La Grande Famiglia

Modena City Ramblers, 1996, BlackOut Polygram.

Siccome mi tocca, per spirito di appartenenza, parlare anche di qualche album italiano, tanto vale parlare dei Modena, uno dei pochi gruppi nostrani che si salvano dal nulla degli ultimi trent’anni. La copertina dell’album dice tutto: foto in bianco e nero di duemilasettecento persone tutte in posa stile famiglia dell’Ottocento. E’ chiaro che non è un gruppo rock, per due motivi: 1) il rock in Italia – quello vero –  non esiste. 2) qui si suona con banjo, armonica, tromba, sassofono, violino, organo, fisarmonica, scottish pipe (cazzo sarà la scottish pipe..) e via discorrendo. Folk music fatta senza impegno, solo con la voglia di divertirsi e far divertire, senza obblighi discografici, senza stress, solo musica sul campo, raccolta, piccoli locali, piccoli concerti, piccoli grandi pezzi. La Grande Famiglia è la seconda fatica dei Modena dopo Riportando Tutto a Casa (1994), già di per sé ottimo album d’esordio (In un giorno di pioggia una delle mie preferite). Sedici tracce cariche di energia, cariche d’Irlanda. L’ispirazione alla musica irlandese è evidente (d’altronde loro sono Amanti d’Irlanda). Non starò qui a elencare ogni singola traccia, se vi piace l’album compratevelo e ascoltatevele da soli (anche perché son sedici, mica due..).

Giusto tre o quattro tanto per gradire, sennò qualcuno potrebbe pensare che mi faccia fatica scrivere. La prima traccia, Clan Banlieue (collaborazione con Paolo Rossi), parla della voglia di evadere da una realtà che ci opprime, per scoprire posti nuovi, viaggiare, cazzeggiare con un furgone arrugginito levandosi di culo dai sobborghi soffocati dalla noia.  Bella anche Canzone della fine del mondo, quella che preferisco, la dimensione del sogno, della possibilità di qualcosa di meglio, della disillusione con la realtà dei fatti, e i giorni passavano e il tempo nel sogno volava (…) ma il vento dell’ovest chiamava ed il cielo d’Irlanda spariva, mi svegliai in una stanza deserta, ubriaco, mentre il sogno finiva. Non manca ovviamente una denuncia al sistema dell’Italia-Paese, fatto di ruffiani, arraffini, evasori (tema “vagamente” attuale) con Giro di Vite, come anche richiami alla terra emiliana (La Mondina) e al dialetto modenese (Al Dievel). Trova spazio anche una cover ben riuscita della Locomotiva gucciniana (cover veramente ben riuscita). Bellissima, infine, anche La Strada (dedicata ad Alberto Morselli, voce del primo album), perché gli addii agli amici veri son sempre da strappa mutande.  A mio modestissimo parere questo resta il miglior album del gruppo; mi sembra – infatti – che i Modena si siano persi lentamente nei successivi lavori, con canzoni troppo pervase di luoghi comuni e una retorica  pesante, che sembra quasi schiacciare il dinamismo e la carica dei primi pezzi.

 Vitellozzo

  1. Clan Banlieue – 3:55
  2. Grande famiglia – 3:01
  3. Canzone dalla fine del mondo – 3:50
  4. Santa Maria del Pallone – 3:21
  5. L’aquilone dei Balcani – 1:41
  6. Le lucertole del folk – 2:14
  7. Giro di vite – 2:01
  8. La mondina/The lonesome boatman – 2:01
  9. Al Dievel/La marcia del Diavolo – 3:27
  10. Il fabbricante dei sogni – 3:19
  11. La banda del sogno interrotto – 2:58
  12. La locomotiva – 7:12
  13. L’unica superstite – 3:52
  14. La fola dal Magalas – 3:37
  15. La strada – 4:14
  16. La mia gente – 2:54
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