Cella 211

Daniel Monzòn, Fra/Spa, 2009, 110 min.

Trama: Per Juan (Alberto Ammann) domani sarà il primo giorno di lavoro come  secondino. Per avere un’idea di quello che dovrà fare e conoscere i colleghi di lavoro, decide però di andare alla prigione il giorno prima. Durante il giro del carcere, un grosso pezzo di intonaco si stacca da una parete e lo colpisce alla testa. I colleghi che sono con lui lo distendono sull’unico letto libero, nella cella 211, per poi andare a chiamare soccorsi. Non faranno in tempo a recuperare Juan, perché proprio quel giorno il “capo” dei carcerati, Malamadre (Luis Tosar), ha deciso di prendere il controllo della struttura. Juan perde così conoscenza in seguito alla ferita riportata; quando si risveglierà, si troverà solo insieme ai carcerati. L’unico modo per lui di tornare a casa da sua moglie Elena, incinta di sei mesi (Marta Etura), è quello di fingersi lui stesso detenuto e provare ad uscire dal carcere.

Il Film: Di film ambientati nelle carceri n’hanno fatti dumila, in America poi si trovano dappertutto e non necessariamente le pellicole in questione seguono la stessa linea narrativa; basti pensare a Fuga da Alcatraz o a Il Miglio Verde, o a Sorvegliato Speciale, tutti e tre uguali nell’ambientazione, ma diversissimi nella storia (ho detto questi tre, ma potevo dirne altri venti). Nonostante ciò, tutti i “filoni” tendono inevitabilmente a deteriorarsi col tempo, portando nelle sale film già visti con cliché logori e abusati: tranquilli, non è questo il caso. Assolutamente,  non è questo il caso.

Cella 211 è un ottimo film, talmente buono che ci fa capire quanto ancora in Italia siamo indietro su questo genere,  rispetto ai nostri vicini. Non è un film banale. Sì certo, c’è la storia principale di un uomo normale che cerca di uscire da una situazione critica (non necessariamente a lieto fine, anzi), ma c’è anche dell’altro. Comunque, andiamo per ordine. Lui ve l’ho detto, è uno qualsiasi, silenzioso e mite,  con una vita tranquilla e una moglie, tranquilla anche quella (e discreta, che non guasta mai). Vuole solo un lavoro che gli permetta di mantenere la famigliola, a orari precisi, senza intoppi. Vivere sereno. Però è proprio quando succede il fattaccio che si svela la vera natura di Juan: leader carismatico e astuto, determinato, trascinatore (tanto da diventare pupillo, quasi amico, di Malamadre). Si confonde talmente coi detenuti da non riuscire più a capire la differenza tra prima e dopo, tra il Juan introverso e l’altro Juan. Quando poi sua moglie viene uccisa da una carica della polizia (era venuta al carcere assieme a tante altre persone perché aveva avuto notizia della rivolta alla televisione) la metamorfosi diventa totale, fino all’atto estremo, l’omicidio. Cella 211 è crudo, è nero: e fa riflettere. Sulla situazione delle carceri e dei detenuti (in Spagna come nel resto del mondo, anche da noi), sulla politica e sullo scontro col governo basco (nella storia del film, tre ex-terroristi ETA vengono usati come pedina di scambio dai detenuti per avanzare certe richieste). Il finale non ve lo dico, però merita tanto. Nota di merito anche  per il personaggio di Malamadre, veramente tosto e cattivo al punto giusto.

Voto: 7/8. Bella l’ambientazione. Bella la storia. Bello il finale. Serve dell’altro?

Vitellozzo.

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Archiviato in azione, drammatico, Film

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