        Patrick Bateman non è altro che il surrogato di quella società, e la sua follia è il prodotto marcio di uno stile di vita che in quegli anni, per la prima volta, s’imponeva come modello dominante dell’uomo di successo, modello non molto dissimile da quello odierno, a ben vedere. Colonna sonora doverosa in pieno stile 80’s, con brani di Bowie, Phil Collins, e Dead or Alive, anche se uno sforzo in più sarebbe stato gradito.

Voto: 8. Da quello che avete letto sopra, è chiaro che questo film è uno dei miei preferiti. Il mio commento è chiaramente di parte.  E’ un film strano: puoi amarlo, oppure ti può far schifo o non darti nulla a livello emotivo, non ci sono mezze misure. Ovviamente poi c’hanno fatto il sequel, ovviamente noi si lascia fare lì dove è, nella sua mediocrità; sarebbe come dire che la merda è più buona di un piatto di lasagne.

Vitellozzo

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